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Disidentità e dintorni

I cambiamenti della famiglia, delle istituzioni avvertite come obsolete, il conflitto crescente tra le culture, la precarietà del quotidiano e la proiezione sfocata del futuro impongono una riflessione circa il problema dell’identità. Ci interrogheremo circa l’attuale conformazione della psiche, verificando se i capisaldi storici su cui si è fondata l’identità si siano indeboliti. Può, infatti, l’ordito della rete transpersonale essersi smagliato? Che siano presenti dei buchi piuttosto che degli intrecci? Converrà chiarire prima alcuni concetti:

Concetti fondamentali

Definiamo matrice gruppale la rete interiorizzata e interattiva delle relazioni tramite cui gli individui creano legami profondi e permanenti. Tale rete, afferma Foulkes, è la matrice della vita mentale dell’individuo. L’autore avanza l’ipotesi che la mente non sia un’entità presente a priori, ma una dimensione relazionale, permeabile dalla realtà e in particolar modo dai rapporti intimi familiari, intesi ed estesi a persone legate da legami significativi. Per descriverla si serve dell’analogia di Goldstein in merito al sistema nervoso, proponendo l’immagine del gruppo come di una rete composta da un certo numero di persone (punti nodali) che intessendo relazioni plasmano la rete.

Questo concetto di matrice è stato poi ripreso e allargato dalla teoresi gruppoanalitica-soggettuale a proposito del transpersonale, che ha cercato di connettere l’individuo alla storia del mondo. Il transpersonale è una dimensione che è prima d’ognuno e dentro ciascuno, dove si sedimentano e si mescolano diversi ambiti dell’esperienza umana. Tale elaborazione ha permesso di comprendere e spiegare lo sviluppo emozionale come un’esperienza complessa, suscettibile alle qualità delle relazioni.

Con il termine simbolopoiesi facciamo riferimento a quell’attitudine creativa insita in ciascun individuo che permette di ri/significare il rapporto tra le cose del mondo secondo un senso proprio e peculiare, consentendo così una modulazione demiurgica del Sé, del mondo e del Sé nel mondo. Qualora l’interiorizzazione e il ri/concepimento degli aspetti familiari, biologici, culturali, ecc., dovesse rivelarsi fragile e impraticabile è possibile affermare che: «ogni insulto ad essi è esperienza di rottura della propria stessa identità» (Napolitani).

Laddove non c’è spazio psichico a sufficienza, nei campi familiari saturi, o eccessivamente insaturi (saturi per difetto) è probabile che si strutturi psicopatologia.

Del rapporto individuo-gruppo

La storia evolutiva ci mostra che l’uomo-preda ha dovuto organizzarsi in gruppi per sopravvivere a competitori ben più performanti di lui. Dalle carovane di cacciatori-raccoglitori passando per le popolazioni di allevatori-agricoltori fino alle prime città stato l’uomo ha sviluppato organizzazioni sociali sempre più complesse. Recenti scoperte della neurobiologia (neuroni mirror) attestano proprio l’intersoggettività della mente umana. La solitudine interiore e mentale non è altro che un ostacolo allo sviluppo della vita psichica dell’individuo.

A tal proposito è utile ricordare la dinamica basilare dello sguardo tra genitore e figlio attraverso la quale il piccolo riceve conferma del suo essere-nel-mondo e conforto rispetto a come questo suo esserci riceva interesse da parte degli altri, cosa che va oltre l’accudimento e l’attaccamento. Quindi, affinché si compia l’essere dell’uomo nel mondo occorre che egli sia concepito dell’Altro non una sola colta (biologicamente) e per sempre, ma continuamente (psichicamente).

A non essere mai oggetto di cura, d’attenzione o affetto si rischia di scomparire psichicamente anche a se stessi. Non avere attenzioni è come non avere il corpo, sicché capita che il corpo si ammala, lasciando solo al sintomo la possibilità di comunicare il disagio e la psicoterapia ha allora il compito di connetterlo alla storia familiare-transgenerazionale che ha partecipato a crearlo e che ne avverte in gioco, essendo il sintomo non solo espressione di una sofferenza psichica soggettiva, ma piuttosto una problematica soggettuale avente a che fare con la qualità del campo mentale ospitante.

All’interno della teoresi gruppoanalitico-soggettuale, l’individuo oltre ad essere membro del gruppo, diviene ricettacolo dello stesso. La dimensione dell’essere attraverso il gruppo (nel senso di essere attraversato) trova espressione nella pre-concezione che i genitori e la famiglia hanno del nascituro prima ancora che egli sia al mondo. Tanto che ciò ci porta ad interrogarci se l’unica cosa che possiamo conoscere non sia in effetti la relazione (interna o esterna) che ciascuno di noi intrattiene con gli altri nei diversi contesti.

Un debito di riconoscimento

Già nel 1921 Freud aveva intuito l’imprescindibile presenza del gruppo nell’individuo: “nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico e pertanto, in quest’accezione più ampia, la psicologia individuale è fin dall’inizio una psicologia sociale”.

  • Erik Erikson sente di aggiungere una dimensione psicosociale alla teoria dello sviluppo psicosessuale. Secondo lui la maturazione e le aspettative sociali insieme creano otto crisi che il bambino deve risolvere. Ogni problema è tipico di un particolare stadio della vita. L’accesso ad ognuno ha delle ripercussioni personali e sociali dato che implicano richieste da parte della società. Erikson infatti parla di un adeguamento tra l’individuo e la cultura, attraverso la quale le società hanno sviluppato dei modi convenzionali di rispondere alle esigenze del bambino: cure genitoriali, scuole, organizzazioni, occupazione lavorativa, insieme di codici e valori.
  • Daniel Stern considera il bambino fin dalla nascita come inserito all’interno di un “sistema interazionale” e ritiene necessaria la considerazione dell’esperienza che egli fa di essere-con-l’altro.

Su tali premesse si fonda il costrutto teorico delle Relazioni soggettuali e il recupero dell’Altro, però non come proiezione di un mondo fantastico personale, popolato da oggetti parziali buoni o cattivi, ma nella partecipazione alla vita psichica, nel suo costituirsi come nodo e snodo di possibili modi di essere-nel-mondo, fondati dalla presenza dell’alterità.

Gli argini dell’identità

Cos’è l’identità per la psicologia? Al contrario della logica aristotelica dove il principio d’identità stabilisce la relazione esclusive che un ente intrattiene con se stesso (A=A), in psicologia l’identità si offre non soltanto come principio ontologico, ma anche come modello gnoseologico. Se per i linguaggi logico-formali il principio di non contraddizione esclude che si possa affermare come vero A e non A, dal nostro punto di vista è necessario il non-Sé, ovvero l’Altro da Sé.

Possiamo dire che l’Idem (A) solo coniugato all’Autos (non A) si costituisce come atto fondativo del processo identitario, e cioè in virtù del continuo esercizio simbolopoietico. L’Idem e l’Autos, secondo Napolitani, le due attitudini precipue dell’uomo. Il primo fa riferimento alla ripetitività dei codici, a quel bagaglio di conoscenze già acquisite che trova espressione nella predisposizione dell’individuo ad apprendere «come se fossero originariamente propri i segni dell’intenzionalità, degli affetti, dei modi relazionali che il proprio mondo intende trasmettergli, letteralmente in-segnargli».

Mentre il secondo è espressione della creatività, della «predisposizione ad una conoscenza trasformativa del mondo». Esso è ciò che spinge l’uomo alla rivisitazione dei codici istituiti attraverso l’esercizio, talvolta doloroso ma necessario, di dis/connessione (negazione) e ri/connessione (affermazione) degli agglomerati simbolici di cui è inconsapevolmente equipaggiata la sua psiche. È chiaro a questo punto il nesso tra i due poli dialettici: l’Autos, per ri/simbolizzare gli eventi e trasformarli in inventi necessita dei fatti psichici, delle trasmissioni transpersonali, ovvero dell’Idem. Quest’ultimo, occorre perciò, che si lasci lacerare dall’Autos. Questa è l’identità secondo il contributo gruppoanalitico.

Fu lo stesso Freud a intuire le frontiere dell’identità psicologica rispetto a quella biologica. Napolitani chiarisce l’irriducibile differenza tra le due. “L’identità biologica si qualifica per la presenza di antigeni di isocompatibilità, che impediscono l’innesto di parti biologiche eteronome nello stesso individuo. L’identità psicologica è, al contrario, sin dall’inizio, esito di innesti di parti psicologiche eteronome sul tessuto disposizionale, espressivo e apprenditivo, del soggetto umano”.

Concettualizzazione del transpersonale

È un insieme di relazioni che investono la persona senza che questa possa riconoscerle come fatti propri, inerenti cioè a eventi collegati alla propria identità; il transpersonale è dunque l’impersonale collettivo e attraversa la nostra identità più intima possa minimamente concettualizzarlo (Lo Verso). È la rete delle relazioni inconsce nella quale è sedimentato il patrimonio biologico e culturale della specie umana e attraverso la quale si fonda la vita psichica.

Lo Verso ha proposto una sistemazione del concetto, articolando in 5 livelli (a cui è stato aggiunto un sesto, quello politico-ambientale) inscindibili aventi lo scopo di chiarire la natura “delle principali esperienze collettive a cui si collega e da cui si sviluppa la vita psichica individuale”. Tali livelli sono:

  • Biologico-genetico
  • Etno-antropologico
  • Transgenerazionale
  • Istituzionale
  • Socio-comunicativo
  • Politico-ambientale

Crisi del livello biologico-genetico

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Lo Verso Girolamo.
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