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Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato Disidentità e dintorni Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicoterapia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente lo Verso Disidentità e dintorni, dell'univerità degli Studi di Palermo - Unipa, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicoterapia docente Prof. G. Lo Verso

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sin dall’inizio, esito di innesti di parti psicologiche eteronome sul tessuto disposizionale, espressivo

e apprenditivo, del soggetto umano”.

Concettualizzazione del transpersonale

È un insieme di relazioni che investono la persona senza che questa possa riconoscerle come fatti

propri, inerenti cioè a eventi collegati alla propria identità; il transpersonale è dunque l’impersonale

collettivo e attraversa la nostra identità più intima possa minimamente concettualizzarlo (Lo

Verso). È la rete delle relazioni inconsce nella quale è sedimentato il patrimonio biologico e

culturale della specie umana e attraverso la quale si fonda la vita psichica. Lo Verso ha proposto

una sistemazione del concetto, articolando in 5 livelli (a cui è stato aggiunto un sesto, quello

politico-ambientale) inscindibili aventi lo scopo di chiarire la natura “delle principali esperienze

collettive a cui si collega e da cui si sviluppo la vita psichica individuale”. Tali livelli sono:

Biologico-genetico;

- Etno-antropologico;

- Transgenerazionale;

- Istituzionale;

- Socio-comunicativo;

- Politico-ambientale.

-

CRISI DEL LIVELLO BIOLOGICO-GENETICO

Lo sposalizio tra due scienze d’avanguardia, informatica e genetica rischia di generare

un’espropriazione della natura dalla natura, scardinando le fondamenta del livello b-g così come lo

abbiamo conosciuto. Gli interventi biotecnologici hanno toccato la concezione dell’identità umana,

compromettendone la stabilità biologica. Lavorare sui geni equivale a fare un salto al di là delle

barriere biologiche legate all’accoppiamento naturale, lasciandosi alle spalle un pilastro

concettuale fondamentale della “biologia vecchio stampo”, ovvero: la specie, che si basa(va)

sull’isolamento riproduttivo. L’uomo intende far ripartire la macchina della vita dal proprio

laboratorio, dove tutto è possibili lavorando sui filamenti di DNA: dall’espediente di far brillare le

foglie di tabacco inserendo nel codice genetico della pianta il gene che codifica l’emissione della

luce nella lucciola, agli xenotrapianti, costruzione degli organi, clonazione dei mammiferi. Appare

utile, mettere in conto che del dono più sincero della storia, quello specie-specifico, potremmo un

giorno ritrovarci senza. Oggi non possiamo sapere quali sarebbero le ricadute psichiche di tutto

ciò, crediamo tuttavia che il venir meno di appartenenze così intimamente connaturate possa

suscitare un certo grado di smarrimento. Ma, non potrebbe accadere che avanzando, nel

processo di selezione artificiale dei caratteri supposti migliori, se ne possano perdere un’infinità di

altri? E quale sarebbe la differenza tra questa selezione artificiale e naturale?

Eugenetica

Quanto diversa è infatti la volontà di perfezione dal Mein Kampf? È naturale che scienziati, chimici

e biologi inorridiscono dinanzi a tale accostamento, ma ci attardiamo su una riflessione sul

concetto steso di eugenetica fiorito nell’America di Roosvelt, a fine XIX secolo. In quegli anni

veniva considerata una panacea dei mali della società, tanto che la salvezza del paese era legata

ai programmi di sterilizzazione della “gene inferiore”. Fu proprio l’ascesa di Hitler a determinare il

tramonto dell’eugenetica. Siamo convinti che è importante avere una storia e una memoria

emotiva per dare senso agli accadimenti, perciò abbiamo ritenuto opportuno inserire questa breve

parentesi storica. Infine, indubbiamente operare alla radice della vita può offrire molti frutti, ma

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andrebbe prestato interesse anche alla questione dei sapori, a quel retrogusto che ha a che fare

con la matrice e la possibilità di significare la nostra esperienza quotidiana.

Organismi cibernetici

Il desiderio di creare un superorganismo è stato sempre presente nella fantasia degli uomini. Già

nella Grecia dei miti per esempio, Dedalo, al fine di permettere al figlio Icaro di fuggire dal labirinto

di Cnosso, progettò e costruì delle ali di cera. Anche nella letteratura sì è fatto lo stesso, ma si è

remato controcorrente: accade che il mostro si fa uomo? O che l’uomo si fa mostro? In realtà si

tratta di qualcosa di più, della fusione nello stesso organismo di creatura e creatore. Come se

aleggiasse sul mondo un “desiderio malato” di maternità. La questione non è più solo

fantascientifica (dacché è ormai esperienza medica comunque impiantare pacemaker, bypass,

praticare lifting) ma si gonfia a tal punto da diventare un interrogativo ontologico: “cos’è

quest’essere che mi sta davanti, un uomo o una macchina?” L’uomo diventando macchina

potrebbe assicurarsi l’immortalità o qualcosa simile ad essa, ma solo al prezzo di perdere la sua

umanità, di uccidere in se stesso ciò che lo rende umano. L’immortalità raggiunta nella macchina

condurrebbe insomma per un’altra via, di nuovo alla morte.

Neuroni specchio

Le recenti ricerche neurobiologiche hanno provato a sviluppare da un punto di vista cerebrale il

tema dell’originaria intersoggettività della mente umana, ovvero ciò che la gruppoanalisi

soggettuale chiama transpersonale. La socialità è una caratteristica intrinseca della mente senza

la quale essa sarebbe completamente diversa da ciò che è. A questo proposito i neuroni specchio

sono parte di una più vasta ricerca sulle “basi neurologiche dell’inetrsoggettività”, ma cosa sono?

Sono quei neuroni che si attivano nel cervello quando osserviamo un nostro simile compiere una

certa azione, come se fossimo noi stessi a compierla. Questa scoperta apporta un contributo

decisivo. Potrebbe costituire la prova empirica dell’esistenza di una comunicazione arcaica (non

linguistica) tra cervelli. La soggettività è fin dall’inizio intersoggetività e soggettualità. Il

meccanismo dei neuroni specchio sembra non attenere soltanto al mondo delle azioni e alla

capacità di riprodurle mediante imitazione, ma coinvolge anche quello delle emozioni. È chiaro

che con questo non si vuol ridurre deterministicamente l’emozioni ai meccanismi neuronali, ma

riflettere sul fatto che è anche grazie ad essi che la persona riesce a compenetrare l’atro in un

reciproco co-sentire, che molto si avvicina al concetto di campo mentale, cioè campo delle

emozioni e rappresentazioni condivise.

CRISI DEL LIVELLO ETNO-ANTROPOLOGICO

Oggi, mentre la forza centrifuga allontana l’individuo dal gruppo, la forza centripeta fomenta

fenomeni di irrigidimento in categorie politico-religiose quali terrorismi e localismi a fondo raziale

ed etnico. Questi fatti suscitano molte perplessità perché se il gruppo è il luogo per eccellenza

dove individuale e sociale coesistendo si confrontano con la matrice transpersonale, è evidente

che in entrambi i casi la dimensione dialettica del processo di costruzione dell’identità è

inevitabilmente preclusa.

Fondamentalismi e integralismi domestici

Antropologicamente parlando la “moda fondamentalista”, le forme più o meno riconosciute di

settarismo politico-religioso, i razzismi, le chiusure etniche, l’adesione a organizzazioni (criminali,

religiose) che giungono alla spersonalizzazione dell’adepto, il primato del mercato sulla vita e sul

buon senso, ogni forma di sistema, in breve, che teme la differenza e mina l’alterità come

sostanziale e terrificante nemica è espressione di inconcepibili livelli di saturazione psichica.

Estraneità e appartenenza 4

Abbiamo appreso ormai grazie anche agli studi di Ghelen, quanto la vera natura dell’uomo sia la

cultura. Essa, estendendosi ben al di là dello spazio neotenico di accudimento, ha permesso di

mappare l’intero mondo, di distinguerlo nelle grandi aree culturali, di storicizzare gli accadimenti.

Così grazie alla sua azione/cultura, l’uomo ha potuto crearsi degli orizzonti e muoversi all’interno

di un paesaggio noto: lo spazio umano. Quanto straniante possa essere l’esperienza di abitare un

mondo prescindendo dal suo impianto culturale, dagli aspetti macroantropologici e

macroistituzionali che lo caratterizzano? Parliamo di rinascita di fondamentalismi, angoscia del

diverso, del razzismo, della quasi totale scomparsa dei riti di passaggio e anche di

quell’architettura di “non-luoghi” dove, in alcun modo ci si può orientare. Si tratta del proliferare di

quegli spazi sempre uguali a se stessi (Zara) in ogni parte del mondo, pensati forse per dare

conforto al viaggiatore, ma infondenti in esso un senso di estraneità legata alla sensazione di non

poter riconoscere il luogo, le sue caratteristiche peculiari, e di rimanere ancorato solo all’estremo

margine esterno del viaggio, senza un minimo e intimo orientamento sul senso proprio

dell’andare. La caratteristica dei non-luoghi è la condizione di perenne anonimato in cui si trova

chi li attraversa. Essa è ben diversa dalla sensazione di familiarità appartenente ai luoghi

antropologici (piazze, chiese, monumenti) che hanno fatto la storia e la memoria di un paese,

pensati e predisposti per l’incontro. Poi si sa accade spesso che il paradosso scivoli nell’assurdo,

ed ecco questi non luoghi divenire di conforto per che si sente alieno alla città e/o a se stesso. Al

caso rimane ben poco, sullo smarrimento degli individui vegliano le forme del potere

contemporaneo: le multinazionali, che fanno leva sui bisogni arcaici di sicurezza, stabilità. A

complicare ulteriormente le cose, c’è il fatto che viviamo in una cultura narcisistica. I mass media

spingono a considerare i beni di consumo come la strada verso la sanità! In questo senso, se

diventa difficile identificarsi, diventa altrettanto difficile distinguersi poiché mancano inscrizioni.

Che fare da padri…che fare dei padri

Freud citava spesso l’esortazione di Goethe nel Faust: “ciò che hai ereditato dai padri

riconquistalo, se vuoi possederlo davvero”. Parafrasando: ciò che hai ereditato dai padri, cioè le

tue identificazioni, il tuo Idem, riconquistalo. L’hai già, ma non basta. Devi impadronirtene

nuovamente, devi agire trasformativamente sulle cose che possiedi inconsapevolmente se vuoi

posseder(le) davvero. Laddove possederle significa conoscerle, ri/concepirle e d esprimerle,

condividendole o rifiutandole sulla basa di un personale significato: la simbolopoiesi. Essa

permette non solo di trasformare gli eventi in inventi, ma entrambi in soggetto della

consapevolezza storica. All’affermazione di partenza segue una domanda: quale eredità? È

difficile infatti riconquistare e possedere ciò che non si è ereditato. Era più facile riconoscere

l’eredità dei padri nei momenti storici basati sulla consuetudo, ovvero quei periodi in cui persistono

sostanzialmente invariati i concetti guida, le norme e i comportamenti del contesto di riferimento. Il

nostro, tuttavia, è un periodo storico ben lontano da questo; tutto cambia. Complesso parlare di

eredità, mentre è lecito supporre che il processo di identificazione si faccia via via più difficile. Non

stupisce allora, data la complessità del contesto, la precarietà da parte dei genitori occidentali nel

presiedere alla nascita sociale dei figli. Nella società tradizionale i riti di passaggio o iniziazione

avevano in primo luogo la funzione di simbolizzare un cambiamento, il passaggio dall’infanzia

all’età adulta. Era dunque un nuovo inizio per l’individuo, capace di rivestire la sua esistenza di un

luce nuova. Sembra plausibile intravedere nella diffusione delle condotte ordaliche (in cui il

soggetto si impegna personalmente assumendosi anche grossi rischi pur di mettere alla prova il

proprio valore) una vera e propria reclamation rivolta alla società adulta. Tutto ciò con il linguaggio

tipico degli adolescenti ed ecco i piercing e tatuaggi e le stranezze di alcuni abbigliamenti e tutta

quell’epifania di segni in cerca di significati di un’identità, di un’appartenenza. “Il marchio fisico,

talvolta inscritto dolorosamente, rappresenta una memoria inscritta nello spessore della carne

dell’alleanza dell’individuo con il gruppo, il segno della sua completa appartenenza alla comunità”.

Occorre puntualizzare che il transpersonale non è luogo di riti o iniziazione, bensì è lo spazio

mentale in cui vanno a in-scrivere più che sul fisico i tagli e le scarificazioni, i significati di tali

drammaturgie. 5

Jhiad vs McMondo

L’azione politica e militare dei fondamentalismi mira a ricollocare al centro della vita sociale la

funzione salvifica e politica della religione, che impone l’aderenza ossessiva e integrale a codici e

regole prescritte. Jihad e McMondo sembano i termini della questione o i combattenti dell’ultima

guerra santa che oppone alll’ortodossia fondamentalista la sua speculare forma di integralismo di

mercato. Nessuno dei due termini conforta, perché né tra gli scaffali del mcmondo, che mira

all’universalità dei consumi, né tra le armate del jihad, che aspira all’uniformità sociale, si profila

libertà. Ogni fondamentalismo è espressione di una mentalità dogmatica, profonda intolleranza nei

confronti della diversità che inibisce l’Autos. La ricerca della differenza e della molteplicità. La

mancanza di punti di riferimento e l’esasperato irrigidimento dogmatico rendono fragilissimi i nodi

a livello etno-antropologico del transpersonale.

CRISI LIVELLO TRANSGENERAZIONALE

La famiglia occupa uno spazio fondamentale all’interno del pensiero gruppoanalitico e non solo, in

quanto principio e perno stesso del concetto di matrice gruppale. Non a caso riferendosi ad essa

Foulkes parla di plexus, intendendo con ciò sottolineare il fatto che si tratta della parte centrale, la

più intima della rete (famiglia in senso lato). Essa, in seguito alla modernizzazione, è passata dalla

forma tradizionale e patriarcale alla forma nucleare, approdando alle contemporanee forme di

extended family, famiglie mono genere, composte da membri provenienti da precedenti

esperienze matrimoniali, di single, ecc. se prima i rapporti familiari intimi coinvolgevano un numero

ampio di persone legate tra loro da vicoli di parentela collaterale e ascendenti, successivamente

essi, restringendosi, hanno sancito legami significativi solo tra genitori e figli. Al di là delle vecchie

e nuove configurazioni assunte dall’istituzione familiare, oggi constatiamo che la famiglia ha

progressivamente delegare a istituzioni esterne molte delle funzioni espletate dai genitori,

allentando decisamente il loro ruolo. Siamo d’accordo con Fornari quando sosteneva che in una

buona famiglia naturale o istituzionale debbano esistere tutti i codici affettivi, da quello del

contenimento e della risposta al bisogno (codice materno), a quello che ispira alla

autonomizzazione e al merito (codice paterno), e a quello del confronto e dell’incontro con il nuovo

(codice dei fratelli); inoltre debba essere presente e vivida tutta la mitografia familiare giacché la

carenza di figure adatte a sostenere una identificazione stabile e duratura, fin dalle fasi più precoci

dello sviluppo psichico è all’origine di tutto il complesso di problemi che riguardano l’identità

personale. Sembra che l’attuale organizzazione sociale tenda a privilegiare, nella relazione

genitori-figli, più i contenuti che non un’attenzione alla relazione. I bimbi fanno nuoto, pianoforte,

tante cose e questo in genere viene commentato come un “non c’è proprio tempo”. In realtà il

tempo da vivere è riempito di contenuti, di oggetti e può essere letto come un attacco massiccio

alla relazione, e in particolare alla relazione strutturante”. Pensiamo al proliferare delle patologie

borderline caratterizzate da problematiche inerenti la sfera dell’identità personale e da una diffusa

incapacità a mantenere rapporti affettivi stabili e soddisfacenti. Ciò nonostante i pz siano proprio

coloro che più si consumano nel tentativo di instaurare relazioni in cui non si corre il rischio

dell’abbandono.

Fiaba e televisione

Si pensi agli effetti psicologici dal fatto di avere affidato ai media il ruolo del narratore. Proprio la

possibilità di instaurare un’emozione condivisa è preclusa, o resa incerta e problematica,

dall’utilizzo prevalente di un qualsiasi apparecchio tecnologico. Si può ancora parlare di

narrazione? L’organizzazione familiare ha rotto con le modalità tradizionali della fiabazione,

affidandosi talvolta alla lettura, ma più spesso alla televisione: ai cartoni, videocassette, fruite dai

bambini in assoluta solitudine. Mentre la fiaba, che prendeva molto sul serio le ansie e i dilemmi

esistenziali appartenute a tutti gli uomini e a tutte le epoche, ponendo il bambino dinnanzi ad essi,

era in grado di suggerirgli la soluzione anche se in forma simbolica; il cartone fanno esattamente

l’opposto, non suggeriscono, ma confermano il bambino nella sua paura, per esempio nella paura

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DETTAGLI
Esame: Psicoterapia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Lo Verso Girolamo.

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