Che materia stai cercando?

Riassunto Esame psicologia della violenza, prof. Zamperini, libro consigliato La bestia dentro di noi

Riassunto per l'esame di psicologia della violenza e del prof. Zamperini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente La bestia dentro di noi, dell'università degli Studi di Padova - Unipd. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicologia della violenza docente Prof. A. Zamperini

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Dal modello di Lorenz sembra necessario trovare alcune attività attraverso cui “sfogare” l'energia in

eccesso. I mancati riscontri a livello empirico fanno però sorgere dei dubbi circa la validità della

teoria.

Oltre al concetto di “istinto”, all'interno del testo viene indagato un altro termine che spesso viene

utilizzato nella spiegazione o indagine circa l'aggressività, la pulsione.

Freud utilizza il termine pulsione per definire un qualcosa che va a confine tra biologico e psichico.

Viene inteso con questo termine l'origine della tensione di qualsiasi attività umana (passiva o attiva,

consapevole o inconsapevole). Anche in questo caso abbiamo una sorta di modello psicoidraulico

per cui la pulsione viene concepita come un'energia che “spinge” che porta a “tendere a” e una volta

scaricata vi è un riequilibrio come se si trattasse di omeostasi. Nella concezione dell'uomo di Freud

la vita è una battaglia. Le istanze psichiche infatti (io, es e super-io) confliggono tra loro e con

l'ambiente. Lo stesso schema viene proposto anche per la civiltà per cui la folla scatenata (es) cerca

di emergere e si trova a lottare con l'io (istituzioni), il tutto viene regolamentato dalle norme, leggi e

regole sociali (super-io). Il concetto di pulsione di Freud ha una caratteristica importante: non ha

mai fine. Infatti le pulsioni non vengono mai soddisfatte completamente e permane un residuo

originario. Tra i meccanismi di difesa delineati da Freud vi è anche la sublimazione per cui il

soggetto si adatta alla situazione. La sublimazione, l'adattamento, comportano sempre una perdita

una rinuncia di qualcosa. In questo caso una rinuncia all'accesso ai propri “istinti” più reconditi, una

regolamentazione degli stessi. Altro tema centrale nella concezione dell'uomo di Freud è la tirannia

del tempo. In particolare il passato viene visto come una dimensione temporale che tenta di

dominare il presente, non è più solamente il luogo delle fondamenta per la costruzione della persona

ma un'entità a cui rendere conto. Il tema della ricapitolazione proposto da Zamperini riprende l'idea

di Freud di prendere in esame lo sviluppo della mente umana come “compendio” per comprendere

lo sviluppo dell'uomo. Quindi si parla di una filogenesi a partire dall'ontogenesi. Gli antenati

primitivi sono concepiti come selvaggi, è forse opportuno ricordare che l'epoca di Freud è l'epoca

del colonialismo per cui la visione che si ha dell'estraneo è quella di un selvaggio rispetto ai canoni

occidentali o statunitensi. Così i selvaggi sono l'esempio dei nostri antenati primitivi a cui si

attribuiscono caratteristiche aggressive e violente. Bambini e nevrotici (adulti fissati allo stadio del

bambino / primitivo) raccontano di questa filogenesi. Il bambino di Freud infatti non è più il

bambino angelico come lo si era sempre visto. È un bambino impulsivo, dominato da pulsioni

sessuali (non nel senso dell'istinto sessuale ovviamente ma in una concezione della sessualità e

sensualità diversa da quella dell'uso comune) e di morte (sbarazzarsi del genitore dello stesso sesso

per possedere quello dell'altro sesso → complesso di Edipo). I bambini hanno istinti aggressivi ed

egoistici.

Ma come accedere a questo mondo primitivo che è insito in noi? Secondo Freud lo si può fare

attraverso il sogno che parla di istinti, o meglio, pulsioni a noi nascoste. L'inconscio ha una logica

ed un linguaggio tutto suo è il lavoro dello psicoterapeuta non per niente viene paragonato a quello

di un archeologo che deve scavare negli spazi più nascosti della psiche umana e trovarsi davanti

l'eredità arcaica, ciò che è innato. In Totem e Tabù, spiega Zamperini, Freud si slancia nella

comprensione della civiltà tutta. Ciò che ci è rimasto del ragionamento freudiano, e quindi ciò che

più che Freud han fatto i suoi successori, è un'incomprensione di fondo del testo. Freud usa una

storia metaforica per comprendere la nascita della civiltà. Questa storia narra l'esistenza di alcuni

fratelli e un padre. Il padre poteva possedere le donne della tribù mentre ai fratelli non era

consentito per via dell'incesto. L'impulso irrefrenabile dei fratelli sfocia nell'uccisione del padre per

poter possedere le donne. Una volta ucciso il padre però si rendono conto che han fatto così crollare

le norme, i divieti, i regolamenti che determinavano la vita in comune. Ne consegue che una società

senza padre è una società ingovernabile. Da ciò ne consegue un divieto autoimposto riguardo le

donne (tabù) e la creazione di un totem in riferimento al padre, alle regole. Questa storia è

ovviamente una storia metaforica, eppure in alcuni passi dell'evoluzione della teoria freudiana

attraverso i suoi posteri sembra si prenda come origine originale della civiltà. Ma il padre di cui

parla Freud è lo stesso padre del super-io è un padre metaforico che incarna le leggi, le regole e le

norme del vivere comune. L'accordo tra i fratelli rappresenta il primo patto sociale che sia stato mai

fatto nella storia. L'impostazione usata da Freud per la spiegazione della nascita della civiltà è

ovviamente collegata alla visione che ha dell'umano singolo. Ancora una volta ritroviamo dunque il

tema della ricapitolazione.

Per Freud vi sono dunque tre tipi di aggressività:

– 1) Aggressività come pulsione primaria

– 2) Aggressività come reazione a frustrazione

– 3) Aggressività come pulsione di morte

L'uomo è concepito come un sistema chiuso, questa è una visione che può essere definita

monopersonale. L'uomo inoltre deve sublimare i desideri ancestrali (pulsioni aggressive) che si

limita a desiderare, appunto, e che i suoi antenati hanno messo in atto o tentato di mettere in atto

(uccisione del padre e possesso delle donne della famiglia).

L'esistenza della pulsione di morte non trova nessun riscontro empirico e viene solitamente rifiutata

dagli psicoanalisti contemporanei.

Un importante documento preso in esame dall'autore del testo è la Dichiarazione di Siviglia sulla

violenza che è stata rivista nel 2011

Secondo tale dichiarazione è scientificamente scorretto sostenere che:

– abbiamo ereditato una tensione alla guerra dai nostri antenati animali

– la guerra e qualsiasi comportamento violento siano geneticamente programmati nella

natura umana

– l'evoluzione umana è data dalla selezione del “più forte” intendendo questo come “più

aggressivo”

– gli esseri umani hanno un cervello violento

– la guerra è causata da un “istinto” o da qualsiasi altra singola motivazione.

Ancora oggi siamo convinti (e non solo nell'ambito del senso comune ma anche in psicoloia) che

l'aggressività sia dentro di noi, da qualche parte. Che esiste e che debba essere incanalata fuori pena

comportamenti aggressivi di discutibile gestione all'interno delle società. Ma dove scarichiamo

questa rabbia? Alcuni, hanno ideato le “camere della rabbia”, veri e propri luoghi in cui “sfogare

l'energia” attraverso il corpo con comportamenti distruttivi. Si è però mostrato che ciò non porta ad

un abbassamento del livello della rabbia anzi, in alcuni casi è più probabile che si riattivi. Ciò di cui

si parla è catarsi nel senso di un modo per liberarsi dal negativo.

La catarsi nel corso della storia ha mutato e così si parla di modello drammatico, modello clinico e

modello sperimentale.

La catarsi viene qui intesa nel senso aristotelico, per cui viene indotta dalla

tragedia (opera teatrale) e conferisce un senso di quiete agli astanti che

sgomberano la mente da passioni problematiche. L'influenza della catarsi si

Modello mostra nella pratica della confessione come metodo per liberarsi dai peccati, una

drammatico sorta di antenato ancestrale della terapia verbale e di conseguenza della

psicoterapia.

Nonostante quanto sostenuto da Aristotele appare improbabile che la visione

dell'altro aggressivo e sospinto da passioni (esperienza vicaria, indiretta) possa

comportare in me la presenza di quiete come se quelle passioni le avessi

scaricate io attraverso quei comportamenti. In riferimento alla visione della

tragedia e aggressività possiamo fare un parallelismo con l'epoca presente. I film

di azione, di guerra o violenti non “scaricano” le nostre “energie aggressive” ma

anzi, si è mostrato empiricamente, spesso facilitano l'espressione di tali

atteggiamenti e comportamenti.

L'ottica di riferimento è quella di Breuer e Freud e gli studi sull'isteria. L'isterica

Modello clinico è tale a causa di un forte trauma psicologico. Attraverso la catarsi è possibile

ricordare tale evento originario (che permane a livello inconscio una volta

conclusosi nel tempo presente) e il ricordo è come una purgazione. É come se il

trauma fosse un corpo estraneo da espellere e la catarsi ha proprio questo

compito. Nello sviluppo della sua teoria Freud si allontana dal termine catarsi

per abbracciare quello di abreazione. Inoltre valorizza l'esperienza verbale del

ricordare l'evento traumatico “contro” il mero sfogo emotivo. Molte scuole di

psicoterapia tutt'oggi considerano la scarica emozionale come un qualcosa di

fondamentale all'interno della loro pratica.

Modello Dollard e collaboratori teorizzano la cosiddetta Teoria frustrazione-aggressività.

sperimentale A livello teorico quindi l'aggressività dipenderebbe dalla frustrazione

all'insoddisfazione di desideri, istinti, pulsioni, bisogni. Ciò a livello empirico

non è dimostrato e anzi vi sono casi in cui è presente l'aggressività ma non la

frustrazione e casi in cui il soggetto può sentirsi frustrato e pure riferirlo ma non

mettere in atto alcun comportamento aggressivo.

Con l'analisi di questi modelli l'autore vuole dimostrare che non esiste alcun “salutare buttar fuori”

perché non esiste alcuna “energia” che si accumula al nostro interno e preme per essere liberata.

Comunque l'idea che l'aggressività esiste persiste. Nel paradigma scientifico moderno si è soliti

ricercare le cause degli eventi per cui molti studi hanno tentato di localizzare l'aggressività.

Inoltre l'epoca contemporanea è caratterizzata dall'idea per cui la scienza e le scoperte sono tanto

più rilevanti quanto più utili. La scoperta acquisisce credito quando è utilizzabile e applicabile.

Tornando al tema principale del testo, l'aggressività, è chiaro che una teoria che localizzi

l'aggressività risulta importante a livello sociale per individuare, trovare coloro che sono portatori

di tale nucleo e poterli o controllare maggiormente o allontanare per evitare problematiche sociali.

La prima teoria presa in esame da Zamperini in riferimento al luogo

dell'aggressività è la teoria di MacLean del cervello trino. Secondo tale teorie,

come mostra l'immagine, il cervello è costituito di tre parti: cervello superiore,

cervello intermedio e cervello primitivo.

Il cervello superiore è tipico del neo-mammifero, viene fatto corrispondere con la

neocorteccia e dunque con quelle aree adibite allo svolgimento di funzioni di ordine

superiore come il pensiero, ragionamento, linguaggio ecc.

Il cervello intermedio è quello paleo-mammiferi, viene fatto corrispondere con il

sistema limbico adibito alla regolazione delle emozioni.

Il cervello primitivo (o inferiore) è il cervello rettiliano e corrisponde al tronco

encefalico. Corrisponde dunque all'area dei cosiddetti “istinti primari”.

Il cervello primitivo ed intermedio sembrano essere in contrapposizione con il

cervello superiore. Come se fossimo dotati di due cervelli in perenne conflitto.

Quindi le domande che sorgono spontanee sono

– com'è possibile liberare l'essere umano da tale conflitto?

– com'è possibile far fronte alle dinamiche conflittuali che intercorrono tra “i cervelli”?

MacLean utilizza il concetto di cervello trino per spiegare ogni comportamento umano tra cui anche

violenza e guerra. In questo senso significa che per MacLean nei soggetti un'attività cerebrale “da

manicomio” e quindi non conforme alle regole e norme sociali prescritte è riconducibile ad una

mancata integrazione tra i tipi di cervello che l'evoluzione ci ha lasciato in eredità.

In realtà non esiste nessuna distinzione tra “i cervelli” poiché il cervello è uno, un unico complesso

sistema di aree adibite a più funzioni ma senza una disposizione gerarchica. Lo sviluppo cerebrale

nel corso delle evoluzioni non è concepibile come “addizionamento” delle parti ma come sviluppo

strutturale del cervello stesso. Di conseguenza non essendoci queste parti come entità autonome e

indiscrete è irrilevante parlare di “conflitti tra le parti”.

Dunque gli studiosi hanno cercato nel cervello l'aggressività ma la realtà empirica disconferma

questa tesi. Dove collocare l'aggressività allora? Partendo da un ragionamento abbastanza

semplicistico, per cui nei carceri risulta una massiccia presenza di uomini rispetto alle donne,

l'aggressività viene ora cercata nei cromosomi (distinzione basilare tra uomo (XY) e donna (XX) a

livello biologico). Inoltre a causa una mutazione genetica esistono individui con due cromosomi Y, i

cosiddetti supermaschi.

Gli studi condotti sulla ricerca dell'aggressività nel cromosoma ovviamente non hanno tenuto conto

delle differenze di genere ma la differenza comportamentale tra uomo e donna (il primo più attivo e

aggressivo della seconda vista invece come remissiva) sembrava un'evidenza della teoria stessa. I

risultati ottenuti da indagini in carceri e manicomi (nonché su soggetti XYY che potevano indicare

un doppio pericolo poiché possessori di due cromosomi Y) non ha portato esiti positivi. Zamperini

riporta una stima attendibile per cui il 96% dei maschi XYY non farà mai visita ad un carcere o

tribunale.

Dunque l'aggressività sembra non essere localizzabile neppure nel cromosoma. Ma la convinzione

che i maschi siano per natura più aggressivi delle donne permane. Dove cercare allora il luogo

dell'aggressività? Cos'altro distingue a livello biologico genotipico il maschio dalla femmine? Gli

ormoni. Da questo tipo di ragionamento si è arrivati a condurre studi che tentavano di localizzare

l'aggressività nel testosterone (ormone tipicamente maschile poiché presente in maggiori quantità

rispetto alle donne). Ma come dimostrare che l'aggressività dei maschi è riconducibile alla presenza

di testosterone? Vennero condotti degli studi sui topi (rattus norvegicus) e si mostrò che i maschi,

nelle gabbie, risultavano più aggressivi delle femmine. E anche loro, come gli umani, si

differenziavano ormonalmente. Ma Zamperini pone l'accento su una questione particolare: studi

condotti sui criceti esitano in maniera opposta mostrando una presenza maggiore di comportamenti

aggressivi nelle femmine e non nei maschi. Come mai non si sono presi in considerazione questi

studi ma quelli condotti sui ratti? Zamperini fa capire che probabilmente un'evidenza empirica che

conferma la tesi è più conveniente, ovviamente, di una che non la conferma. La differenza della

percentuale di ormoni presente tra maschi e femmine è indubbia, ciò su cui dovrebbero restare i

dubbi è il significato che si attribuisce a tale differenza.

Dawkins ne “il gene egoista” sostiene che siamo paragonabili a macchine da sopravvivenza,

determinate dai nostri geni, appunto, egoisti. Zamperini fa notare che, come nel caso di Freud, si

usano delle metafore che poi vengono prese per vere. In questo caso Dawkins definisce il gene

egoista e lo sta dunque dotando di motivazione cosciente cosa che, non essendo un organismo e per

di più sviluppato, ovviamente non ha. Il problema è che il salto tra “il gene è egoista” e “la persona

è egoista” è breve.

L'era del gene, come la chiama l'autore, è caratterizzata dal riduzionismo (attraverso cui si tenta di

parcellizzare i fenomeni e spiegarli senza poi riuscire a spiegare l'intero ma solo i “pezzetti”) e

dall'individualismo proprietario con cui la teoria del gene egoista si sposta perfettamente. In una

sorta di sillogismo tale teoria è arrivata ad affermare che la società è costituita da geni egoisti perché

I GENI COSTITUISCONO LE PERSONE

LE PERSONE COSTITUISCONO LE SOCIETA'

I GENI COSTITUISCONO LE SOCIETA'

Nell'era del gene si è ricercato il “gene di” ogni cosa (omosessualità, crimine, povertà, intelligenza

ecc). Quali sono le implicazioni pratiche di tale pensiero? Vengono riportati due casi

• Nel 1992, l’amministrazione Bush ha avviato un programma per la ricerca di una

predisposizione genetica alla violenza e ai comportamenti criminali

• • Nel 2005, il presidente francese Nicolas Sarkozy, sulla base di un rapporto dell’Institut

National de la Santé et de la Recherche Médicale che dimostrerebbe come alcuni tratti

antisociali (es. freddezza emotiva, disobbedienza, impulsività) siano in altro grado ereditari

e potrebbero essere predittivi di un futuro di delinquenza, ha sostenuto un progetto di

“Prevenzione del crimine” per la diagnosi precoce di tali “disturbi” all’età di tre anni

Tra i vari “geni di” si è ricercato anche il gene dell'aggressività, ovviamente. Questo è stato definito

il gene guerriero.

Tale gene sarebbe il MAOA, una modificazione del gene MAO che regola i vari neurotrasmettitori

del cervello (serotonina, dopamina, adrenalina), è dunque chiara la sua incidenza sull'umore. Lo

studio condotto sui topi con MAOA ha mostrato una relazione con i comportamenti aggressivi. Lo

studio condotto sugli esseri umani non ha dato però gli stessi esiti. Lo studio è stato condotto su

esperti di arti marziali e monaci buddisti, ci si aspettava di trovare la variazione del MAO, il gene

guerriero (MAOA) negli esperti di arti marziali e non nei buddhisti eppure i risultati mostrarono

l'opposto: quasi nessun esperto di arti marziali possedeva il gene MAO e la maggior parte dei

monaci buddhisti lo possedeva.

I Maori, spiega Zamperini, sono sempre stati visti come aggressivi. La loro stessa danza tipica

famosa per gli All Black (l'Haka) ci dipinge, nell'immaginario comune, un maori aggressivo. La

cultura Maori inoltre si è mostrata particolarmente problematica per quanto riguarda gli abusi di

alcol, droghe o gioco da azzardo e il trattamento riservato alle donne. Da ciò la visione del Maori

aggressivo. Fu condotto uno studio sui maori e si mostro che il 56% del campione mostrava il gene

guerriero. Un portavoce degli studiosi sostiene “Penso che ci sia un collegamento, tale gene

sicuramente predispone le persone a essere con maggiore probabilità dei criminali e a impegnarsi

in comportamenti delinquenziali durante il ciclo di vita”. La ricerca neozelandese condotta sui

Maori non fa riferimento però al 77% di cinesi che presentano tale variazione genetica. L'autore

suggerisce che forse, ancora una volta, l'empiria dei risultati non sempre viene valorizzata per

quello che è ma solo quando può confermare (o disconfermare a secondadei casi) l'ipotesi con cui

nasce lo studio stesso.

James Fallon racconta un avvenimento particolare: stava studiando il cervello per individuare il

“prototipo” del cervello psicopatico. Ha condotto, con i suoi collaboratori, numerosi esami tra cui

anche TAC. Le “fotografie” ottenute venivano esaminate ricercando determinati elementi che

potessero essere ricondotti alla psicopatologia. Lo stesso Fallon trova, tra il materiale a

disposizione, una “fotografia” del cervello del perfetto psicopatico, scopre in un secondo momento

che quella era la sua TAC. Com'è possibile allora che lui, il neuroscienziato che studiava il cervello

criminale e il cervello psicopatico, avesse il prototipo del cervello psicopatico? Fallon stesso

dichiara che probabilmente il paradgma causalistico naturalista utilizzato (il cervello è così quindi la

persona è così) non reggeva davanti all'evidenza empirica. Di conseguenza ha rivalutato il ruolo che

ha l'ambiente nel definire la persona.

Dunque il calcolo per percentuale tra l'influenza della natura e quella della cultura nei confronti

della persona appare come un modo poco scientifico di concepire la persona. Dunque sembrerebbe

che natura e cultura interagiscano nella determinazione dell'aggressività. Nonostante l'apparente

sensatezza di tale spiegazione Zamperini ci fa notare che non ci viene spiegato cosa sia tale

interazione, in cosa consista. La tesi di Fallon, che riprende il concetto di interazione, suppone che

vi sia qualcosa che determina l'aggressività a livello biologico ma che sia dormiente e possa

scatenarsi o meno a seconda dell'ambiente. Nonostante si parli di interazione stiamo ugualmente


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

12

PESO

236.74 KB

AUTORE

ManuPind

PUBBLICATO

8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinico-dinamica
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ManuPind di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della violenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Zamperini Adriano.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Psicologia della violenza

Appunti psicologia della violenza, corso completo
Appunto
Disfunzioni sessuali
Dispensa
Psicofarmacologia e sessualità
Dispensa
Psicopatologia generale e dello sviluppo - Amore
Dispensa