Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

sé può essere quindi più collettivo che individualista a seconda della

società d’appartenenza.

Esperimentopartecipanti usa e cinesi dovevano scrivere 20

descrizioni di sé. Se usa tendevano a descriversi secondo la propria

individualità (io sono intelligente, ecc) quelli cinesi scrivevano

descrizioni di sé riferite all’appartenenza a una collettività (io sono

cattolico, ecc)

Biculturalismo: nelle società multiculturali odierne a volte persone

immigrate si trovano a gestire identità derivate sia dalla cultura del

paese d’origine sia dalla cultura del paese ospite. Questo comporta

il dover incorporare nel concetto di sé culture diverse, con valori

diverse. Le difficoltà a dover gestire identità diverse portano a

assimilare l’identità della cultura ospite, o a conservare la propria

identità culturale d’origine.

Persone che riescono a gestire entrambe le culture si dicono

biculturali.

Per il modello di alternanza, persone biculturali possono alternare

l’orientamento culturale a seconda della situazione, comprendendo

i presupposti culturali che guidano il comportamento e sfruttandoli

per un comportamento adeguato.

Soggetti biculturali sembrano essere più a loro agio nell’interazioni

con individui di altre etnie, migliori strategie di problem solving,

capacità interpersonali. Studi riferiscono che tali soggetti sembrano

subire meno le tensioni razziali e i conflitti interetnici.

Non ci sono pareri unanimi sull’argomento. Altri studi vogliono

dimostrare che l’alternanza comporta la perdita dei legami sia con il

gruppo d’origine sia con il gruppo dominante. Per mantenere con

successo due identità culturali in contrasto, è necessario mantenere

un atteggiamento positivo dei confronti di entrambe le culture.

Capitolo 5 – Gli Atteggiamenti.

Un atteggiamento è un insieme di convinzioni relative a un oggetto

d’atteggiamento. Un oggetto di atteggiamento può essere una

persona, una cosa, un evento, un tema. Atteggiamenti possono

essere positivi o negativi o possono essere anche semplici opinioni.

Formazione degli atteggiamenti: possiamo individuare 4

modalità di formazione. Queste modalità si attuano quando non si

possiede un atteggiamento precedente o preesistente o non si

conosce l’oggetto.

Mera esposizione: l’esposizione ripetuta a oggetti può

 determinare un accentuarsi dei sentimenti positivi nei confronti

di essi. Non vi è necessità di azioni o interazioni con esso, solo

l’esposizione.

Esperimento Zajonc: ai partecipanti furono mostrati caratteri

che ricordavano ideogrammi cinesi per due secondi, ma non per

lo stesso numero di volte, alcuni apparivano più volte. Ai

partecipanti veniva detto che tali caratteri erano aggettivi e loro

dovevano indovinare quali avessero connotazione positiva e

quali negativa. Individuata una relazione tra la frequenza

d’esposizione e l’attribuzione di una connotazione positiva – più

spesso il simbolo veniva presentato, più erano positive le

sensazioni delle persone nei suoi confronti.

L’effetto spiega anche la nostra preferenza per l’immagine allo

specchio rispetto all’immagine di una foto, perché è quella che

vediamo più spesso. L’effetto non avviene solo con stimoli visivi, ma

anche sonori e gustativi.

Apprendimento associativo: può avvenire in due modi,

 implicitamente via condizionamento classico e esplicitamente

via cond. operante.

Cond. classico: associazione di stimolo neutro a stimolo

 incondizionato – studi di Pavlov. L’effetto sembrerebbe

verificarsi anche in contesti sociali.

Esperimento Staats e Staats: ricercatori abbinarono

aggettivo sulla nazionalità (positivo per “svedese” negativo

per “olandese” oppure il contrario) e chiesero ai

partecipanti di fornire una valutazione dei due gruppi

sociali. La valutazione degli olandesi era maggiormente

negativa rispetto a quella degli svedesi e viceversa se

l’abbinamento era contrario.

Non si tratta solo di mera esposizione agli stimoli; stimoli

vengono abbinati ad ulteriore stimolo con valenza positiva

o negativa.

Nell’esperimento però l’effetto condizionato era di poco,

l’atteggiamento verteva poco su una valenza pos o neg.

Questo perché l’effetto è maggiore quando gli stimoli con

valenza sono accoppiati a parole prive di significato.

L’effetto dell’associazione risulta essere più potente per la

formazione di un atteggiamento quando si ha conoscenza

limitata sull’oggetto. Nell’esperimento la nazionalità era

familiare ai partecipanti, che quindi potevano possedere

preconcetti.

Cond. operante: comportamento rinforzato se seguito da

 una ricompensa e indebolito se seguito da una punizione –

lavoro di Skinner. Si verifica esplicitamente – richiede dei

comportamenti.

Auto-percezione: secondo questa teoria (Bem) lo sviluppo

 degli atteggiamenti avviene attraverso l’osservazione del nostro

comportamento. Si osserva la propria condotta e si attribuisce a

cause interne o esterne. Le cause interne in specifico sono più

probabili se il comportamento è liberamente scelto.

L’inferenza degli atteggiamenti dal comportamento è più

probabile quando non si hanno conoscenze sul tema o non si

possiede un atteggiamento preesistente.

Esperimento Chaiken e Baldwin: partecipanti sottoposti a un pre-screening

per verificare l’atteggiamento nei confronti di comportamenti ecologici.

Partecipanti furono divisi in due condizioni – ricercatori ponevano domande

su comportamenti o ecologici o antiecologici. Risultati confermarono la

teoria: partecipanti indotti a parlare dei propri comportamenti improntanti

al rispetto dell’ambiente si consideravano successivamente come persone

ecologiche e viceversa, ma solo quando il loro atteggiamento rilevato nel

pree-screening non era esistente o era debole. Chi aveva un’opinione forte

non subì cambiamenti.

Altro esempio deriva dallo studio Strack: leggere vignette comiche con una

penna tra le labbra o tra i denti – quelli con penna tra i denti le

consideravano più divertenti, perché posizione simula sorrisoIPOTESI DEL

FEEDBACK FACCIALE, persone si sentivano sorridere e attribuivano ciò alla

comicità. OppureTEORIA VASCOLARE DELL’EMOZIONE (Zajonc) sorriso

determina maggiore afflusso di sangue al cervello, raffreddamento della

zona talamica e quindi umore migliora.

Approccio funzionale: le prime 3 teorie illustrano processi che

 operano al di fuori della consapevolezza, assumendo inoltre che

la formazione degli atteggiamenti è un processo passivo. Non

tutti gli atteggiamenti però si formano al di fuori della

consapevolezza. Per questo approccio la formazione degli

atteggiamenti dipende da quanto essi soddisfano bisogni

psicologici diversi. La teoria prevede formazione attiva. Vi sono

quattro bisogni psicologici di base:

Bisogno utilitaristico: atteggiamenti si formano perché

 permettono di ottenere il consenso altrui. Il bisogno

determina gli atteggiamenti strumentali, che ci permettono

di andare d’accordo con gli altri.

Bisogno conoscitivo: atteggiamenti che possono aiutarci

 ad organizzare e prevedere il mondo sociale, che

forniscono un senso compiuto all’esistenza.

Bisogno ego-difensivo: atteggiamenti che proteggono le

 persone da info sgradevoli per mantenere un’immagine

positiva di sé.

Bisogno di espressione dei valori: atteggiamenti che

 esprimono valori che riteniamo importanti per noi.

Atteggiamenti e comportamento: qual è la relazione tra

atteggiamenti e comportamento? Lo studio classico di LaPiere ha

avviato il dibattito. Lo studioso intraprese un viaggio di tre mesi

negli USA insieme a una coppia cinese, per esaminare

atteggiamenti intergruppo e come tali atteg. permettessero di

prevedere il comportamento. Atteggiamenti dovrebbero

determinare il comportamento ma dalla ricerca venne fuori che non

sempre è così. LaPiere era interessato al pregiudizio etnico, che

negli USA degli anni ’30 era diffuso, e voleva comprendere se il

pregiudizio verso gli asiatici avrebbe dato luogo a discriminazioni.

Prima fase della ricerca: LaPiere visitò e si fermò in 250 hotel e

ristoranti diversi con la coppia per vedere se si sarebbero rifiutati di

ospitarla. Solo 1 si rifiutò, mostrando basso livello di discriminazione

(incoerente con il tempo storico.)

Seconda fase: LaPiere mandò dopo il viaggio una lettera ai gestori

di quei 250 locali, chiedendo se avrebbero accettato una coppia

cinese – ricevette 128 risposte di cui il 90% dichiarò che si sarebbe

rifiutato di ospitarla.

Determinanti della relazione atteggiamento-

comportamento: tale discrepanza può essere spiegata (grazie a

ricerche successive) da alcuni fattori che influenzano la relazione

atteg-comp.

Specificità: atteggiamenti possono prevedere il

 comportamento se hanno lo stesso livello di specificità. La

ricerca di LaPiere valutava un comportamento specifico

(accogliere quella specifica coppia), mentre l’atteggiamento

dichiarato successivamente era generico. Atteggiamenti

generali non fanno prevedere comportamenti specifici.

Tempo: maggiore è l’intervallo tra la misurazione di un

 atteggiamento e la misurazione di un comportamento più è

probabile che tra i due non vi sia corrispondenza, perché

l’atteg cambia.

Autoconsapevolezza: l’autoconsapevolezza di un individuo

 precedente all’attuazione di un comportamento può

influenzare l’intensità della relazione tra atteggiamento e

comportamento. Consapevolezza di sé privata favorisce un

comportamento coerente con i propri atteggiamenti;

consapevolezza di sé pubblica favorisce comportamento

coerente con l’atteggiamento della maggioranza, specialmente

in presenza di altre persone.

Accessibilità dell’atteg: autoconsapevolezza privata o

 pubblica dipende dall’accessibilità dell’atteg, privato o

pubblico. I giudizi e comportamenti delle persone sono

influenzati dall’euristica della disponibilità, per cui più

facilmente un atteggiamento è richiamato alla mente più esso

influenzerà il comportamento.

Forza dell’atteggiamento: più essi sono forti più

 influenzeranno il comportamento. Non è detto che

atteggiamenti forti sono quelli più accessibili. Vi sono tre fattori

che influenzano la forza dell’atteggiamento e di conseguenza

la relazione atteg-comp:

Informazione: più info sull’oggetto, maggiore forza e più

 coerenza.

Coinvolgimento personale: più si è coinvolti riguardo a un

 dato tema più vi sarà coerenza.

Esperienza diretta: atteggiamenti formati attraverso

 esperienza diretta saranno più forti e vi sarà maggiore

coerenza.

Teoria del comportamento pianificato: (Ajzen) quando e come

gli atteggiamenti, insieme ad altre determinanti chiave, permettono

di prevedere il comportamento?

Secondo la teoria tre fattori contribuiscono alla formazione di

intenzioni comportamentali, che sono la determinante del

comportamento. Tali fattori sono:

Atteggiamenti, determinati dalle convinzioni sulle conseguenze

 del comportamento e la valutazione di tali conseguenze.

Norme soggettive, determinate dalle aspettative percepite e

 dalle proprie motivazioni ad aderire a quelle aspettative.

Controllo percepito, determinato dalla propria percezione di

 quanto facile o difficile sia attuare un comportamento.

interattivo

I tre fattori si combinano in modo determinando

l’intenzione comportamentale che poi determina il comportamento.

Né atteggiamenti né norme possono determinare il comportamento,

ma è l’interazione tra questi, uniti al controllo percepito.

Atteggiamenti e norme contribuiscono solo all’intenzione

comportamentale e solo tramite l’intenzione si può prevedere il

comportamento. Il controllo percepito è l’unico fattore che può

influenzare direttamente il comportamento perché esso potrebbe

ridurre le probabilità di un comportamento anche con una ferma

intenzione. L’effetto dei tre fattori non è additivo: se una delle tre

componenti si oppone fortemente l’intenzione sarà insufficiente e il

comportamento non attuato – è quindi effetto interattivo.

Azione ragionata e spontaneità: la teoria di prima spiega il

processo decisionale razionale, ma non è efficace nel prevedere

comportamenti spontanei. Molti dei nostri comportamenti sono

automatici, senza controllo consapevole. La teoria è un modello

associabile allo scienziato ingenuo, i comportamenti spontanei

dovuti a istinto o abitudine sono associati all’economizzatore

cognitivo.

Cambiamento degli atteggiamenti: quali fattori fanno mutare

gli atteggiamenti?

Dissonanza cognitiva: riguarda cambiamenti di atteggiamento

risultanti da introspezione. Secondo la teoria dell’autopercezione

quanto non si possiede atteggiamento preesistente o esso è molto

debole esso può essere inferito dal nostro comportamento. Ma in

certi casi anche gli atteggiamenti già esistenti possono cambiare in

seguito all’osservazione del proprio comportamento.

Per la teoria della dissonanza cognitiva (Festinger) se un

comportamento contraddice gli atteggiamenti esistenti si genera un

senso di disagio. Quando si agisce in modo incoerente con i propri

atteggiamenti si crea una dissonanza cognitiva, ovvero un disagio

interiore. Gli individui allora tenteranno di trovare modi per spiegare

la dissonanza che sentono e se non vi sono ragioni, muteranno il

loro atteggiamento per farlo coincidere con il comportamento già

attuato.

Al contrario della teoria dell’autopercezione, quindi, l’atteggiamento

esiste già ed è modificato dall’introspezione – anzi, per provocare

una dissonanza l’atteggiamento esistente deve essere piuttosto

forte.

Vi sono tre fattori chiave che determinano l’emergere della

dissonanza cognitiva:

Giustificazione: la giustificazione a cui le persone ricorrono per

 spiegarsi il comportamento incoerente con i propri

atteggiamenti. Se le persone hanno una ragione che spieghi il

comportamento la dissonanza non si crea.

Libertà di scelta: essere costretti a fare qualcosa fornisce una

 spiegazione del perché il comportamento fosse incoerente. Se

il comportamento è stato liberamente scelto si crea

dissonanza.

Investimento: più qualcuno è convinto dei propri

 atteggiamenti, più forti saranno gli effetti della dissonanza.

Dissonanza cognitiva: Autopercezione:

discrepanze sono evidenti, la discrepanza è media,

l’atteggiamento è importante l’atteggiamento non c’è o non è

per il soggetto e non è possibile particolarmente rilevante per il

in altro modo spiegare la soggetto.

discrepanza.

Persuasione: la dissonanza cognitiva rileva cambiamento di

atteggiamento a partire da una discrepanza interna. La persuasione

invece rileva un cambiamento in seguito a messaggi esterni.

In che modo le persone riflettono su messaggi esterni e cosa fa sì

che esse siano persuase?

Studi di Carl Hovland: inizia una serie di studi sulla persuasione. Lo

studio della persuasione prima di lui era legato a metodi descrittivi, mentre H

introduce l’uso del metodo sperimentale; oltre a studiare il cambiamento delle

v. dipendenti a seconda della manipolazione delle v. indipendenti studia le

variabili intervenienti.

Negli esperimenti manipola 4 variabili indipendenti:

Fonte credibile vs non credibile: la credibilità della fonte è attribuita dal

 ricevente quando esso può supporre che questa abbia conoscenza

approfondita del tema. Dagli esperimenti è stato dimostrato che il

cambiamento di opinione avveniva più spesso quando il messaggio era

attribuito a una fonte credibile MA dopo rilevazioni successive la

differenza tra fonte credibile e non credibile non era più

rilevabileSleeper Effect: i soggetti sperimentali con il passare del tempo

dimenticavano la fonte del messaggio ed erano così spinti a basare il

proprio cambio d’opinione sulle sole argomentazioni.

Comunicazione unilaterale vs bilaterale: un messaggio bilaterale dagli

 esperimenti si è dimostrato più efficace su soggetti che possedevano

un’opinione opposta a quella sostenuta.

Conclusione esplicita vs implicita: conclusione esplicita dagli esperimenti

 sembrerebbe rendere il messaggio più persuasivo.

Appello alla paura a livello alto, moderato, basso: quando la persona è

 esposta a una comunicazione contenente una minaccia per il sé vengono

indotte reazioni emotive negative. Per equilibrare tale stato il soggetto

attua diverse risposte, che dipendono da atteggiamenti o da esperienze

passate. Se il messaggio contenente la minaccia conteneva una

raccomandazione rassicurante era incluso tra le risposte.

Dagli esperimenti è emerso che un appello alla paura di intensità forte

produce maggiore tensione emotiva, ma un appello alla paura con

intensità debole produce una maggiore e più duratura influenza sul

comportamentoil soggetto valuta la minaccia e considera le

raccomandazioni.

In relazione a 3 variabili dipendenti:

Apprendimento delle info nel messaggio

 Opinioni

 Ricordo

Le variabili intervenienti considerate sono legate alle caratteristiche del

ricevente: l’intelligenza, l’educazione, la probabilità di sentire controargomenti,

la partecipazione attiva. Inoltre atteggiamenti e motivazioni di un ricevente

possono dipendere dall’appartenenza al un gruppo ed è possibile che chi è

motivato a rimanere in dato gruppo tenda ad essere più sensibile all’influenza

degli altri membri. È stato dimostrato negli esperimenti che il rispondere in

anonimato o in visibilità influenzava le risposte dei soggetti.

La comunicazione persuasiva per H. è un tipo di comunicazione che riguarda

quesiti non risolvibili attraverso l’osservazione diretta e che presentano

conclusioni su cui si possono avere opinioni diverse. La comunicazione non

verbale modifica gli atteggiamenti partendo dalle risposte verbali, ovvero dalle

opinioni: esse provengono da apprendimenti che si mantengono finchè non si

ha una nuova esperienza d’apprendimento. Perché una nuova opinione

sostituisca la precedente è necessario che essa sia associata a degli incentivi.

Vi sono 3 tipi principali di stimoli che possono produrre cambiamenti nella

percezione dei vantaggi di una data opinione: le caratteristiche osservabili

della fonte del messaggio, il setting in cui l’individuo è esposto alla

comunicazione persuasiva, gli elementi di contenuto della stessa.

Problemi aperti:

Percorsi a processo duale di persuasione: essere umano può a

volte comportarsi come economizzatore cognitivo, a volte come

scienziato ingenuo. Questo fa sì che esistano due modalità principali

di elaborazione delle informazioni sociali.

Tale processo duale è efficace per spiegare quando e perché le

persone sono o non sono persuase dagli altri.

Sono stati elaborati due modelli a proposito:

Il modello della probabilità di elaborazione.

 Il modello euristico-sistematico.

La differenza tra i modelli sta nel fatto che il modello euristico-

sistematico ritiene che i due processi non si escludano l’uno con

l’altro, a differenza dell’altro modello. Entrambi i modelli sostengono

che vi siano due modi in cui un messaggio persuasivo può

determinare un mutamento di atteggiamento:

Percorso centrale (sistematico): si utilizza quando le persone

 sono motivate e in grado di riflettere sul contenuto di un

messaggio. Le persone in tal caso sono influenzate da

forza+qualità degli argomenti.

Percorso periferico (euristico): quando le persone non

 desiderano o non sono in grado di analizzare il contenuto di un

messaggio. Si presta allora attenzione a indizi irrilevanti per il

contenuto o la qualità, come piacevolezza di chi parla o la

quantità delle info.

Gli atteggiamenti possono cambiare grazie ad entrambi, ma gli

atteggiamenti risultanti possono essere qualitativamente diversi.

Quelli che derivano da percorso periferico sono più deboli, meno

resistenti a controargomenti, meno predittivi del comportamento

rispetto a quelli che derivano da percorso centrale.

Oltre alle condizioni generali d’uso dell’euristica (tempo, quantità

d’info, sovraccarico cognitivo), vi sono ulteriori fattori che

influenzano il percorso scelto:

velocità del discorso

La rende più difficile elaborarne il

 contenuto; ci si affida allora alla quantità, non alla qualità degli

argomenti.

L’umore: persone felici tendono a usare il periferico, tristi il

 centrale. Umore negativo infatti segnala che qualcosa non

vaaumento di attenzione.

Coinvolgimento: quanto il tema è rilevante per il sé. Se tale

 tema influenza direttamente e ha implicazioni sul sé è

probabile la scelta del centrale.

Differenze individuali: il bisogno di cognizione è la necessità di

 elaborare con cura un’informazione; persone con maggiore

bisogno prenderanno il centrale, con minore il periferico. Vi

sono altre tendenze, come il bisogno di chiusura, il bisogno di

valutazione. Importanti anche le differenze

nell’automonitoraggio: importanza attribuita a ciò che le altre

persone pensano di loro.

Umorismo: quello rilevante influenza la scelta del centrale,

 quello irrilevante del periferico.

Un percorso, una volta intrapreso, ha diverse determinanti della

persuasione. Un percorso centrale ha come determinante la qualità

dell’argomento.

Un percorso periferico prende in considerazione molte altre

caratteristiche:

Vi è con più probabilità di un mutamento dell’atteggiamento se

 la fonte è attraente.

La somiglianza in termini di atteggiamenti, aspetto e categorie

 sociali può accentuare la persuasione.

La credibilità della fonte accresce la probabilità del

 mutamento. Fonte è credibile se si tratta di un esperto, senza

pregiudizi e attendibile.

Capitolo 10 – L’influenza sociale.

Si definisce l’influenza sociale come il cambiamento che si verifica

in pensieri e azioni di un individuo in presenza di altre persone. È

l’effetto esercitato da una persona o un gruppo sul singolo.

Norme sociali: primi studi sull’argomento sono dovuti a Sherif, che

condusse uno studio per capire come i gruppi condividano credenze

consensuali e omogenee. Sherif parte dalle osservazioni di Allport: i

giudizi espressi delle persone sono meno radicali e estremi quando

sono espressi in presenza di altri membri del gruppo di

appartenenza. E di Jennes: l’assimilazione valutativa fra i membri di

un gruppo può avvenire solo per richiesta esplicita.

Nello studio di Sherif i partecipanti erano convinti che l’esperimento

fosse sulla percezione visiva. Sfruttando l’effetto autocinetico, dove

in assenza di punti di riferimento un punto luminoso sembra

spostarsi in una stanza buia. I partecipanti osservarono il fenomeno

e nella prima fase fecero valutazioni sul movimento del punto

individualmente (punteggi furono molto diversi). Sherif voleva

osservare cosa sarebbe successo se i partecipanti avessero

espresso valutazioni in pubblico. L’ipotesi fu che in tale contesto si

sarebbe creata una regola del gruppo a cui tutti i partecipanti si

sarebbero uniformati. Nella seconda fase infatti i giudizi dei

partecipanti si allontanarono dalle valutazioni della fase 1 per

convergere su uno standard comune.

Tale standard comune fu definito da Sherif come norma sociale.

Ulteriori risultati mostrano come l’individuo si crei una norma

individuale che tende a seguire nelle proprie valutazioni, mentre nel

gruppo si instaura una norma sociale. In una versione dello studio le

valutazioni individuali seguivano quelle di gruppo: in tal caso la

norma sociale era mantenuta nelle individuali.

La norma sociale si forma quando vi è uno schema di riferimento

normativo a cui gli individui si adattano, perchè altrimenti si

percepirebbero come devianti.

In relazione all’aumento dell’incertezza del compito aumenta la

tendenza a convergere verso la norma sociale. Questo perché in

situazioni incerte i giudizi altrui possono funzionare da euristica.

Nell’esperimento di Sherif i partecipanti erano incerti riguardo al

compito e non disponendo di informazioni, non potendo comportarsi

da scienziati ingenui, sfruttavano tale euristica.

La scoperta di Sherif mostra come i nostri atteggiamenti sono

influenzati dal contesto sociale e dalle persone in quel contesto.

Mostra inoltre come si possano formare degli atteggiamenti di

gruppo. Le norme sociali sono infatti atteggiamenti condivisi tra i

diversi membri di un gruppo.

Conformismo: nell’esperimento di Sherif il compito era incerto e

gli individui si basavano sulle risposte degli altri per formare i propri

giudizi.

Cosa accade quando gli individui sono sicuri della risposta e si

dispone di abbastanza informazioni? Cosa accade quando l’opinione

privata è in conflitto con la norma sociale? In queste situazioni non

si ricorre ad un’euristica. Ma si è notato che la presenza di altri può

indurre a seguire la norma del gruppo anche se non la si condivide.

Esperimento di Ash: egli voleva verificare l’effetto degli altri sul

giudizio individuale quando il compito è semplice e vi è discrepanza

fra pubblico e privato.

Ai soggetti fu detto che stavano prendendo parte a uno studio di

stima di lunghezza di una linea con altre 6 persone.

Sherif: compito difficile, altri Ash: il compito era semplice, gli

soggetti nell’esperimento erano altri soggetti erano in realtà

veri partecipanti. complici.

Veniva presentata una linea standard. Venivano poi mostrate 3 linee

di confronto. Il partecipante doveva dire quale linea di confronto

avesse la stessa lunghezza della standard, in presenza degli altri

“partecipanti”.

Compito semplice – non vi erano dubbi su quale fosse la linea

giusta. I giudizi dei partecipanti non erano solo pubblici, ma erano

espressi dopo quelli dei complici. Questi davano risposte sbagliate

all’unanimità prima del soggetto. Si voleva vedere se il soggetto

avrebbe dato la risposta giusta o si sarebbe adeguato al gruppo.

Quando non c’erano altre persone solo l’1% dava risposte sbagliate

– il compito era semplice.

In presenza di altri i partecipanti si uniformavano dando la risposta

sbagliata nel 37% delle prove. Il 76% dei partecipanti si uniformava

almeno in una prova. Vi era aumento del tasso di errore nella

situazione di gruppo.

Era ovvio che i partecipanti rispondessero in modo diverso alla

propria opinione.

Spiegazioni del conformismo: Deutsch e Gerard ipotizzarono due

fonti di influenza per spiegare la convergenza sulla norma del

gruppo.

L’influenza informativa, dove il conformarsi alla norma del

 gruppo diviene strumento per ottenere informazioni. Ciò

avviene in situazioni ambigue e incerte (spiegherebbe i

risultati ottenuti da Sherif). L’individuo accetta i giudizi altrui

come prove di realtà. Funziona come un’euristica.

L’influenza normativa, conformismo dovuto a desiderio di

 accettazione e approvazione, compiacenza, per evitare

l’esclusione dal gruppo. Gli individui desiderano essere

accettati dagli altri; temono di incorrere in sanzioni sociale

dalla critica all’esclusione. Per evitare ciò gli individui sono

indotti ad adeguarsi alla norma del gruppo.

La spinta a conformare in ogni caso pare a)frutto di un processo di

ragionamento, non dalla semplice suggestione b)determinato da

info sulla realtà c)finalizzato ad ottenere una visione oggettiva del

mondo.

D&G eseguirono un esperimento per dimostrare l’influenza sia normativa

che informativa. Riprodussero le condizioni dell’esperimento classico di

Asch introducendo una condizione dove si chiedeva al gruppo di essere il

più preciso possibile. (aumentare pressione del gruppo e i.normativa)

Inoltre metà partecipanti esprimeva il giudizio con le linee ancora

davanti, a metà le linee erano nascoste (aumentare incertezza e quindi

i.informativa)

I due tipi di influenza producono due tipi diversi di conformismo.

Normativamodifica l’atteggiamento pubblico, ma non quello

 accondiscendenza.

privato. Crea quindi

Informativamodifica sia l’atteggiamento pubblico che quello

 conversione.

privato. Crea

Si può delineare un modello dei contesti sociali in cui possiamo

aspettarci un modello invece che un altro:

INFLUENZA INFORMATIVA INFLUENZA NORMATIVA

- incertezza della propria - certezza della propria

opinione opinione

- compito complesso - compito semplice

- informazioni scarse - informazioni dettagliate

Cambiamento attg pubblico e Cambiamento solo atteg.

privato pubblico

Fattori moderatori dell’influenza normativa:

Coesione del gruppo: la misura in cui nel gruppo è percepita

 l’interconnessione. Più il gruppo è coeso più i membri sono

interdipendenti e più è rapido a manifestarsi il conformismo.

Dimensione del gruppo: conformismo sembra essere

 proporzionale al numero dei membri, ma fino a un certo punto.

Ciò avviene quando il gruppo supera i 3 membri, perché è da 3

membri che un singolo può sentirsi in minoranza. Un numero

troppo alto porterebbe a una dispersione del conformismo.

Supporto sociale: tale elemento fa diminuire il livello di

 conformismo. Nello studio di Asch se un solo complice si

mostrava d’accordo con il partecipante e dava la risposta

corretta il livello di conformismo scendeva. Anche se un

complice non era d’accordo né con l’opinione comune né con

quella del partecipante il conformismo diminuiva. Qualsiasi

rottura del consenso sociale porta a tale diminuzione.

Fattori moderatori dell’influenza informativa:

Fiducia in sé stessi: è un fattore interno alla persona. minore è

 la fiducia in sé maggiormente si sarà soggetti all’influenza del

gruppo. Più si è insicuri infatti più si tenderà a basare i propri

giudizi su quelli degli altri.

Norme culturali: è fattore situazionale. In culture individualiste

 il conformismo pareva a livelli sì altri, ma replicando gli stessi

esperimenti in culture collettiviste tale livello saliva.

Impatto dell’influenza sulle norme sociali: vi sono casi in cui le

pressioni al conformismo sono riscontrabili anche nel cambiamento

di atteggiamento di gruppo: la norma sociale può cambiare a causa

di tali pressioni. polarizzazione di gruppo:

Ne vediamo un esempio nella grazie a un

periodo di discussione all’interno di gruppo una certa questione può

subire una polarizzazione/esagerazione rispetto all’atteggiamento

iniziale. Turner spiega questo fenomeno con la depersonalizzazione,

ovvero la tendenza a categorizzare sé in base alla propria

appartenenza al gruppo. Quando l’appartenenza è saliente il

soggetto si assegna il prototipo di tale gruppo. Quando un gruppo

discute la propria opinione su una questione ogni membri fa

convergere le proprie opinioni sulla norma del gruppo che sembra

riaffiorare dalla discussione. Il consenso del gruppo si rafforza e può

avvenire una polarizzazione.

Questo fenomeno può essere spiegato in due modi: per rispondere

a problemi normativi e per adeguarsi alla maggioranza ogni

membro si avvicina alla norma del gruppo nell’esprimere la propria

opinioneinfluenza normativa.

Gruppo costituisce una fonte di informazioni e durante una

discussione di gruppo si ottengono informazioni a sostegno della

posizione del gruppo e i membri ne risultano sempre più

convintiinfluenza informativa.

pensiero di gruppo

Possiamo vedere nel una forma estrema di

polarizzazione. Tale processo porta maggiore conformismo,

sovrastima della competenza del gruppo e ristrettezza di vedute, un

deterioramento dell’analisi della realtà e del giudizio morale.

Causato da alta coesività del gruppo e dal contesto situazionale

minaccioso.

Influenza della minoranza: non sempre è la maggioranza che

influenza la minoranza. Perfino nell’esperimento di Asch il

conformismo non era totale e vi erano partecipanti che non si

conformavano mai.

L’influenza sociale infatti va in entrambi i sensi; in condizioni

particolari le minoranze possono far cambiare atteggiamenti e

comportamenti alle maggioranze.

La ricerca ha riscontrato che la minoranza può esercitare influenza

coerente e sicura di sé.

solo se è In un esperimento di Moscovici&Lage

i partecipanti dovevano individuare il colore di una serie di diapositive; il

compito era semplice. Vi erano 4 partecipanti veri e 2 collaboratori, che

rappresentavano la minoranza. Veniva analizzato l’effetto delle risposte,

sbagliate, date da questa minoranza.

L’ipotesi era che in certe situazioni la minoranza può esercitare influenza

sulla maggioranza. Dai risultati si evinse che la minoranza aveva

un’influenza sulla maggioranza quando era coerente nel dare sempre la

risposta sbagliata. Quando non era coerente nella risposta non vi era

influenza.

Spiegazione: date le conseguenze normative e i vantaggi

informativi del conformarsi, vedere una minoranza coerente e sicura

della sua idea può indurre la maggioranza ad attribuire della

credibilità alla minoranza. Maggioranza sa che non adeguarsi porta

ad esclusione e sa che adeguarsi ha vantaggi – induce a pensare

che la minoranza sappia qualcosa che la maggioranza non sa.

Come le minoranze esercitano influenza? Secondo Moscovici i

processi in cui min influenza la magg sono diversi rispetto a quelli

con cui la magg influenza la min.

Le maggioranze creano conformismo attraverso il confronto

 sociale; non è richiesto un ragionamento sul tema, il

conformismo è dovuto a preoccupazioni normative

solo accodiscendenza, solo conf pubblico.

creerebbero

Le minoranze possono spingere la maggioranza al

 ragionamento, alla valutazione e accettazione della propria

opinionemodificano atteggiamento privato. Non pubblico,

perché nella magg si è soggetti a influenza normativa e per

paura di esclusione non si modificherebbe quello pubblico.

Nemeth ha ipotizzato che le minoranze esercitino influenza tramite

pensiero divergente: gruppi minoritari portano a una maggiore

elaborazione. Ma la direzione dei processi di pensiero non deve per

forza convergere sull’opinione della min, l’importante è proprio

questa maggiore attività di riflessione sul tema, che porta a dei

giudizi qualitativamente migliori perché considerano punti di vista

alternativi (anche se poi si rimane della opinione iniziale).

Le minoranze sono quindi importanti per fornire punti di vista

alternativi e salvaguardia nei confronti del pensiero di gruppo.

Obbedienza: conformismo è una forma di influenza sociale

implicita, ci si adegua a una norma implicita. Ma vi sono situazioni

in cui l’influenza esercitata è diretta, esplicita. Con l’obbedienza

infatti si risponde ad ordini espliciti.

L’esperimento di Milgram: post seconda guerra mondiale, quali sono

le condizioni che possono spingere a seguire ordini immorali perché

l’autorità lo richiede?

Milgram compie una serie di esperimenti seguendo tale paradigma: ai

partecipanti viene detto che lo studio è sugli effetti della punizione

sull’apprendimento. 2 soggetti vengono scelti come insegnante e allievo.

L’allievo in realtà è sempre il complice. Allievo doveva associare coppie

di parole che insegnante leggeva. Ogni volta che sbagliava insegnante

doveva somministrare una scossa, ogni volta più intensa (fino a 450

volt). Il collaboratore rispondeva da un’altra stanza. Il copione in ogni

replica era lo stesso seguito sia da sperimentatore sia da complice.

Complice gridava, implorava e poi rimaneva in silenzio a 300volt, come

se fosse svenuto/morto. Sperimentatore incoraggiava a continuare,

divenendo sempre più incalzante.

Milgram chiese precedentemente a studenti, insegnanti, psichiatri di fare

previsioni sull’obbedienza: secondo tali prev solo lo 0,1% di partecipanti

avrebbero obbedito fino ai 450 volt, gli altri avrebbero abbandonato dopo

la scossa ai 210. I risultati dell’esperimento mostrarono che il 65%

obbedì allo sperimentatore somministrando la scossa dei 450; ai 210

nessuno si sottrasse.

Le spiegazioni dell’obbedienza: per Milgram vi sono tre fattori

presenti in condizioni di obbedienza.

norma culturale diffusa

Presenza di una secondo la quale

 bisogna obbedire all’autorità. graduali

Le richieste di obbedienza ad azioni riprovevoli sono

 (es: nell’esp le scosse andavano da leggera a letale con

gradualità) cambiamento di stato d’agente,

Deve avvenire un per cui le

 persone non si consideravano più responsabili ma attribuivano

(stato eteronomico.)

la responsabilità all’autorità

M definisce l’obbedienza come il risultato di due forze con azione

congiunta: la disponibilità all’obbedienza e l’influenza del sistema

sociale dove l’individuo è calato. L’obbedienza è data dal fatto che

l’individuo è posto in tale stato eteronomico e dalla presenza di

ordini precisi espliciti impartiti dall’autorità.

Determinanti dell’obbedienza: milgram nell’esperimento va a

manipolare diverse variabili, scoprendo che alcuni fattori

modificavano il livello di obbedienza.

La vicinanza della vittima – se erano nella stessa stanza o no –

 se aumentava diminuiva il livello di obbedienza.

Vicinanza dello sperimentatore – se aumentava l’obbedienza

 era maggiore, se lo sper era in un’altra stanza ad es diminuiva.

Lo status dell’autorità – disobbedienza aumenta al diminuire

 dello status. Inoltre si evince che sia la risposta all’autorità che

determina l’obbedienza, non il contenuto specifico dell’ordine.

Il conflitto di autorità – obbedienza diminuisce se vi è un

 conflitto tra due autorità (es: due sperimentatori che davano

ordini incongruenti.)

Il genere – questo non dà differenze. Maschi e femmine

 rispondevano allo stesso modo.

Il contesto e l’aspetto dello sperimentatore – obbedienza

 diminuiva in contesti dimessi o in presenza di uno

sperimentatore trasandato. Aumentava con sperimentatori

dall’aspetto professionale e in contesti di laboratorio.

Teoria dell’impatto sociale: di Latanè. Una teoria generale

dell’influenza sociale, che tenta di spiegare i risultati della ricerca

sia sul conformismo che sull’obbedienza.

La portata dell’influenza sociale delle persone dipenderebbe da:

Numero – più sono i membri del gruppo più l’influenza sarà

 potente.

Forza – intesa come status, potere o esperienza, maggiore è

 maggiore è l’influenza.

Immediatezza – vicinanza nel tempo o nello spazio del gruppo

 di potere, più aumenta più influenza aumenta.

Questa teoria spiega l’effetto di livellamento nello studio di Asch dovuto al

numero – il primo individuo ha più effetto, ogni individuo successivo

contribuisce meno all’effetto generale.

Teoria spiega i risultati di Milgram: l’obbedienza era infatti superiore quando lo

sperimentatore aveva un aspetto autorevole (maggiore status=maggiore

forza).

Alle minoranze che si dimostrano forti (coerenti e fiduciose) viene attribuita

credibilità.

L’immediatezza tra vittima e insegnante influenzava l’obbedienza.

Capitolo 6 – L’aggressività.

Teorie sull’aggressività: vi sono due categorie di teorie.

Teorie biologiche: la tendenza di comportarsi in modo

 aggressivo è innata. L’individuo è predisposto a essere

aggressivo.

Teoria psicodinamica: da Freud; l’individuo ha due istinti

 innati e opposti, l’istinto di vita e l’istinto di morte. L’istinto

di morte è inizialmente diretto all’autodistruzione, ma con la

crescita l’individuo impara come indirizzarlo verso gli altri

sotto forma di comportamento aggressivo, visto come esisto

di accumulo di tensione che va scaricata.

Teoria evoluzionistica: il comportamento sociale si

 trasmette da generazione a generazione. Tale

comportamento deve assicurare la sopravvivenza e la

trasmissione del corredo genetico. L’uso dell’aggressività a

questo scopo lo vediamo negli animali, per difendere

famigliari e prole. Tra gli esseri umani l’aggressività è

dovuta per garantirsi un vantaggio sociale ed economico.

Vi sono due problemi su questa teoria: è difficile fornire delle

prove, perché le tendenze evoluzionistiche si sono

sviluppate in migliaia di anni; gli individui non sono

aggressivi solo per protezione, a volte lo sono verso i propri

famigliari.

Teorie sociali: il contesto sociale, secondo queste teorie, può

 spiegare il comportamento aggressivo. Non negano la

componente biologica però.

Ipotesi frustrazione-aggressione: dall’osservazione che

 le persone assumevano un comportamento aggressivo più

in certe situazioni che in altre. Dollard: aggressività deriva

dalla frustrazione che si ha in relazione a una persona o

evento particolare. Se l’aggressività non può essere diretta

alla fonte della frustrazione viene deviata verso obiettivi

realistici. Secondo Howland e Sears la frustrazione dovuta a

cause situazionali produce impulsi aggressivi che vengono

indirizzati verso obiettivi vulnerabili. (es: crisi

economicaaggressività verso gruppi minoritari)

Critiche: vi sono poche prove empiriche a conferma; inoltre

anche quando si trova un nesso fra frustrazione e

aggressività non è diretto.

Ipotesi catartica: in una situazione frustrante si ha un

 crescendo di emozioni negative e per scacciarle bisogna

esternarle. (ripresa dell’idea di Freud.) vi sono studi

contrastanti sulla catarsi, alcuni la confermano altri la

dimostrano inefficace.

Modello cognitivo neoassociazionista: Berkowitz. La

 frustrazione genera rabbia e tale rabbia aumenta la

probabilità di comportamento aggressivo, ma ciò se vi sono

adeguati segnali provenienti dall’ambiente. In un

esperimento B dimostrò che in una situazione frustrante la

presenza di armi (=segnale dall’ambiente) aumentava

l’espressione di comportamenti aggressivi in individui in

collera.

Modello del trasferimento dell’eccitazione: Berkowitz

 studia gli effetti dell’eccitazione legata alla rabbia, mentre

altri studiosi ipotizzano che eccitazione non specifica possa

produrre aggressività. Proviamo infatti attivazione fisiologica

in diversi contesti e tale attivazione viene distinta con

l’attribuzione di diverse etichette, a seconda degli indizi

esterni che vi sono nel contesto. Tutti noi abbiamo dei

repertori di comportamento associati alle etichette. Secondo

questo modello, di Zillman, l’eccitazione che si prova in una

situazione può evolvere in situazioni ben diverse:

l’attivazione residua causata da una situazione può

aumentare la probabilità di comportamento aggressivo in

altre situazioni.

Teorie dell’apprendimento dell’aggressività: il

 comportamento sociale può venire appreso dagli altri.

Rinforzo operante: per Skinner il comportamento viene

 appreso grazie a rinforzi o punizioni che favoriscono o meno

la ripetizione di tale comportamento.

Teoria dell’apprendimento sociale: per Bandura non

 apprendiamo il comportamento solo agendo, ma anche in

modo indiretto, osservando gli altri. Questo si chiamerebbe

modellamento. Bandura applicò tale teoria anche

all’apprendimento dell’aggressività: se una persona è

aggressiva dipende dalle esperienze dirette e indirette di un

comportamento aggressivo, se vi era stata punizione o

premio, se era servito a raggiungere uno scopo. Se i risultati

del comportamento osservato sono positivi il comp verrà

emulato.

Esperimenti successivi hanno dimostrato un effetto

incrociato, ovvero la visione di scene di violenza fisica può

indurre ad aggressività relazionale e viceversa. Ciò

dimostrerebbe che la visione di un tipo di violenza può

indurre violenza dello stesso tipo e di altri tipi.

Critiche: la teoria non tiene conto delle differenze

individuali, come genetica, neuropsicologia, apprendimento

del singolo.

Fattori centrati sulla persona: anche se il contesto influenza il

comportamento aggressivo, vi sono differenze individuali nel modo

in cui le persone manifestano l’aggressività.

Differenze di genere: nella cultura generale sono i maschi

 ad essere definiti come il genere più aggressivo. Uomini

tenderebbero a manifestare più aggressività fisica. Ciò avrebbe

una spiegazione ormonale, dovuta al maggiore livello di

testosterone negli uomini e il possibile nesso tra aggressività e

testosterone. Vi sono però differenze di genere nella

socializzazione. Femmine e maschi sono trattati in modo

diverso in famiglia, tra i pari, da media e da istituzioni e tale

trattamento ha impatto sul comportamento. I maschi

sarebbero incoraggiati ad essere più diretti e aggressivi. La

socializzazione di genere spiega quindi la quantità di

aggressività, ma anche il tipo: le ragazze sembrano scegliere

modalità di aggressività indirette, mentre i ragazzi modalità

dirette e spesso fisiche.

Personalità: Caprara ha notato che vi sono alcuni tratti di

 personalità sono associabili all’aggressività, come l’irritabilità,

la ruminazione, la suscettibilità emotiva. Anche l’assenza di

amabilità sarebbe associata.

Friedman ha definito due tipi di personalità: la personalità di

tipo A, con individui ambiziosi, perfezionisti e competitivi, con

una più forte tendenza all’aggressività; la personalità di tipo B,

individui rilassati, non competitivi, creativi, senza tendenza

all’aggressività.

È stato poi studiato il legame autostima-aggressività: si

pensava tradizionalmente che individui con bassa autostima

fossero più aggressivi, e che la utilizzassero per portare tale

autostima a livelli più alti. Vi sono psicologi che però

contestano questa ipotesi: sarebbero invece persone con

autostima elevata a comportarsi in modo maggiormente

aggressivo. Questo sarebbe dovuto al fatto che si sentono

superiori a chi ha scarsa autostima e per questo non accettano

attacchi al proprio Io, reagendo con aggressività.

Alcool: si tratta di un fattore incentrato sulla persona perché i

 vari livelli di assunzione causano differenze individuali. Più

studi hanno dimostrato che l’assunzione aumenta

l’aggressività. Uno studio in specifico dimostra l’effetto del

consumo sul comportamento aggressivo: dopo aver bevuto, il

tasso etilico nel sangue aumenta mentre l’alcool viene

assorbito e diminuisce quando esso è metabolizzato. In questo

studio uomini che avevano bevuto erano più aggressivi di chi

non aveva bevuto, ma solo quando il tasso etilico era in

aumento. Questo perché quando è in aumento vi è maggiore

eccitazione e attivazione fisiologica rispetto a quando

diminuisce. La maggiore attivazione fisiologica può

determinare l’aggressività. Inoltre il deficit delle funzioni

neuropsicologiche dovute all’alcool, che incide sulle capacità di

elaborazione della situazione.

Ulteriore spiegazione sta nella teoria delle aspettative sull’alcool: persone

hanno aspettative sugli effetti dell’alcool; la colpa di un comportamento

inusuale o aggressivo viene quindi data all’alcool, dando la percezione di

poterla scampare perché non si avrebbe la responsabilità delle proprie

azioni in quel momento.

Fattori centrati sulla situazione: caratteristiche individuali della

persone interagiscono con le situazioni e i contesti. Vi sono fattori

che influenzano l’aggress:

Ambiente fisico: vi sono aspetti dell’ambiente fisico che

 influenzano l’aggressività, essi sono:

Temperatura: più la temperatura è alta più le persone

 sono aggressive; ciò perché il caldo causerebbe

attivazione fisiologica e irritabilità. Questa relazione si

interrompe però quando le temperature sono

estremamente elevate, che inducono spossatezza e

rendono le azioni più difficili. (ricerche di Harries&Stadler

rapporto condizioni atmosferiche e aggressioni.) Inoltre

ciò vale per l’aggressività affettiva (con scopo infondere

paura) e non per quella strumentale (come furti)

Affollamento: elevata densità di persone può indurre

 aggressività. Ciò perché comporta attivazione fisiologica,

sensazioni di stress e irritazione. Le persone inoltre nella

folla tendono a sentirsi più anonimevedi

deindividuazione.

Rumore: i rumori forti e indesiderati aumentano

 l’aggressività.

Svantaggio sociale: gruppi socialmente svantaggiati

 possono reagire a tale situazione con aggressività, ma ciò

dipende dal livello di deprivazione relativa: se un gruppo

ritiene la propria situazione ingiusta e non crede di poterla

migliorare con altri mezzi può adottare un comportamento

aggressivo.

Influenze culturali: il livello di aggressività è diverso nelle

 varie culture. Un esempio studiato entro la società americana è la

differenza di aggressività tra stati del sud e dell’ovest rispetto agli stati

del nord. Ciò probabilmente è dovuto al fatto che i primi erano allevatori,

con beni più soggetti al furto, situazioni in cui una reazione rapida e

aggressiva era necessaria. Ciò ha dato origine a una cultura dell’onore.

La cultura dell’onore è un insieme di norme e valori associati a

maggiore livello di aggressività.

Vi sono inoltre sottogruppi che possiedono una sottocultura di

violenza, dove la norma del gruppo è di aggressività e violenza

e la non aderenza a questa norma è stigmatizzata.

Disinibizione: nelle società esistono norme sociali che vanno

contro all’uso di violenza e aggressività e che puniscono tale

comportamento. Avviene talvolta però un fenomeno di disinibizione,

dove gli obblighi normativi sono indeboliti e le norme contro

l’aggressività sono violate. Vi sono due ragioni per cui gli individui

sono disinibiti:

Deindividuazione: l’individuo in mezzo alla folla o agente

 come membro di un gruppo non si considera come individuo,

ma come membro del gruppo anonimo. Questo processo

induce gli individui a sentirsi meno identificabili e meno

responsabili. Le norme sociali allora non sono applicabili.

processi del genere sono riconoscibili in azione in fenomeni di

aggressività collettiva (es: risse da stadio). Un fenomeno studiato

è quello dell’incitazione al suicidio delle persone in procinto di buttarsi

dagli edifici: vi era distanza tra folla e vittima, vi era molta folla è ciò

portava alla deindividuazione.

Vi sono psicologi sociali che però respingono il ruolo della

deindividuazione, sostenendo invece che le persone

comportandosi in modo aggressivo non ignorano la norma

norma emergente

sociale, ma aderiscono a una di gruppo e

dell’aggressività. Secondo la teoria dell’identità sociale le

norme del gruppo sono guida per atteggiamenti e

comportamenti dei membri quando l’identità come membri del

gruppo è saliente: se membri del gruppo manifestano

aggressività altri membri aderiranno a tale comportamento se

lo percepiscono come normativo.

Deumanizzazione: se deindividuazione rende l’aggressore

 anonimo e quindi non responsabile, la deumanizzazione rende

le vittime anonime e non umane agli occhi dell’aggressore, che

così non si rende conto della sofferenza provata dalla vittima.

Le sue azioni sono legittimate e il senso di vergogna o di colpa

è ridotto.

Episodi di torture, maltrattamenti ne sono esempio. Trattare

prigionieri come animali o coprendo il volto per l’anonimità.

Si può spiegare tramite la delegittimazione: un gruppo sociale

visto in modo estremamente negativo è visto come minaccia

per l’ingroup. Delegittimando l’outgroup la deumanizzazione

dei membri è giustificata.

Forme di aggressività nella società: di seguito le più studiate

dalla psicologia sociale.

Violenza domestica: atto di violenza verbale o fisica nei

 confronti di un qualsiasi membro della famiglia. È molto più

probabile essere uccisi o aggrediti da membri della propria

famiglia che da chiunque altro: si passa più tempo con i

famigliari, quindi si conoscono punti di forza e di debolezza.

Inoltre la vicinanza fisica rende i famigliari possibili bersagli su

cui scaricare stress e frustrazione. Associati alla violenza

domestica vi sono lo stress, le difficoltà finanziarie e di salute,

l’abuso di alcool. Persone vittime di questa violenza hanno più

probabilità di diventare aggressori.

Molestie sessuali: comportamento indesiderato a

 connotazione sessuale nei confronti di altri individui. Il termine

racchiude una vasta gamma di comportamenti, dalle avances

indesiderate alla violenza sessuale vera e propria. Quando ciò

avviene nei confronti delle donne da parte dell’uomo, si ritiene

che sia un modo di esercitare potere e controllo su esse. La

causa di tali comportamenti è stata data all’influenza dei

media: vedere immagini stereotipate di donne come

promiscue fa pensare che le donne in generale fossero

sessualmente disponibili, influenzando il giudizio in casi di

molestie.

Violenza sessuale: culmine della molestia sessuale. Un

 fattore che è stato studiato come incentivante la violenza

sessuale è la disponibilità di materiale pornografico. Più studi

dimostrano che l’esposizione alla pornografia aumenta la

tolleranza ne confronti della violenza sessuale e favoriscono

tale violenza; ciò avverrebbe perché perpetuano convinzioni

errate e stereotipiche sulle donne.

ulteriore spiegazione riguarda il ruolo della donna nella società

rispetto all’uomo: dalle donne ci si aspetta che siano caste e

respingano le avances sessualiresistenza simbolica attuata

dalle donne, comportamento che perpetua il mito dello stupro.

Terrorismo: Moghaddam ha ideato la scala per il terrorismo,

 modello che spiega come e perché individui arrivino a

commettere atti di terrorismo.

Piano terra: le persone hanno la sensazione di non ricevere ciò

 che spetterebbe loro di diritto – si percepisce deprivazione

relativa, ingiustizie riguardanti la propria posizione sociale.

Primo piano: si sale in cerca di soluzioni. Se si trovano a

 questo piano difficilmente saliranno ulteriormente.

Secondo piano: vi è uno spostamento dell’aggressività, dando

 la colpa della propria situazione ad altri gruppi.

Terzo piano: reclutazione – adozione di un codice morale

 alternativo. Stadio è in accordo con la teoria della norma

emergente.

Quarto piano: viene evidenziata la differenza tra noi e loro

 (deumanizzazione), pensiero categorico.

Quinto piano: la distanza tra ingroup e outgroup (tutti quelli

 non nell’organizzazione) è massima. Avviene l’atto vero e

proprio.

Per Moghaddam comunque sono le condizioni del piano terra a

determinare l’attacco terroristico e solo cambiando quelle si può

evitare.

Capitolo 7 – Comportamento prosociale.

Con comportamento prosociale si definiscono tipi di comportamento

rivolti verso il prossimo: ad esempio amicizia, beneficenza,

sacrificio. La ricerca si è concentrata su due tipi specifici di

comportamento prosociale:

Comportamento d’aiuto: atti in cui le persone si comportano

 intenzionalmente in modi a beneficio altrui (anche se potrebbe

essere vantaggioso anche per sé). Tale definizione esclude

comportamenti casualmente vantaggiosi per altri, vi deve

essere l’intenzione; esclude comportamenti intesi ad aiutare

gli altri ma per scopi egoistici. Include comportamenti che

sono vantaggiosi per altri e anche per sé.

Altruismo: comportamenti vantaggiosi per altri, ma senza

 vantaggi personali per il sé. (è una forma più specifica di

comportamento d’aiuto)

Origini del comportamento prosociale: vi sono 3 teorie

principali sul perché si aiutano gli altri. Una buona teoria che

spieghi il comportamento prosociale però deve spiegare sia perché

esso viene attuato sia perché esso invece non viene attuato.

Prospettiva evoluzionistica: noi siamo predisposti ad

 aiutare gli altri; abbiamo una tendenza innata ad occuparci

degli altri. Ciò avverrebbe per assicurare la sopravvivenza dei

nostri geni: aiutando i nostri consanguinei aumentiamo la loro

probabilità di sopravvivenza e la prob che i nostri geni siano

trasmessi.

Critiche: noi non aiutiamo solo i nostri famigliari, ma anche

amici e estranei e questo non aumenta la sopravvivenza nei

nostri geni. Inoltre non vi sono prove a favore di questa

prospettiva, perché non è possibile osservare in laboratorio per

un periodo pari a quello necessario per l’evoluzione. Inoltre

l’approccio non spiega perché le persone sono solidali in

alcune circostanze e non in altre (non è sempre vero che

aiutiamo i nostri consanguinei e casi di violenza domestica lo

dimostrano).

Norme sociali: norme sociali rappresentano ciò che è

 considerato normale e accettabile in un gruppo, cultura o

società. Gli individui provano gratificazione da un

comportamento conforme alle norme sociali e vengono puniti

quando le violano. La norma che impone di aiutare gli altri,

comunque, è abbastanza universale. Tre credenze normative

spiegano la tendenza alla solidarietà:

Principio di reciprocità:

 bisogna restituire il favore quando

riceviamo aiuto. Non si tratta di un aiuto automatico – si

tende più facilmente ad aiutare se questi in precedenza

aveva fatto un grande sacrificio per noi.

Responsabilità sociale:

 bisogna aiutare chi è in difficoltà,

indipendentemente dal fatto che abbiamo ricevuto aiuto da

questi in precedenza. Avviene però una selezione: la

decisione sul se prestare aiuto è influenzata dall’idea che la

persona sia stata artefice della propria sfortuna.

L’ipotesi del mondo giusto:

 è la convinzione che il mondo sia

un luogo giusto ed equo, dove le persone hanno ciò che si

meritano. Se ci troviamo di fronte a una persona che soffre

ingiustamente la nostra credenza nel mondo giusto è

indebolita: per ristabilirla aiutiamo chi ne ha bisogno, ma

solo se pensiamo che il problema non sia dovuto a una sua

responsabilità.

Critiche: secondo Tager anche se gli individui affermano a parole di

essere disponibili ad aiutare gli altri, non necessariamente mettono

in atto tale disponibilità. Vi sono poi molti fattori che possono

influenzare il comportamento d’aiuto, anche in presenza di

predisposizione ad esso: es effetto del bisogno, ovvero la tendenza

a effettuare comportamenti d’aiuto solo se si percepisce l’effetto

come efficace e come più immediato. Vi sono quindi forti fattori

situazionali che influenzano tale comportamento, non solo credenze

interiori come le norme.

Modellamento: osservando il comportamento degli altri si

 può apprendere il comportamento d’aiuto, tramite il processo

di modellamento/apprendimento per osservazione. Se la

spiegazione legata alle norme sociali si basa su processi

interni, questa si basa su fattori esterni.

Esperimento Bryan&Test: automobilisti passavano davanti a una

donna con un’auto con una gomma a terra – nella condizione di

modellamento vi era una seconda macchina ferma e l’automobilista

era intento ad aiutarla a cambiare la ruota. Passavano poi davanti a

un’altra auto ferma con la gomma sgonfia e coloro che avevano

osservato un comportamento d’aiuto più facilmente tendevano a

fermarsi ad aiutare.

In base alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura

osservare comportamenti altruistici favorisce la nostra

tendenza al comportamento solidale, perché ci mostra che è

un comportamento efficace e aumenta la nostra percezione di

autoefficacia. Ciò avviene però solo se tale comportamento ha

esiti positivi.

Determinanti del comportamento d’aiuto centrate sulla

situazione: da molti studi è emerso che non sempre si offre il

fattori situazionali.

proprio aiuto e per spiegare ciò sono importanti i

La ricerca in particolare poi si è concentrata sull’aiuto prestato in

dell’intervento dello spettatore.

casi di emergenzafenomeno

A seguire un caso di omicidio in cui nessuno aveva prestato aiuto

anche se avevano sentito le urla della vittima, vennero sviluppati

due modelli che cercano di chiarire i processi che guidano la

decisione di intervenire in aiuto e cercano di capire perché le

persone aiutano in alcuni casi e non in altri.

Modello cognitivo di Latanè e Darley: secondo gli autori uno

spettatore attraversa diverse fasi cognitive per decidere se

intervenire o no. notare

L’astante deve che sta avvenendo un incidente e deve

 essere presente ad esso. Spesso grazie a un sovraccarico di

stimoli l’individuo è portato a non notare casi di emergenza.

comprendere

L’astante deve che si tratta di un emergenza,

 quindi definire l’evento come tale. È facile che, se la situazione

non è chiara, essa possa essere fraintesa come evento

quotidiano e normale.

assumersi la responsabilità

L’astante deve e decidere che può

 e deve intervenire, ma ciò dipende dalla presenza eventuale di

altre persone che potrebbero al suo posto affrontare il

problema (polizia, medici in ospedale).

possibile

L’astante deve decidere se è aiutare in qualche modo

 cosa

e può fare per aiutare. Se non sa come affrontare la

situazione è probabile non intervenga.

Alla fine l’astante decide se intervenire oppure no. Tale decisione è

il risultato delle quattro fasi.

L&D sottoposero il loro modello a prove sperimentali, per vedere se

e quando la presenza di altre persone influenzasse la reazione dello

spettatore.

Esperimento: partecipanti compilavano un questionario o da soli o con

altri due partecipanti (che potevano essere o complici o veri partecipanti)

A un certo punto la stanza era invasa dal fumo. Da ciò L&D confermarono

che i soggetti erano fortemente influenzati dalle persone presenti nella

stanza. I partecipanti da soli davano più l’allarme di coloro che erano in

presenza di altre persone. I partecipanti in compagnia di complici, istruiti

a ignorare il fumo, non segnalava il fumo. Riferirono successivamente

che non pensavano che la situazione fosse un’emergenza visto che gli

altri non avevano reazioni.

Tale effetto è definito apatia dello spettatore: le persone aiutano

di meno in presenza delle altre persone e aiutano di più quando

sono soli.

Più studi hanno confermato questo effetto; e più sono gli astanti

presenti meno è probabile che la persona riceva aiuto.

Quali sono i processi che determinano questo effetto? Latanè e

Darley hanno avanzato due spiegazioni:

Diffusione di responsabilità: la presenza di altre persone porta

 gli astanti a trasferire sugli altri la propria responsabilità. Non è

nemmeno necessario che altri siano fisicamente presenti,

basta la consapevolezza che altri sanno dell’emergenza e

potrebbero assumersi la responsabilità di intervenire. Se si è

da soli non vi è nessuno su cui far ricadere la responsabilità

quindi viene assunta sul sé.

Inibizione da pubblico: le persone possono sentirsi a disagio

 all’idea di agire davanti agli altri, soprattutto quando non vi

sono indicazioni chiare sul comportamento da tenere.

Si può considerare un effetto dell’influenza sociale: normativa,

perché non si agisce per paura di sbagliare ed essere derisi e

quindi si aderisce alla massa che non agisce. Informativa

perché in situazioni non chiare come quelle di emergenza si

sfrutta il comportamento degli altri per comprendere come

comportarci: se nessuno agisce, non agiamo.

Modello della stima dei costi-benefici da parte dello

spettatore di Piliavin: come il modello di L&D questo modello

spiega l’effetto di apatia dello spettatore con la diffusione di

responsabilità e cerca di spiegare il non-intervenire, ma tiene conto

della risposta fisiologica.

Secondo il modello gli spettatori attraversano tre fasi quando

osservano una situazione di emergenza:

Si prova attivazione fisiologica: osservando l’emergenza si

 reazione di orientamento,

ha prima una in cui la risposta è di

rallentamento, che permette di valutare la situazione e

reazione di difesa,

decidere come procedere. Segue poi una

aumento della risposta fisiologica, che prepara all’azione.

Bisogna etichettare l’attivazione. Si prova attivazione in

 numerosi contesti; l’attivazione è spesso simile per diverse

situazioni ma viene etichettata in modi diversi. Nelle situazioni

di emergenza l’attivazione è attribuita al malessere personale

che si prova nel vedere qualcuno che soffre. Il motivo per cui si

interviene è per la necessità di attenuare questo malessere.

Batson ha poi ipotizzato un secondo processo, quello di

preoccupazione empatica: nella misura in cui ci si sente simili

e riusciamo a indentificarsi con la persona in difficoltà

proviamo empatia e riusciamo a intervenire.

Gli astanti compiono una stima dei costi. Cercano di

 elaborare l’azione che meglio attenuerà il malessere,

soppesando due tipi di costo: il costo dell’aiuto e quello del

non-aiuto.

Aiutare può essere fatico e occupare troppo tempo o

comportare conseguenze personali negative. Più questi costi

sono alti meno è probabile che lo spettatore intervenga.

Non aiutare può comportare costi personali (sensi di colpa ecc)

o costi di empatia. Più è alto più probabile che intervenga.

Per Piliavin l’effetto dell’apatia dello spettatore si verifica

perché la presenza di altri riduce il costo del non aiuto.

P. ha proposto una matrice che spieghi l’interazione dei due costi

nel determinare la probabilità di intervento. Vi sono 4 situazioni

possibili:

Costo dell’aiuto basso + non aiuto alto: l’astante interverrà direttamente.

Aiuto basso + non-aiuto basso: reazione dell’astante sarà guidata non da

fattori situazionali ma da norme personali.

Aiuto alto + non-aiuto basso: si ignora l’incidente.

Aiuto alto + non-aiuto alto: prestare indirettamente aiuto oppure cercare di

abbassare il costo del non-aiuto, reinterpretando la situazione.

Determinanti del comportamento di aiuto centrate su chi

percepisce: certe persone sembrerebbero assumere

comportamenti di aiuto più di altre. Ciò è dovuto a differenze

individuali.

Personalità: sono state dimostrate differenze individuali nel

comportamento prosociale stabili nel tempo. Esisterebbe quindi un

tipo di personalità altruistica, più predisposta ad aiutare. Vi sono

prove che le persone altruistiche possiedano determinate

caratteristiche. Il comportamento d’aiuto ad esempio è dettato dalla

norma universale di responsabilità sociale; ne siamo tutti

influenzati, ma in diversa misura. Le persone altruiste sarebbero più

socialmente responsabili delle persone non altruiste. Chi si sente

maggiormente socialmente responsabile si sente più in obbligo di

intervenire in situazioni di emergenza. Ulteriore differenza sta nel

locus di controllo di un individuo: esso riflette la modalità in cui

l’individuo ritiene che si svolgano gli eventi della sua vita. Chi ha

locus interno ritiene di avere controllo personale sugli eventi, chi ha

locus esterno si sente più vittima delle circostante. Chi ha locus

interno tende a intervenire di più.

Chi ha maggiore empatia disposizionale, ovvero ha maggiore

tendenza a provare empatia e assumere la prospettiva della

persona tende di più a prestare aiuto.

Competenza: se l’astante ritiene di poter affrontare con

competenza la situazione interverrà più facilmente. (In un

esperimento con studenti e infermiere un complice fingeva di stare

male e le infermiere tendevano più a farsi avanti ad aiutare,

rivelando dopo che l’avevano fatto perché si sentivano competenti

abbastanza per farlo.)

Basta anche solo la percezione della competenza per indurre un

comportamento d’aiuto; ritenersi competenti in un certo campo può

persino portare a prestare aiuto in diversi contesti:

Inoltre concedendo posizioni di leadership, aumentando la loro

percezione di competenza, incrementava la probabilità di un

comportamento di aiuto.

Umore: la condizione psicologica temporanea ha influenze sul

comportamento d’aiuto. In generale il buonumore sembra favorirlo.

Ad esempio uno studio ha constatato che chi riceveva buone notizie

mostrava maggiore disponibilità all’altruismo. È stato anche

mostrato però che tali effetti dovuti all’umore non sono durevoli. Si

tratta infatti di un effetto affidabile e costante, ma con durata

limitata.

Ma perché il buonumore aumenta la probabilità del comportamento

d’aiuto?

In base al modello dell’attivazione dell’emozione quando siamo di

buon umore le informazioni congruenti con l’umore sono più

accessibili. Quindi sono più facilmente attivati pensieri e sensazioni

positive, compresa una tendenza positiva al comportamento

prosociale.

Secondo il modello dell’emozione come informazione l’umore del

momento è utilizzato come informazione per farci capire cosa

proviamo nel nostro ambiente.

Senso di colpa: vi sono due ipotesi sul perché il senso di colpa porti

ad un maggior comportamento di aiuto: ipotesi della salvaguardia

dell’immagine, chi si sente in colpa vuole riparare al danno fatto;

ciò non spiega però perché le persone aiutano che non centra nulla

con il motivo per cui si sentono in colpa: secondo il modello del

sollievo dallo stato d’animo negativo il senso di colpa induce uno

stato affettivo negativo; le persone aiutano gli altri per sentirsi a

posto con sé stesse e ridurre lo stato negativo.

Ipotesi empatia-altruismo: Batson; la motivazione che spinge ad

aiutare gli altri può essere talvolta altruistica, legata al desiderio di

fare del bene, talvolta egoistica, perché aiutare ci torna utile in

qualche modo. L’ipotesi di Batson spiega perché a volte si presta

aiuto per motivi altruistici e a volte per motivi egoistici.

Quando vediamo qualcuno che soffre, possiamo provare due

diverse reazioni emotive:

Disagio personale; preoccupazione su come ci sentiamo noi

 rispetto alla sofferenza di altri. Stato centrato su noi stessi.

Preoccupazione empatica: stato centrato sulla vittima, implica

 simpatia e compassione per chi è in difficoltà.

Maggiore la preoccupazione empatica, più sarà altruistica la nostra

reazione. Maggiore sarà il disagio personale, più sarà egoistica.

Esperimento Batson: alcune studentesse dovevano osservare delle complici

che ricevevano scariche elettriche. Quando sembrava soffrire, lo

sperimentatore proponeva alla studentessa di aiutarla prendendo il suo posto.

Ad alcune partecipanti veniva detto che la complice era molto simile a loro, ad

altre che era molto diversa (si prova più empatia per chi è più simile a noi.) In

una condizione dovevano rimanere fino alla fine se non fossero intervenute, in

un’altra veniva detto che potevano subito andarsene. Se la sofferente era

reputata simile alla partecipante, una percentuale maggiore si offriva di

prendere il suo posto anche quando avrebbe potuto andarsene. Se era reputata

diversa, offrivano aiuto solo quando non potevano sottrarsi. Le ragazze

motivate dall’empatia agivano con altruismo, mentre quelle non motivate

dall’empatia con egoismo.

Differenze di genere nel comportamento di aiuto: da studi di

Eagly e Crowley sono state scoperte alcune differenze tra uomini e

donne nel comportamento di aiuto. Non vi sono differenze nella

portata, ma nel tipo di comportamento d’aiuto scelto. Uomini

aiutano più donne che uomini e più facilmente aiutano sconosciuti,

donne entrambi i generi in egual misura. Uomini sembrano avere

comportamento prosociale più accentuato in situazioni inusuali e

pericolose, donne più nella quotidianità.

Determinanti del comportamento di aiuto centrate sul

destinatario: se l’aiuto è prestato, questo dipende dalle

caratteristiche del destinatario dell’aiuto.

Somiglianza: tendiamo ad aiutare più facilmente coloro che

riteniamo simili a noi; sia somiglianza in termini di attributi

personali sia in termini di appartenenza allo stesso gruppo può

favorire la probabilità di un comportamento d’aiuto. Ma cosa ci fa

considerare qualcuno come simile a noi? Da alcuni studi è

dimostrato che l’aspetto esteriore viene a volte usato per fare

supposizioni sulla somiglianza sotto altri aspetti, anche se non si

conosce nulla della persona.

Appartenenza al gruppo: siamo più disposti ad aiutare i membri

dell’ingroup rispetto ai membri dell’outgroup.

Attraenza: si è più propensi ad aiutare persone attraenti rispetto a

non attraenti per via del pregiudizio positivo che si ha nei confronti

di queste persone (bello=buono). L’effetto non è limitato solo alla

bellezza fisica ma anche all’attrattiva della personalità del soggetto

in difficoltà.

Responsabilità della situazione negativa: si tende ad aiutare le

persone in difficoltà per cause esterne e meno coloro che invece

riteniamo responsabili della propria situazione.

Ricevere aiuto: in che modo ricevere aiuto influenza il destinatario

di tale aiuto? Ci si aspetterebbe che chi riceve il nostro aiuto sia

contento e dimostri gratitudine e spesso accade così. Ma non è un

effetto certo; nel destinatario dell’aiuto possono incorrere numerose

reazioni emotive. Ricevere aiuto può creare una sensazione di

imbarazzo e inferiorità, provocando reazioni negative. Questo si

spiega con il concetto di reciprocità ed equità: vogliamo che le

nostre relazioni con gli altri siano equilibrate e ricevere aiuto e non

poter ricambiare mette a disagio.

Modello della minaccia all’autostima di Nadler e Fisher:

modello cerca di spiegare le diverse reazioni delle persone quando

ricevono aiuto. Le caratteristiche del donatore, quelle del

destinatario, quelle dell’aiuto, del contesto, interagiscono tra loro

per determinare se il destinatario percepirà l’aiuto come minaccia o

come sostegno al sé. Aiuto per motivi altruistici+benefici per il

destinatario=sostegno per il sé. Aiuto per motivi egoistici+implicata

l’inferiorità del destinatario=minaccia all’autostima, quindi chi

riceve aiuto valuta negativamente il benefattore e l’aiuto.

Capitolo 11 – Processi di gruppo.

Cosa accade quando gli individui sono inseriti all’interno di un

gruppo e interagisce fisicamente con gli altri membri?

Gruppi: la definizione di gruppo è stata discussa dagli psicologi

sociali per molto tempo. Vi sono alcuni fattori che caratterizzano il

gruppo: la coesione; più i pensieri e azioni degli individui coincidono

con quelli di un aggregato di persone la coesione aumenta – gruppi

coesi esercitano maggiore influenza sociale e i membri sono

maggiormente coinvolti. La coesione è indirettamente proporzionale

alla dimensione del gruppo: più è numeroso più mantenere

coesione è difficile. Gruppi sono caratterizzati da somiglianza e

interconnessione; a differenza delle categorie, che evidenziano

somiglianze entro la categoria, i gruppi si formano perché vi è un

obiettivo comune che sta alla base della somiglianza.

Per definire i gruppi si usa il concetto di entatività; si riferisce al

grado in cui un insieme di individui viene percepito come

gruppalità. Comprende concetti come coesione, interconnessione,

somiglianza, obiettivi comuni, l’importanza del gruppo e la

tendenza dei membri ad interagire fisicamente tra loro.

Lickel ha diviso i gruppi in 4 classi, con entatività crescente:

aggregati di persone (bassa entatività), categorie sociali, gruppi di

lavoro con obiettivi comuni, gruppi intimi (alta.) (capitolo si

concentra su prima e terza classe.)

Facilitazione e inibizione sociale: qual è l’impatto della presenza

di altre persone sulla prestazione individuale?

Allport con il termine facilitazione sociale intende la tendenza a

migliorare la propria prestazione quando si è in presenza di altri

individui (effetto osservato da Triplett – ciclisti in gara vs da soli).

Può però a volte avvenire la reazione opposta: in presenza di altre

persone la prestazione peggiora: inibizione sociale.

Il tipo di compito determina la reazione; la presenza di altri individui

sembra migliorare l’esecuzione di compiti semplici (correre, gridare

ecc) e peggiorare quella di compiti complessi (rispondere domande,

risolvere problemi.)

Perché la presenza ha effetti opposti a seconda della complessità

del compito? Vi sono tre teorie che rispondono al quesito.

Teoria della pulsione: Zajonc. Gli effetti di facilitazione e

 inibizione si spiegano dall’attivazione fisiologica. Si prova

attivazione per la mera presenza degli altri. È un’idea

evoluzionistica: l’attivazione predispone alla risposta in

presenza di altri, poiché questi potrebbero essere possibili

minacce o opportunità di riproduzione. L’attivazione fisiologica

migliora la prestazione sia di tendenze dominanti sia di quelle

apprese: vi sono tipi di attivazione che restringono il focus

attentivo e riducono la capacità di elaborazione, così i segnali

interni devono competere con l’elaborazione necessaria per il

compito; ci si affida quindi maggiormente all’elaborazione

automatica, si ha maggiore dipendenza dalle risposte

dominanti o apprese.

Se avrà luogo facilitazione o inibizione dipende se la risposta

dominante sia corretta oppure no per il compito affrontato; non

è il livello di complessità del compito a determinare fac o inib,

ma la corrispondenza tra risposta dominante e il compito. I due

aspetti covariano: risposte dominanti e apprese sono più

probabili in compiti semplici, non in quelli complessi. Gli

esperti allora in compiti complessi dovrebbero mostrare

facilitazione.

Apprensione per la valutazione: Cottrell. Il fatto che

 l’attivazione fisiologica accresce la tendenza a dare risposte

apprese non è messo in discussione; ma non è la semplice

presenza degli altri che causa attivazione. L’apprensione per la

valutazione è la preoccupazione di essere valutati da altri ed è

questa che causa l’attivazione.

Esperimento Cottrell: partecipanti, da soli o in presenza di pubblico,

dovevano svolgere un compito semplice; alcuni davanti a un pubblico

bendato, altri davanti a un pubblico che li guardava. Davanti al pubblico

non bendato avveniva l’effetto della facilitazione. Per la teoria di Zajonc

anche con quello bendato, per la mera presenza, doveva provocare

l’effetto, ma non avvenne: pubblico bendato non valuta la prestazione,

quindi per la teoria di Cottrell l’apprensione per la valutazione provoca la

facilitazione.

Conflitto di attenzione: questa teoria cerca di conciliare le

 prime due; mentre la prima spiega la facilitazione negli

animali, non la spiega negli umani; la seconda la spiega negli

umani, ma non negli animali. È il conflitto vissuto tra il compito

svolto e l’attenzione rivolta a chi ci circonda a causare

facilitazione o inibizione. Questo conflitto determina

un’attivazione sia in animali che esseri umani, quindi risolve il

problema. Il conflitto inoltre può essere causato non solo dalla

presenza di altri individui o altri animali, ma da qualunque

altro tipo di stimolo che richiede attenzione.

Teoria manca di prove empiriche a sostegno.

Inerzia sociale: le ricerche trattate si sono concentrate su cosa

accade alla prestazioni di un individuo davanti ad un pubblico. Ma

cosa accade nel lavoro in squadra? In questo caso lavorare in un

gruppo non porta a facilitazione, ma a inerzia sociale: le persone si

impegnano meno nel compito.

Cambia l’unità di valutazione: nelle ricerche sulla facilitazione si

analizza la prestazione individuale davanti ad altri; nelle ricerche

sull’inerzia viene analizzato il prodotto del gruppo nel complesso.

Esperimento Latanè: sei partecipanti bendati e con cuffie sentivano attraverso

queste delle urla: si chiedeva loro di urlare mentre ascoltavano le urla. Ad

alcuni si diceva che urlavano da soli, ad altri che urlavano in gruppo. In realtà

urlavano sempre da soli. Quelli che pensavano di urlare da soli gridavano più

intensamente di quelli che pensavano di urlare in gruppo.

In queste situazioni i membri del gruppo vivono una diffusione della

responsabilità: l’individuo si sente meno responsabile del compito e

del risultato finale, convinto che il suo contributo sia indistinguibile

da quello degli altri.

Questo però nei compiti semplici; avviene la stessa cosa per i

compiti complessi?

Da studi di Jackson&Williams è emerso che lavorare in gruppo o in

coppia per svolgere compiti complessi portava a risultati migliori

rispetto a quando veniva detto loro che la loro performance sarebbe

stata valutata individualmente.

In questi casi i processi di diffusione della responsabilità e di

apprensione per la valutazione si annullano reciprocamente:

l’apprensione non si manifesta quando il singolo è un elemento di


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

81

PESO

111.29 KB

PUBBLICATO

4 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher irislvcia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Mosso Cristina.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicologia sociale

Riassunto esame Psicologia sociale, prof. Mosso, libro consigliato Psicologia sociale, Crisp, R. J. & Turner, R. T.
Appunto
Riassunto esame Psicologia sociale, prof. Mosso, libro consigliato Fondamenti di psicologia sociale, Amerio
Appunto
Domande Psicologia Sociale
Esercitazione
Riassunto esame Psicologia sociale, prof. Mosso, libro consigliato Parole e categorie: La cognizione nei contesti intergruppi, Carnaghi, Arcuri
Appunto