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Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato Elementi di Psicologia clinica Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicoterapia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente lo Verso Elementi di Psicologia clinica, dell'univerità degli Studi di Palermo - Unipa, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicoterapia docente Prof. G. Lo Verso

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difetto o fare dei veri propri errori di interpretazione. Inoltre, gli errori possono essere accidentali

(dovuti a cause non conosciute, poco note o variabili, insite nell'oggetto di osservazione, negli

strumenti di rilevamento a nello stesso operatore) o sistematici (dovuti a cause costanti, ben note

spesso facilmente individuabili).

L'analisi degli errori umani in psicologia clinica vede la compresenza di fattori diversi e richiede il

ricorso a modelli causali l'unico elemento su cui tutti i ricercatori concordano è che la probabilità di

errore aumenta quanto più il processo è interpretativo o inferenziale. Alcuni errori da parte del

clinico sono poi indotti dal paziente o, più precisamente, dei sintomi che quest'ultima accusa.

Com'è possibile raccogliere le informazioni di cui si ha bisogno, se si ha di fronte paziente agitato

o se questo è chiuso in se stesso? In alcuni casi è evidente che un'adeguata formazione può

essere di ausilio, perché permette di avvalersi delle proprie competenze cognitive in situazioni di

difficoltà. È necessaria una premessa: le capacità cliniche non sono un'arte, non esiste il genere

del "clinico capace", esse sono il risultato di un faticoso processo di apprendimento. L'esperienza

modifica solo parzialmente le caratteristiche personali, mentre può facilitare il ricorso a processi di

pensiero più adeguati per il compito che si deve affrontare. Il clinico meno esperto spesso utilizza,

per confermare le proprie ipotesi, privi di evidenza diversi, ai quali attribuisce impropriamente lo

stesso valore. Le difficoltà diagnostiche e terapeutiche sono spesso vissute dall'clinico meno

esperto come indici di incompetenza che deve essere tenuta nascosta. Di conseguenza, diventa

difficile chiedere aiuto al clinico più esperto, avvalersi di supervisione e accettare di non sapere.

7) La relazione tra psicologo clinico paziente propone continuamente la domanda su quale sia

il metodo della psicologia clinica (o, forse più precisamente, su quali siano le condizioni di

applicazione del metodo clinico alla psicologia). Perché non è vero che nell’approccio al disturbi

psichici tutto sia causale. Il paziente ha bisogno di essere aiutato a intuire che esiste un metodo

che guida il succedersi delle operazioni del clinico. L'oggetto del metodo clinico è il funzionamento

globale del paziente e le tecniche (le procedure) che adotta sono accettabili solo a condizione che

permettano di conoscere e di descrivere prima ancora di cambiare tale funzionamento. Tutto ciò

che il clinico sa (come risultato della sua formazione delle sue esperienze professionali

precedenti) è al servizio di questa operazione di conoscenza. Il clinico deve salvaguardare le

condizioni oggettive e soggettive che massimizzano la sua capacità di comprensione. Ciascuno

dei modelli di spiegazione del funzionamento psichico attualmente disponibili ha uguale probabilità

di adattarsi a ogni singolo paziente che di volta in volta si presenta allo psicologo. Lo scopo della

consultazione diagnostica può essere raggiunto solo se il clinico non consente nessun modello di

paralizzare la sua capacità di cogliere la realtà del paziente; l'assetto emotivo-cognitivo del clinico

è fondato su una identificazione provvisoria con i metodi, l'atteggiamento e gli scopi del paziente.

2.Il colloquio in psicologia clinica

il colloquio è un processo interattivo, che ha luogo tra almeno due persone, diverso dalla

conversazione, in quanto l'interazione è finalizzata al conseguimento di un obiettivo

predeterminato. Nel contesto psicologico, scopo del colloquio è chiarire il modo caratteristico di

vivere della persone in esame. A chi conduce un colloquio clinico è richiesto di:

1. possedere buone capacità di diagnosta e di osservatore

2. conoscere la gamma dei diversi trattamenti possibili restando particolare attenzione alle

indicazioni e alle controindicazioni per ciascuno di essi

3. saper instaurare un'alleanza diagnostica con il paziente ed eventualmente con i familiari di

quest'ultimo.

4. Saper prendere decisioni in tempo utile, tollerando l'inevitabile senso di responsabilità che

ne consegue 11

5. saper comunicare e motivare al paziente le decisioni con un linguaggio chiaro e

comprensibile.

6. Conoscere il proprio bias cioè la tendenza a percepire un livello di patologia minore o

maggiore di quello effettivamente presente nel paziente (o comunque distorcere i dati

rilevabili, in funzione di proprie specifiche peculiarità emotive o cognitive).

La decisione di rivolgersi a uno psicologo clinico è in genere l'esito di un ragionamento

diagnostico, fatto dall'individuo, che si rende conto di non essere più in grado di individuare

soluzioni che possano arrecare sollievo a una sensazione soggettiva di malessere. In genere, il

paziente si presenta al colloquio disposto a raccontare in modo sufficientemente esplicito quello

che gli sta capitando, in quanto

è una persona che soffre vuole trovare sollievo... La speranza di ottenere aiuto per alleviare la

propria sofferenza motivo il paziente a esporsi e a dire tutto... Di conseguenza, spesso è possibile

ottenere una considerevole quantità di informazioni sul paziente sul suo star male unicamente

ascoltando.

La situazione è però anche talmente conflittiva, perché parlare del proprio disagio emotivo spesso

non è solo doloroso, ma anche imbarazzante. Già il modo in cui il paziente formula la richiesta di

appuntamento fornisce alcune informazioni al clinico. Se la richiesta di consultare uno psicologo è

l'esito di un ragionamento diagnostico fatto dal paziente, è possibile inferire che questi abbia

classificato la propria sofferenza come psichica individuando come probabile causa di quest'ultima

fattori di natura non organica. Il paziente presenta un quesito o un problema che può essere più o

meno circoscritto e chiede al clinico di trovare o di aiutarla a trovare una soluzione. Esistono

alcune differenze tra il paziente che si rivolge per la prima volta allo psicologo e il paziente

"insoddisfatto della diagnosi fatta da un altro operatore precedentemente interpellato. Il paziente

che si rivolge allo psicologo per la prima volta può essere:

- perplesso rispetto alla richiesta stessa di consultazione

- disorientato dalla scoperta di essere affetto da un disturbo psichico

- avvilito perché deve chiedere aiuto a un'altra persona

- colpevolizzato dall'idea di avere fatto qualcosa di sbagliato che lo ha ridotto in quelle

condizioni

- disorientato dalle informazioni ricevute

- imbarazzato nel raccontare le proprie sensazioni

il paziente che si rivolge a un altro operatore perché insoddisfatto di un precedente parere, spesso

segnala l'esistenza di una discrepanza tra la propria auto diagnosi è quella formulata dall'clinico.

L'insoddisfazione per la diagnosi o per il trattamento può essere proprio del paziente o dei suoi

familiari o di entrambi ed essere imputata a fattori diversi, che prescindono dalla correttezza della

diagnosi e dell'attuazione del trattamento:

- paziente (e/o familiari) e psicologo clinico utilizzano modelli interpretativi diversi

- paziente (e/o familiari) e psicologo clinico valutano diversamente possibili effetti collaterali

della terapia

- paziente (e/o familiari) e psicologo clinico hanno aspettative diverse rispetto ai risultati

- paziente (e/o familiari) e psicologo clinico non concordano sulla gravità della diagnosi

- paziente (e/o familiari) sono globalmente soddisfatti dei risultati di un trattamento

terapeutico

- paziente (e/o familiari) sono soddisfatti degli esiti di un trattamento terapeutico precedente

ma ritengono che essa non abbia risolto alcuni sintomi o problemi.

Ovviamente, ogni richiesta palese del paziente può celare richieste implicite o attese che egli non

è disposta a comunicare. 12

Il paziente inviato dei familiari: La richiesta di parere è, in questo caso, l'esito di un

ragionamento diagnostico fatto dei familiari. Il paziente può concordare, in misura maggiore

minore, con la diagnosi dei familiari o di sentirne completamente.

- Il paziente decide, d'accordo con i familiari, è necessaria una consultazione psicologica, ma

delega un familiare gli "aspetti tecnici" del problema.

- I familiari chiedono una consultazione al posto del paziente, perché, data la gravità dei

sintomi di quest'ultimo, non lo ritengono in grado di provvedervi da solo.

- Il paziente è indotto a prendere un appuntamento dei familiari, preoccupati per la

manifestazione di sintomi o di comportamenti quali attribuiscono un significato patologico.

Nelle diverse situazioni, il clinico deve comunque trovare risposta ad alcuni quesiti, alla fine del

colloquio con il paziente con i familiari, è importante conoscere:

1. Qual’è ragionamento clinico fatto dei familiari per diagnosticare il disturbo e quali sono gli

elementi che hanno provocato il loro una sensazione di allarme.

2. Qual è il ragionamento clinico del paziente, soprattutto se sostiene di non avere bisogno di

una consultazione.

3. Se il paziente ha qualche motivo di evitare un consulente scelto dei familiari.

Un paziente inviato da un collega: paziente può essere inviato allo psicologo clinico da un

medico generico, che ha ipotizzato che taluni disturbi organici abbiano un grave componente

psicologica. Il paziente può:

- concordare con l'analisi della situazione fatta dall'operatore che ha consultato, ma ritiene

opportuno anche un altro parere.

- Essere a disagio con il curante l'attuale e accettare con piacere l'idea della consultazione

nella speranza di risolvere il problema.

- Non essere riuscito a contraddire l'inviante.

- Non crede nell'utilità della consultazione avere già una propria idea di ciò che lo potrebbe

aiutare, che tuttavia non è riuscito a comunicare all'inviante.

- Avere la sensazione che l'inviante non sappia cosa fare del suo caso.

Nel corso del colloquio, bisogna comprendere in che modo il paziente abbia vissuto l'invio e in

quale misura ne sia convinto e lo condivida, così come non va trascurato il problema del rapporto

con l'inviante, che ha anch'egli, nei confronti della consultazione, le proprie aspettative e le proprie

ambivalenze.

Il paziente inviato da altre agenzie o da professionisti: è importante verificare la correttezza

dell'indicazione data dall'inviante, e ancora molto frequente l'attribuzione allo psicologo di

competenza genericamente "sociali" è in realtà sono estranee alla sua professionalità. Nel caso di

un rinvio scorretto, non è sempre facile convincere l'inviante delle ragioni della mancata presa in

carico. È comunque indispensabile non lasciarsi convincere a rivestire ruoli impropri. Se, invece,

l'invio è corretto, è comunque importante distinguere fra il paziente che accetta volontariamente di

seguire il consiglio che gli è stato fornito e il paziente che è costretta a subire una consultazione

coatta. Nel primo caso, è opportuna una certa cautela, per accertare che la disponibilità del

paziente non sia solo apparente; il secondo caso invece pone problemi più complessi. Le difficoltà

sono perlopiù concentrate attorno al tema dell'alleanza, molto spesso, il paziente coatto manifesta

sfiducia, sospetto, oppositività o, nel migliore dei casi una motivazione scarsa. L'esperienza clinica

dimostra che la proposta di un lavoro diagnostico (ossia di uno spazio per comprendere meglio la

situazione, prima di strutturare qualsivoglia tipo di intervento) consente l'instaurarsi di qualche

forma di alleanza e la riduzione dei comportamenti reattivi al vissuto di costrizione. Purtroppo, le

agenzie invianti richiedono spesso proprio un immediato intervento mutativo. Diverso è il caso in

cui l'inviante chiede esplicitamente un parere diagnostico; anche qui tuttavia la percezione del

paziente di doversi sottoporre alla consultazione non per un'esigenza propria direttamente sentita,

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può minare la possibilità di alleanza. La consultazione assume le caratteristiche dell’ esame e la

diagnosi viene quindi vissuta come un giudizio. Il recupero delle condizioni che consentono di

operare in modo adeguato è spesso difficoltoso e si gioca comunque sempre sul terreno

dell'alleanza. Quest'ultima può, a volte, costruirsi proprio sul riconoscimento attivo del "diritto" del

paziente di essere guardingo o poco motivato. D'altra parte, può anche accadere che il paziente

eserciti una parte per dare la psicologo un'immagine di sé che taciti l'inviante lo convinca a

prendere certe decisioni.

Non esistono il modello o la teoria che siano globalmente esplicativi del disturbo del paziente. Per

ogni paziente esistono vari modelli che si possono utilizzare per ottenere una migliore

comprensione. Teorie e modelli, se abusati o utilizzati precocemente o aprioristicamente, possono

avere un effetto deleterio. Il ricorso precoce un modello precostituito di colloquio, che utilizzi

un'unica teoria esplicativa, è inevitabilmente un'operazione riduttiva per la formulazione di ipotesi

cliniche.

È utile differenziare le variabili che determinano le modalità di conduzione del colloquio dalla

qualità dell'alleanza diagnostica e dalla quantità e qualità degli elementi informativi. In un

colloquio, non si può prescindere dalla gravità della situazione clinica, che si rileva. Le situazioni di

gravità devono essere suddivise in acute e croniche e richiedono una modalità di conduzione del

collo che è specifica. Nella conduzione del colloquio con un paziente che presenta una

sintomatologia acuta, è utile distinguere tra crisi psicologiche e crisi psichiatriche. La differenza è

stabilita in base a quella che sarà la destinazione del paziente per il trattamento. Nel colloquio con

i pazienti acuti è indispensabile ottenere il maggior numero di informazioni nel minor tempo

possibile mantenendo una buona alleanza; un intervento per una situazione acuta può essere

richiesto dal paziente o da altre persone. I quesiti cui trovare risposta nel corso del colloquio sono:

- il paziente è un interlocutore sufficientemente attendibile o è necessario interpellare

qualcun altro?

- È indispensabile l'intervento di un altro specialista oltre allo psicologo?

- Il paziente è in grado di avere una sufficiente compliance (nel senso lato di adesione

motivata alle indicazioni, non sono farmacologiche)?

Diversi sono i quesiti posti dal colloquio con un paziente cronico. La qualità della patologia

costringe il clinico ad assumere posizioni emotive specifiche. Fondamentale è comunque sempre

il tema dell'alleanza, con un paziente cui la storia di malattie ha spesso indotto sfiducia oltre che

stanchezza e talvolta spavento.

Non è possibile mantenere uno stile di consultazione uguale con tutti i pazienti. È auspicabile,

quindi, che il clinico possa conservare un asetto emotivo e cognitivo tale da consentirgli di

decidere consapevolmente quali tecniche quali strategia mettere in atto nel corso del colloquio.

Accade che talune caratteristiche della psicopatologia del paziente interferiscano pesantemente

con questa necessità del clinico e le inducano ad agire taluni comportamenti (o distorcano le sue

capacità di comprensione) in un modo assolutamente specifico. Possiamo raggruppare le possibili

reazioni emotive del clinico in:

a) reazione al paziente comuni e generalizzate: si tratta di una sorta di contagio motivo, il

contagio può esercitare i propri effetti sul funzionamento cognitivo, sul funzionamento

emotivo, sulle percezioni dell'identità personale e sull’autostima professionale del clinico.

b) Reazione al paziente specifiche di un determinato operatore: alcune risposte del clinico alla

psicopatologia del paziente sono determinate dalla specificità della sua struttura di

personalità, dal tipo di formazione ricevuta e dalle esperienze professionali. Ad esempio, un

clinico può: 14

-sottovalutare la psicopatologia del paziente perché né spaventato o perché ricorre così

frequentemente nelle sue esperienze professionali da considerarla normale,

-incontrare alcune difficoltà nello stabilire l'alleanza con il paziente

-non tollerare i pazienti che hanno domande imbarazzanti commenti sgradevoli

-essere suscettibile alla seduzione e a sua volta sedurre

- scoraggiarsi di fronte alle difficoltà poste dal paziente

- poter lavorare col paziente solo se quest'ultimo si affida totalmente

- senti in ansia di fronte una situazione di delega e di affidamento e quindi spingere il

paziente verso l'autonomia precoce o ritirarsi quando gli vengono fatte richieste specifiche.

- Non essere in grado di fermarsi a riflettere, quando il paziente induce sensazioni

disturbanti, ma tendere a trovare una soluzione immediata finalizzata a liberarsi dal fastidio.

Una persona capace di fare colloqui deve sapere come lavorare con differenti strutture di

personalità e con problemi diversi. L'ansia da "primo incontro" non esiste solo del paziente, ma

anche del clinico.

L'ansia del clinico e l'ansia del paziente hanno due matrici diverse. L'ansia del clinico e del tipo

ansia da prestazione, unita alla preoccupazione provocata dall'idea di incontrare una persona

ignota e all'inevitabile curiosità e sfida presente nel meccanismo della consultazione stessa.

L'ansia del paziente è contraddistinta dalla preoccupazione che l'altro non sia in grado di capire la

natura del suo disturbo, lasciandole in una situazione di difficoltà ancora maggiore.

Sia il clinico sia il paziente gestiscono le proprie ansietà attraverso le cosiddette "operazione di

sicurezza". Queste ultime non sono altro che meccanismi di difesa utilizzati allo scopo di

padroneggiare meglio il disagio indotto dal colloquio e sono determinate dalla struttura di

personalità del clinico. Alcuni esempi di operazioni di sicurezza sono:

- cercare di mostrarsi sempre molto intelligenti

- sforzarsi di capire sempre.

- Cercare di conquistare la fiducia e l'ammirazione del paziente a ogni costo

La reazione di ansia indotto dall'incontro con il paziente risente del livello di esperienza del clinico.

La competenza clinica permette, infatti, individuare le strategie efficaci per affrontare il problema

del paziente, prendere decisioni e comunicarle. Le situazioni di ansia vissuta dallo psicologo

clinico possono essere indotte da numerose variabili. Ad esempio:

- il rapporto con figure autoritarie che, in alcuni casi, possono indurre atteggiamenti di sfida

- La presenza di sensi di colpa nei confronti del paziente

l'ansia, a sua volta, produce taluni effetti specifici

- una diminuita sensibilità ai contenuti della comunicazione del paziente,che induce nel

paziente una reattività che può rendere la situazione ancora più difficile

- una valutazione inadeguata dell'effetto che a sua volta il clinico produce sul paziente

- La tendenza a effettuare una lettura parziale degli elementi psicopatologici

- La necessità di intervenire continuamente

- l'assunzione di una posizione di passività che lascia il paziente libero di dire fare quello che

vuole.

L'alleanza diagnostica è un rapporto emotivo particolare, che si instaura tra clinica paziente nel

corso della consultazione e implica la capacità di trovare uno o più oggetti comuni di lavoro.

Presuppone che entrambi abbiano un proprio ruolo, proprie competenze e che siano disposti a

metterle a servizio del compito pattuito. L'alleanza diagnostica non è un fenomeno intrinseco al

processo diagnostico, che si struttura spontaneamente, bensì è un risultato che deve essere

facilitato dalla messa in atto, da parte del clinico, gli interventi specifici. È indispensabile che le

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difficoltà o le fratture dell'alleanza non solo siano prontamente colte del clinico, ma possano

essere segnalate anche al paziente e divengano un oggetto di lavoro comune. L'alleanza

diagnostica non richiede al paziente di affidarsi passivamente e acriticamente alle capacità del

clinico, un'alleanza può essere costruita persino su un atteggiamento, da parte del paziente di

fiducia e di differenza.

Elementi informativi (diretti e inferiti): rientrano in questa categoria ciò che il paziente dice del

proprio star male, la sua autodiagnosi e i sintomi che ha rilevato, quello che il clinico infelice

dall'aspetto, dall'abbigliamento, dall'atteggiamento, dall'attività motoria, dalla mimica, dal

linguaggio, eccetera. Il valore attribuito ai diversi elementi si modifica a seconda della

psicopatologia del paziente. Alcuni pazienti si presentano all'clinico proponendo subito i sintomi

che li affliggono e descrivendoli in modo molto particolareggiato; altri denunciano il sintomo e

tacciono, in attesa di una risposta da parte del clinico; altri cominciano a raccontare la storia della

propria vita; altri ancora rimangono arroccati su una posizione di sospetto e di diffidenza,

considerando criticamente qualsiasi domanda venga loro rivolta. Le informazioni fornite dai

pazienti possono essere esaurienti, oppure parziali, settoriali, consciamente o inconsciamente

distorte. Il paziente può:

- ritenere che alcune informazioni non siano significative

- cercare di eliminare tutti i dati discordanti dalla diagnosi che egli stesso ha formulato

- vergognarsi di ciò che gli sta capitando e, quindi, fornire una valutazione sintetica della

situazione

- avere rimosso o negato alcuni dati, allo scopo di non affrontare taluni problemi

- attribuire all'clinico capacità magiche di comprensione, indipendenti dalla quantità e qualità

delle informazioni che egli può fornire

a) Funzionamento emotivo: nel corso del colloquio, è fondamentale indagare il funzionamento

emotivo del paziente. In letteratura, si distingue tra sentimenti, emozioni e umore.

Quest'ultimo si riferisce a un'emozione pervasiva e duratura, che contraddistingue la

percezione che il paziente ha del mondo. Il tono di umore è descritto in base al tipo, alla

labilità, all'adeguatezza e all'intensità e si inserisce dal comportamento dalla conversazione

spontanea del paziente. Si tende a valutare un disturbo dell'umore confrontando il tono del

paziente con un ipotetico tono standard. Per evitare di ricorrere a processi differenziali

scorretti si può chiedere al paziente di confrontare il tono di umore che ha in quel momento

con il suo tono di umore solito, con il tono di umore che, a suo avviso, dovrebbe avere se

fosse normale. I sentimenti e le emozioni del paziente nel corso del processo diagnostico

sono correlati con:

- il suo stato psicopatologico

- eventi stressanti

- il livello di tolleranza/intolleranza nei confronti della malattia

- La difficoltà di dover chiedere aiuto

- il tipo di relazione che il paziente è riuscito a instaurare con il clinico

- La fiducia e la diffidenza, la speranza o lo scoraggiamento nei confronti della situazione

clinica

b) funzionamento mentale: le funzioni cognitive valutabili in un colloquio psicologico sono:

livello di coscienza e di consapevolezza, orientamento, attenzione e concentrazione,

memoria, comprensione, capacità di concettualizzazione e di astrazione, capacità di

giudizio. Alcuni pazienti possono rivolgere all'clinico richieste bizzarre, che acquistano

invece significato se riferite a un pensiero delirante.

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c) Modalità di interazione del paziente: nel colloquio, si possono osservare due processi che

si svolgono contemporaneamente: il modo in cui il paziente si relaziona con i contenuti del

proprio racconto e il modo in cui si relaziona con la situazione diagnostica in quanto tale è,

più nello specifico, con il clinico. Anche il paziente, di fronte all'ansia mobilitata dal

colloquio, tende a mettere in atto alcune misure di sicurezza, la cui scelta dipende dalla sua

struttura di personalità. La scarsa chiarezza dei contenuti comunicativi può indicare un

particolare difficoltà nella interazione. Se il clinico cerca di ottenere dati senza aver

instaurato con il paziente una sufficiente alleanza diagnostica, la raccolta delle informazioni

può essere vissuta da quest'ultimo con una manovra predatoria, fatta contro di lui, invece

che a suo favore. Anche il modo in cui il paziente è stato inviato alla consultazione può

rendere molto difficile strutturare un'alleanza, a meno che il clinico non riesca a costruirla

proprio sul risentimento e sulla rabbia che tale rinvio può avere scatenato.

La possibilità di ricorrere a strumenti diagnostici diversi e di utilizzare in modo incrociato le

informazioni che fornisce ciascuno di essi incrementa la qualità l'attendibilità dei dati raccolti di

volta in volta. I pazienti, nella maggior parte dei casi, forniscono risposte diverse a seconda del

tipo di strumento loro proposto e a seconda della relazione che si instaura con il singolo operatore.

Anche la diversità del contesto di osservazione elicita nel paziente comportamenti diversi. Un'altra

modalità empirica di valutazione delle informazioni è costituita dal ricorso a interlocutori diversi da

paziente. I familiari, in particolare, possono farci comprendere, direttamente o indirettamente, le

loro aspettative, il modo in cui affrontano la malattia del congiunto è soprattutto il modo in cui

trattano o tendono a trattare quest'ultimo.

6) si può insegnare a parlare con il paziente; è importante partire dal fatto che non esiste un unico

modello (quello giusto) di colloquio, bensì modelli diversi, che si avvalgono di tecniche differenti, a

seconda dell'obiettivo da raggiungere, del contesto in cui sono impiegati ed alla psicopatologia del

paziente. Un elemento di ostacolo all'apprendimento del colloquio è soprattutto l'adesione

aprioristica a un modello teorico di riferimento o agli stereotipi comportamentali di un "maestro".

L'identificazione con la teoria induce una rigidità di comportamento è l'antitesi della flessibilità

necessaria alla costruzione di una buona alleanza con paziente. Non esiste uno stile di

conduzione ottimale, ma la ricerca dell'approccio migliore con ciascun paziente. Il colloquio resta il

capostipite degli strumenti diagnostici, ma può essere utilizzato in modo proficuo solo all'interno di

un ampio riferimento metodologico. "Fare bene" i colloqui di consultazione vuol dire in sostanza

essere capaci di fare un buon lavoro diagnostico e avere imparato che il processo diagnostico è il

fulcro del metodo della psicologia clinica.

Negli ultimi anni, è aumentato il tentativo di rendere la lettura del colloquio da parte del clinico

meno inferenziale è-di conseguenza-meno arbitraria. I colloqui strutturati e semi strutturati sono

stati una possibile risposta a questa necessità, me presentano un limite: costringono il clinico a

porre alcune domande standard, che inevitabilmente limitano la sua libertà. All'inizio degli anni 90

l'attenzione dei ricercatori è stata rivolta al tentativo di trovare altri strumenti che potessero essere

applicati al colloquio in momenti successivi al colloquio stesso. Hanno quindi iniziato a comparire

le prime griglie per la valutazione a posteriori del colloquio clinico. Lo scopo di queste griglie è

quello di ridurre l'arbitrarietà dell'interpretazione e di processi di inferenza operazionalizzando la

lettura del colloquio, grazie ad alcune linee guida che permettono di rilevare la presenza/assenza

e, quando è necessario, la declinazione di caratteristiche concettualmente definite attraverso

apposite istruzioni. All'inizio degli anni 90 Westen costruisce la SCORS. Lo strumento è composto

da quattro dimensioni, valutate su una scala cinque punti, successivamente incrementata con

l'aggiunta di due punti ulteriori. Le dimensioni sono:

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- complessità delle rappresentazioni degli altri

- tono affettivo di paradigmi relazionali

- comprensione della causalità sociale

- capacità di investimento emotivo nelle relazioni e negli standard morali.

Nel 1998,la SCORS è stata revisionata (SCORS-R) e sono state aggiunte due nuove dimensioni:

la "capacità di investimento emotivo nelle relazioni negli standard morali" è stata divisa in due parti

(una più centrata sulle relazioni e l'altra sui valori) ed è stata aggiunta una nuova dimensione che

riguarda le paure, i desideri e le preoccupazioni interpersonali dominanti e che è composta da 50

item tematici.

La diagnosi psicodinamica operaionalizzata OPD: l’OPD viene applicato alla trascrizione di un

colloquio clinico e svaluta cinque dimensioni:

Asse I: vissuto di malattia e presupposti per il trattamento

Asse II: relazioni

Asse III: conflitti

Asse IV:struttura

Asse V: disturbi mentali psicosomatici

all'clinico che conduce il colloquio è richiesto di attenersi ad alcune linee guida:

- si deve fornire al paziente l'informazione che il colloquio ha una sua finalità di una cornice

temporale

- bisogna aiutare il paziente ad esprimere le proprie esperienze relazionali, valendosi di

bisogni che ricorda

- bisogna comprendere quale sia l'esperienza di sé del paziente

- bisogna capire quali siano le percezioni e il vissuto del paziente ha delle persone che gli

stanno intorno, così come bisogna sapere in quale modo il paziente si muove nei diversi

ambiti di vita del presente del passato

- alla fine del colloquio è necessario fare un intervento "che sintetizzi e restituisca in modo

significativo il materiale fornito fino a quel momento".

IV SEZIONE I TRATTAMENTI PSIVOTERAPEUTICI

1.Il trattamento psicoanalitico

nell'opera freudiana il termine psicoanalisi e attribuito al metodo esplorativo usato da Breuer e da

lui stesso per risalire all'origine dei sintomi isterici. Per Freud lo scopo dell'analisi non era la

classificazione gerarchica dei sintomi, ma la ricerca del trauma infantile originario e dei relativi

legami con la difesa ne era conseguita infine con i sintomi. Tale ricerca risultava perciò già

terapeutica di per sè, tramite l'attivazione emotiva dei pazienti, che, indubbiamente, nell'ambiente

sociale in cui Freud operava, conservavano un'efficienza mentale mediamente superiore a quella

dei ricoverati nei grandi ospedali dell epoca. Affermando che la malattia isterica derivava da una

difesa contro gli effetti a lunga distanza di un trauma iniziale (rinforzato da un trauma secondario)

Freud aveva già compiuto un passo rivoluzionario per la clinica e la terapia della nevrosi.

Ascoltando le comunicazioni dei pazienti sotto influsso ipnotico (indica poi abbandonata per le

libere associazioni) Freud aveva di fronte il legame necessario che si era stabilito nel tempo tra i

traumi, le difese e i sintomi. A tale legame corrispondeva quella attuale le emozioni delle

rappresentazioni rimosse, che pure continuavano ad agire sotto la superficie della coscienza.

Scoprendo in quel modo il nucleo dei conflitti nevrotici, Freud affermava anche tre punti

fondamentali: 1) i fenomeni psichici vanno considerati legati nel campo, 2) vi è un ferreo

determinismo sostanzialmente economico alla base di tutte le informazioni psichiche, 3)ciascun

aspetto o fenomeno psichico è caratterizzato da un’ estrema complessità, quindi nn vi sono

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derivati o resti che nn vadano considerati con la massima attenzione. La terapia comportava che

tra medico e paziente si stabilisse uno "spazio relazionale" che veniva a costituirsi come il nuovo

campo di osservazione, in sostituzione del vecchio terreno della sintomatologia. Tale relazione

non era incontrollata, bensì contenuta entro la regolarità della vita psichica già nota al terapeuta. È

presente qui l'idea di setting, inteso non tanto come insieme di condizioni materiali idonei alla

terapia, quanto come struttura di prerequisiti mentali e metodologici recenti presenti al terapeuta

per poter svolgere la sua attività in modo controllabile. Il sogno è, per Freud, la via reggia per

l'inconscio, ma la via per arrivare all'interpretazione del sogno furono le libere associazioni. Uno

stesso elemento psichico può comparire in diversi sistemi e variamente associarsi ad altri, ma il

legame associativo che così si crea è di tipo energetico, in altro linguaggio, di carattere

emotivo/affettivo ed è questa la novità della teoria associazionista freudiana rispetto a quella

speculativa o anche sperimentale precedente, che insisteva sul contenuto ideativo o sulla forma

come presupposto del legame. Di conseguenza, si può pensare che nella terapia i decorsi

associativi, se lasciati liberi, conducano automaticamente ai complessi inconsci che tormentano il

paziente. Freud le chiama libere associazioni a motivo della prescrizione data al paziente di

lasciare il pensiero libero di seguire il suo corso che in realtà è rigorosamente determinato

dall'economia emotiva del momento. Il metodo delle libere associazioni a un valore basilare per la

psicoanalisi in quanto: è fondato in parte sperimentalmente, a conferma in altre tradizioni

scientifiche, nella situazione clinica offre la possibilità di focalizzare e insieme di liberare il lavoro

del paziente sottraendo il terapeuta alla aleatorietà del suo racconto, permette di maneggiare i

decorsi del sogno, fonda lo strumento interpretativo, destinato a divenire il cuore testo della cura. Il

processo psicoanalitico trova la sua definizione nella sequenza sogno-libere associazioni-

interpretazione, che può considerarsi in un certo senso parallela a quella sottostante sintomo-

difesa-conflitto.

I procedimenti ipnotici e suggestivi avevano già fatto conoscere alcuni fenomeni paragonabili alle

resistenze e alle dinamiche transferali, ma senza che vi fosse la percezione di una loro specificità.

Freud riconosce la presenza di aspetti transferali anche in altre relazioni che non siano quelle

analitiche, ma resta convinto che di transfer vero e proprio si può parlare solo a proposito della

psicoanalisi. Egli ne sottolinea il carattere ambivalente (positivo/negativo): solo lavorando intorno a

quest'aria può essere realizzato lo scopo della cura, che è quello di fornire all’Io del paziente un

maggior grado di autonomia sottraendolo alla necessità di rivivere continuamente e coattivamente

le modalità delle sue relazioni infantili. Punto di svolta nelle concezione freudiana di transfer è il

riconoscimento dell'Edipo. La dinamica transferale può allora essere ricollegata a quell'evolutiva,

di cui la fase edipica è il culmine. La psicoanalisi ha il suo inizio effettivo con l'instaurarsi di una

nevrosi di (o da) transfer, la cui risoluzione è tra gli scopi della cura in quanto essa è una sorta di

riedizione della nevrosi infantile effettivamente verificatasi. Egli ritiene che il transfer e la nevrosi di

transfer siano singolarità dell'ambito psicoanalitico e quindi che questo tipo di transfer debba

essere distinto dai transfert aspecifici Compaiono nell'ipnosi, né rapporti medico paziente,

educativi o altro. Il transfert (ripetizioni di relazioni arcaiche) si instaura proprio perché al paziente

viene chiesto di ricordare, proprio perché si ripete si può elaborare.

In parallelo con lo studio del transfert, matura nella psicoanalisi quello dell'interpretazione, quale

fattore di evoluzione nell'ambito del trattamento. All'inizio, per Freud, l'interpretazione era ancora

una lettura dei dinamismi inconsci del paziente, che, colti per tempo dall'analista, dovevano

essere comunicati al paziente stesso non appena fosse stato emotivamente in grado di

comprenderli. A poco a poco, il momento e il modo di comunicare l'interpretazione divengono

sempre più importanti, tanto che si crea una vasta gamma di interventi interpretativi che

riguardano i diversi momenti del processo analitico, dalle resistenze alle difese, al conflitto, alle

varie fasi del transfert. Quel complesso di procedure le norme che prende nome di setting viene

19

applicato proprio per consentire il dispiegarsi del transfert e la somministrazione

dell'interpretazione. Va notato che gli aspetti esteriori del setting sono solo una manifestazione è

una condizione perché si stabilisca un setting interno (cioè una specifica organizzazione mentale)

da parte dell'analista, che però deve coinvolgere in qualche misura il paziente spesso perché il

lavoro analitico proceda. Il setting ha il fine di strutturare la relazione comunicativa-mentale- che si

stabilisce tra gli attori del processo analitico, fungendo anche da elemento di sicurezza perché in

tale ambito si possono produrre le dinamiche emotive inconsce e, come tali temute. Freud vede

all'inizio l'analisi come una situazioni in cui può prodursi una comunicazione da inconscio a

inconscio e il medico deve poter usare il proprio inconscio come organo ricevente verso

l'inconscio del malato che trasmette e quindi deve fare attenzione, per quanto possibile, a non

interrompere tale comunicazione con proprie incontrollate manifestazioni inconsce. Per Freud il

controtransfert è un fenomeno di interferenza delle componenti inconsce non ancora elaborate

dall'analista, e come tale va controllato. Più tardi il controtransfert verrà concepito come strumento

per cogliere aspetti nascosti della continua interazione e integrazione profonda che caratterizza la

coppia analitica.

La psicanalisi, nata per l'opera di un uomo solo, è però sempre stata, fin dal primo momento,

anche un fenomeno di gruppo; tale aspetto ha permesso di costituirla come impresa scientifica

collettiva e ha contribuito non poco alla sua sopravvivenza e diffusione.

La psicoanalisi si basa sull'ipotesi dell'esistenza di un mondo interno, fatto di rappresentazioni e

affetti, che ciascuno può attingere conoscere per introspezione, ma solo in parte: giacchè, l'aria

inconscia è conoscibile solo per via mediata, in particolare attraverso la relazione analitica;

altrimenti, sarebbe sufficiente quell'autoanalisi che pure è una delle funzioni ereditate dall'analisi

personale di ogni psicoanalista e di ogni psicoterapeuta. Il tema dell'analizzabilità sottende ogni

analisi nel momento stesso in cui ha inizio come incontro squisitamente personale e irripetibile,

poiché ciascuno affronta il proprio mondo interno in modo idiosincratico. Per lungo tempo la

psicoanalisi è stata l'unica forma di psicoterapia non traumatica. L'analizzabilità è quindi un

problema fondamentale della riflessione psicoanalitica in quanto allude alla possibilità

dell'instaurarsi di un effettivo processo analitico.

Perché vi sia trattamento psicoanalitico devono essere presenti tre elementi: la fantasia inconscia

o quantomeno i suoi derivati, il transfert è l'interpretazione. A cambiare di volta in volta sono le

relazioni reciproche tra questi elementi in base alla valutazione che ciascun approccio adotta a

proposito di fenomeni più importanti. Alle spalle di ogni modello di trattamento psicoanalitico,

troviamo un modello dello sviluppo psichico e dei suoi momenti critici. Il transfert è controtransfert

possono coprire fenomeni appartenenti ora all'aria intrapsichica e inconscia, ora all'aria

interpersonale preconscia o reale. In altre parole, la dinamica transferale si trasferisce pressoché

interamente dall'asse passato-presente a un nuovo asse presente-presente, nel quale la dinamica

medesima viene contestualizzata e gestita, abbandonando gli scopi conoscitivi del modello

classico.

2.La psicoterapia psicoanalitica

La necessità di trattare pazienti di diversa gravità ha reso meno definita la linea di demarcazione

tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica. L'impiego del divano o le libere associazioni non

sono di per sé designativi della psicoanalisi. Lo stesso vale per concerti consacrati nel tempo

come interpretazione, transfert e controtransfert, resistenza e difesa, inconscio o conflitto

intrapsichico. Questi termini a queste tecniche non fanno più parte del dominio privato della

psicoanalisi e dello psicanalista. Sono impiegati utilizzati virtualmente di tutte le molteplicità di

psicoterapeuta in giro per il mondo. Il problema della differenziazione non riguarda solo la

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psicoanalisi la psicoterapia psicoanalitica ma anche la psicoterapia espressiva e la psicoterapia

supportiva. la psicoterapia supportiva è riconosciuta come un metodo psicoterapeutico specifico,

che si rifà a uno schema teorico psicoanalitico. "Il supporto può consistere sia nella gratificazione

del bisogno, che ridurrebbe la tensione pulsionale, sia nel rafforzamento delle difese, per cui

aumenterebbe il controllo pulsionale…. Il supporto può riattivare lo sviluppo che si è arrestato in

adulti con un deficit strutturale e in questo caso diventerebbe un fattore correttivo".

Il supporto fornisce un'adeguata gratificazione del bisogno pre-edipico e ne incrementa la

rimozione. Le tecniche supportive sono finalizzate al mantenimento e al rafforzamento delle difese

e del livello di funzionamento esistenti. Le tecniche espressive si propongono di aumentare la

comprensione di sé attraverso le associazioni del paziente e le interpretazioni del terapeuta di

quanto è stato portato alla luce. Nella terapia supportiva non è il supporto in se stesso a essere

mutativo ma è mutativa l'esperienza che esso provoca. Ci possono individuare alcune linee di

tendenza che però non sono altro che questo. In genere, si ritiene che i fattori terapeutici possano

essere sinteticamente raggruppati in tre aree:

- la comprensione di sé;

- la relazione terapeutica;

- l'assimilazione dei risultati ottenuti con il trattamento e la loro permanenza nel tempo.

L'elemento che connota trattamenti psicodinamici è l'interpretazione. Per lungo tempo, la

psicoanalisi ha considerato l'interpretazione come il suo strumento più efficace è, l'atto di

interpretare discrimina tra psicoanalisi, psicoterapia psicoanalitica e altre forme di trattamento.

Benché le interpretazioni siano considerate lo strumento principe di trattamenti psicodinamici, è

pur vero che non avvengono nel vuoto, ma all'interno di una relazione, che ha una rilevanza

specifica rispetto al costo del trattamento. La relazione terapeutica possiede caratteristiche

specifiche, che possono essere correlate all’arresto evolutivo. Il punto di riferimento è quindi il

funzionamento psichico di livello pre-edipico, esattamente come le relazioni transferali si

riferiscono al livello edipico e le relazioni di lavoro e realistiche sono post-edipiche.

Caratteristica specifica della psicoanalisi e delle psicoterapie a orientamento analitico è il

transfert. Del concetto di transfert si privilegiano due versioni: nell'accezione restrittiva, che il

termine è impiegato per descrivere l'intensa relazione tra paziente terapeuta, che si sviluppa nel

corso del trattamento e rappresenta la riattivazione dei rapporti passati; la accezione più ampia

include aspetti della relazione del paziente con persone diverse tra le quali il terapeuta. Il transfert

è anche uno degli elementi discriminanti tra psicoterapia e psicoanalisi, e tra psicoterapia

espressiva e psicoterapia supportiva: in un trattamento psicoanalitico, il transfert e analizzato

quanto più è possibile; in un trattamento psicoterapeutico, il transfert è, sia pure in misura diversa

a seconda dei casi e delle situazioni, deliberatamente non analizzato. Si può capire meglio il

transfert se lo si teorizza come un processo cui contribuiscono paziente terapeuta e che riflette la

vita psichica del paziente. L'interazione permette di osservare, indagare e trasformare le strutture

rigidamente conservate nella nuova esperienza può organizzare nuovi temi.

3.Comportamentismo e psicoterapia comportamentale

La British Association for Behavioral Psychoterapy definisce la terapia del comportamento come

l'applicazione delle scoperte della psicologia sperimentale dei principi dell'apprendimento in

ambito clinico. La terapia del comportamento è una disciplina che accomuna le tecniche la cui

efficacia sia stata dimostrata da ricerche sperimentali, che siano chiaramente descrivibili nelle loro

caratteristiche e che possano essere falsificate.

Le tecniche terapeutiche più diffuse: 21

- tecniche di matrice operante: le tecniche di matrice operante possono essere usate per

favorire l'apprendimento di nuovi comportamenti adattivi. Sono inoltre utili per il

potenziamento di comportamenti già presenti ma deboli o poco frequenti o per eliminare o

ridurre condotte disadattive. Attraverso lo Shaping (ovvero modellaggio) si tende a

sviluppare un nuovo comportamento attraverso il rinforzo selettivo di risposte che si

avvicinano sempre di più all'obiettivo finale desiderato. Con la tecnica del Prompting (o

sollecitazione) si usa un aiuto (sollecito) per favorire l'inizio di una risposta. Il ripetersi della

procedura permetterà, una volta eliminato il suggerimento l'emissione autonoma della

risposta corretta. Con il Fading (o dissolvenza) gli aiuti forniti inizialmente dal terapeuta

sono progressivamente eliminati per permettere la normale autonomia del comportamento.

Con il Chaining (concatenamento) si predispone una sequenza di comportamenti che

avvengono in ordine fisso. L'estinzione è una procedura utilizzata per favorire

l'indebolimento o anche l'eliminazione di un comportamento disadattivo, interrompendo la

serie di rinforzi che contribuivano a mantenerlo attivo.

Il costo della risposta implica la perdita dei vantaggi, consapevoli o inconsapevoli, o, in altri

casi, la richiesta di una penalità per la messa in atto di comportamenti disadattavi. Le

tecniche di controllo dello stimolo prendono spunto dall'identificazioni di determinati stimoli

che sono profondamente legati al risposte che possono essere adattiva o disadattive. Si

agisce su queste condizioni stimolo per giungere, nel corso della terapia, a un'adeguata

capacità di autocontrollo. I contratti comportamentali implicano la stipulazione di un verde

proprio contratto tra il terapeuta e il cliente. Le strategie che abbiamo appena preso in

considerazione facilitano notevolmente l'acquisizione e la ritenzione di comportamenti in

precedenza assenti o inadeguati.

Tecniche comportamentali che prevedono l'esposizione agli stimoli temuti:

- La desensibilizzazione sistematica è un insieme di metodi usati per indebolire risposte

ansiose abituali a certi stimoli, contrapponendo ad esse modalità di risposte opposte

all'ansia come ad esempio il rilassamento.

- Il Flooding consente di ottenere l'estinzione di una risposta d'ansia esponendo il soggetto in

modo massiccio e assai prolungato allo stimolo temuto è impedendo l'abituale

comportamento di Evitamento.

- L'esposizione in vivo è stata, ed è tuttora, la procedura più diffuse più efficace nel

trattamento comportamentale del disturbo ossessivo-compulsivo.

Tecniche utili per modificare il livello di Arousal

originariamente, la tecnica delle rilassamento muscolare progressivo fu utilizzata in pazienti

con disturbi d'ansia e disturbi psicosomatici. Successivamente fu utilizzata come mezzo utile

per il controcondizionamento nella desensibilizzazione sistematica. Le moderne tecniche di

rilassamento sono diventate molto meno passive rispetto al passato. Essere costituiscono

delle vere e proprie abilità di Coping, ovvero delle capacità attive di controllo e di autocontrollo

e vengono insegnate in modo tale da poter essere usate in situazioni altamente stressanti per

ridurre l'attivazione fisiologica e la tensione muscolare. Bisogna applicare la tecnica di

rilassamento rapidamente, non appena compare il primo segno di aumento di Arousal.

Un'altra tecnica spesso insegnata pazienti ansiosi per controllare il loro livello di Arousal è

quella della distrazione. Ai pazienti viene insegnato a spostare la loro attenzione da un punto

interno ad uno esterno in modo tale da porre attenzione alle persone e alle cose intorno a loro.

Tecniche complesse volta insegnare capacità mancanti:

il training alle abilità sociali è un insieme di tecniche volte ad aumentare il repertorio

individuale di abilità e competenze in ambito interpersonale. Generalmente implica

l'acquisizione di capacità espressive, di capacità di attenzione, di comprensione e di

22

conoscenza delle regole socio-culturali. Le abilità insegnate nei programmi di problem solving

sono molto complesse. Si insegna al paziente a indentificare e a definire i problemi, a

formulare delle alternative specifiche, a generare delle alternative realistiche e a scegliere

quelle più efficaci. Gli aspetti cognitivi degli interventi di problem solving non possono

comunque prescindere dalla reale messa in atto, sul piano comportamentale delle alternative

prescelta.

4. Cognitivismo clinico E pratica psicoterapeutica cognitivista

con il graduale ampliamento della cornice del comportamentismo alcuni attori incominciarono a

porre al centro dell'attenzione fenomeni come le Performances sociali, le relazioni, i pensieri e le

emozioni. Molti autori svilupparono la teoria cognitiva, danno importanza ai cambiamenti del modo

di ragionare e del pensiero. L'emozione viene, considerata come prodotto dell'elaborazione

cognitiva. Emozioni disfunzionali, quindi, vengono considerate il risultato di pensieri disfunzionali,

e le stesse emozioni di base rappresentano una valutazione della realtà non appresa ma

geneticamente determinata. Mentre si sviluppa il cognitivismo clinico nella sua forma "razionalista"

G.A.Kelly pone le basi della "psicologia del costruttivo personali" che, nata con assunti diversi, nel

tempo si intreccerà ampiamente profondamente con il cognitivismo. G.A.Kelly aveva proposto la

sua metafora base "l'uomo sta alla propria mente come lo scienziato sta alla propria teoria".

L'uomo, nell'interpretazione kelliana, vive per prevedere se stesso nel mondo: il principio

motivazionale è quindi quello predittivo, gli altri principi motivazionali, come ad esempio il piacere,

sottostanno al principio della massimizzazione della capacità predittiva. Kelly inoltre rifiutava

l'assunto della bipartizione mentale tra emozione e razionalità, per orientarsi verso una posizione

che ipotizzava che la mente non fosse divisa per parti bensì fosse un sistema integrato e unico

che ha lo scopo di muoversi nel mondo il più liberamente possibile. L'idea Kleniana dell'emozione

come segnale di Stato di transizione del sistema di costrutti, di movimento del sistema e, infine,

all'accettazione nella pratica clinica delle posizioni più aggiornate sulle emozioni. La funzione

dell'emozione è quella di aggiornare il sistema sul suo stato di conoscenza di sé e del mondo. Il

cognitivismo rigetta l'ipotesi di stampo psicodinamico di una mente che funziona per "conflitti tra

parti" per preferire l'ipotesi di una mente come gerarchia di scopi o costrutti. Il cognitivismo clinico,

in tutte le sue correnti, presenta alcune caratteristiche comuni:

a) innanzitutto, il tentativo di essere il più possibile vicino è in contatto con la ricerca riguardante i

meccanismi Hard del funzionamento mentale, in modo da formulare ipotesi, relativamente ai

meccanismi che innescano e mantengono la patologia

b) l'evoluzione del sistema-uomo e la sua patologia vengono interpretati a partire dall'analisi del

legame di attaccamento

c) l'approccio clinico è di tipo attivo: al centro dell'attenzione è la sofferenza sintomatica, il suo

continuo ripetersi.

d) Il lavoro comune tra terapeuta e paziente viene considerato come un'alleanza collaborativa

volta risolvere i problemi le sofferenze.

e) Gli aspetti relazionali solo ultimamente hanno trovato attenzione da parte di alcuni studiosi ma

sempre in un quadro concernente l'insieme dell'intervento, mirato alla soluzione dei problemi

presenti del paziente.

f)L'epistemologia di riferimento è solitamente falsificazionista

g) il terapeuta cognitivo si pone come facilitatore di cambiamento di un sistema di movimento.

Coerentemente con questi assunti, il setting è di solito faccia a faccia gli incontri settimanali,

raramente più di uno, è il colloquiare durante la seduta intensa è discorsivo. È molto frequente

l'uso di compiti a casa comportamentali e cognitivo-emotivo, che hanno lo scopo sia di individuare

e di far riconoscere al paziente i percorsi della mente che preludono alla patologia è che la

spiegano e che poi rappresentano un terreno di esplorazione consapevole delle strade nuove.

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DETTAGLI
Esame: Psicoterapia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Lo Verso Girolamo.

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