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A.A. Psicopatologia

2019-2020 Introduzione

Introduzione

IL RIDUZIONISMO IN PSICOANALISI: IL MODELLO

DOTTRINALE-SPECULATIVO

All’interno della psicoanalisi coesistono due grandi tendenze. La prima, “dottrinale-speculativa”, si

caratterizza per assumere come punto di partenza una manciata di categorie molto vaste, da cui prende

avvio un processo di tipo deduttivo che sfocia in un sistemato chiuso, nel quale ogni cosa viene

spiegata sulla base delle premesse iniziali, secondo una modalità di giustificazione chiamata dagli

epistemologi “coerentismo epistemico”. La giustificazione di un concetto dipende cioè

esclusivamente dal suo grado di coerenza con le proposizioni enunciate in precedenza. Poco importa

che il procedimento speculativo segua una logica ben precisa o che si rendano necessari enormi salti

inferenziali compiuti per mezzo di un eccessivo ricorso alla metafora, che permette di apparentare

anche ciò che è dissimile. Alla base di questa tendenza vi è la volontà di descrivere la complessità a

partire da categorie dotate di un livello di astrazione talmente elevato che quanto avviene all’interno

di questa complessità finisce per essere trascurato.

A fronte di questi tipi di pensiero semplificato si pone quello che è stato chiamato “pensiero

complesso” che cerca di comprendere i sistemi sulla base dell’articolazione delle loro componenti,

un’articolazione che non dipende da proprietà astoriche determinate da leggi strutturali, ma che si

produce mediante processi che si concatenano in reti disposte in serie e in parallelo, processi in cui –

attraverso la trasformazioni – si creano proprietà emergenti, in cui si danno retroazioni sulle diverse

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componenti, in cui dominano fenomeni chiamati “ricorsivi”. Si tratta di fenomeni che rigenerano

l’organizzazione del sistema senza mai tornare esattamente al punto di partenza. Nella sua

applicazione particolare allo studio dello psichismo, il pensiero complesso fa propria la concezione

modulare, secondo la quale il funzionamento psichico non dipende da pochi principi uniformi che si

vorrebbero trascendenti rispetto a tutte le componenti del sistema, bensì dall’articolazione complessa

di sistemi di componenti, ciascuno dei quali è dotato di una propria struttura, di propri contenuti e di

proprie leggi.

Freud optò decisamente per la concezione modulare. Il sistema inconscio, ad esempio, è diverso e

indipendente dal sistema della coscienza: i due sistemi, pur essendo retti ciascuno da proprie leggi di

organizzazione e funzionamento si presentano in articolazione reciproca.

Tra gli psicoanalisti è stato soprattutto Lichtenberg (1989, 1992) a insistere su quanto sia

fondamentale concepire il funzionamento psichico come un’integrazione di sistemi motivazionali

differenti, separabili e articolati, dal momento che esiste un “ordinamento gerarchico per la

formazione e il funzionamento di ciascun sistema […]”.

La modularità trova un solido appoggio nei dati scientifici che permettono a Damasio di ritenere che

“il nostro forte senso di integrazione della mente sia creato dall’azione concertata di sistemi a larga

1 La ricorsività o “ricorsione”, è la capacità di un sistema di riprodurre se stesso, non grazie a una sua proprietà unica,

immanente, ma grazie ad un concatenazione di processi in cui ogni passo generativo influisce sul verificarsi dei passi

successivi, l’ultimo dei quali è in grado di generare la condizione iniziale. 1

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scala mediante la sincronizzazione di insiemi di attività neurali”. Non più, dunque, quell’unico o quei

pochi principi organizzatori da cui tutto prenderebbe avvio, ma integrazione, azione concertata e

sincronizzazione di sottosistemi, sottosistemi che, non derivando l’uno dall’altro e non avendo

un’origine comune, si incontrano nel processo di articolazione.

In ambito psicoanalitico, il pensiero riduzionista si accompagna spesso ad un altro procedimento:

l’abuso e l’ideologizzazione delle cosiddette definizioni “stipulative”. Sono definizioni del tipo

“l’inconscio è…”, dove al posto dei puntini l’autore inserisce la proprietà ritenuta sufficiente,

evitando così di tentare di descrivere l’esistente attraverso formulazioni del tipo “la modalità di

funzionamento dei processi inconsci su cui concentro il mio interesse è caratterizzata da …”. Una

volta deciso che l’inconscio è la tal cosa, si utilizza questa definizione per approdare a conclusioni

che in realtà non sono altro che nuove definizioni questa volta di tipo “persuasivo”, finalizzate cioè a

suscitare l’adesione dell’interlocutore: “dato che l’inconscio è la tal cosa (definizione stipulativa) e

nient’altro che la tal cosa (la cosiddetta “clausola di chiusura”, o di “esclusione”) e dato che la

psicoanalisi è definita dall’inconscio, ne consegue che qualsiasi altra caratterizzazione dell’inconscio

non è psicoanalisi e che coloro che non accettano la definizione proposta non sono psicoanalisti”.

L’inconscio potrà essere definito a buon diritto come catena significante, o come luogo della fantasia,

o come insieme di residui inassimilabili di frammenti di esperienze, o come ciò che suscita il rifiuto

della coscienza. Non si tratta di mettere in dubbio che tali concezioni possano riflettere aspetti del

funzionamento inconscio; si tratta invece di osservare che nel momento in cui postuliamo l’inconscio

al singolare anziché riconoscerne la molteplicità, incorriamo nei difetti attribuiti al pensiero

riduzionista: più in particolare, finiamo per trascurare le azioni e le retroazioni che ricorrono tra i

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diversi sottosistemi inconsci.

FORME DEL RIDUZIONISMO IN PSICOPATOLOGIA

Quando nell’osservazione psicopatologica dominano le procedure del pensiero riduzionistico,

l’approccio tipico consiste nel prendere le categorie della fenomenologia psichiatrica e nel sottoporle

a un duplice processo semplificante: quello di unificazione categoriale forzata e quello di

personificazione.

L’unificazione categoriale forzata consiste nella conversione delle categorie psichiatriche in entità

omogenee trascurando la complessità e la diversità proprie di ognuna di esse.

Nell’altro processo semplificante, quello di personificazione, le categorie psicopatologiche, che nel

migliore dei casi sono entità separabili e opponili all’intento di un sistema classificatorio, tendono a

essere correlate, una per una, con persone concrete, in modo tale che si passa a parlare dell’isterico,

del depresso, dell’anoressico o del borderline, ancora una volta al singolare. Questa correlazione tra

categoria nosologica e persone fa dimenticare che non esiste ragione alcuna, né teoria né empirica,

per cui una stessa persona non possa presentare simultaneamente tratti appartenenti alle categorie di

isteria, di nevrosi ossessiva, di nevrosi fobica o di depressione, indipendentemente dal fatto che sia

sempre possibile constatare il predominio di una determinati costellazione sintomatica, o che, per

ragioni pratiche, si preferisca definire il paziente in base ai sintomi di maggiore gravità.

Una volta effettuato il duplice processo di unificazione – o omogeneizzazione – forzata e di

personificazione, basta poco per giungere all’eziologia unica: i vari quadri clinici, raggruppati come

ossessioni, fobie, o depressioni, avrebbero ciascuno una causa unica, o, nel migliore dei casi, un

2 Il “ratto delle Sabine” dell’inconscio e della psicoanalisi: ognuno le trascina nella propria tenda per passarci la notte,

ergendosi poi a loro legittimo coniuge, tenuto a proteggerle da chi tentasse di fare altrettanto.

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numero limitato di fattori causali, che variano a seconda della scuola. Inoltre, per provare la validità

delle presunte teorie esplicative si presentano casi caratterizzati dalla presenza dei fattori invocati,

senza badare al fatto che quadri analoghi non presentano quel fattore ritenuto causale o che lo stesso

fattore è riscontrabile anche in quadri clinici con sintomatologie completamente diverse.

Triplice errore dunque: personificazione della categoria psicopatologica, unificazione forzata che

disconosce la molteplicità dei sottotipi, ed eziologia unica che non considera i diversi percorsi

psicogenetici che conducono ai sottotipi. Tre errori a cui se ne aggiunge un quarto: la proposta di un

unico tipo di terapia, applicato in maniera monocorde da ogni scuola a tutti i casi.

Per quanto riguarda il riduzionismo in psicopatologia, il problema non si risolve facendo ricorso al

concetto di multifattorialità, aumentando cioè il numero di fattori che interverrebbero nella

produzione del quadro clinico. Naturalmente è sempre meglio considerare molti fattori piuttosto che

pochi, ma un tale approccio lascia comunque irrisolta la questione di fondo: quali sono le componenti

e le dimensioni di analisi che definiscono e compongono ogni struttura psicopatologica? Come sono

collegate tra loro? E come si sono progressivamente articolate per dar luogo alla particolare

configurazione che costituisce la totalità a cui fanno riferimento le diverse denominazioni categoriali?

E ancora, quali di queste componenti sono esclusive di ogni struttura e quali non lo sono, essendo

invece in grado, articolandosi con altre componenti, di generare altre configurazioni

psicopatologiche? Una volta che avremo risposto a queste domande, potremo capire in che modo i

fattori considerati causali contribuiscano alla produzione di un determinato quadro clinico e,

soprattutto, in che modo diano luogo alle sue molteplici varianti.

Esiste un’altra possibilità per affrontare il problema: considerare lo psichismo come se fosse dotato

di una struttura modulare articolata e delimitare così le dimensioni, o i parametri analitici, in grado

di descrivere i molteplici sistemi motivazionali, o moduli, che articolandosi tra loro mettono in moto

l’attività psichica, o tendono a frenarla, o le imprimono una determinata direzione. Si tratta, cioè, di

considerare i sistemi che attivano i vari tipi di desideri (autoconservativi, sessuali, narcisistici,

aggressivi, ecc.) e le rispettive interrelazioni convergenti o divergenti, i diversi tipi di angosce (di

frammentazione, di persecuzione, di colpa, ecc.), le modalità di difesa (intrapsichiche e

intersoggettive) da tali angosce, le forme di organizzazione dell’apparato psichico (i vari sottotipi di

elaborazione inconscia e le loro relazioni con le elaborazioni preconsce e consce, l’organizzazione

dell’Io, del Super-io e del Sé come entità sovraordinate), la tendenza alla regressione, le funzioni

compensatorie che l’altro può svolgere per il soggetto, con il corrispondente grado di individuazione

o di interpenetrabilità tra le parti dei rispettivi sistemi psichici, ecc.

Questa concezione complessa dello psichismo, inteso come struttura modulare di sistemi

motivazionali, implica anche la complessità di ognuno di questi sistemi: complessità dovuta

all’esistenza di sottosistemi dotati di contenuti e di modi di funzionamento differenti, che tuttavia si

articolano tra loro e si influenzano reciprocamente.

Se, ad esempio, consideriamo l’inconscio, possiamo affermare che esiste un inconscio in cui gli

elementi significanti, che emergono come residui dell’esperienza di incontro con l’altro significativo

pulsionale, sono sottoposti a combinazioni, un inconscio in cui le cariche affettive si spostano da un

elemento ad un altro, un inconscio in cui (dal momento che questi significanti non hanno un

significato convenzionale appartenente a un codice condiviso come può essere quello del linguaggio

sociale) il tono della voce, ad esempio acuto come un urlo o lieve come un sussurro, sarà molto più

importante, nel determinare la reazione affettiva del soggetto (il suo panico o il suo rapimento

estatico), dei significati trasmessi dalla voce con le parole.

A fianco di questo sottosistema inconscio, in cui il discorso convenzionale con le sue reti di significati

forniti dal codice linguistico non ha nessun valore, c’è un altro sottosistema, non del tutto separabile

dal precedente, caratterizzato da residui frammentari e da un criterio combinatorio che non ubbidisce

né al principio di non contraddizione né a un codice di significati preesistente rispetto a tali frammenti.

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A fianco di questo sottosistema inconscio esistono altri contenuti e altre forme di funzionamento

dell’inscio che rivelano quanto sia riduzionista la pretesa di circoscrivere la totalità del funzionamento

dell’inconscio ai meccanismi operanti in questo sottosistema.

Mi riferisco a un altro sottosistema inconscio, quello in cui la validità del principio di non

contraddizione appare fondamentale per poter render conto del conflitto edipico, ovvero di

quell’Edipo rimosso che sta al centro della teoria freudiana dell’inconscio. Se infatti ammettiamo che

a causa di determinati desideri inconsci il soggetto si sente inconsciamente in colpa e teme di essere

punito (senza niente di tutto questo, lo ribadiamo, pervenga alla coscienza, che può restare dominata

soltanto da un vago e indefinito senso d’angoscia), dovremo anche ammettere che nell’inconscio

esistono reti concettuali il cui principio organizzatore è costituito dalla contraddizione tra ciò che si

deve desiderare e ciò che effettivamente si desidera.

Ritornando al discorso della psicopatologia, è per questo che il sintomo è da leggere in tutti i suoi

significati – quando si riduce l’inconscio a un settore del suo funzionamento non è possibile andare

più in là di formulazioni generali sulla teoria della cura.

Se invece di ridurre l’inconscio a una delle sue modalità, e di fare lo stesso con lo psichismo,

consideriamo quest’ultimo come una struttura modulare in cui si articolano molteplici dimensioni e

sistemi motivazionali, ci mettiamo in condizione di elaborare una psicopatologia basata non sulla

sintomatologia della psichiatria descrittiva, ma sulle svariate configurazioni prodotte dalla

combinazione delle suddette dimensioni. Risulta indispensabile andare al di là dei raggruppamenti

psichiatrici sintomatologici, essendo questi dei fenomeni di superficie, risultato finale di processi

sottostanti.

È importante costruire una psicopatologia in cui ciò che normalmente viene descritto come entità

isolate in compartimenti stagni sia visto invece come il risultato di articolazioni di processi, di

concatenamenti di sequenze, di incontri di componenti, ciascuna dotata della propria storia

generativa, e soprattutto sia visto come il risultato di trasformazioni subite da queste componenti nei

processi di articolazione e retroazione, e di creazione di proprietà emergenti, una creazione in cui

l’articolazione dà vita a qualcosa che non era previamente presente in nessuna delle componenti

modulari. Nasce da qui la nostra proposta di una psicopatologia modulare-trasformazionale, in cui

lo studio delle tappe successive del fluire del funzionamento psichico e delle strutture che ne derivano

diventi l’asse che orienta la diagnosi. Abbiamo bisogno di costruire mappe dinamiche che mostrino

processi articolatori in serie e in parallelo, con l’indicazione delle direzioni e dei sensi di circolazione;

mappe tracciate su schermi trasparenti, i quali, scorrendo gli uni sugli altri, permettano, nello spazio

così creato, di far emergere combinazioni e interazioni nella loro qualità di prodotti complessi; mappe

che permettano, infine, di cogliere le trasformazioni delle strutture.

Quel che conta veramente è poter fissare le componenti, o dimensioni, che caratterizzano le strutture

psicopatologiche e analizzare i molteplici percorsi attraverso cui tali componenti si costituiscono, si

combinano e si trasformano nel processo di articolazione.

Il problema centrale della psicoterapia non è la determinazione della cornice formale. Il fattore che

risulterà determinante ai fini del risultato sarà il modello psicopatologico che presiede al trattamento,

qualunque sia la portata di quest’ultimo, e dal quale dipenderà qualsiasi intervento terapeutico che

sarà messo in atto, non importa se nella cornice di una psicoterapia di dieci, di cento o di mille sedute.

4 A.A. Capitolo 1

Psicopatologia

2019-2020 Il modello modulare-trasformazionale e i sottotipi di depressione

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Il modello modulare-trasformazionale

e i sottotipi di depressione

IL SENTIMENTO DI IMPOTENZA/DISPERAZIONE PER LA

REALIZZAZIONE DEL DESIDERIO

In Lutto e melanconia (1917) Freud definì la depressione come la reazione alla perdita reale o

immaginaria di un oggetto: una persona amata, o anche un’astrazione che ne abbia preso il posto,

come ad esempio il paese natio, la libertà, un ideale, ecc. Se Freud presentò lo stato depressivo in

termini di reazione è perché la peculiarità del fenomeno non risiede nella perdita in sé, ma nel modo

in cui la perdita resta codificata, ovvero nel tipo di fantasie inconsce e di pensieri consci che

organizzano il modo in cui è avvertita la perdita. La vera perdita d’oggetto richiede, dal punto di vista

della soggettività, non solo la persistenza del desiderio per l’oggetto, ma anche la sua

rappresentazione come oggetto irraggiungibile, richiede cioè che l’oggetto sia costruito

psichicamente come oggetto perduto. È questo il punto messo in luce da Freud in Inibizione, sintomo

e angoscia (1925), quando individuò nell’«inappagabile investimento nostalgico» il nucleo specifico

della reazione alla perdita dell’oggetto. Questo “inappa

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher omazzeo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicopatologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Venuleo Claudia.
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