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Capitolo 1 – Intro

Psicologia sociale, per Allport, è: "un tentativo di comprendere e spiegare come i pensieri, sentimenti e comportamento degli individui siano influenzati dalla presenza reale, immaginata o implicita di altri individui.”

Per lo studioso Amerio la psicologia sociale è “la disciplina che connette l’analisi dei processi psicologici degli individui con l’analisi delle dinamiche sociali nelle quali questi sono coinvolti.”

Articolazione tra processi psicologici e sociali

La psicologia sociale come campo di articolazione tra processi psicologici e processi sociali. L’articolazione tra mondo sociale e mondo psichico può essere vista:

  • A livello intrapsichico – modalità diverse di rappresentazione mentale di eventi sociali.
  • A livello ampio – relazioni interpersonali, ruoli, ideologie.

Bronfenbrenner (1979) ha considerato 4 livelli di coinvolgimento dell’individuo nel contesto sociale:

  • Microsistema - relazioni interpersonali dirette
  • Mesosistema - relazioni tra microsistemi
  • Esosistema - sistema cui l’individuo non partecipa direttamente, ma che influisce su di lui
  • Macrosistema - culture ed organizzazioni più ampie, credenze, norme, politiche, ideologie.

Doise (1982) ha individuato quattro diversi livelli attraverso cui spiegare i contributi della psicologia sociale a seconda della natura delle variabili coinvolte nella ricerca:

  • Il livello intraindividuale: studia le modalità con cui l’individuo analizza la realtà e costruisce un’immagine del mondo sociale che lo circonda.
  • Il livello intragruppo: analizza le dinamiche interpersonali tra più soggetti che fanno parte di un medesimo gruppo (es. processi di conformismo, devianza, comunicazione e leadership).
  • Il livello intergruppo: studia le relazioni esistenti tra gruppi sociali differenti e delle dinamiche dei piccoli gruppi.
  • Il livello collettivo: prende in considerazione i processi sociali e i macrofenomeni legati al contesto culturale e storico in cui gli individui si trovano ad operare.

Sviluppo storico della psicologia sociale

Il pensiero filosofico occidentale ai suoi inizi trova dei pensatori che vedono il ruolo centrale nella vita di ogni individuo della polis (Platone, Protagora) l’educazione era incentrata a favorire alla vita nella polis.

In generale, possiamo trovare due tendenze della psicologia sociale: una che predilige l’analisi dei processi individuali, l’altra che si concentra sul ruolo determinante delle strutture e relazioni sociali per il comportamento individuale.

Esempio di questa seconda tendenza è il filosofo Hegel, secondo il quale lo Stato è l’incarnazione della mente sociale, a cui concorrono le menti dei singoli. Il primato dell’individuo è sostenuto dal principio di edonismo, da Epicuro fino alla rielaborazione di Bentham, che evidenzia come le nostre azioni servano ad assicurare il piacere e evitare il dolore.

L'idea di studiare i processi sociali compare in Europa nel XIX secolo con il positivista Comte, che sosteneva che la società e le tematiche sociali dovevano essere studiate in maniera scientifica; è Durkheim a porre le basi per la psicologia sociale proponendo la trattazione di fenomeni collettivi. Alla fine dell'800 Le Bon pubblica il volume “la psicologia delle folle” in cui analizza il comportamento delle folle - comportamento che può essere pericoloso; le folle per la loro natura impulsiva sono poco influenzate dalle leggi per le istituzioni e le persone sono dominate da tale mentalità. Per LeBon esiste una sorta di anima collettiva sorretta dall'inconscio collettivo. Alla base del fenomeno vi sarebbero due meccanismi il contagio mentale e la suggestionabilità secondo cui la mente individuale regredisce a un livello primitivo e viene più facilmente attratta da capi carismatici.

Quello che è considerato il primo esperimento di psicologia sociale è quello di Norman Triplett sulla facilitazione sociale: confrontò bambini che svolgevano un compito da soli con bambini che eseguivano lo stesso compito in presenza di altri. Secondo il fenomeno della facilitazione sociale la prestazione in un dato compito è facilitata dalla presenza di altri individui che svolgono lo stesso compito.

La psicologia sociale va a costituirsi grazie a un interesse per lo studio degli effetti del contesto sull'individuo, proveniente da diverse aree. Nel 1908 vengono pubblicati i primi due manuali di psicologia sociale: An Introduction to Social Psychology di McDougall, dove analizzava il comportamento sociale facendo ricordo alla biologia, e Social Psychology di Ross, che analizzava fenomeni sociali ampi e complessi. Allport nel 1924 dà una prima definizione di psicologia sociale, con una concezione individualista, ritenendo che i fenomeni sociali potessero essere studiati analizzando le persone.

La psicologia sociale si sviluppa negli anni '20 e '30 nel '900; vi è un’esplosione di ricerche in campo sociale. È la seconda guerra mondiale ad avere più impatto sulla disciplina di qualsiasi altro evento storico; oltre alla migrazione forzata di numerosi studiosi ebrei verso gli Stati Uniti (che influenza profondamente i loro studi) introduce numerosi temi che vengono studiati negli anni successivi: il pregiudizio, i conflitti intergruppi, il conformismo.

La psicologia sociale in Europa si sviluppa successivamente, negli anni ’70, e si distacca da quella americana, ritenuta troppo individualista e orientata a studiare comportamento sociale in base a processi individuali. Maggiori esponenti dell’europea sono Tajfel e Moscovici. L’europea mantiene una visione centrata sul contesto sociale in cui gli individui sono calati.

Negli anni '70 il ruolo della cognizione (grazie allo sviluppo di cognitivismo e poi scienza cognitiva) entra a far parte della psicologia sociale, studiando i processi mentali coinvolti nel comportamento sociale – human information processing. Dagli anni '90 in avanti si sono andate ad affermare invece le neuroscienze sociali, dove sfruttando tecniche di neuroimaging si può studiare l’attività cerebrale mentre gli individui sono coinvolti in attività sociali.

Teorie e metodi di ricerca

Le teorie considerate migliori sono quelle con maggior potere esplicativo e che sono in grado quindi di spiegare un grande numero di fenomeni sfruttando meno assunzioni. Le teorie in psicologia sociale riguardano come l’ambito delle reciproche influenze e da contesti sociali, presenti immaginari o implicati; la maggior parte della ricerca comporta la verifica di ipotesi teorie e costrutti per descrivere, spiegare e prevedere i fenomeni riguardanti l’interazione umana. Il processo di ricerca in psicologia sociale si basa sulle tappe del metodo scientifico: definizione del problema – formulazione dell’ipotesi – pianificazione delle procedure (e valutazione etica) – raccolta e analisi dei dati.

In psicologia sociale si hanno due diversi approcci: uno dove si cerca di stabilire delle generalizzazioni da estendere a più popolazioni, per descrivere il funzionamento tipico di un ampio gruppo; l’altro è dove si va a cogliere (secondo Allport) l’unicità del singolo in un contesto di gruppo. La ricerca inoltre può essere quantitativa, con lo studio di analisi statistiche ecc, e qualitativa, basata sull’analisi di materiale verbale prodotto da partecipanti. Per la maggior parte la ricerca in psicologia sociale è nomotetica e quantitativa.

Metodi sperimentali

Vi è un ricercatore che manipola una variabile, detta indipendente, al fine di verificare l’effetto di tale manipolazione su una seconda variabile, detta dipendente, che infatti dipende dalla prima. I soggetti di questi studi vengono assegnati a caso alle diverse condizioni sperimentali, che sono create da ogni manipolazione della variabile. I metodi sperimentali tendono ad essere tutti esperimenti in laboratorio: un laboratorio è una stanza apposita dove testare i soggetti o osservarli. Il vantaggio principale di questo metodo è il massimo controllo delle condizioni; si può essere certi che i cambiamenti della dipendente siano influenzati solo dall’indipendente, ma non da altre variabili confondenti. Hanno quindi alta validità interna. Altro vantaggio è la loro ripetibilità. Lo svantaggio principale è la mancanza di validità esterna – risulta difficile applicare i risultati ottenuti in una situazione controllata di laboratorio al comportamento che ha luogo in un contesto naturale. Un altro problema che può insorgere negli esperimenti sono le caratteristiche della richiesta: le informazioni che i partecipanti ottengono dal contesto sperimentale potrebbero portarli a intuire lo scopo della ricerca e quindi rispondere o comportarsi in modo diverso. Ulteriore rischio è dato dagli effetti dello sperimentatore, che anche se involontariamente potrebbe far trasparire lo scopo e influenzare la risposta o prestazione dei partecipanti – per questo si tende a preferire una procedura in doppio ceco.

Altri esperimenti possono essere sul campo: effettuati in ambiente naturale, possono avere una maggiore validità esterna, quindi essere applicabili sul mondo reale, i partecipanti sono meno soggetti alle caratteristiche della richiesta, perché in genere ignari di prendere parte a una ricerca. Gli svantaggi derivano dal fatto che la situazione non è controllabile, non si può quindi eliminare l’impatto delle influenze esterne. Vi è l’impossibilità di assegnare i partecipanti in modo casuale, i partecipanti stessi scelgono la loro condizione.

Metodi non sperimentali

Vi sono situazioni dove la variabile indipendente non può essere manipolata; inoltre studiare fenomeni che riguardano ampi gruppi sociali gli esperimenti risultano poco utili. Alcuni ricercatori si rivolgono quindi a tecniche non sperimentali, come la survey, serie di domande somministrata via questionario o intervista. Ha il vantaggio di poter essere somministrata ad un ampio gruppo con facilità, cosa che dà la certezza che i risultati siano generalizzabili. I questionari hanno il forte svantaggio di poter essere interpretati male, o che i partecipanti finiscano nell’errore di tendenza sistematica di risposta, mostrandosi d’accordo con domande contenenti parole positive, o tendono a dare sempre le stesse risposte. Un altro strumento non sperimentale è riesaminare i dati esistenti, sfruttando ricerche compiute nel passato per individuare dati sul comportamento sociale – il problema è che tali ricerche, non essendo state pensate per ricerche psicologiche sociali, possono omettere dati utili.

Altre tecniche non sperimentali possono essere: studi sul campo, case study (studi sul singolo partecipante o piccoli gruppi, normalmente si sfrutta l’osservazione, registrando il comportamento.) Il principale svantaggio dei metodi non sperimentali rimane l’impossibilità di provare che un fattore ne determina un altro, perché non si può manipolare la variabile indipendente.

Etica della ricerca

Visto che la ricerca psicosociale coinvolge sempre delle persone, è stato necessario nel tempo porre delle linee guida su come svolgere in senso etico le ricerche. Vi sono alcuni temi trattati nei codici etici ritenuti importanti:

  • Il benessere fisico e psicologico dei partecipanti deve essere salvaguardato. In particolare l’impatto psicologico, più difficile da verificare, deve essere breve e irrilevante.
  • Le persone non devono conoscere gli obiettivi della ricerca, quindi essa contiene degli inganni; molte ricerche fanno uso di attori complici per poter studiare diverse condizioni (es: Milgram – soggetto studente è attore).
  • Devono essere garantite riservatezza dei dati e anonimato.
  • All’inizio della ricerca è necessario ottenere il consenso informato dei partecipanti. Alla fine della ricerca è importante il debriefing, dove i partecipanti vengono informati sul vero scopo della ricerca.

Capitolo 2 – La formazione delle impressioni e l’attribuzione sociale

L’elaborazione delle persone segue 3 principi: conservatorismo (tendenza a mantenere la propria visione del mondo; essa è lenta a cambiare) accessibilità (le info più accessibili sono quelle più influenti) profondità dell’elaborazione (superficiale, per risparmiare energia cognitiva.)

Conoscendo tali principi, possiamo studiare la percezione sociale che caratterizza le persone; definiamo la percezione sociale come lo studio del modo in cui creiamo impressioni e formuliamo giudizi sugli altri, compiendo inferenze; sono questi elementi che guidano le nostre azioni e comportamenti sociali.

Impressioni

Formarsi un’impressione significa rappresentarsi le informazioni relative ad un individuo in una struttura cognitiva che le contenga. La formazione di un’impressione inizia da indizi visibili: l’aspetto, la comunicazione non verbale, la familiarità, il comportamento manifesto. L’aspetto fisico, in particolare, viene sfruttato dalle persone come indicatore di personalità: tendenza a rappresentarsi le persone con bell’aspetto fisico come buone, più calorose, cordiali (tendenza storica, molte rappresentazioni del genere nella storia). Il linguaggio del corpo invece si dimostra importante perché chi dimostra più espressività nella comunicazione non verbale tende ad avere più successo sociale; inoltre CNV ci permette di comprendere gli atteggiamenti e compiere inferenze sulla personalità dell’interlocutore: il contatto visivo sostenuto o evitato, il protendersi verso o lontano dall’interlocutore. Anche l’espressione fisica delle emozioni, tendenzialmente universale (dimostrato da Ekman) è oggetto di formazione delle impressioni. Tuttavia la CNV può sottostare a fattori culturali diversi; potrebbero esservi culture che non considerano la tendenza al contatto fisico come positiva, ma piuttosto come non rispettosa.

Importante è anche la familiarità: le persone tendono a valutare positivamente ciò che gli appare più familiare, perché ciò dà una sensazione di simpatia, fiducia. (Festinger) – se una cosa è familiare a colui che forma l’impressione, basta l’esposizione per formare una valutazione positiva. Ciò è provato da numerosi atteggiamenti: la tendenza delle persone a formare legami con altre con cui condividono atteggiamenti e caratteristiche socio-demografiche, l’importanza della similitudine nelle relazioni sia di amicizia e di coppia. Per dimostrare l’importanza della familiarità nella formazione di impressioni positive Van Baaren ideò un esperimento: in un ristorante, due gruppi di camerieri servivano i clienti; alcuni imitavano il linguaggio del corpo dei clienti, altri non imitavano. La quantità di mance e il loro valore era visto come indicatore della piacevolezza dell’interazione. I camerieri che imitavano i clienti alla fine ricevettero più mance, quindi i clienti sembravano riconoscere inconsciamente questa familiarità tra essi e i camerieri.

Modelli di percezione sociale

Modello configurazionale di Asch

L’assunto di partenza è che la percezione è un processo costruttivo i cui risultati sono mediati dalle strutture d’interpretazione che si attivano nel nostro cervello. Il modo in cui vediamo un oggetto dipende dal contesto in cui esso è inserito. Le informazioni che traiamo sulle persone sono rapportate ad un nucleo interpretativo unificante; l'impressione che abbiamo nei confronti di persone che osserviamo è dettata da una sorta di pattern che influenza ciò che stiamo elaborando.

Esperimento Asch chiese a una parte di soggetti di categorizzare una persona descritta con questi termini: Intelligente – abile – laborioso- caldo – determinato – pratico- prudente. Alla restante parte dei soggetti vengono fornite le medesime parole con un'unica modifica: Intelligente – abile – laborioso- freddo – determinato – pratico- prudente. La presenza di questo mutamento indusse i gruppi a dare delle impressioni totalmente discordanti l'una dall'altra, Asch ipotizzò che il giudizio di un individuo si basa principalmente su delle informazioni ritenute fondamentali (es. caldo e freddo), che possono andare ad influenzare l’elaborazione del giudizio. Ulteriore osservazione è l'effetto primacy: cambiando ordine dei termini, quelli iniziali permangono maggiormente nella memoria e pertanto hanno una maggiore influenza sul giudizio dell'individuo.

Modello algebrico o sommativo di Anderson

Il modello di Anderson è contrapposto a quello di Asch; in questo caso tutti i tratti vengono ritenuti fondamentali per la creazione di un giudizio/impressione. Le persone quindi soppesano tutti i tratti, che hanno un valore specifico e non influenzabile, e ne traggono un giudizio generale in base alla somma di tutti gli aspetti. Attualmente si reputa che i 2 modelli, quello di Anderson e quello di Asch siano entrambi validi e che quindi coesistano o vengano utilizzati in parallelo in base al contesto e alla persona.

Attribuzione

Per interpretare il comportamento altrui noi attribuiamo la causa delle azioni che osserviamo; chiamiamo attribuzione causale l’insieme dei processi con cui ci spieghiamo il comportamento sociale che osserviamo intorno a noi. Il processo di attribuzione è un processo rapido; formuliamo un giudizio in pochi millisecondi. Vi sono più aree neurali che sembrano attivarsi durante questo processo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher irislvcia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Mosso Cristina.
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