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Psicologia sociale: essere altruisti

1. L'altruismo e l'interesse personale

Definizioni

Con il termine altruismo ci riferiamo ad una motivazione: si agisce perché si vuole essere di beneficio per un’altra persona, senza l’aspettativa di ricevere in cambio alcun tipo di ricompensa. Quando l’azione è compiuta per il proprio beneficio si parla di egoismo. Tali motivazioni non sono necessariamente esplicite e consce.

Un comportamento d’aiuto è, più in generale, un’azione che dovrebbe avere la conseguenza di produrre qualche beneficio per un’altra persona. Quando la motivazione del comportamento è rivolta principalmente al benessere dell’altro, allora si può parlare di aiuto altruistico. Se invece si aiuta una persona avendo in mente soprattutto il proprio benessere, si tratta di aiuto egoistico.

Una terza modalità di azione riguarda il comportamento prosociale, ovvero una categoria di azioni che vengono considerate da una cultura come di beneficio per le altre persone e per l’intero sistema sociale. La cooperazione rappresenta un’ulteriore e distinta tipologia di interazione. È un agire insieme, in modo coordinato, nel tentativo di perseguire obiettivi comuni. Tutti gli individui coinvolti si aspettano di ricevere dei benefici (relazione simmetrica e reciproca).

Altruista o egoista?

Cialdini: ci illudiamo di essere altruisti ma in realtà corrispondiamo perfettamente alla figura dell’egoista (edonismo psicologico: lo scopo dell’azione umana è il piacere personale).

Batson: è invece possibile aiutare avendo come scopo ultimo il benessere dell’altra persona. Il comportamento potrebbe anche portare a un beneficio per chi aiuta, ma tale risultato è una sorta di effetto collaterale, di per sé piacevole, che però non costituisce l’obiettivo del comportamento stesso.

LIMITE della prima prospettiva: rifiuta a priori l’eventualità che esistano comportamenti che non siano influenzati dall’interesse personale.
LIMITE della seconda prospettiva: enfasi sullo scopo ultimo. Se un comportamento è altruistico lo può essere solo al 100%.

Il benessere di chi aiuta e di chi riceve aiuto sono separati da una linea sottile. L’integrazione tra le due prospettive è possibile se consideriamo che ogni comportamento umano in genere produce simultaneamente più esiti e può quindi essere mosso da motivazioni diverse. Queste situazioni tutto o nulla sono molto infrequenti. Ciò che rende un comportamento prevalentemente altruistico o egoistico è il peso relativo delle diverse motivazioni coinvolte.

Il più delle volte siamo motivati al comportamento di aiuto da una compresenza di interesse personale e altruismo. Possiamo affermare che talvolta il comportamento di aiuto è puramente altruistico, mentre in altre situazioni è puramente egoistico. Tali situazioni estreme sono però infrequenti e nella maggior parte dei casi il comportamento avrà una componente di altruismo e una di egoismo. Le due sono inversamente proporzionali ed è il loro peso relativo a rendere un comportamento prevalentemente egoistico o altruistico.

Fraintendimenti

  • L’egoismo è immorale: tutti gli esseri viventi cercano di ottenere la felicità e di evitare la sofferenza. Semmai, è immorale non aiutare qualcuno in difficoltà avendo i mezzi e le possibilità per farlo e soprattutto è immorale ricercare il proprio benessere a discapito degli altri.
  • Il comportamento di aiuto è sempre di beneficio per l’altro: le nostre azioni potrebbero talvolta non portare al benessere dell’altra persona. Questo può avvenire per due ragioni:
    • Non abbiamo valutato a fondo la situazione e il nostro aiuto risulta poco efficace e controproducente.
    • L’aiuto può talvolta creare e rafforzare rapporti di dipendenza e di subordinazione.
  • Nadler: distingue tra aiuto orientato alla dipendenza (aiuto immediato, che mantiene però l’asimmetria di potere e di status iniziale) e aiuto orientato all’autonomia (gli effetti dell’aiuto sono dilazionati nel tempo, a chi viene aiutato viene data l’opportunità di cambiare radicalmente la situazione e di raggiungere una condizione paritaria rispetto agli altri). È ben diverso aiutare qualcuno dandogli il pesce o insegnandogli a pescare.
  • L’altruismo implica un sacrificio personale: se definiamo un comportamento come altruistico sulla base della motivazione e del risultato che si vuole ottenere e se accettiamo che interesse personale e altruismo siano inversamente proporzionali, allora non c’è alcuna necessità di limitare l’altruismo ai comportamenti che coinvolgono un sacrificio da parte di chi aiuta. Ciò che rende un comportamento altruistico è unicamente la motivazione di essere di beneficio per l’altro.

2. L'altruismo tra evoluzionismo e psicologia

In che modo la logica della selezione naturale è connessa al tema dell’altruismo?

Perché siamo altruisti? La spiegazione evoluzionistica riguarda la fitness, ovvero la capacità di un organismo di riprodursi e quindi di generare figli che gli permettano di propagare il suo patrimonio genetico alla generazione successiva. Alla luce della lotta per la sopravvivenza che caratterizza le specie animali, sembra logico presumere che gli organismi si comportino in modo tale da aumentare la loro fitness a discapito di quella di altri organismi presenti nello stesso ambiente.

A fronte di questa situazione competitiva, l’altruismo biologico può apparire illogico. Esso viene definito come un comportamento che è vantaggioso per la fitness di altri organismi e che riduce la fitness di chi agisce.

Tre motivazioni per cui gli animali mettono in atto comportamenti di altruismo

  • La selezione di gruppo: significa accettare l’idea che l’evoluzione non agisca solo a livello dei singoli organismi ma anche a livello di raggruppamenti di organismi. Darwin: una tribù formata da molti individui pronti a sacrificare la loro vita per la salvezza degli altri avrebbe alte probabilità di sconfiggere le tribù circostanti. La presenza diffusa di geni associati a comportamenti di questo tipo sarebbe quindi vantaggiosa per il gruppo nel suo complesso e potrebbe di conseguenza risultare vincente nel processo di selezione naturale. John Maynard Smith: concetto di free rider = individui che beneficiano dell’altruismo e del sacrificio degli altri ma che quando viene il loro turno non ricambiano.
  • La fitness inclusiva: talvolta chiamata teoria della selezione parentale (kin selection) proposta da Hamilton negli anni ’60. In generale, si riferisce all’effetto cumulativo di propagazione di geni specifici alla generazione successiva. Comprende due termini: la fitness individuale dell’organismo (capacità di avere una prole numerosa) e un secondo termine derivante dalla fitness degli organismi a esso collegati geneticamente (pensato in funzione della vicinanza genetica tra l’organismo e i suoi parenti). Questa logica viene utilizzata da Hamilton per spiegare la possibilità che esista un gene altruista, ovvero un gene che favorisce comportamenti altruistici, che possa sopravvivere al processo di selezione naturale.

    Regola: rB > C
    r = coefficiente di vicinanza; B = beneficio per i destinatari del comportamento; C = costo per chi agisce in modo altruistico. Tale comportamento è efficace da un punto di vista evoluzionistico se il rapporto tra costi individuali e benefici per gli altri è inferiore al coefficiente di vicinanza. Quindi questa regola chiarisce in che modo i geni altruisti abbiamo qualche chance di propagarsi. Applicandola, emerge che questo è possibile solo se tali geni favoriscono comportamenti altruistici rivolti a parenti molto stretti e solo se i benefici di tali comportamenti eccedono i relativi costi in modo proporzionale al rapporto di vicinanza.

    In definitiva, la teoria della fitness inclusiva e della selezione parentale spiega come dal punto di vista evoluzionistico sia possibile l’altruismo tra simili. Il risultato finale sarà quindi la presenza di geni altruisti in grado di favorire comportamenti altruistici nei confronti dei parenti stretti, ovvero di quello che viene chiamato altruismo parentale (kin altruism). Questo non coinvolge in alcun modo la scelta consapevole da parte di un organismo riguardo chi aiutare e chi no, che è decisamente improbabile nella maggior parte degli animali, ma si riferisce a una strategia evolutiva stabile. Applicando tale strategia, un organismo mostrerà la propensione a prendersi cura degli esseri che gli assomigliano e che vivono nelle sue vicinanze.

  • La reciprocità: non può essere ignorato il fatto che talvolta gli animali si aiutino a vicenda anche se non condividono alcun grado di parentela o di vicinanza, e addirittura in certi casi anche se appartengono a specie diverse. Trivers: propose nel ’71 il concetto di altruismo reciproco. Un comportamento altruistico, che in un primo momento riduce la fitness di chi lo compie a vantaggio di chi lo riceve, può avere senso in termini evolutivi se è presente l’aspettativa che il favore venga restituito in futuro e che chi ha ricevuto l’aiuto iniziale quindi compia un atto altruistico simile nei confronti di chi lo aveva precedentemente aiutato.

    È necessario che si verifichino due condizioni: che i due organismi abbiano ripetutamente opportunità di incontro e che in tali incontri essi abbiano la capacità di riconoscerci a vicenda. Negli esseri umani l’altruismo reciproco è probabilmente alla base della norma della reciprocità, che caratterizza qualsiasi atto cooperativo e che sembra essere presente in tutte le culture.

Quello che l’evoluzionismo non dice

Ci sono alcuni punti che è necessario considerare perché il confronto tra biologia evoluzionistica e psicologia sia efficace e produttivo.

Un esempio di integrazione impropria

Un esempio ci viene dalla teoria della fitness inclusiva, che molti psicologi sociali sembrano aver interpretato in modo impreciso. La teoria non riguarda gli individui altruisti, ma i geni altruisti di cui gli individui sono portatori e il processo attraverso cui...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher denise.simionato.1996 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Bobbio Andrea.
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