Benasayag – Oltre le passioni tristi
Parte I - La crisi dell'Occidente
La crisi dell'Occidente procede dagli anni '80 sotto una forma di caos e dispersione. Ciò porta con sé inquietudine che si manifesta sia a livello sociale che a livello individuale in angoscia e sofferenza. Si pensa che il mondo precedente alla crisi con il suo ordine, direzione e progresso non sia mai stato così come veniva rappresentato. Nell'epoca delle passioni tristi l'autore accenna a un cambiamento di segno del futuro. Un futuro che veniva dipinto come positivo, pieno di speranze e progresso assume carattere negativo nella post-modernità. Infatti il futuro diventa incerto, caotico, sfumato e genera angoscia e inquietudine.
Cosa c'è di nuovo nelle attuali sofferenze psi?
La sofferenza psichica è tra le più comuni della nostra era. Sono cambiati gli assetti societari della sofferenza: infatti l'assunzione di farmaci psicotropi, antidepressivi, sonniferi, ansiolitici, alcolismo, e tossicomania si sono diffusi tra la gente “perbene”. Le dipendenze in generale (comprendenti anche quelle legate alla tecnologia, porno online, social, ecc.) sono in grande aumento.
Perché queste nuove sofferenze?
Secondo l'autore “occorre indagare la sofferenza partendo dalle fondamenta: cosa emerge di nuovo al loro interno che prima non esisteva?”. Una sofferenza della nostra epoca è la solitudine. I contemporanei spesso si lamentano di essere soli nonostante siano sempre circondati da persone, nonostante siano sempre in contatto con gli altri. Il lamento principale riguarda però la difficoltà di legarsi a questi altri. La denuncia della solitudine si trova in tutte le democrazie occidentali e rimanda a una realtà sociale comune.
Per l'essere umano è impossibile vivere nell'isolamento (tanto che l'isolamento viene usato come tortura fredda nelle carceri). Ma la solitudine è uguale all'isolamento? No. Sentirsi soli non significa essere soli nel senso di essere separati dagli altri. Una persona fisicamente sola può essere in relazione con gli altri così come in mezzo agli altri ci si può sentire tremendamente soli. La ricerca di intersoggettività a ogni costo ci fa stare in una “separazione condivisa”.
Quindi quando si affronta il concetto di solitudine va tenuto presente anche il costrutto di separazione altrimenti si rimane abbagliati, illusi, dalle possibilità di connessione tecnologiche. L'intersoggettività diviene così tra separati, tra persone che cercano il legame con gli altri ma non lo trovano all'interno di sé. Perché riflettere su queste cose? Perché l'intersoggettività tra separati si può tradurre in una forma di intersoggettività in cui il legame non è tra le persone in sé ma tra i desideri di queste. L'altro è responsabile delle impotenze, diventa la salvezza, il colpevole ecc.
La solitudine che sta alla base delle nuove sofferenze per Benasayag è di natura ontologica: incapacità di sentirsi in collegamento. Come viene ripetuto in tutto il lavoro non si può pensare all'individuo senza compiere qualche riflessione sulla società in cui vive. L'uomo/donna contemporaneo vive in un'epoca che ha dei miti ben precisi: self made man, il movimento, la performance ecc. L'essere umano deve essere dinamico, adattarsi, flessibile, chi non ci riesce è fuori dal gioco, è un fallito. La flessibilità in realtà implica una distruzione dell'interiorità, negazione di fragilità che si manifesta nella sofferenza in modi concreti.
Il messaggio che rimanda la società è “tu devi essere....” “non essere come sei”. Si deve essere in un modo e quando questo non capita, quando i criteri della società non vengono soddisfatti il messaggio è che non si è come si dovrebbe. La flessibilità richiesta è più difficile per chi non è come si dovrebbe. Ecco perché i diversi soffrono di più.
La tua sofferenza non ha senso: la vita è stata medicalizzata e medicalizzare la vita significa anche patologizzare la sofferenza. Il malato oggi è una sorta di deviante sociale che deve mettersi nelle mani dei tecnici della salute, ma ciò non allevia la sofferenza anche la moltiplica perché si impone una passività spesso dolorosa. La de-oggettivazione della sofferenza implica una perdita di cultura. Benasayag infatti si domanda come senza sofferenza poeti, filosofi, pittori, scrittori avrebbero potuto manifestare la loro arte.
Ciò ovviamente non si traduce in un invito alla sofferenza ma a una critica alla medicalizzazione di forme del sentire che sono umane sebbene vengano oggi dipinte come estranea all'uomo postmoderno. La sofferenza esistenziale dell'uomo è il sentimento tragico che va perdendosi soppiantato da una sofferenza patologica che riguarda ciò che viene vissuto come grave. Ma il grave implica la serializzazione perché ciò che è grave lo è sempre per qualcuno. A questa gravità viene legato inoltre il sentimento di impotenza che smussa gli spigoli della gravità stessa, quando qualcosa è grave noi, uomini postmoderni, siamo impotenti e allora non ce ne occupiamo, ci sono i tecnici per questo lavoro. Non sappiamo affrontare le situazioni, ignoriamo i nostri legami e soffriamo.
La moltiplicazione di sofferenze (psi) si traduce in una richiesta di consultazioni. La richiesta classica era un interrogativo sul perché si soffre, cosa potesse significare questa sofferenza. Oggi non c'è più il senso nascosto della sofferenza, non è questa la richiesta ma risulta essere più modulare, strumentale. Ci si incentra sul fatto che non si funziona più come una volta come se qualche ingranaggio venisse inceppato. L'uomo/donna postmoderno/a si pensa e concepisce come una superficie liscia costituita da moduli, che può essere impiegato/a ovunque. La sofferenza è una ruvidità improvvisa, un problema tra i moduli che deve essere risolto per continuare l'esistenza. La richiesta rivolta allo psi si è modificata, è una consultazione serializzante, il paziente parla di ciò che a lui sembra grave.
Non si cercano significati o sofferenze altre. Il nuovo paziente consulta gli psi perché qualcosa gli/le impedisce di essere performante, lo psi è un tecnico ai suoi occhi, qualcuno che può aggiustare la situazione e farlo ripartire. Le nuove sofferenze non originano nell'individuo in sé ma nel mutamento epocale. Se l'uomo moderno è fondato su pieghe, su un'interiorità molto complessa, l'individuo postmoderno è fondato sul dispiegamento del suo precedente segreto. Si vuole trasparente, panottico.
La disarticolazione dell'individuo moderno appare come una dispersione. Sembra esserci la decostruzione del modello di individuo della modernità. I nostri contemporanei si possono lamentare di non essere trattati come unità singolari ma come aggregati e meccanismi, scomponibili. Gli individui sono risorse umane, parti che possono essere impiegate in questo o quell'ambito, flessibili, morbide che devono sapersi adattare a qualcosa che invece è rigido: il sistema, le istituzioni, le aziende ecc.
Tecnica e artefatti costituiscono oggi un filtro che sembra allontanare il vivente e l'uomo da se stesso. Le nuove sofferenze contemporanee trovano la propria origine nel dominio dell'artefatto sulla vita, indagare il dominio si traduce nell'indagine sulle sofferenze. Gli artefatti (soprattutto la nuova tecnologia informatica) hanno cambiato il mondo e l'uomo. L'artefatto agisce generando un realismo ingenuo (molto forte nella nostra epoca). Anche gli esperti psi o i pedagogisti potranno cadere nella trappola della reificazione per cui quando si occuperanno delle competenze penseranno implicitamente di avere a che fare con fatti concreti che esistono al di là di qualunque modello o griglia di analisi.
I fatti ricevono un'esistenza obiettiva a partire dal fatto dell'oggettivizzazione contestuale. Questa contestualizzazione è soppressa dall'artefatto e dai modelli matematici che implicitamente suggeriscono che tutto sia informazione codificata, decodificabile e comprensibile. Ma le forme viventi e la cultura non riescono a processare l'informazione in sé; nell'informazione raccolta dalle forme organiche (vivente e cultura) ne va anche un'informazione non codificata, parte dello sfondo accompagna la figura che si ritaglia dal reale. L'artefatto semplifica la complessità del reale implicando il riduzionismo.
L'artificializzazione risiede nella rimozione della complessità del vivente e della cultura, ciò comporta un allontanamento del vivente da se stesso, una perdita di potenza. Se la modernità aveva esiliato l'uomo dalla natura pretendendo di renderlo maestro e padrone di questa, la postmodernità implica un fenomeno di cattura del vivente a favore di macro-organismi autonomizzanti che funzionano secondo principi di deregolamentazione dell'artefatto stesso.
Desoggettivazione e delineamento dell'umano: l'artificializzazione della vita ha come conseguenza la desoggettivazione dell'uomo. La delega delle funzioni del vivente sull'artefatto svuota l'individuo della sua interiorità. Delegare significa perdere in un certo senso e consentire a ciò che riceve il compito di crescere in quell'ambito e specializzarsi. Entrambe le specie sviluppano nuove funzioni. Il fenomeno postmoderno del dispiegamento della persona produce una specie di falso sé. L'individuo diviene in un certo senso un processore di informazioni, un profilo della postmodernità.
Come possono le psicoterapie rispondere a queste esigenze?
Benasayag – Oltre le passioni tristi Parte III. Il declino della psicoanalisi: la psicoanalisi sembra non poter più “contenere” quello che è il disagio postmoderno. Le sue chiavi di lettura sorte nell'età moderna mal si adattano a quello che è l'uomo di oggi e i suoi disagi. Sembra che oggi: l'individuo perda i legami e si svuoti della sua interiorità, diventi una risorsa umana per l'economia e la sofferenza lo renda inutilizzabile. Ma l'attuale rifiuto della psicoanalisi secondo Benasayag non risiede nei suoi difetti ma nelle sue virtù come la dimensione del tragico. Con questa espressione B. intende il fatto di essere legato al mondo e sentirsene colpito.
Ma oggi la persona non sente questo legame nel suo disagio. La dimensione del tragico viene sostituita con quella della gravità, gli individui non si sentono toccati da qualcosa se non direttamente: il loro universo si ferma ai limiti del proprio corpo. In terapia non parlano dei rapporti che la loro sofferenza ha con l'epoca, ciò non significa che non esistano tali rapporti. Ciò che sembra mancare è la capacità di essere colpiti da qualche cosa di altro da sé. Il paziente di oggi non è pronto nemmeno a pensare che non sia in terapia per guarire. La psicoanalisi diviene così una tecnica di benessere come tante altre nel supermercato del mondo psi. Il paziente vede sconveniente questa pratica se valuta, secondo le logiche di mercato, la qualità-prezzo. L'efficacia della terapia viene messa a confronto al tempo e al denaro che vanno impiegati, ed ecco che in questo scenario altre pratiche (psi e non) cercano di rispondere alla domanda del cliente nel modo più efficace possibile.
Il declino della psicoanalisi si spiega con il fatto che la psicoanalisi stessa ha fallito nei suoi obiettivi storici. Freud stesso non predice più un progresso razionale dell’umanità nelle sue opere, infatti nel seguito de Il disagio della civiltà constata una profonda crisi della cultura e tenta di analizzarne gli elementi determinanti. La psicoanalisi si rende così portatrice di una critica al mito del progresso. D’altra parte lo stesso Freud con la “scoperta” dell’inconscio muove l’asse portante della concezione cartesiana dell’uomo. Dalla filosofia cartesiana l’individuo era chiamato ad essere padrone di se stesso ma con la psicologia di Freud l’uomo non è più padrone di sé, ha in sé una parte sconosciuta con cui (l’Io) deve fare i conti.
Tra le pulsioni che muovono l’individuo quasi fosse una marionetta vi è la pulsione di morte. Questa indica che non si possono spiegare i comportamenti umani in una concezione positiva, dell’utile e del piacevole perché vi sono tropismi che spingono l’uomo a compiere azioni contraddittorie, negative, “disfunzionali”. Quindi Freud apre gli occhi sul fatto che l’ideale di padronanza non sia possibile. Ma la psicoanalisi, nonostante sia portatrice di questo movimento, ha fallito la sua partecipazione alla decostruzione del fondamento epistemologico dell’Occidente moderno. Il destino rivoluzionario, dice Benasayag, si è opacizzato fino a sparire completamente.
La perdita del sentimento del tragico non è dovuta solo alla nuova figura dell’“uomo senza qualità” ma anche al fatto che la psicoanalisi prima ha criticato il mito del progresso e poi ci ha ricreduto cercando una riunificazione ideologica dell’individuo. Il gesto di restaurazione si traduce nel tentativo di razionalizzare il suo comportamento grazie alla cura, si riconduce il tutto alla storia individuale, al suo piccolo io. L’individuo quindi ha un carico più pesante perché solamente suo, biografico. Gli specialisti dovranno riconoscere i segnali (sogni, battute, lapsus, atti mancati) per leggere e comprendere l’altra realtà psichica quella che è oscura alla persona stessa. Ma quanto queste interpretazioni possono essere fondate? Quanti “segnali” in realtà non sono tali? Ciò porta a costruire significati su qualcosa che non esiste.
Se la psicoanalisi non fosse caduta nella trappola del dogmatismo non avrebbe fallito. Se Freud si fosse attenuto alla dimensione ipotetica dell’inconscio...
-
Riassunto esame Sociologia, prof. Tognetti, libro consigliato Epoca delle passioni tristi, Benasayag, Schmit
-
Psicologia del disagio sociale - Adriano Zamperini
-
Riassunto esame Psicologia, prof Zamperini, libro consigliato La bestia dentro di noi, Zamperini
-
Riassunto esame Pedagogia generale e sociale, prof Fabbri, libro consigliato Oltre il disagio