Capitolo 5 – Gli atteggiamenti
Si definisce "atteggiamento" una caratteristica psicologica tipica di un determinato individuo, ovvero un insieme di convinzioni che riguardano un particolare oggetto, quale può essere una persona, una cosa, un evento o un tema. Gli atteggiamenti possono essere positivi, negativi o costituire delle semplici opinioni prive di una reale rilevanza dal punto di vista emotivo.
La formazione degli atteggiamenti
Gli atteggiamenti possono formarsi attraverso quattro processi che, andando verso una crescente complessità psicologica, sono:
- La mera esposizione
- L’apprendimento associativo
- La percezione di sé
- Le ragioni funzionali
L’attivazione di questi processi si ha, generalmente, nei casi in cui non si possiede un atteggiamento preesistente oppure non si dispone di alcuna conoscenza circa l’oggetto dell’atteggiamento.
La mera esposizione
L’effetto della mera esposizione fa sì che un’esposizione ripetuta ad oggetti ed individui determini un’accentuazione dei sentimenti positivi che si provano nei loro confronti, senza che per questo si renda necessaria un’azione od un’interazione diretta con essi.
Un esempio di questo fenomeno deriva da un esperimento condotto da Zajonc e finalizzato a far luce sulle modalità con cui si apprende una lingua straniera. Ai partecipanti sono stati sottoposti dei caratteri simili ad ideogrammi cinesi per uno stesso tempo ma con frequenze diverse e si è poi chiesto loro di attribuirvi una valenza positiva o negativa, partendo dal presupposto che si trattasse di una serie di aggettivi in un altro idioma. I risultati hanno mostrato l’attribuzione di una connotazione positiva a tutti gli ideogrammi visualizzati più spesso, il che è spiegabile attraverso il ricorso all’effetto della mera esposizione, che risulta, quindi, avere una forte influenza sugli atteggiamenti.
Qualcosa di molto simile, del resto, ha luogo anche nella nostra vita quotidiana, quando preferiamo, per esempio, la nostra immagine allo specchio rispetto a quella che possiamo osservare in una fotografia: questo perché la prima rappresentazione è quella che vediamo più di frequente.
L’effetto della mera esposizione non riguarda solo stimoli di natura visiva, bensì anche input sonori e, perfino, gustativi, quale è il caso della predilezione per determinati cibi rispetto ad altri che, magari, sono stati consumati meno volte. Affinché esso “funzioni”, però, è necessario che l’oggetto di atteggiamento abbia una connotazione neutra: se, infatti, è presente un atteggiamento preesistente negativo, un’esposizione ripetuta dell’oggetto non può che intensificare le reazioni affettive negative.
Alla luce di quanto detto, si può asserire che l’effetto di mera esposizione costituisca un meccanismo molto utile per la formazione di atteggiamenti.
L’apprendimento associativo
L’apprendimento associativo può essere indotto implicitamente (il che significa, senza che il partecipante debba mettere in atto alcuna azione) attraverso il condizionamento classico, come teorizzato da Pavlov, od esplicitamente per condizionamento operante, come dimostrato da Skinner e Thorndike.
Si ha un condizionamento classico quando uno stimolo di per sé neutro viene presentato ad un soggetto in modo ripetuto nel tempo ed associato ad uno stimolo che ha, invece, una valenza positiva o negativa e che, di conseguenza, è in grado di elicitare una risposta incondizionata da parte dell’organismo. Questa associazione ripetuta tra i due stimoli fa sì che quello neutro diventi condizionato, dal momento che il soggetto apprende il suo valore predittivo nei confronti della successiva comparsa dello stimolo incondizionato: lo stimolo condizionato è, quindi, quello stimolo che assume, nella fase di acquisizione, una sua positività o negatività indipendente.
Non è, quindi, sufficiente una mera esposizione, ma è l’abbinamento tra gli stimoli a condurre ad un certo tipo di atteggiamento. Interessante è il fatto che l’effetto del condizionamento classico risulti maggiore a seguito dell’associazione tra stimoli avversivi e parole prive di significato, delle quali, quindi, non si hanno delle conoscenze preesistenti: se ne ricava che si è maggiormente influenzabili, quando si dispone di poche informazioni circa l’argomento.
Questo fenomeno potrebbe essere alla base, per esempio, dello sviluppo del pregiudizio etnico, dal momento che esso si rivolge a quelle categorie di persone che non si conoscono sufficientemente per via di contatti molto limitati od assenti: di conseguenza, il frequentare individui che espongano delle visioni preconcette può causare delle associazioni condizionate.
Nel condizionamento operante, invece, assume un’importanza centrale il comportamento che viene messo in atto dall’organismo e che può essere rinforzato per mezzo di premi o scoraggiato attraverso delle punizioni. Esso può spiegare, per esempio, perché le condotte aggressive siano più frequenti in quegli individui che, da bambini, sono stati esposti a violenza.
L’auto-percezione
La teoria dell’auto-percezione di Bem afferma che lo sviluppo degli atteggiamenti possa aver luogo, in primis, per mezzo dell’osservazione del proprio comportamento e, in seguito, attraverso una sua attribuzione a cause interne od esterne, ove le prime sono più frequenti quando il comportamento viene scelto liberamente e corrispondono all’inferenza che il comportamento sia rivelatore dell’atteggiamento.
L’inferenza degli atteggiamenti dal comportamento avviene tanto più spesso quanto meno conoscenze si hanno a proposito dell’oggetto e, a maggior ragione, se non si dispone di un atteggiamento preesistente in proposito.
Una prova dell’auto-percezione deriva dall’ipotesi del feedback facciale, secondo cui la percezione della propria espressione del volto, esattamente come accade per tutti gli altri comportamenti, può arrivare ad influenzare i successivi atteggiamenti.
Un’altra prospettiva teorica, che va di pari passo con i concetti relativi all’auto-percezione, è data dalla teoria vascolare dell’emozione, formulata da Zajonc e che si avvale di concetti inerenti la fisiologia. Essa sostiene che il sorriso porti ad un miglioramento del tono dell’umore perché, causando un maggior apporto di sangue al cervello per mezzo dei muscoli del viso, conduce ad un raffreddamento talamico; al contrario, una contrazione dei muscoli facciali fa sì che l’afflusso di sangue al cervello diminuisca e che, di conseguenza, si assista ad un aumento della temperatura a livello del talamo, che conduce ad un peggioramento dell’umore.
Zajonc ha potuto sostenere questa sua ipotesi per mezzo di esperimenti con i quali è riuscito a dimostrare che articolare specifici suoni vocalici, come “o” od “u”, fa assumere un’espressione corrucciata al volto, il che aumenta la temperatura della fronte e determina una deflessione verso il polo negativo del tono dell’umore; al contrario, pronunciare altri suoni vocalici, come “e” ed “a”, fa assumere un’espressione più sorridente, che determina una diminuzione della temperatura della fronte e migliora l’umore.
L’approccio funzionale
Si tratta del processo di formazione di un atteggiamento più complesso dal punto di vista psicologico e che, contrariamente ai tre precedenti, non avviene in modo passivo ed al di fuori del controllo cosciente. Per comprendere come abbia luogo, può essere utile immaginare una dicotomia tra un economizzatore cognitivo ed uno scienziato ingenuo: mentre il primo fa ricorso alle tre modalità precedenti per formare i propri atteggiamenti, il secondo si sofferma intenzionalmente sulle cose, riflette ed elabora un proprio giudizio, formando degli atteggiamenti per ragioni funzionali.
L’approccio funzionale ha, quindi, una visione più attiva della persona e sostiene che la formazione degli atteggiamenti dipenda dalla capacità di questi di soddisfare quattro bisogni di base di ordine psicologico:
- Utilitaristico: la funzione utilitaristica determina gli atteggiamenti strumentali, ovvero quelli che ci consentono di godere del consenso altrui e, in questo modo, di rendere la nostra vita più facile. Qui si inserisce, a pieno titolo, il discorso sul conformismo, che spiega il motivo per cui, in alcuni casi, venga considerato più vantaggioso adeguarsi alla maggioranza, anche se non si è d’accordo con quanto essa esprime: ciò ha luogo, particolarmente, nel momento in cui si reputa importante l’appartenenza al gruppo maggioritario e quando, di conseguenza, una discrepanza tra atteggiamento pubblico ed atteggiamento privato viene considerata accettabile, ai fini di essere approvati e di non correre il rischio di essere ridicolizzati dal gruppo.
- Conoscitivo: la funzione conoscitiva si avvale di atteggiamenti in termini di schemi cognitivi, attraverso i quali guardare alla realtà per attribuirvi un significato. Un esempio di schemi cognitivi è dato dagli stereotipi, i quali possono essere ritenuti degli atteggiamenti che ci conferiscono determinate aspettative sui diversi gruppi sociali e che hanno, quindi, lo scopo di semplificare il mondo che percepiamo.
- Ego-difensivo: la funzione ego-difensiva riguarda la protezione della propria immagine di sé anche a fronte di verità sgradevoli ed è finalizzata, quindi, a mantenere un buon livello di autostima.
- Di espressione dei valori: questa funzione consiste nell’estrinsecare, attraverso un certo atteggiamento, dei valori e degli ideali che si reputano particolarmente importanti e con i quali si intende essere coerenti.
Atteggiamenti e comportamento
Il sociologo LaPiere ha condotto un esperimento molto interessante compiendo, negli anni ’30 del secolo scorso, un viaggio insieme ad una coppia asiatica, finalizzato a sondare la presenza e la manifestazione del pregiudizio etnico attraverso una valutazione del numero di hotel e ristoranti che si sarebbero resi disponibili ad ospitare i due asiatici. Su 250 strutture visitate, solamente una si è rifiutata di concedere i propri servizi alla coppia cinese e questo risultato ha lasciato molto perplesso LaPiere.
Egli ha quindi fatto un sondaggio in cui ha coinvolto gli stessi hotel e ristoranti, chiedendo loro se avrebbero o meno accettato di ospitare delle persone asiatiche e le risposte pervenute sono state sorprendenti: ben il 90% ha dichiarato di non aver intenzione di farlo. LaPiere, di conseguenza, è giunto alla conclusione che gli atteggiamenti non possano consentire di avanzare previsioni sui comportamenti.
Le determinanti della relazione atteggiamento-comportamento
Studi successivi a quello di LaPiere hanno, in vero, scoperto che ci sono delle specifiche determinanti che possono spiegare gli esiti discrepanti da egli ottenuti. Tali determinanti vengono elencate di seguito:
- La specificità: per mettere in relazione gli atteggiamenti con un determinato comportamento è fondamentale che vi sia un identico livello di specificità tra questi due elementi. Infatti, LaPiere ha valutato sia un comportamento specifico, ovvero inerente l’accoglienza della coppia di cinesi con cui ha viaggiato, sia un atteggiamento generico, cioè rivolto alla più ampia categoria degli Asiatici: è proprio questa differenza di specificità che ha fatto sì che egli si trovasse a fronte di un’apparente contraddizione.
- Il tempo: maggiore è l’intervallo di tempo intercorrente tra la valutazione dell’atteggiamento e quella del comportamento, meno è probabile che vi sia una corrispondenza tra i due, dal momento che l’atteggiamento può andare facilmente incontro ad un cambiamento.
- L’autoconsapevolezza: la coerenza tra l’atteggiamento ed il comportamento ha a che fare con il contesto sociale in cui si è inseriti e, più nello specifico, con il tipo di autoconsapevolezza che si prova prima della messa in atto del comportamento. Così, un’autoconsapevolezza privata fa sì che l’individuo si comporti in modo coerente con i propri atteggiamenti, mentre un’autoconsapevolezza pubblica lo espone alle pressioni del conformismo ed il risultato è che egli metterà in atto quel comportamento che è condiviso dalla maggioranza.
- L’accessibilità dell’atteggiamento: l’autoconsapevolezza privata o pubblica dipende dall’accessibilità degli atteggiamenti privati o pubblici e, quindi, i comportamenti stessi delle persone risentono degli effetti dell’euristica della disponibilità, per la quale ciò che viene più facilmente richiamato alla mente ha maggiori probabilità di arrivare ad influenzare il comportamento. È possibile valutare il grado di accessibilità degli atteggiamenti misurando i tempi di risposta a domande inerenti l’oggetto di atteggiamento: la velocità delle risposte è predittiva del comportamento successivo.
- La forza dell’atteggiamento: l’accessibilità è associata, anche, alla forza dell’atteggiamento, sebbene si tratti di due elementi tra loro indipendenti. Non è detto, infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, che un atteggiamento forte sia anche quello maggiormente accessibile, anche se maggiore è la forza di un atteggiamento e più elevata è la probabilità che esso vada ad influire sul comportamento: per esempio, la comunicazione di una notizia inerente un certo oggetto, attiva gli atteggiamenti associati a quello stesso oggetto; tuttavia, le persone possono differire per la forza dei loro atteggiamenti in proposito e questo può sfociare in comportamenti diversi.
La forza dell’atteggiamento e la coerenza tra atteggiamento e comportamento possono essere influenzate da tre fattori:
- La quantità di informazioni di cui si dispone, che è direttamente proporzionale alla forza dell’atteggiamento ed alla coerenza di questo con il comportamento.
- Il coinvolgimento personale, dal momento che più ci si sente toccati da un certo argomento, più ci si comporta in modo coerente con i propri atteggiamenti.
- L’esperienza diretta, perché essa determina la formazione di atteggiamenti che risultano più forti e coerenti con il comportamento.
Ci sono, comunque, anche altre determinanti, al di là dei cinque fattori appena descritti, che possono andare ad influire sul comportamento: esse possono essere rappresentate su un modello maggiormente integrato, quale è quello proposto dalla teoria del comportamento pianificato.
La teoria del comportamento pianificato
Questa teoria spiega attraverso quali processi le persone arrivino a scegliere, in modo consapevole, che tipo di comportamento mettere in atto. Essa si basa sul presupposto che il comportamento sia il risultato delle intenzioni comportamentali, le quali derivano da tre fattori:
- Gli atteggiamenti: si basano sulle convinzioni che si hanno a proposito di un certo comportamento e delle sue possibili conseguenze.
- Le norme soggettive: derivano dalla percezione delle aspettative altrui e dalle proprie motivazioni ad aderirvi.
- Il controllo percepito: corrisponde alla propria percezione riguardo la facilità o la difficoltà a cui si può andare incontro mettendo in atto un certo tipo di comportamento.
Questi tre elementi si combinano tra loro in modo interattivo e non additivo, tuttavia sia gli atteggiamenti sia le norme soggettive contribuiscono solo all’intenzione comportamentale, mentre è il controllo percepito l’unico fattore che può influire sul comportamento vero proprio, dal momento che può, per esempio, riuscire a ridurne la probabilità di emissione, anche a fronte di una motivazione forte.
Un caso particolare riguarda le persone che percepiscono la propria identità come fortemente segnata dall’appartenenza ad un gruppo: esse possono, infatti, arrivare a spersonalizzarsi ed a percepirsi non come individui unici, bensì come membri di un gruppo caratterizzato da certe peculiarità. In questa situazione, le norme del gruppo sono molto più predittive delle intenzioni comportamentali rispetto a quelle soggettive.
L’azione ragionata e la spontaneità
La teoria del comportamento pianificato consente di comprendere come abbia luogo il comportamento razionale, ma non permette una medesima conoscenza a proposito di quello spontaneo, non intenzionale ed abituale: costituisce, di conseguenza, un utile mezzo per prevedere il comportamento dello scienziato ingenuo, mentre risulta inefficace nel formulare delle previsioni che riguardino l’economizzatore cognitivo, il quale mette in atto, infatti, dei comportamenti spontanei, che derivano da abitudini o “sensazioni istintive”.
Un esempio di comportamento spontaneo consiste nell’allacciarsi la cintura di sicurezza quando ci si siede in auto: si tratta, infatti, di qualcosa che viene fatto in automatico e senza passare attraverso un lungo dibattito interiore.
Il cambiamento degli atteggiamenti
Gli atteggiamenti possono mutare come risultato di un’introspezione, quale è il caso della dissonanza cognitiva, o se viene agita una persuasione da parte di entità esterne all’individuo.
La dissonanza cognitiva
Secondo quanto affermato dalla teoria dell’auto-percezione di Bem, in assenza di un atteggiamento preesistente su un determinato oggetto, così come nei casi in cui esso c’è ma risulta eccessivamente debole, è possibile inferire degli atteggiamenti a partire dal comportamento: questo inverte la relazione causale maggiormente studiata, vale a dire quella che consente di prevedere il comportamento sulla base dell’a...
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