Lo sviluppo della competenza emotiva dall'infanzia all'adolescenza
Percorsi tipici e atipici e strumenti di valutazione
Capitolo 1 - Regolazione e comunicazione delle emozioni nella prima infanzia
Nel panorama attuale della ricerca psicologica il raggiungimento di un’adeguata regolazione emotiva è senz’altro considerato uno degli obiettivi di maggiore rilievo dello sviluppo infantile.
1. La regolazione emotiva
Come è stato dimostrato dalle ricerche, il bambino fin dai primi mesi di vita dispone di strategie comportamentali che gli permettono di regolare l’intensità delle emozioni che sperimenta, tra le quali distogliere lo sguardo dallo stimolo stressante e l’autoconsolarsi. Egli utilizza queste strategie non solo a fronte di stimoli che suscitano disagio, tra tutti l’inespressività del volto materno, ma anche in relazione a emozioni positive, come l’interazione faccia-a-faccia con la madre, per poi essere sospesa dal bambino attraverso il distoglimento dello sguardo in modo da regolare l’eccesso di eccitazione.
Queste modalità tuttavia non appaiono in grado di garantire al bambino un’adeguata regolazione emotiva per tempi lunghi; per ottenerla egli ricorre a modalità di comunicazione utilizzando configurazioni emotive basate sull’espressione del volto, la tonalità della voce, lo sguardo e la gestualità. Attraverso di esse il bambino comunica il suo stato affettivo al caregiver, il quale gli risponde sintonizzandosi e fungendo da regolatore rispetto a tali stati. Si creano in questo modo precocemente stati affettivi coordinati (match), ma anche stati affettivi non coordinati (mismatch) in cui la comunicazione si rompe (es. il bambino piange e la madre continua a sorridere), per poi essere velocemente ripristinata.
Lo sperimentare match affettivi positivi e ripetute trasformazioni degli affetti negativi in positivi è un processo fondamentale per lo sviluppo della personalità, in quanto permette al bambino di costruire una rappresentazione di sé come efficace a livello comunicativo e del caregiver come affidabile e disponibile; tali rappresentazioni sono alla base della strutturazione di un nucleo affettivo positivo relativo al proprio sé. Per contro, vivere ripetutamente rotture della comunicazione e riparazioni fallite, come può accadere a bambini con madri depresse, può portare il bambino a costruire un nucleo affettivo negativo di sé, caratterizzato da rabbia e tristezza e fondato sulla rappresentazione di sé come inefficace e della madre come non disponibile.
2. Pattern di attaccamento e regolazione emotiva
In questa prospettiva il sistema diadico che si va formando nel primo anno di vita appare di fatto coincidere con i legami di attaccamento che il bambino costruisce rispetto alle principali figure di attaccamento e alla loro disponibilità emotiva. La formazione dei legami di attaccamento nella specie umana, resa possibile dall’incentivazione della prossimità e del contatto protettivo da parte dei caregiver, è infatti sempre più delineata come finalizzata a garantire al bambino, oltre che la sopravvivenza fisica, anche quella emotiva. Compito specifico del caregiver si precisa quello di aiutare il bambino a regolare le emozioni negative e a mantenere quelle positive, adattandosi alle modalità con cui il bambino esprime emozioni negative e positive sulla base delle sue caratteristiche neurobiologiche e temperamentali.
3. Regolazione diadica e sviluppo socio-emotivo
Le modalità di regolazione emotiva che si vanno così strutturando influenzano la formazione dei pattern di attaccamento e sembrano inoltre esercitare un impatto a lungo termine sulle competenze di regolazione del bambino, influenzandone l’adeguatezza o gli aspetti di disregolazione. Diversi lavori hanno evidenziato a questo proposito come l’ostilità e/o l’intrusività materna nel primo anno di vita, centrata sull’espressione di emozioni negative e sull’incapacità di regolarle, nonché di rispecchiare quelle positive, siano predittive di comportamenti esternalizzanti da parte del bambino nella seconda infanzia, dato confermato anche per quanto riguarda la sensibilità paterna. Le strategie autoregolatorie e eteroregolatorie che il bambino acquisisce mantengono la loro importanza anche nella vita adulta.
4. Comunicazione, condivisione delle emozioni e intersoggettività
Come abbiamo visto, la comunicazione affettiva tra il bambino e i suoi partner nel primo anno di vita appare anche riconducibile a quella tendenza innata a entrare in connessione con l’altro al fine di condividere stati emotivi che viene definita “intersoggettività primaria” o “nucleare”. Tale tendenza è testimoniata da molteplici manifestazioni osservabili nelle prime interazioni del bambino con i suoi caregiver ed esemplificata in modo evidente in quel tipo di comunicazione faccia a faccia che vede il suo apice verso i tre mesi di vita.
5. Stati affettivi coordinati e non coordinati a nove mesi e attaccamento materno
Per esemplificare alcuni degli aspetti di cui abbiamo parlato finora, ci riferiremo a una ricerca condotta con 36 coppie madre/bambino, suddivise in due gruppi a seconda del tipo di attaccamento (sicuro o insicuro). Il presupposto della ricerca era che la sicurezza delle rappresentazioni materne circa l’attaccamento favorisse una maggiore sintonia della madre verso i segnali emotivi del bambino. Ne è risultato che le madri sicure sono più abili delle madri insicure nel rispecchiare le emozioni del bambino tra i nove e i 13 mesi.
Capitolo 2 - Amici a scuola: tra competenze emotive e sociali
1. Introduzione
Judy Dunn afferma che “per diventare una persona il bambino deve sviluppare le capacità di riconoscere e di condividere gli stati emozionali, di capire i rapporti tra gli altri, di comprendere gli apprezzamenti, le proibizioni e le usanze annesse al suo mondo”. Nei paragrafi che seguono verranno presentate le linee teoriche che hanno guidato il lavoro di riflessione e ricerca su questi temi.
2. Essere competenti emotivamente e socialmente
Durante la crescita sociale i bambini, gradualmente, imparano a tenere insieme numerosi piani: da un lato essi dovranno essere in grado di raggiungere i propri obiettivi nelle interazioni sociali; dall’altro, dovranno considerare il contesto in cui agiscono e gli obiettivi che anche gli altri intendono raggiungere. Si inizia molto presto in questa complessa acquisizione. Già verso i primi tre-quattro anni i bambini comprendono e fanno uso di strategie diverse per raggiungere gli obiettivi prefissati. Più autori concordano nel ritenere che quando un bambino raggiunge una matura e articolata competenza emotiva, in generale intorno ai 9-11 anni, ha a sua disposizione un insieme di abilità che gli consentono di riconoscere e comprendere le proprie emozioni, quelle degli altri e di gestire gli stati emotivi al fine di un adattamento efficace all’ambiente.
In questa competenza sono sintetizzate diverse abilità. Una prima è la consapevolezza del proprio stato emotivo: le interazioni sociali assumono un ruolo fondamentale per lo sviluppo di tale abilità e con il progredire dell’età, essa diventa sempre più complessa, fino a raggiungere la consapevolezza della possibile co-presenza di due emozioni diverse di fronte a uno stesso stimolo. Un’altra abilità consiste nel distinguere e comprendere le emozioni degli altri: riguarda la capacità di riconoscere le emozioni attraverso indici espressivi e/o situazionali quali il tono della voce, la mimica facciale e la gestualità.
In tema di accettazione dei pari, Moreno negli anni ’50 mise a punto una tecnica per rilevare la mappa delle relazioni sociali all’interno del gruppo classe. A ciascun bambino viene chiesto di indicare due nomi di compagni con i quali avrebbe piacere di giocare (scelte) e due nomi di bambini con i quali non avrebbe piacere di giocare (rifiuti). Si tratta di una tecnica semplice per ottenere un indice di popolarità di ciascun bambino dato dal suo status sociometrico, cioè dal numero di scelte o rifiuti espressi nei suoi confronti dai propri compagni. L’evoluzione del sociogramma di Moreno ha portato all’elaborazione di ulteriori modelli teorici, che hanno operazionalizzato lo status sociometrico attraverso l’incrocio di due dimensioni: l’impatto sociale (costituito dalla somma di nomine positive e negative) e la preferenza sociale (dato dalla differenza tra nomine positive e negative).
3. Una ricerca con bambini di scuola elementare
In una ricerca condotta con bambini di scuola elementare abbiamo messo a fuoco alcuni dei punti teorici rilevati nei paragrafi precedenti, indagando dapprima nel gruppo classe i nessi tra status sociometrico e comprensione emotiva e focalizzando, in seguito, la nostra attenzione sulle caratteristiche interattive di bambini più popolari e meno popolari durante una situazione di gioco strutturato con un amico di classe. I punti importanti che emergono da questo studio mettono a fuoco alcuni aspetti preziosi per procedere nella ricerca in questo campo. Si confermò il ruolo importante delle competenze emotive del bambino sul suo futuro relazionale anche fuori dal contesto familiare.
Capitolo 3 - La regolazione delle emozioni può contribuire al benessere?
1. Premessa
Negli ultimi anni la proliferazione di studi inerenti le emozioni e le capacità a esse legate ha influenzato diverse linee di ricerca in psicologia, conducendo a proficue riflessioni teoriche, a innovative applicazioni educative e a programmi di intervento aventi l’obiettivo generale di promuovere il benessere psico-sociale del bambino dalle prime fasi di vita. In questo capitolo si intende analizzare il legame tra la competenza emotiva, intesa come capacità di gestire le proprie emozioni, e il benessere. È presentato un lavoro di ricerca condotto con bambini di 10-11 anni sulla percezione che essi hanno di poter gestire le proprie emozioni e il legame con le emozioni che provano e con il grado di soddisfazione della propria vita. Gli strumenti utilizzati nell’indagine sono questionari autovalutativi.
2. Introduzione
In contesti formativi ed educativi si riconosce che, per un ottimale sviluppo psicologico dell’individuo e per un funzionale adattamento alla società, è indispensabile sviluppare competenze a livello emotivo. Parlare di “competenza emotiva” significa riferirsi alle capacità di riconoscere le proprie e altrui emozioni, di comprendere le cause che le hanno provocate, essere in grado di pensare alle conseguenze che possono avere ed essere capaci di adottare strategie che permettano di gestirle in modo appropriato.
Recentemente, Pons, Harris e de Rosnay hanno presentato un modello che descrive come i bambini attraversino tre stadi gerarchici per sviluppare appieno un’adeguata comprensione delle emozioni. Da un primo stadio (2-6 anni circa) in cui riconoscono le emozioni in base ai segnali espressivi e ne comprendono le cause esterne, attraversano poi un secondo stadio (6-9 anni circa) in cui capiscono che le emozioni sono basate sui desideri e sulle credenze e che possono esistere differenze tra l’emozione provata e quella manifestata, per giungere a un ultimo stadio (9-12 anni circa), in cui comprendono che un evento può suscitare contemporaneamente emozioni differenti, sono capaci di tenere in considerazione il ruolo del giudizio delle altre persone rispetto alle proprie azioni e capiscono che è possibile regolare le proprie emozioni utilizzando diverse strategie.
Gli studi di Pons e colleghi sono rilevanti non solo per aver evidenziato il carattere evolutivo della competenza emotiva, ma anche per aver sottolineato come la comprensione dell’esperienza emotiva abbia conseguenze significative sul benessere psico-sociale dei bambini. Gli studi sulla competenza emotiva hanno rivolto una consistente attenzione alla comprensione delle emozioni, mentre un minore interesse è stato riservato alla regolazione delle stesse. Sebbene in letteratura sia possibile trovare diverse definizioni di cosa si intende per “regolazione emotiva”, si può rintracciare il suo elemento chiave nella capacità di modulare e modificare l’andamento dell’esperienza emotiva per raggiungere un controllo ottimale.
In altre parole si può dire che l’essere in grado di regolare le proprie emozioni significa non essere sopraffatti dall’intensità e dalla complessità dell’esperienza emotiva come pure non sentire l’esigenza di inibire o negare alcun tipo di emozione. Gli studi relativi alla regolazione emotiva si sono occupati della sua ontogenesi, ovvero del suo sviluppo dai primi mesi di vita fino all’età adulta, evidenziando come nel bambino in una prima fase, fino a circa 3 anni, essa sia in gran parte mediata dai genitori fino all’emergere di modalità di gestione più autonome e consapevoli. Ci si è anche concentrati sull’utilizzo di specifiche strategie di regolazione e sulle loro conseguenze adattive/disadattive. Ad esempio, gli studi di Gross e colleghi hanno evidenziato la stretta connessione tra alcune strategie di regolazione emotiva, in particolare la soppressione e il reappraisal (rivalutazione cognitiva della situazione, ovvero modificazione del significato attribuito all’evento emotivo), la capacità di gestire le relazioni interpersonali e il benessere.
L’interesse in generale verso il benessere può essere ricondotto alla nuova prospettiva teorica e applicativa della Psicologia Positiva, che negli ultimi dieci anni ha accentuato la necessità di riconoscere l’importanza intrinseca di uno sviluppo benessere orientato.
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