Che materia stai cercando?

Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato Casi Clinici Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di psicoterapia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente lo Verso Casi Clinici, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa, facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicoterapia docente Prof. G. Lo Verso

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

scissa dalla clinica, non può essere “clinica”. Si parla così di formazione personale. Rimandando,

per la conoscenza di sé, a un altro luogo e a un altro metodo: la psicoterapia.

2. Un sapere paradigmatico

Nell’ambito della formazione in psicologia clinica, nel proporre categorie entro le quali identificarsi,

il docente deve muoversi con prudenza. L’ipotesi di frequentare una scuola di psicoterapia, dopo

l’università, diventa una prospettiva salvifica, in quanto comporta una scelta univoca tra le varie

componenti scisse presenti entro la formazione universitaria. Dove identità, appartenenza e

sapere coincidono e si sovrappongono in modo confuso. A partire dal limite, si possono

individuare le risorse. Nel caso della formazione in psicologia clinica, l’assenza di un paradigma

consolidato può essere utilizzata. Non solo proponendo agli studenti di assumere una posizione

critica, ma si può fare anche di più: avviandosi alla comprensione della differenza sostanziale tra

le discipline che sono fondate sull’apprendimento dell’ortodossia del paradigma, e discipline che

sono volte di contro all’esplorazione delle anomalie per conferire loro un significato. Riteniamo

allora che la clinica sia riferibile al cosiddetto paradigma indiziario. Ma prima si deve far riferimento

alla soggettività E’ la soggettività, infatti, se vista come implicazione emozionale con l’oggetto, che

ci permetterà di capire in un modo specifico, da psicologi, il paradigma indiziario.

3. Tra naturalismo e centralità della soggettività

Una distinzione utile per definire la propria scelta professionale è la diade “mandato

sociale/committenza”. Un secondo passo consiste nell’istituire un setting formativo, entro il quale

individuare e analizzare i modelli collusivi che si stanno agendo in quel senso.

4. Il paradigma indiziario

“La propensione a obliterare i tratti individuali di un oggetto è direttamente proporzionale alla

distanza emotiva dell’osservatore”. Così ci dice Ginzburg nella sua proposta di distinguere tra i

paradigmi galileiano e indiziario; qualificando il primo con la presa di distanza emozionale, il

secondo con la vicinanza. Dandoci la chiave per capire la specificità della psicologia clinica: la

vicinanza emozionale all’oggetto, senza per questo rinunciare alla conoscenza. Piuttosto,

supponendo che la conoscenza sia perseguibile solo accettando e utilizzando tale vicinanza. Si

tratta di una conoscenza che non rinuncia alla specificità. In questa forma di sapere, l’attenzione

verte sulle anomalie. Nel campo psicologico-clinico sono le anomalie e gli eventi critici che

permettono l’acquisizione di un senso nella relazione tra psicologo e chi pone la domanda. Le

anomalie segnano fratture entro gli automatismi collusivi esistenti. Si tratta, quindi, del profilarsi di

altri assetti collusivi rispetto a quelli abituali. Assetti potenziali che l’intervento, attraverso la

relazione con lo psicologo entro cui sperimentare dinamiche collusive alternative a quelle esistenti

ma in crisi, può volgere verso lo sviluppo. Tutt’altra è la posizione in proposito nella psicologia che

si propone di risolvere un deficit. Lì le anomalie

sono trattate come scarti dal modello atteso. Quindi, centralità delle anomalie. Al tempo stesso,

grazie alle anomalie assunte come indizi, si risale a sistemi complessi di dati. L’individualità

dell’evento entra in rapporto con articolazioni più ampie di informazioni, che la trascendono.

L’individualità alimenta e arricchisce il sistema. Le anomalie, se assunte come indizi, permettono

di risalire a sistemi complessi di dati, non sperimentabili direttamente. Importante ricordare, di

contro, come le anomalie siano sperimentabili. Tra rilevazione di dati sperimentabili e sistema non

sperimentabile che si ipotizza a partire da essi, c’è l’interpretazione, della quale non si può fare

ameno. Il paradigma indiziario permette di avventurarsi nella conoscenza di eventi che implicano

grandi quantità di variabili, non tutte controllabili. Come il comportamento umano. La funzione di

dare senso, di connettere, del mettere insieme i dati, trasformandoli in informazioni, è centrale.

Costruzione di senso, sì; ma di un senso che è sempre un rapporto, una proposta, una strategia di

relazione. Ogni narrazione di un là e un allora dell’evento raccontato ha un qui e ora della

relazione in cui si narra. Quando l’attenzione verte sulle anomalie, diminuisce il ricorso al pensiero

dogmatico, e cresce la necessità della speculazione.

8

5. Il resoconto nella formazione d’aula e nella verifica

La lettura dei casi clinici e dei loro commenti non basta per una preparazione. Serve anche

l’acquisizione delle basi teoriche che fondano l’analisi della domanda. Utile è anche il laboratorio

d’analisi della domanda, ove sono discussi ulteriori casi clinici, ma dove gli studenti possono

anche confrontare il loro modo di mettersi in relazione con il caso clinico. Si intende così

incoraggiare lo sviluppo delle risorse cliniche dello studente e porre le basi per una crescita della

competenza dei singoli, entro il contesto del piccolo gruppo. La formazione clinica,

come la verifica della formazione stessa, avvengono tramite la discussione dei resoconti clinici.

Nello stilare un resoconto come nel leggerlo, l’attenzione oscilla tra regolarità e anomalie, tra l’uso

dei modelli e la descrizione di eventi che inverano, in modi specifici entro l’esperienza, quei

modelli. Si delineano i rapporti tra costanze e variazioni. Avremo così il modello della tecnicalità,

del funzionamento per adempimenti o per obiettivi, più in generale l’insieme delle culture collusive

che nel tempo sono state individuate e studiate nelle diverse esperienze di intervento. Avremo

anche le neoemozioni, la loro articolazione.

6. Il resoconto nel corso delle lezioni

L’utilizzazione del resoconto, all’interno di un corso di lezioni di psicologia clinica, rimanda ad uno

specifico processo di verifica: l’esigenza di interrogarsi e di dare una giustificazione, un senso alle

proprie scelte. Agli studenti si propone d’assumere una funzione committente nei confronti delle

lezioni; la loro risposta è ancora problematica, punteggiata di diffidenze, di tentativi di sottrarsi

all’impegno per rifugiarsi nella pretesa di passività o di reattività.

7. Il resoconto come prova d’esame

Ogni resoconto che propone l’esordio di un rapporto, porta anche le tracce delle strategie e dei

tentativi che le persone implicate in quell’evento hanno messo in atto per giungere a un’intesa di

qualche tipo. Anche un accordo collusivamente conflittuale, ovviamente; che pone termine alla

relazione, ancor prima che questa abbia modo di iniziare. Oppure, un accordo collusivo che la

prosegue. Le tracce che il resoconto propone sono emozionalmente evocative di tali strategie e

dei tentativi di relazione; il lettore si identifica con le parti in causa. Identificandosi, il lettore può

reagire. Prendere parte. Agire un’emozione. Lo psicologo non deve colludere con il committente,

ma certo deve farlo con chi gli propone il resoconto.

Capitolo quarto: Casi clinici

1. Una persona arriva dallo psicologo

Nel corso del primo incontro si istituisce la relazione: si iniziano ad organizzare e a manifestare,

nella relazione, le simbolizzazioni emozionali che reggono la domanda. E’ anche il momento in cui

ha inizio la costruzione della committenza da parte dello psicologo. Si tratta, quindi, di una fase

cruciale per lo psicologo e per la sua competenza a capire le seguenti dimensioni:

1. La simbolizzazione emozionale della propria figura, quale emerge nella relazione di domanda e

che fonda le attese collusive di chi a lui si rivolge;

2. Il possibile rapporto tra tale simbolizzazione e la problematica di cui la persona parla, facendo

riferimento al là e allora della propria narrazione;

3. Le potenzialità di sviluppo presenti nella domanda;

4. La dinamica neoemozionale che caratterizza la relazione;

5. La dinamica del fallimento collusivo che ha motivato la domanda allo psicologo.

Ciò comporta l’utilizzazione, da parte dello psicologo o dello studente che utilizza il caso per la

sua formazione clinica, di alcune aree di competenza, a cominciare da quella che consente di

cogliere la differenza tra quanto viene presentato come un “fatto” e quanto è, di contro, un

9

“vissuto” raccontato e contemporaneamente agito entro la relazione. La persona che pone la

domanda può utilizzare la relazione di domanda per agire le proprie simbolizzazioni emozionali,

concernenti la relazione stessa, senza alcuna possibilità, al momento, di istituire un pensiero su

quanto viene agito. In tal caso, la relazione di domanda diviene un contenitore dell’agito di chi si

rivolge allo psicologo, e lo psicologo non può che contenere tali agiti, aspettando che si faccia

strada, più in là, anche un interesse a capirci qualcosa. Cosa che, in qualche caso, anche dopo

lungo tempo, può non succedere. In altre situazioni cliniche si può verificare, sin dalle prime

battute della relazione, l’interesse della persona per una comprensione di quanto è agito nella

relazione di domanda. In tali casi, l’analisi della domanda è possibile, in quanto i due sono in

grado di elaborare un “pensiero su”, concernente la loro relazione. E’ questa la conduzione

prioritaria, per orientare l’analisi della domanda verso obiettivi di sviluppo.

2. Contesti familiari e contesti organizzativi

Il contesto è la risultante di una simbolizzazione emozionale collusiva, concernente l’ambito

discorsivo di cui si parla. Se una persona parla delle relazioni familiari, fa riferimento alla

simbolizzazione emozionale con cui la persona stessa, e le figure di cui parla, costruiscono

collusivamente il contesto familiare, ne là e allora delle relazioni che sono oggetto del racconto. Lo

psicologo può incontrare persone che gli pongono problemi situati in contesti differenti, in funzione

di vari fattori. Ad esempio, il servizio entro cui lavora, le persone che usualmente si rivolgono a

quel servizio, il tipo di problematica che, nell’immagine sociale, il servizio è destinato a trattare. Lo

stesso interesse professionale dello psicologo può funzionare da filtro, portandolo a vedere

problemi familiari, piuttosto che problematiche concernenti la convivenza nelle sue declinazioni più

diverse. Vanno considerati alcuni elementi importanti per la comprensione della metodologia

relativa alla casistica individuale. Un primo elemento concerne la motivazione alla domanda, che

può derivare da un fallimento della collusione entro il sistema d’appartenenza di chi pone la

domanda stessa. Un primo obiettivo è quello di individuare con chiarezza quale sia la dinamica del

fallimento collusivo che motiva la domanda. Un secondo

elemento è l’individuazione della dinamica neoemozionale messa in atto, nella relazione con lo

psicologo, con lo scopo di ripristinare la collusione “fallita”. L’agito neoemozionale coinvolge

emozionalmente lo psicologo, lo impegna entro una relazione ove sono possibili due risposte. O lo

psicologo mette in atto un agito collusivo, fondato sulla reazione alla neoemozione proposta da chi

pone la domanda. Oppure, propone l’istituzione di una relazione collusiva “meta”, fondata

sull’analisi di quanto emerge nel rapporto di domanda e sulla costruzione di un contesto

emozionale capace di dar senso alle neoemozioni agite e di individuare gli obiettivi per un

intervento psicologico. Entro la relazione di domanda sono usualmente agite una o più

neoemozioni, alla cui base si può ipotizzare la fantasia di possedere, quale emozione che regge la

relazione difensiva con gli oggetti. Possedere e scambiare sono le due modalità con cui si può

strutturare la relazione con l’altro, con chi è al di fuori di noi e si pone quale elemento di realtà:

realtà confusa con le proprie fantasie nel possedere; realtà riconosciuta come “estranea”, nello

scambio produttivo. Entro il rapporto con chi è confuso con le proprie fantasie, il possesso si

esprime quale intenzione di determinare il comportamento dell’altro, di condizionarlo; oppure, di

essere guidati, orientati, condizionati dall’altro. Si tratta del potere dell’uno sull’altro, visto nelle due

direzioni: di chi vuole esercitare il potere o di chi lo subisce, desiderandolo operante nei propri

confronti. La relazione di potere, d’altro canto, si scontra con l’impossibilità di realizzare la fantasia

che la sostanzia. Il potere dell’uno sull’altro pretende di annullare i soggetti della relazione; ma

questo annullamento, di sé o dell’altro, non è possibile. Si può costruire l’illusione di una sua

realizzazione, ma lo smacco è sempre in agguato. Di qui il sentimento di impotenza, che

rappresenta l’altra faccia della fantasia di potere. Possedere l’altro o farsi possedere tramite il

potere sono modi per esorcizzare il sentimento di impotenza, che sta alla base del mancato

riconoscimento dell’estraneo. Senza l’estraneo, la sostituzione del mondo esterno con quello

interno, l’agito confusivo delle proprie fantasie entro la realtà contestuale, tutto conduce

inevitabilmente all’impotenza. Questo è il motivo per cui abbiamo definito, quale obiettivo

dell’analisi della domanda, e più in generale dell’intervento psicologico clinico, lo sviluppo. Senza

il riconoscimento dell’estraneo, che comporta l’impegno produttivo entro la relazione contestuale,

si ricade inevitabilmente entro l’emozione di impotenza. E’ importante che lo psicologo possegga

10

modelli per individuare le neoemozioni e per costruire una relazione in grado di superare lo stallo

relazionale che l’agito collusivo neoemozionale comporta. Questo è il motivo per cui poniamo al

secondo posto, dopo l’individuazione del fallimento collusivo, la competenza a cogliere, in questo

caso nella relazione, quale sia la dinamica neoemozionale prevalente. E’ da qui che lo psicologo

può iniziare la sua analisi della domanda e la sua proposta di sviluppo. Nei casi “individuali” lo

psicologo mette in discussione le dinamiche difensive collegate al ruolo familiare, di madre, di

padre, di figlio. Nei casi che concernono un’organizzazione, si mettono in discussione quelle

difese che risultano collegate a specifici ruoli professionali; ruoli che si vogliono fondati sulla

competenza “organizzativa”. Quest’ultima può rappresentare, in acuni casi, la competenza più

rilevante per il ruolo di chi ha la relazione con lo psicologo. Ciò comporta, nello psicologo, la

necessità di conoscere approfonditamente struttura e cultura delle organizzazioni entro le quali è

chiamato a dare la sua consulenza. L’analisi della domanda “individuale”, collegabile alle

dinamiche familiari. Può richiedere conoscenze apparentemente scontate e iscritte nell’esperienza

di ciascuno. L’analisi della domanda entro le organizzazioni richiede, da parte dello psicologo, una

conoscenza approfondita delle diverse organizzazioni, della loro storia, della loro funzione sociale,

delle culture che le hanno prodotte e che le attraversano.

3. La competenza organizzativa dello psicologo clinico

Nei casi ove la problematica affrontata dallo psicologo ha quale contesto un’organizzazione (la

scuola, una cooperative del terzo settore, un’azienda informatica, un reparto ospedaliero), si

propongono un fallimento della collusione e dinamiche neoemozionali entro la relazione di

domanda. Qui lo psicologo si trova confrontato con una domanda, spesso del tipo “correzione del

deficit”, posta da persone che rivestono ruoli rilevanti entro le organizzazioni. In che cosa

differiscono l’analisi della domanda posta da un genitore, e quella posta da un responsabile di

un’organizzazione? Un primo elemento di differenziazione è dato dal problema che viene posto.

Entro le domande iscritte nei contesti familiari, spesso, un adulto chiede un intervento psicologico

per un familiare che preoccupa. L’emozionalità evocata dalla relazione familiare “designata” come

problematica, consentirà allo psicologo di lavorare sulla relazione di domanda, evidenziandone i

legami con il fallimento collusivo e con le neoemozioni. Obiettivo dello psicologo, in queste

relazioni, è di coinvolgere la persona, che porta la domanda per un altro, a cogliere quale

problematica personale l’abbia portata a utilizzare l’altro per esprimere una propria difficoltà. Una

volta avvenuto questo riconoscimento, lo psicologo potrà lavorare con la persona che ha posto la

domanda e giungere così al terzo elemento di lavoro, quello di individuare prospettive di sviluppo

per chi ha posto la domanda. Nel caso di una domanda entro l’organizzazione, d’altro canto,

questo terzo elemento, l’analisi delle aspettative di sviluppo, non è così facilmente evidenziabile.

Stiamo parlando delle difficoltà nell’individuazione di prospettive di sviluppo, non di quelle insite

nella loro realizzazione tramite l’intervento psicologico. Per poter cogliere quali siano le prospettive

di sviluppo nel caso scolastico, ad esempio, è necessario conoscere, dal punto di vista della

dinamica culturale che regge i rapporti nella scuola in generale e in quella scuola specificamente,

quale problematica sia segnalata dall’evento critico. Nel caso della dinamica familiare, il fallimento

della collusione si situa all’interno di relazioni “semplici”, quali quelle che vedono come attori i

pochi membri della famiglia. Nel caso delle organizzazioni, di contro, servono modelli atti a

cogliere le più complesse relazioni tra i differenti ruoli che le organizzazioni stesse comportano.

Possiamo affermare, più in generale, che la famiglia, se vista quale organizzazione, non ha

specifici obiettivi di produzione trasformativa del reale. L’unico obiettivo trasformativo della famiglia

è di facilitare la separazione dei figli dalla famiglia stessa. Separazione nell’ambito del processo

simbolico di rappresentazione dei ruoli familiari, ma anche separazione reale con l’ingresso dei

differenti membri della famiglia entro le più diverse organizzazioni sociali, dalla scuola alle

organizzazioni lavorative. In questo senso abbiamo segnalato come, nell’analisi di una domanda

ove la problematica si situi entro la famiglia, lo sviluppo della persona che pone a domanda è

spasso da individuare nella sua competenza ad accettare la solitudine, quale distacco dai sistemi

difensivi collusivi con altri membri della famiglia stessa, e l’utilizzazione della solitudine quale

risorsa, quale punto di partenza per stabilire relazioni di scambio con l’altro. Il lavoro di analisi del

processo neoemozionale può servire allo scopo. Nel caso di una domanda che si situa entro

un’organizzazione, di contro, l’intervento dello psicologo richiede modelli che si situano a un livello

11

meno vicino alla polisemia, più capaci di cogliere, sotto il profilo psicosociale, i problemi del

funzionamento organizzativo. Nel passaggio dalla polisemia allo scambio, si ha sempre più

elevato intervento delle funzioni percettive-cognitive, in integrazione con la dinamica emozionale

fondata sul modo di essere inconscio della mente. Al polo della polisemia possiamo situare la

sensazione di precipitare in uno stato di non esistenza che tutti noi, sua pur per qualche istante,

possiamo sperimentare quando siamo presi da una forte emozionalità, che interrompe per poco

tempo il rapporto percettivo e conoscitivo con il reale. Questa sensazione di non esistenza può

essere provocata sperimentalmente, ad esempio nella situazione di sensory deprivation. Le

neoemozioni, comportano una relazione che nega l’estraneità, riconducendo la relazione sociale a

un sistema collusivo di tipo familista. La lettura delle vicende organizzative comporta la necessità

di considerare più evolute modalità di strutturazione delle relazioni, sia pur fondate

emozionalmente e ancora lontane dallo scambio produttivo. Si pensi, ad esempio alle dicotomie:

potere incompetente/competente o a quella che distingue tra un funzionamento per adempimenti

o per obiettivi. Il potere incompetente è fondato sulla dinamica neoemozionale, istituita peraltro

entro precise regole del gioco organizzativo. La burocrazia fondata sul controllo, ad esempio,

organizza specifiche e complesse regole del gioco ove il controllo è a fondamento della gerarchia

organizzativa, e promuove, gestisce e tutela relazioni basate sulla paura della punizione che il

controllo comporta. Il funzionare per adempimenti comporta uno svuotamento della motivazione a

operare entro un compito produttivo, mentre la condivisione di obiettivi può creare gioco di

squadra, integrazione di competenza, alta motivazione produttiva entro un’organizzazione. La

maggiore complessità proposta allo psicologo dalla considerazione del contesto organizzativo può

portarlo a “chiudersi nella sua stanza”, trasformando inappropriatamente un caso organizzativo in

caso individuale.

4. I fatti sono fatti… oppure emozioni?

I fatti sono fatti. Qualche lettore potrebbe essere d’accordo con questo. Eppure tra i fatti, gli eventi

che accompagnano la nostra vita e le emozioni che proviamo nelle differenti situazioni, c’è un

processo di trasformazione importante: la simbolizzazione affettiva degli eventi. Le emozioni, in

altri termini, non sono causate dagli eventi di realtà, dai “fatti”; questi ultimi sono da considerare,

piuttosto, come pretesti per il determinarsi del vissuto emozionale. I fatti, d’altro canto sono

utilizzati per dare credibilità e consenso sociale alle emozioni. Un tempo, in psicoanalisi, c’era

qualcuno che sosteneva la differenza tra l’ansia “realistica”, fondata coerentemente sui fatti, e

l’ansia “nevrotica”, non giustificata dagli eventi. A volte le emozioni sono, per certi versi,

obbligatorie entro il contesto sociale condiviso. A ben vedere, il gioco emozionale è complesso e

difficile da districare quando si pretende di comprenderlo come diretta e coerente risposta ai fatti.

Eppure, i fatti sono utilizzati per riscuotere consenso nei confronti delle emozioni che proviamo

entro i contesti sociali. Vale la pena ricordare che anche il “consenso” è, alla fine, un’emozione.

L’ipotesi che le emozioni siano dirette conseguenze dei fatti, quindi, serve per dare comprensibilità

condivisa al complesso mondo delle risposte emozionali agli eventi di realtà. Nella convinzione

che le emozioni siano risposte a eventi, e non costruttrici di eventi. Perché questa tendenza a

conferire consenso e scontatezza alle emozioni, in funzione dei “fatti” che le originano? Pensiamo

che la ragione sia il difendere, al contempo, la localizzazione individuale, personale, singolare

delle emozioni e la loro necessaria condivisione sociale. Pensiamo alla nozione di collusione: qui,

l’emozione non concerne il singolo individuo. Ogni emozione va collocata entro il contesto sociale,

culturale che dà senso all’emozione stessa. L’emozione, in quest’ottica, non è una risposta ai

“fatti”; al contrario, deriva dal processo collusivo al quale partecipiamo, e dalla simbolizzazione

condivisa del contesto. I “fatti” sono soltanto il pretesto per tale espressione emozionale.

Sembrano l’ancoraggio solido e condiviso per la comprensione del nostro stare nei contesti

sociali. Se le emozioni sono polisemiche e ineffabili, i fatti sono certi e univoci. Il vissuto dei fatti si

organizza entro il contesto sociale emozionato che costruiamo, continuamente, nell’ambito della

relazione fondata sulla simbolizzazione affettiva degli elementi del contesto stesso. Le emozioni

da un lato, e i fatti dall’altro comportano, nella nostra cultura, vissuti (soggettivi e collusivi) molto

differenti. Le emozioni sono la spia, l’indice della nostra soggettività: ogni emozione va negoziata,

concordata, socialmente legittimata, resa scontata per evitare turbolenze nel processo collusivo

stesso. Se la collusione è univoca, o comunque differenziata entro diversità scontate e previste,

12

allora non si verificano problemi entro il contesto relazionale. Se, di contro, si realizzano emozioni

diversificate e imprevedibili nell’ambito della collusione scontata, culturalmente definita, allora si

possono dare reazioni violente, problematiche e conflitti. I fatti, nella loro pretesa oggettività, sono

i guardiani della collusione rituale e socialmente coesiva. Di qui la pretesa che i fatti condizionino

le emozioni ad esse adeguate. A ben guardare, le emozioni hanno quale parametro di riferimento,

per la loro adeguatezza, non i fatti, quanto la dinamica collusiva che ha preso a pretesto gli eventi

della realtà per organizzarsi e dispiegarsi. Possiamo distinguere due ordini di emozioni: quelle che

si propongono quale diretta emanazione di specifici fatti; quelle che derivano da un

riconoscimento delle emozioni stesse, da un pensiero emozionato sulle emozioni. Le prime,

ancorate ai fatti, hanno come obiettivo quello di costruire processi relazionali di possesso sull’altro

e per noi coincidono con le neoemozioni. Possesso fondato su una qualche utilizzazione dei fatti.

Possesso che consente di ridurre i gradi di libertà, infiniti, presenti entro la relazione sociale; di

costringere la polisemia emozionale entro binari ben definiti e costruiti nella cultura

d’appartenenza. Le emozioni sono espressione di una competenza: quella di poter vivere e agire

nei contesti, senza alcuna comprensione dei contesti stessi. Hanno in tal senso un forte significato

adattivo. Se un paziente organizza le proprie emozioni nei confronti del terapeuta sui fatti, è a sua

volta esente dall’analizzare le condizioni della relazione, il senso della relazione stessa, gli obiettivi

che si intendono perseguire, il tempo della terapia e la relazione tra tempo e obiettivi; ancora una

volta il fatto che il paziente evidenzia è chiaro e incontrovertibile, giustifica in sé l’emozionalità

provata. I fatti sembrano un ancoraggio utile e solido, se confrontati con la sperduta e infinita

piana, senza ancoraggi, della soggettività. La relazione diretta tra fatti ed emozioni è una

scorciatoia comoda, a volte persino patetica, per cavarsela entro il tema del proprio stare nel

mondo. Quando la propria emozionalità viene fatta derivare dai fatti, quei fatti che ciascuno ritine

incontrovertibili perché direttamente sperimentati, la relazione diviene “provocatoria” nel confronti

dell’interlocutore. Tutto questo ha un’efficacia nella relazione: costruisce un mito collusivo che si

propone quale evento già costruito, dato, all’altro: del tipo “prendere o lasciare”. Nella costruzione

del mito sono coinvolte dinamiche simboliche primitive che organizzano la lettura della realtà entro

modi soltanto emozionali. Ci riferiamo a categorie simbolico-affettive di lettura della realtà, quali

“dentro/fuori”; “davanti/dietro”; “alto/basso”. Chi pretende, propone un mito collusivo volto a

costringere l’altro in nome di un fatto che si presenta come “davanti”; al contempo, pone le

premesse per un suo fallimento, “dietro”, nella possibile risposta alle pretese stesse. Chi pretende,

inoltre, vuol da “fuori” mettere “dentro” colpa e sentimenti d’inferiorità vergognosa, in chi è oggetto

di richieste non assolvibili. Il mito collusivo può avere una forte valenza adattiva: quando incontra

la domanda produttiva della realtà e ne costruisce le condizioni di sviluppo. Così come può

perdersi entro la rete avviluppante della fantasia mitica, costituendo un vero e proprio furto, alla

storia, degli eventi. Pensiamo che le neoemozioni rappresentino l’esplicitazione del mito collusivo,

quando il mito collusivo cerca di sottrarsi alla domanda di realtà. Cosa sono dunque le

neoemozioni? Sembra trattarsi di qualcosa di simile a quanto Bruner chiama “attitudini al

significato” di tipo prelinguistico. Si tratta di rappresentazioni protolinguistiche del mondo delle

quali disponiamo in modo innato, e la cui piena realizzazione dipende dallo strumento culturale del

linguaggio. Le categorie emozionali “dentro/fuori” ecc., possono essere assimilate alle attitudini al

significato di Bruner. Si tratta di primitivi e prelinguistici modi di orientarsi nel mondo. Queste aree

categoriali, emozionali, servono per intenzionare la realtà con cui si ha relazione e trovare un

“posto” nella stessa, entro dimensioni puramente emozionali, fatte d’azioni emozionate o, se si

vuole, di agiti emozionali. L’approccio a queste dimensioni entro la dinamica emozionale può far

comprendere l’infinito disagio della vergogna, quando si è scoperti in qualcosa che abbiamo

portato davanti come vero, e poi si è scoperto essere falso. O il profondo, immenso sentimento di

impotenza, di fronte a chi è più forte e sopravanza, costringendo al suo volere, annichilente. Il

sentimento di minaccia sconcertante, di insicurezza terrorizzante quando si ha dentro qualcosa

che fa male e che distrugge, dal veleno ingerito al traditore nel gruppo di appartenenza; o il

sentimento di sprofondare nella non esistenza, il vissuto di annientamento quando c’è qualcosa di

buono, di infinitamente buono, nell’altro, e da quel bene ci si sente esclusi, provando invidia.

Pensiamo che i fatti, decontestualizzati, che motivano le neoemozioni, siano oggi retaggi

razionalizzati di queste primitive categorie emozionali di simbolizzazione affettiva della realtà. In

queste relazioni fondate sulle neoemozioni, ciò che manca è il prodotto, il terzo nella relazione.

13


PAGINE

14

PESO

44.51 KB

PUBBLICATO

8 mesi fa


DETTAGLI
Esame: Psicoterapia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cuccichiara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicoterapia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Lo Verso Girolamo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicoterapia

Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato Gruppoanalisi soggettuale, Lo Verso e Di Blasi
Appunto
Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato Le psicoterapie. Teorie e modelli d'intervento. Gabbard
Appunto
Riassunto esame  Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato Gruppi. Metodi e strumenti. Lo Verso e Di Maria
Appunto
Riassunto esame Psicoterapia, prof. Lo Verso, libro consigliato L'efficacia clinica delle psicoterapie di gruppo, Lo Coco, Prestano, Lo Verso
Appunto