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Psicologia della comunicazione: tra informazione, persuasione e cambiamento

Lo sviluppo del linguaggio

Il linguaggio contraddistingue la nostra specie. Alla luce della teoria evoluzionistica illustrata da Darwin, si è iniziato a ritenere che il linguaggio sia stato tra gli elementi fondamentali attraverso i quali la selezione naturale abbia operato per permettere all’uomo di adattarsi all’ambiente circostante.

I paleoantropologi ritengono che il primo ominide a possedere caratteristiche anatomico-funzionali ad abilità proto-linguistiche sia stato l’Homo habilis. Molti antropologi ipotizzano che la comparsa del linguaggio sia databile tra la scomparsa dell’Homo erectus e l’apparizione dell’Homo sapiens. Comunque, gli studiosi sono in accordo sull’esistenza di una correlazione tra sviluppo del linguaggio e origine della cultura.

Ritroviamo la cultura nella nostra specie solamente all’ultimo stadio del nostro percorso evolutivo. Secondo l’ottica epigenetica, il linguaggio deve essere considerato come fattore fondamentale per la nascita e il progredire della cultura umana. La cultura, in questa ottica, costituisce il risultato di successivi e progressivi mutamenti, le cui tappe fondamentali sono:

  • Il raggiungimento della stazione eretta
  • L’incremento del quoziente di encefalizzazione
  • Lo sviluppo di strutture anatomiche dell’apparato vocale
  • L’avvento dell’agricoltura

La conquista della stazione eretta è considerato il primo passo verso l’acquisizione del linguaggio. L’antropologa Dean Falk ha avanzato la “radiator theory”, secondo la quale il bipedismo avrebbe modificato il flusso sanguigno della circolazione encefalica, favorendo la nascita di una sorta di “radiatore” capace di raffreddare il cervello, creando le precondizioni biologiche per lo sviluppo del linguaggio. L'acquisizione più importante fu l'utilizzo delle mani per segnali comunicativi, i gesti deittici, forma proto-linguistica da cui deriva l’esplosione del linguaggio. Secondo Kandel, il linguaggio si sarebbe evoluto proprio a partire dal sistema dei gesti. La comunicazione vocale si sarebbe sviluppata per rendere le mani sempre più libere al fine di svolgere funzioni sempre più complesse.

L’incremento della scatola cranica ha determinato lo sviluppo delle funzioni cognitive. Lo sviluppo dell’apparato vocale ha costituito il presupposto fisico per l’insorgenza del linguaggio e la nascita dell’agricoltura ha segnato una tappa importante per lo sviluppo della cultura, aumentando la densità dei gruppi sociali e favorendo la socializzazione.

Diverse sono le teorie che hanno tentato di chiarire in che modo il linguaggio sia apparso. Una delle più importanti è stata proposta da Chomsky, il quale propone che il linguaggio sia comparso all’improvviso grazie a mutazioni genetiche casuali. Secondo Chomsky, il linguaggio sarebbe amministrato e coordinato da una struttura cerebrale preposta detta “grammatica universale”.

Secondo Pinker, il linguaggio rappresenta un istinto specie-specifico, che sarebbe stato il motore grazie al quale il linguaggio si sarebbe evoluto in base ai principi della selezione naturale e dell’adattamento all’ambiente. Secondo Dunbar, il linguaggio si sarebbe evoluto per permettere a gruppi di ominidi di interagire tra loro, mantenendo bassi i livelli di aggressività e salvaguardando la compattezza del gruppo.

Recentemente, Falk ha avanzato una tesi innovativa e controversa, secondo la quale il linguaggio parlato è da ricondursi alle attitudini femminili relative all’accudimento della prole. Elemento che in particolare avrebbe favorito lo sviluppo del linguaggio sarebbe stato l’impossibilità dei piccoli di aggrapparsi alla madre per mantenere alto il livello di protezione e sicurezza. Questa condizione avrebbe creato il presupposto per la ricerca di strategie comportamentali capaci di garantire e mantenere vicinanza e contatto con la figura di accudimento, che sarebbero sfociate in una particolare modalità linguistica detta “motherese”.

Secondo la Falk, attraverso questa particolare modalità espressiva, basata su suoni semplici e ripetuti, le madri tranquillizzavano i piccoli e comunicavano loro i pericoli circostanti. Questo scambio comunicativo, evolvendosi, ha consentito la comparsa di vere e proprie parole finalizzate a descrivere e rappresentare azioni e oggetti. Il livello di competenza comunicative che l’essere umano attuale ha raggiunto è dunque esito di una lunga storia evolutiva.

Strutture coinvolte nello sviluppo del linguaggio

L’estrema complessità del sistema linguistico presuppone una maturazione di una serie di strutture composite che regolano e coordinano le funzioni linguistiche, tra queste le più importanti sono quelle:

  • Fono-articolatorie, che comprendono la lingua, le labbra, la faringe, il diaframma
  • Senso-percettive, che comprendono tutte le componenti dell’apparato uditivo
  • Neuroencefaliche, che annoverano aree cerebrali specifiche

Gli studi sull’architettura cerebrale confermano l’esistenza di due aree cerebrali deputate alla produzione e alla comprensione del linguaggio:

  • L’area di Broca, correlata alla produzione del linguaggio
  • L’area di Wernicke, correlata alla comprensione del linguaggio

Si ritiene ora che le aree di Broca e Wernicke non rappresentino più moduli unici e privilegiati che da soli amministrano produzione e comprensione del linguaggio, ma che il sistema linguistico sia l’esito di un’elaborazione integrata dell’attività di differenti regioni cerebrali dei due emisferi collegate da neuroni connettivi.

Genesi e modalità di acquisizione del linguaggio

La genesi e la modalità di acquisizione del linguaggio hanno costituito argomento dibattuto nell’ambito di diverse discipline, in particolare ci si è interrogati sull’esistenza o meno di una componente basilare innata. Le diverse teorie possono essere ricondotte a tre approcci: approccio ambientalista, innatista, interazionista.

La prospettiva ambientalista si fonda sulla convinzione che il bambino apprenda il linguaggio con gli stessi meccanismi con cui apprende tutti gli altri comportamenti, attraverso cioè processi di tipo imitativo e associativo. Lo studioso che per primo ha equiparato il linguaggio a un mero comportamento è stato Skinner, secondo il quale il bambino inizia a padroneggiare il linguaggio in base al meccanismo del condizionamento, ovvero che fosse esito dell’interazione del bambino con l’ambiente.

Il bambino, procedendo per tentativi, sperimenta l’efficacia dei rinforzi positivi, che sono rappresentati dai comportamenti messi in atto dagli adulti in risposta ai tentativi del bambino di parlare. Skinner osservò che porgere un oggetto al bambino, dopo che questi lo abbia nominato correttamente, è di per sé un rinforzo positivo. La sua prospettiva è stata oggetto di molte critiche.

Esponente principale dell’approccio innatista è Chomsky, che nella sua critica al comportamentismo di Skinner propone un nuovo modello per spiegare l’acquisizione del linguaggio. Secondo Chomsky, il fatto che un bambino non è in grado né di comprendere, né di definire secondo quali regole della lingua impara a parlare, indicherebbe l’esistenza di una grammatica universale, su cui si basano le competenze linguistiche. Chomsky ritiene che l’acquisizione del linguaggio sia riconducibile ad aspetti biologici e che sia possibile grazie ad una serie di aspetti geneticamente pianificati. Ipotizza che alla nascita ogni bambino sia dotato di un dispositivo innato, il language acquisition device (LAD), che rende possibile l’acquisizione del linguaggio e nel quale sono racchiusi i principi generali comuni a tutte le lingue. La grammatica universale può essere immaginata come una struttura mentale innata comune a ogni membro della specie umana. Questa struttura spiegherebbe il perché i bambini imparano a parlare in tempi relativamente rapidi.

La concezione innata del linguaggio presenta alcuni limiti; questa prospettiva mostra scarso interesse per le esperienze relazionali vissute dai bambini e per come queste influenzano e condizionano l’acquisizione del linguaggio. Secondo i sostenitori dell’approccio interazionista, per sviluppare il linguaggio i bambini necessitano di motivazioni e di fattori ambientali stimolanti.

Il contributo più incisivo a questo approccio è stato fornito da Jean Piaget, secondo il quale il linguaggio è l’espressione dello sviluppo cognitivo. L’acquisizione delle regole sintattiche e semantiche è subordinata alla formazione, basata sulle esperienze dirette del bambino, di una conoscenza logico-formale e della capacità di pensare in termini simbolici. Secondo Piaget, il bambino raggiungerebbe questa maturazione alla fine dello stadio senso-motorio.

Vygotskij ha focalizzato il suo studio sull’interazione tra linguaggio e altre funzioni cognitive superiori, secondo lui nonostante linguaggio e pensiero abbiano origini indipendenti, si integrano e si potenziano reciprocamente all’interno del contesto sociale di crescita del bambino. Gli elementi fondamentali che rendono possibile lo sviluppo del linguaggio sono l’interazione sociale e il contesto socio-culturale di riferimento. Questi permettono al bambino di assimilare un sistema di principi, per mezzo dei quali, decodificare e interpretare l’esperienza vissuta.

Bruner afferma che il linguaggio non può prescindere dall’interazione sociale che si instaura tra il bambino e chi si prende cura di lui. I momenti di socialità che il bambino vive con gli adulti di riferimento sono caratterizzati da elementi che struttureranno il codice linguistico. Per l’acquisizione del linguaggio è quindi fondamentale l’apporto degli adulti e queste attività di supporto che questi svolgono vengono definite da Bruner impalcature (scaffolding). Parla inoltre di un sistema specifico di supporto ambientale per l’acquisizione del linguaggio, il LASS (language acquisition support system). Questo sistema è costituito dall’appoggio e dal sostegno che le figure di riferimento possono fornire al bambino e dal contesto in cui il processo di maturazione della competenza linguistica avviene.

Aree interessate allo sviluppo del linguaggio

  • La fonologia, che esamina i meccanismi che permettono agli esseri umani di riconoscere, distinguere e produrre suoni che abbiano valenza linguistica.
  • La morfologia, che studia come vengono formate le parole.
  • La sintassi, che studia i modi in cui le parole vengono combinate e associate per formulare proposizioni e i modi in cui le proposizioni si uniscono per formare un periodo.
  • La semantica, che analizza e studia il linguaggio dal punto di vista del significato.
  • La pragmatica, che studia gli aspetti extraverbali del linguaggio, occupandosi dei rapporti tra il linguaggio e chi lo usa e della capacità di comprendere un enunciato oltre il suo significato letterale.

Processo di acquisizione del linguaggio

Il processo di acquisizione del linguaggio si fonda su basi biologicamente determinate che permettono al bambino di imparare a parlare. Lo sviluppo del linguaggio viene suddiviso in due fasi: la fase prelinguistica e la fase linguistica.

La fase prelinguistica definisce il periodo dalla nascita e i primi 10-12 mesi di vita del bambino. Fin dai primissimi giorni di vita, il neonato mostra particolare interesse per la voce umana ed è particolarmente attratto da quella materna. I primi suoni che vengono emessi sono o di tipo vegetativo o legati al pianto. Dal secondo mese, le vocalizzazioni iniziano ad arricchirsi e diversificarsi. Intorno ai 3 mesi, i bambini iniziano ad emettere i primi suoni vocalici. Tra i 4 e i 5 mesi, emettono anche quelli consonantici. Tra i 6 e i 7 mesi si assiste alla fase della lallazione canonica ed il suo presentarsi in maniera indifferenziata e generalizzata fa ritenere che la sua origine sia a base innata e non frutto di un apprendimento.

Intorno al nono mese, il bambino inizia a combinare suoni più elaborati e comincia a strutturare una forma di comunicazione più evoluta attraverso l’uso dei gesti, con i quali ha inizio la comunicazione intenzionale. Fra i 10 e i 12 mesi, il bambino entra nell’ultima fase dello sviluppo preverbale, in cui compare la lallazione variata. La fase prelinguistica si conclude normalmente intorno al dodicesimo mese, quando il bambino, grazie alla stimolazione di un adulto, oppure autonomamente, pronuncia la prima parola di senso compiuto.

La fase linguistica definisce un periodo prolungato. Dai 12 ai 17 mesi compaiono le prime parole dotate di significato e quelli che vengono definiti gesti referenziali o iconici. Il bambino dimostra di comprendere più di quanto riesca a produrre. Inizialmente, il repertorio lessicale del bambino è limitato e comprende essenzialmente tre tipologie di parole. La prima è composta dai nomi e dai predicati che sente spesso nell’ambiente familiare. La seconda tipologia è composta da parole che vengono usate per gestire le interazioni sociali e la terza tipologia di parole è quella proposta da Gopnik, secondo cui il bambino, grazie alla capacità di rappresentazione mentale, apprende che un oggetto continua ad esistere anche quando non si è in grado di identificarlo percettivamente.

In questo periodo si assiste al fenomeno delle olofrasi, il bambino pronuncia una sola parola per comunicare un concetto articolato. Dai 18 ai 24 mesi si assiste all’esplosione del vocabolario. Verso i 24 mesi i bambini generalmente sono in grado di pronunciare 300 parole. Intorno ai 3 anni utilizzano strutture linguistiche sempre più complesse. L’acquisizione del linguaggio può dirsi totalmente conclusa, sia sul piano fonologico che sintattico, intorno agli 11 anni.

Teoria dell'attaccamento

La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bolwby, fornisce un quadro teorico di riferimento per la comprensione di una vasta gamma di comportamenti umani. La formazione del sistema dell’attaccamento, che si basa sulle interazioni precoci tra bambino e genitore reiterate nel tempo, permette che il bambino metta in atto durante il primo anno di vita comportamenti istintivi, volti a favorire la costruzione di un legame affettivo ed emotivo tra madre e bambino, facilitando e regolando l’avvicinamento reciproco. Questo sistema assolve due funzioni: una filogenetica che consente la sopravvivenza e una ontogenetica che favorisce l’adattamento all’ambiente.

La teoria dell’attaccamento prevede inoltre che gli individui costruiscano modelli operativi interni, cioè rappresentazioni mentali di loro stessi e degli altri, che ispirano la formazione di aspettative, opinioni, credenze e obiettivi, e orientano il comportamento in situazioni nuove. I bambini definiti sicuri hanno sperimentato ripetutamente una figura di attaccamento che si è rivelata responsiva. Lo schema che ne deriva include una rappresentazione del sé, concepito come degno di amore, e una rappresentazione degli altri considerati affidabili e pronti ad intervenire in caso di necessità. I bambini con relazioni di attaccamento definite insicure, hanno una rappresentazione del sé considerato come non degno di affetto e una rappresentazione degli altri come ostili, distanzianti e non propensi a soddisfare le richieste di protezione.

Sono state ritenute di notevole interesse per lo sviluppo e il mantenimento dei modelli operativi interni dell’attaccamento, le modalità comunicative, verbali e non verbali, utilizzate all’interno della relazione tra la figura di attaccamento e il bambino. Fin dalla nascita le figure di attaccamento reagiscono ai segnali verbali e non verbali dei loro bambini, e questi scambi interpersonali, ripetuti nel tempo, gettano le basi per la formazione dei modelli operativi interni del sé e dell’altro.

È noto che l’emergere delle abilità comunicative linguistiche del bambino può trasformare i legami di attaccamento e che specifici tipi di relazione di attaccamento possono far predire la competenza nell’acquisizione del linguaggio. Man mano che le capacità linguistiche e cognitive del bambino divengono più evolute e sofisticate, l’interazione con la figura di attaccamento è più completa e i genitori possono mostrarsi maggiormente responsivi e sensibili grazie all’uso dei canali comunicativi. Il linguaggio quindi diviene presto mezzo con cui genitori e figli esprimono le loro emozioni, intenzioni, bisogni e obiettivi, che influenzano la qualità delle interazioni.

Numerosi studi dimostrano che lo sviluppo del linguaggio sarebbe favorito in contesti in cui le relazioni di accudimento risultano sicure. La possibilità di accesso diretto ad un adulto di riferimento sensibile e responsivo ai segnali del bambino sembra fondamentale per favorire, promuovere e assicurare lo sviluppo di quelle competenze linguistiche che gli consentono di comunicare in modo efficace durante le interazioni socio-affettive.

Strategie individuali nell'acquisizione del linguaggio

Negli ultimi decenni un gran numero di studi ha rivolto l’attenzione alle differenze individuali dei bambini nell’acquisizione del linguaggio, rilevando in particolare come ciascun bambino utilizzi diverse strategie per raggiungere questo obiettivo. Katherine Nelson ha rilevato che le differenze individuali nell’uso del linguaggio nei bambini piccoli sono associate a stili cognitivi specifici, individuandone due:

  • Lo stile referenziale: i bambini che adottano questo stile mostrano un repertorio consistente di parole, quasi tutte che rappresentano oggetti e un uso limitato di frasi.
  • Lo stile espressivo: i bambini che adottano questo stile hanno un vocabolario più vario che comprende più pronomi personali, verbi e forme idiomatiche.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cristianabusatti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia Sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Toni Alessandro.
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