La bestia dentro di noi, smascherare l'aggressività
Zamperini A.
Nell'immaginario collettivo la preistoria è un luogo quasi anarchico. Immaginiamo gli ominidi
come esseri violenti, “animaleschi”, aggressivi, pronti ad uccidersi per il cibo o per
l'accoppiamento. La storia ci insegna che questo è l'antenato dell'uomo e che l'aggressività ancora
oggi permane insita dentro di noi. D'altronde è per questo che esistono le società, le norme e le
regole. Per regolamentare e disciplinare l'uomo o meglio la bestia dentro di noi. Ma se facciamo un
passo indietro e non diamo tutto questo per scontato possiamo raggiungere conclusioni diverse. Da
qui la domanda, esiste davvero una bestia dentro di noi?
La storia che ci hanno da sempre raccontato e che ritroviamo nei libri scolastici, nonché nella
psicologia evoluzionista, prevede che l'uomo sia la vittima tra due poli antitetici come natura-
cultura, gene-ambiente, istinto-apprendimento. In quest'ottica infatti la natura, il gene, l'istinto sono
tutti modi per chiamare la presunta collocazione della bestia che abbiamo dentro, del carico di
aggressività che, secondo tale tesi, abbiamo ereditato dai nostri antenati. Di contro cultura,
ambiente e apprendimento sono i fattori che permettono un controllo sulla bestia, che ci insegnano a
gestire l'aggressività che ci dovrebbe contraddistinguere.
Come siamo arrivati a pensare ciò?
Innanzitutto è necessario ricordare che la storia è pur sempre scritta da qualcuno, questo qualcuno
solitamente, come dice il detto, è il vincitore. Per cui raccontare che ad esempio i colonizzati sono
primitivi fa di certo comodo a coloro che scrivono la storia, i colonizzatori. Sostenere che sono
incapaci e poco dotati di intelletto può in alcuni casi giustificare il comportamento del colonizzatore
che decide anche per il “primitivo”, così come un genitore decide per il figlio. O ancora, chi ha
sostenuto che le donne erano incapaci di gestire il proprio carattere estremamente emotivo e
sensibile e per questo non erano adatte a compiti di responsibilità? Prevalentemente uomini e così
via. Ciò significa che ciò che dice la storia è pur sempre influenzato da chi racconta la storia.
I precursori della teoria della bestia dentro di noi possono essere individuati nelle personalità di
Charles Darwin, Francis Galton e Cesare Lombroso.
I due sostenevano infatti che “La nostra origine è la causa delle nostre cattive passioni. Il diavolo,
sotto forma di babbuino, è nostro nonno!” (Darwin), o ancora “Gli uomini hanno ereditato dai
loro antenati una serie di istinti moralmente spregevoli e deficienze intellettuali.” (Galton).
Da queste parole si deduce il pensiero dei due studiosi: l'uomo, sebbene evoluto, ha ancora dentro di
sé qualcosa di scimmiesco, animalesco, qualcosa di brutale e pericoloso. Per questi motivi sembra
essere necessario costituire società, imporre regole e norme affinché tale “bestialità” possa essere
regolamentata.
Lombroso con la sua teoria dell'uomo delinquente sostiene che la bestialità (l'aggressività) si possa
intuire da indizi fisici. È in questi anni che inizia a nascere l'interesse per la frenologia e le
misurazioni portano a costituire una sorta di identikit del perfetto delinquente. I tratti fisici che
sembravano caratterizzare i delinquenti erano vicini all'animalesco o all'idea di animalesco che si
aveva all'epoca. Per cui un uomo particolarmente irsuto, dal cranio schiacciato, tozzo e di bassa
statura probabilmente verrà considerato un delinquente o un delinquente potenziale. La teoria di
Lombroso infatti sembra avere origine proprio dal mondo animale per poi spostarsi nel regno
dell'umano. I suoi testi sono permeati da esempi dell'aggressività animale, ci ricorda poi che l'uomo
è un animale e spiega l'aggressività dell'uomo su queste basi. Lo schema logico sembra essere
quindi: MONDO SPIEGAZIONE
MONDO UMANO
ANIMALE DELL'UMANO
Attraverso
È però importante porre attenzione a come viene descritto il mondo animale. Questo sembra essere
caratterizzato da aggressività, da una lotta estenuante e continua. Non viene menzionato
minimamente nemmeno un comportamento di cooperazione; non vengono menzionati i branchi, gli
sciami o i greggi; non vengono menzionati i comportamenti di aiuto tra i singoli animali. Ciò che
viene menzionata è la lotta per la sopravvivenza e la brutalità animalesca. Ma se riflettiamo sul
mondo umano non troviamo mai aggressività. Troviamo comportamenti finalizzati al procacciarsi il
cibo, o della caccia in sé; troviamo comportamenti finalizzati al dominio nel branco, finalizzati al
possesso delle femmine ma mai comportamenti aggressivi o violenti. Lombroso dunque non parte
dal mondo animale ma da quello umano. Proietta poi sul mondo animale i significati del mondo
umano, e attraverso questi spiega il mondo umano. Quindi in realtà quella che sembrava una logica
lineare appare ora come tautologica.
MONDO SPIEGAZIONE
MONDO ANIMALE
UMANO DELL'UMANO
Attraverso
Ciò che viene fatto non è altro che identificare nell'animale il male (simbolo della scimmia cattiva)
così che l'animale selvatico appare, agli occhi dell'umano, come ciò che l'umano non è ma potrebbe
diventare se la sua vita non fosse regolamentata da norme e leggi. Cosa distingue allora l'uomo
dall'animale, o meglio, cosa ha distinto l'uomo evoluto dai suoi antenati scimmieschi?
Sicuramente l'uso degli utensili, più specificatamente l'uso delle armi è stata una distinzione di
grande rilevanza, ma non si può escludere che ve ne siano altre come l'aggregarsi in comunità ad
esempio.
Zamperini definisce profeti di sventura tutti quegli studiosi che sostengono una visione tragica del
futuro in riferimento alla sovrapopolazione. Tali studiosi infatti sostengono che visto l'aumento
demografico del pianeta, e vista la reazione dei topi in gabbia in situazioni simili, probabilmente si
potrebbe scatenare un'aggressività devastante. Gli studi che sono stati svolti e che “mostrano
empiricamente” questa teoria non coinvolgono umani ma topolini. I topi quando si trovano in
gabbie sovraffollate iniziano a mostrare comportamenti aggressivi verso i loro simili. Ma gli uomini
spesso si trovano in situazioni di stress e “sovraffollamento” basti pensare ai treni, ai bus o a quei
paesi che vivono costantemente tali situazioni (Cina, Giappone, India per dirne alcuni). Quando ci
troviamo sul bus ed è stracolmo di gente tendiamo a rispettare quello che viene definito patto di
mutua indifferenza per cui tendo ad ignorare gli altri come gli altri tendono ad ignorare me, senza
alcun spargimento di sangue.
La tesi dei profeti di sventura si basa sul concetto di istinto della territorialità. Infatti i topolini
manifestano comportamenti aggressivi quando la loro territorialità sembra essere in pericolo.
Quindi tali situazioni fanno scattare l'allarme all'istinto per cui è necessario difendere il proprio
territorio. In questo caso è necessario ed opportuno soffermarsi sul concetto di istinto alla
territorialità. Per poterlo are però dobbiamo prima capire cosa sia un istinto. Tale parola spesso
viene usata senza darne una definizione, o meglio dando per scontata la definizione. In questo caso
verrà intesa con la definizione dell'etologia classica data da Tinbergen per cui:
“ E’ un meccanismo nervoso sensibile a determinati impulsi preparatori, scatenanti e orientanti, di
origine interna come pure esterna, e che risponde a tali impulsi con movimenti coordinati che
contribuiscono alla conservazione dell’individuo e della specie.”
Come già argomentato prima ciò non accade nell'uomo. Quando la territorialità viene invasa
intervengono tutta una serie di fattori prima ancora che “scatti” la reazione istintuale. Per cui non si
tratta di un “meccanismo nervoso sensibile” e per questo possiamo affermare che non si tratti di un
istinto. Inoltre il concetto di territoriaità (proprietà) è un prodotto culturale, figlio del capitalismo e
sembra che non abbia niente a che vedere con la naturalità dell'individuo.
Anche la bioarcheologia sembra difendere la tesi per cui l'uomo è un animale aggressivo. Ciò che
fa la bioarcheologia è studiare i segni ritrovati sui resti umani emersi dalle ricerche antropologiche.
Ma il problema è proprio qui. Il segno ha un proprio significato e ciò a cui può accedere la
bioarcheologia è solamente il segno e mai il significato. Per intenderci: il ritrovamento di un cranio
mostra chiaramente un segno. Si registra la presenza di un foro all'altezza della tempia e si suppone
che sia la causa della morte e che dipenda dalla punta di una lancia. Il segno è che sia un foro, il
significato non è accessibile. Tralasciando il fatto che la bioarcheologia non dispone ancora di
strumenti adatti a individuare con esattezza le fonte dei segni e supponendo che quel foro sia
davvero causato da una lancia ci si può chiedere “chi ha ucciso quell'uomo?” “Perché?” “era
parte di un rito?” “è stato un incidente di caccia?”
È chiaro che non sia possibile rispondere a tali domande e quindi non è possibile conoscere il
significato. Da ciò ne deriva che la bioarcheologia potrà forse darci altri tipi di contributi ma non
spiegazioni riguardo la presunta natura aggressiva dell'uomo primitivo.
Zamperini inoltre sostiene che la visione che abbiamo dell'uomo primitivo non sia propriamente
corretta. Nell'immaginario comune, l'uomo preistorico era un cacciatore mentre la donna preistorica
si occupava del raccoglimento di cibo e della cura dei bambini.
Ma è realmente così? Sembrerebbe che i cambiamenti climatici che ci sono stati abbiano portato
l'uomo a cambiare le sue abitudini più volte e che la caccia dei grossi animali sia una conseguenza
della carenza di risorse vegetali.
→ MEAD
L'aggressività è stata studiata in varie discipline, prendiamo in considerazione ora l'etologia e nello
specifico il modello psicoidraulico di Konrad Lorenz. Possiamo concepire ogni energia istintuale
come una massa d'acqua. L'energia quindi si accumula in un “serbatoio” con un foro d'uscita
regolato da una valvola. Questa valvola può essere aperta o dalla pressione dell'energia stessa
(quindi quando si è accumulata eccessivamente) o da un fattore esterno ambientale. Per Lorenz
dunque l'aggressività è un'energia istintiva endogena che si accumula nel tempo e deve essere
scaricata. Quando l'energia si accumula comporta una sorta di “pressione” nel serbatorio per cui la
“valvola” verrà aperta da eventi via via (che l'energia si accumula) sempre più deboli fino ad
arrivare, come accennato prima, al caso in cui l'evento esterno può anche risultare assente.
Ci si potrebbe chiedere come mai tale modello non sia dimostrabile empiricamente, Zamperini
espone alcune tesi
1 Se concepiamo l'istinto secondo la sua definizione etologica ci aspettiamo comportamenti
specifici e stereotipati in risposta agli stimoli. Ma ciò non avviene perché i comportamenti
mostrati appaiono come molto variabili.
2 La probabilità che un comportamento si verifichi dovrebbe aumentare con il tempo trascorso
dalla sua ultima esecuzione, ciò non appare vero nel riscontro empirico.
3 Ogni comportamento dovrebbe esaurirsi dopo la sua esecuzione (a causa della necessità che
l'energia si accumuli). Ciò non appare vero ad esempio nel comportamento sessuale. Una volta
esaurito il comportamento se al topo di laboratorio si presentava una nuova femmina riattuava il
comportamento sessuale.
4 Secondo questo modello il feedback non dovrebbe avere rilevanza, nella pratica emp
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