CAPITOLO 1
SEDOTTI DA UN'IDEA SBAGLIATA
L'ALBA DELL'UOMO
L'alba dell'uomo è fatta è fatta di privazioni e stenti, e la vita altro non è che
selvaggia contesa. L'osso, un oggetto simbolo del film (2001 Odissea nello
spazio), da familiare elemento quotidiano si trasforma in utensile per uccidere.
E abbracciando l'evoluzionismo, l’uomo ferino è rappresentato lungo il
cammino della tecnica, da cui trarrà il potere sul mondo. Resta l'idea di
un'evoluzione governata dal conflitto tra il debole e il forte, dalle
contese violente tra gruppi tribali rivali, dalla lotta per il predominio territoriale
e per accaparrarsi gli scarsi beni necessari alla sussistenza. E sarà in questo
serbatoio di animalità prosociale e antisociale ritenuta propria dell'essere
umano che molti studiosi cercheranno di attingere elementi per elaborare le
loro teorie sull'aggressività.
BESTIE DELINQUENTI
Cesare Lombroso, fondatore dell'antropologia criminale, sancì il
passaggio dallo studio del crimine allo studio del criminale. Pur ammettendo
forme di criminalità causate da ragioni sociali, Lombroso si affermò soprattutto
sostenendo che molti criminali erano nati con la predisposizione a
delinquere. E la scienza che egli stava sviluppando aveva la pretesa di poter
individuare sulla superficie somatica degli individui i segni di un simile
nefasto destino. Le stigmate da criminale non erano segni assimilabili a
qualche patologia organica o psichica, piuttosto si trattava di caratteristiche
natural born killer
legate al passato della specie umana. Il agirebbe in modo
così distruttivo e malvagio perché egli altro non sarebbe che un selvaggio
catapultato nella società civile.
I segni somatici che andava collezionando e che retrocedevano, a suo dire,
l'umano all'animale non bastavano affinché si potesse avanzare una teoria
criminologica. Come poteva reggere l'impianto di Lombroso al cospetto di
“animali buoni”? Andava dunque dimostrato che il regno animale è
popolato da assassini incalliti, dediti a depravazioni indicibili. Ecco allora
sfilare un elenco di crimini commessi da bestie assassine:
la violenza per l'ambizione al comando;
- l'omicidio per il godimento delle femmine;
- le uccisioni per difesa;
- le uccisioni bellicose, vere e proprie guerre determinate indirettamente
- dalla lotta per l'esistenza ma con lo scopo immediato di uccidere per
uccidere.
A livello generale va detto che il ricorso a un'animalità violenta si salda con gli
sforzi societari e politici del tempo volti a sistematizzare in un ordine
classificatorio varie coppie di opposti: homo sapiens/animale, ragione/follia,
maschio/femmina, adulto/bambino, civile/selvaggio. L'animalità sarà inoltre
spesa per contrapporre, da un lato, l'individuo responsabile e, dall'altro, le
masse irrazionali. Tra altre metafore negative, l'emergere della folla è
infatti vista come l'espressione di una natura distruttiva che assume
la forma dell'orda selvaggia degli animali. Quindi, il contrario di qualsiasi
ordine civile.
Non si tratta solo di metafore, bensì di sforzi e pretese di identificazione, sulla
base di una presunta naturalità che permette di conferire all'immagine
utilizzata un valore di scientificità, empiricamente dimostrabile. A tal fine, il
riferimento al regno animale si dimostra centrale. Lo scatenamento di istinti
animali non è una mera immagine letteraria; si riferisce invece ad alcuni
aspetti dell'essere umano, la cui presenza e la possibile comparsa possono
essere spiegate dall'assioma di istinto primordiale (qui inteso come
istinto di uccidere) e dalla teoria dell'atavismo applicata alla psiche.
L'animale selvatico sfrutta uno spazio di esclusione sociale che
differisce da altri luoghi tradizionali di segregazione (carceri o
manicomi), grazie a una più esplicita valenza simbolica: ricorda ciò che
l'essere umano non è ma che potrebbe diventare se non fosse tenuto
a freno dalle leggi. La distruzione di tutte le istituzioni culturali e del
progresso societario troverà espressione nella brutalità animale della folla.
SCIMMIE ASSASSINE
Benché all'epoca fosse ancora poco studiata, pure la scimmia non mancò di
sollecitare l'interesse degli antropologi positivisti. Nella loro galleria del
comportamento criminale degli animali, alle scimmie sono attribuite una
serie di condotte delinquenziali.
Senza indugiare nella descrizione di tali nefandezze, va precisato che la
mancanza di dati empirici sul comportamento sociale delle scimmie non
aggiunse molto altro a quanto qui abbozzato. Nel regno animale era stato
collocato il crimine degli umani, e la scimmia era il candidato ideale per la
teoria dell'atavismo. Infatti, nel panorama scientifico evoluzionistico che vede
l'attribuzione all'essere umano e alla scimmia di progenitori comuni,
quest'ultima va a occupare un ruolo di primo piano.
Per il fondatore dell'antropologia criminale, dato per acquisito che le scimmie
sono assassine, il “delinquente nato” è colui che agisce in modo
violento e distruttivo perché portatore di un passato scimmiesco.
Quindi l'atavismo costituiva il riemergere di una dimensione primitiva nella
società civilizzata. L'anatomia diventa la superficie che riflette questa
animalità ancestrale che segna tragicamente la vita di alcuni individui. Sono
le leggi della natura che tengono al guinzaglio gli esseri umani, determinando
per qualche sfortunato un'esistenza da scimmie antropomorfe.
Visto che l'ontogenesi ricapitola la filogenesi, allo sforzo classificatorio di
Lombroso non riuscì a sottrarsi nemmeno il bambino, il quale, diventando
adulto seguendo alcune fasi di sviluppo, doveva necessariamente
attraversarne una definibile “fase del selvaggio”.
Siamo in presenza di studiosi che miravano a “fare il bene” per la propria
società, convinti che un'individuazione precoce delle stimmate
scimmiesche potesse tradursi in un'azione di prevenzione e tutela
della collettività contro l'aggressività. Gli sfortunati e pericolosi portatori
di questa tara potevano essere identificati e allontanati dalla comunità, magari
rinchiusi in luoghi protetti. Poiché la bestia che era dentro di loro non era
curabile, poteva solamente venire controllata e sorvegliata
costantemente affinché non si sprigionasse tutta la sua negatività.
L'impianto teorico predisposto da Lombroso si dimostrò incapace di contenere
tutte quelle eccezioni che si intrufolavano nelle sue maglie sberciate perdendo
così credito. In definitiva, che bilancio trarne? Sicuramente, importando la
delinquenza nel regno animale, l'antropologia criminale porta a compimento
l'antropomorfizzazione degli animali all'interno del mondo scientifico.
Agli animali vengono ascritte le più malsane emozioni, le intenzioni più sordide
gli atti più spregevoli, fino all'assassinio. Purtuttavia, la metafora della bestia
feroce ebbe vasto eco a livello di pubblica opinione e fu in grado di sollecitare
un immaginario collettivo pronto a trasformare i diffusi pregiudizi sedimentati
nel folklore in certezze scientifiche.
CACCIATORI NATI
Il testimone scientifico lasciato cadere dagli antropologi criminali sarà raccolto
qualche decennio dopo dalla moderna etologia. Un'operazione che sarà però
caratterizzata da un rovesciamento di prospettiva: mentre Lombroso e
seguaci si fecero promotori dell'antropomorfizzazione dell'animale, gli etologi
propugnano una zoomorfizzazione dell'essere umano. Ovvero, mentre
agli inizi del '900 il comportamento degli animali veniva interpretato secondo
categorie proprie degli esseri umani, ora sono quest'ultimi a essere interpretati
adottando la visuale della vita animale.
Per Morris, l'essere umano si sarebbe evoluto come “uccisore
specializzato di prede” e, a suo dire tra questo e gli animali l'unica
differenza sta nella dotazione di armi estremamente distruttive di cui
il primo si è munito nel corso della storia. Non meno funesta è la visione
che egli ci prospetta: prendendo (erroneamente) per estendibili al mondo
umano le ricerche in laboratorio con ratti divenuti aggressivi perché costretti a
stare in gabbie sovraffollate, a fronte dell'aumento della popolazione
terrestre la profezia è che l'aggressività si svilupperà in modo
incontrollabile e drammatico.
Robert Ardrey farà ricorso soprattutto alla bioarcheologia. Infatti, i
bioantropologi sarebbero nella posizione ideale per analizzare le cause della
violenza nelle popolazioni preistoriche. I resti umani provenienti da siti
archeologici sono una fonte unica di dati sui fattori ambientali, economici e
sociali che predispongono le persone ad ingaggiare conflitti sanguinari oppure
a perseguire l'obiettivo di una pacifica convivenza. Anche qualora fossero
disponibili fonti storiografiche in merito a fenomeni di violenza, le
stesse sono considerate deficitarie poiché risulterebbe difficile
separare ciò che è effettivamente accaduto dagli inevitabili pregiudizi
culturali dell'osservatore. Viceversa, gli scheletri umani fornirebbero prove
dirette e non interpretazioni.
Capire la violenza del passato attraverso uno scheletro che riaffiora
nel presente è un'impresa resa ardua anche dalla difficoltà di operare
la distinzione psicologica tra lesioni accidentali e lesioni intenzionali. A
causa di tali limitazioni probatorie, gli addetti ai lavori consigliano di fare un
cauto uso del termine “violenza”, cercando di limitarlo a lesioni scheletriche
per le quali esiste una certa mole di indizi di intenti malevoli.
Secondo Ardrey l'essere umano sarebbe emerso da un passato
antropoide per un solo motivo: “perché era un assassino”. Un sasso o
un osso per la “scimmia assassina nostra antenata” rappresentarono così il
margine che faceva la differenza tra il soccombere e il sopravvivere. E l'uso
delle armi implicò lo sviluppo di nuove abilità per il sistema nervoso,
quale il coordinamento tra muscoli, tatto e vista. Sicché secondo Ardrey è in
questo modo che vide la luce il “cervello grande” e finalmente “nacque
l'uomo”. Senza tanti giri di parole, egli afferma come sia stata l'arma a
fare l'essere umano.
Emerge una stilizzazione dei “selvaggi” uomini primitivi quali incarnazioni di
tendenze aggressive-omicide. Dopo un'attenta verifica della cosiddetta
“ipotesi del cacciatore” è emerso che le fantasie circa il predatore primitivo
sono prive di qualsiasi attendibilità. E anche se dovessimo pervenire a un
certo consenso in merito alla natura dei segni che i bioarcheologi
rintracciano su antichi reperti ossei, resta aperta la questione del loro
significato. Mancando una conoscenza adeguata del contesto di vita dei nostri
antenati, diventa arduo, se non impossibile, comprendere perché facevano ciò
che facevano. In pratica, è il ben noto dilemma psicologico tra
“comportamento (ciò che si fa) e “azione” (il significato di ciò che si
fa).
L'ISTINTO KILLER
Lorenz rivisitò il concetto di “male” tentando di attribuirne una qualità positiva
all'aggressività. L'argomentare si muoveva in modo lineare: da sempre
l'essere umano ha dato dimostrazione di propensione all'aggressività
e se un comportamento continua a mantenersi nel tempo evolutivo
allora vuol dire che è al servizio della specie che l'esprime. Per gli
animali l'aggressività sarebbe funzionale alla lotta per la sopravvivenza,
facendo perire i peggiori e favorendo i migliori. Certo è che mentre i conflitti tra
animali sembrano regolati da modalità tutelanti lo sconfitto, al quale è
risparmiata la morte nel momento in cui ritualizza la sua inferiorità, gli esseri
umani giungono spesso al punto estremo. Nonostante questa differenza sul
piano della distruttività prodotta, per Lorenz, l'aggressività è un istinto. E
per spiegarne il funzionamento egli elaborò il famoso modello
“psicoidraulico”.
Detto in breve, l'ipotesi di partenza è che nel sistema nervoso
dell'animale e dell'essere umano vi siano “depositi di energia” specifici
per ognuno dei vari istinti posseduti. Questa energia viene paragonata a una
massa d'acqua che si accumula continuamente in un serbatoio, alla cui base ci
sarebbe una sorta di valvola. Tale dispositivo regolatore può essere
aperto dall'interno, grazie alla pressione esercitata dall'acqua, oppure
dall'esterno, mediante un peso che va a premere. La pressione dell'acqua
sarebbe l'impulso a seguire un atto istintivo e la scarica la sua esecuzione.
Invece, il peso è uno “stimolo scatenante”, ossia qualcosa dotato del potere di
innescare la risposta e presente nell'ambiente.
In sostanza, per Lorenz l'aggressività è un'energia istintiva che nel
tempo tende ad aumentare e che inevitabilmente deve essere
scaricata. Il rapporto tra fattori endogeni (l'energia) e fattori esogeni
(stimoli ambientali) è di una complementarietà inversa: con
l'innalzamento del livello di energia possono diventare sempre più deboli
d'intensità gli stimoli scatenanti la risposta aggressiva. Fino al punto in cui gli
stimoli ambientali possono essere pure assenti, perché l'energia accumulata
giunge a “traboccare”, dando vita a quelle che Lorenz definisce “attività a
vuoto”. Insomma, a detta di Lorenz, la violenza albergherebbe dentro
l'individuo, sempre pronta ad esplodere. L'unica possibilità che avremmo
sarebbe quella di deviare questa energia distruttiva verso attività il
meno nocive possibili.
Pure l'idea che l'aggressività sia un istinto regolato da una valvola idraulica si è
sbriciolata. Pensiamo alla previsione che l'atto aggressivo sgorghi quale esito di
una pressione energetica interna pur in assenza di alcuno stimolo scatenante;
ebbene, non risultano riscontri sistematici di tali “attività a vuoto” nel
mondo animale. E men che meno risulta che l'essere umano sia dotato
di un “determinismo spontaneo” dell'aggressività che lo spinge a
scaricare l'energia. Per non parlare della logica sottostante il modello
idraulico, che vorrebbe il comportamento aggressivo unidirezionale, ossia al
riparo da qualsiasi influenza originata da processi di retroazione, il che suona
francamente inverosimile.
LA PULSIONE DISTRUTTIVA
Trieb
Il termine (pulsione/istinto) viene usato da Freud per indicare la spinta
verso una determinata direzione. Tante sono state le critiche avanzate
Trieb.
contro l’indeterminatezza con cui Freud usa la parola Da un lato, essa
rimanda alla concezione biologica di istinto, che quindi andrebbe intesa come
una quantità di energia corporea che preme per farsi largo in una certa
direzione. Dall’altro però egli parla di “equivalenti psichici” di stimolazioni
provenienti dall’interno dell’organismo. Con questo termine Freud punta a
denominare un insieme di forze che sottostanno alle varie tensioni
esperite dagli individui e che rappresentano in definitiva il
fondamento ultimo di qualsiasi attività umana, attiva e passiva,
consapevole e inconsapevole.
LA VITA, UN CONFLITTO INFINITO
Nell’impianto teorico freudiano la soggettività è un campo di battaglia. Da
un lato premono le pulsioni dall’altro la società, e l’individuo si trova tra due
fuochi. Egli, non potendo mettere a tacere le proprie pulsioni, né tantomeno
divincolarsi completamente dalle esigenze della società, si trova impegnato nel
tentativo di conciliare il conflitto tra queste due forze. La nozione di conflitto è
pure decisiva per comprendere i vari modelli che Freud elaborò per descrivere
l’apparato psichico. Dalla contrapposizione tra inconscio e conscio, sino alla
tripartizione tra Es, Io e Super-Io. L’Io si viene a trovare in una condizione di
tensione permanente: sollecitato dall’Es, accerchiato dal Super-Io e costretto a
fare i conti con la realtà societaria.
Un punto merita di essere sottolineato: ossia l’idea di un conflitto perenne
a cui non si può porre fine. Freud ci mette in guardia circa la minacciosa e
insieme positiva pressione esercitata dalle pulsioni, le quali reclamano
soddisfazione: bloccarle vorrebbe dire correre il rischio che esplodano.
Pertanto, anche sotto la superficie dei comportamenti socialmente accettabili e
nei meandri della coscienza, continuano a permanere i residui, primitivi e
sinistri, della contrapposizione tra pulsioni. Da qui il pericolo di un conflitto
capace di riproporsi continuamente. Le stesse istituzioni sociali che
l’umanità ha edificato nel corso della storia sono in qualche modo
insufficienti per arginare l’ambivalente e temibile natura. Vista dal
versante dell’individuo, l’enfasi che Freud ripone sulle pulsioni si traduce in una
sorta di sua difesa, poiché implica che qualcosa del singolo possa sfuggire alle
influenze collettive, come se la propria costituzione avesse uno zoccolo duro
non piegabile dagli assetti societari. Una “buona società” può al massimo
aspirare a regolare gli individui e i rapporti interpersonali, senza mai
poter sopprimere le tensioni oppositive e contraddittorie che li
animano. Un simile modo di argomentare porta inevitabilmente ad un
tirannia del passato
approdo: la . Infatti, il passat
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