CAPITOLO 1
COS’E’ LA PSICOPATOLOGIA
La classificazione dei fenomeni psicopatologici è necessariamente legata al
modo di intendere la psicopatologia dominante in ogni epoca oppure è frutto
delle sintesi e dei compromessi fra i punti di vista più rappresentativi in ogni
dato momento e contesto socioculturale. Al giorno d'oggi, le classificazioni
più note sono il DSM-IV e l'ICD-10. Vi sono molte critiche sensate a questi
sistemi di classificazione.
NORMALITA’ VS PATOLOGIA: I MODELLI
Craighead, Minklowitz e Craighead suggeriscono, sulla scorta del pensiero di
Kazdin che la relazione tra sindrome, disturbo e malattia sia gerarchica:
- Sindrome (che si trova al livello gerarchico più basso) è un concetto che
rappresenta una costellazione di segni e sintomi che cooccorrono in alcuni
individui. Non implica alcun assunto eziologico o correlato
patognomonico, si configura quale insieme di manifestazioni psichiche o
comportamentali la cui eziologia la cui eziologia è ignota, ma che si
presentano frequentemente assieme in alcuni individui.
- disturbo
A un livello intermedio si situa il concetto di , che rappresenta un
sottoinsieme di sindromi he non possono essere spiegate attraverso il
ricorso ad altre condizioni. In altri trii si tratta di una costellazione di
sintomi e segni on riferibile ad altro disturbo. Nel DSM-IV la definizione di
disturbo è così concepita:
sindrome o un modello comportamentale o psicologico clinicamente
significativo, che si presenta i un individuo ed è associato a disagio (es.
un sintomo algico), a disabilità, a un aumento significativo del rischio di
morte, di dolore o disabilità, o a un’importante limitazione della libertà. In
più questa sindrome o quadro non deve rappresentare semplicemente
una risposta attesa o culturalmente sancita a un particolare evento, per
esempio la morte di una persona amata.
Già in questa premessa osserviamo come il DSM-IV non si orienti
specificatamente a uno sforzo di definizione particolarmente accurato,
per esempio collassando i termini “sindrome” e “disturbo” come
intercambiabili.
- malattia
Al livello più elevato si colloca la . Con questo termine si
intendono sindromi o disturbi a eziologia nota.
Indipendentemente dagli obiettivi di raffinatezza che si intendono perseguire,
la definizione di disturbo mentale in senso lato (vale a dire come nel
DSM) rappresenta da sempre un problema anche di natura concettuale,
essendo riferibile anche a concezioni di anormalità molto differenti tra loro.
Davis e Bhugra, sulla scorta della rassegna di Pilgrim e di Pilgrim e Rogers,
individuano 5 principali modelli di concettualizzazione psicopatologica:
1) Un modello laico-profano. Ogni cultura possiede infatti dei criteri di
riconoscimento della sofferenza, della spaventosità e dell'incoprensibilità
delle condotte umane e, con essi, di definizione dell'anormalità. Tali
criteri sono variabili di cultura in cultura e di epoca in epoca (per esempio
il riferimento all'episteme di Foucalt più avanti).
2) Un modello legale-giuridico. Nel nostro sistema penale, per esempio la
responsabilità criminale è determinata dalla salute mentale della persona
accusata nel momento dell'atto criminoso contestato, cioè della sua
capacità di intendere e volere al momento dell'atto stesso. L'incapacità di
intendere e volere nei termini legali, viene definita come la condizione di
pregiudizio cognitivo che previene la persona dal comprendere e
riconoscere la criminalità dei propri gesti oppure le conseguenze dei
medesimi sul piano legale e/o morale. Alternativamente è possibile
intendere l'incapacità come la diminuzione o la perdita totale, da parte
dell'individuo, del controllo sui propri comportamenti. Spesso la
definizione giuridica di malattia mentale sconfina e/o coincide con quella
medica, talvolta con la concezione del senso comune o laica.
3) Uno o più modelli medico-psichiatrici. Nella società occidentale il
modello medico prevede che i fenomeni psicopatologici siano
conseguenti a un danno biologico dell'individuo (sia esso anatomico,
biochimico, neurotrasmettitoriale, genetico, infettivo o altro). Dato
l'ancora non ottimale livello di conoscenza circa i fattori eziologici dei
fenomeni psicopatologici, la comunità scientifica ha dovuto recedere
nelle proprie ambizioni, sia attraverso una descrizione delle
psicopatologie in termini sintomatico-sidromici, di natura
comportamentale (DSM), sia utilizzando criteri definitori diversi dai
meccanismi eziopatogenetici. Kendel, per esempio, concettualizza il
disagio psichico in termini di svantaggio evolutivo per l'organismo, che si
concretizza in una minore aspettativa di vita e benessere e nella minore
probabilità di trasmissione delle proprie caratteristiche genetiche alle
generazioni successive. Benché sia indubbio che la maggior parte delle
psicopatologie presenta entrambe queste caratteristiche di svantaggio
biologico, esistono pur sempre fenomeni che, sebbene equivalenti in
termini di svantaggio, difficilmente possono essere concepiti quali
fenomeni psicopatologici (per esempio l'essere soldati al fronte) e, al
contrario, manifestazione indubbiamente psicopatologiche che al
contempo non presentano tali connotazioni di svantaggio (per esempio le
fobie). costruttivismo sociale
4) I modelli sociologici, quali il (o teoria del
labelling), causazione sociale teoria critica
la e la .
5) I modelli psicologici che Davies e Bhugra raccolgono in tre principali
gruppi:
a) concezione della normalità/anormalità su base statistica;
b) concezione ideale della normalità/anormalità;
c) concezione della normalità/anormalità sulla scorta di specifici
comportamenti.
Concezione della normalità/anormalità su base statistica . Il concetto di
normalità su base statistica è stato ben delineato da Cohen e sostanzialmente
fa coincidere l'anormalità con la rarità di un dato fenomeno psichico e
comportamentale. Tale modello si scontra con almeno 3 elementi
epistemologici:
- Qual è la soglia statistica che definisce l'inizio della patologia .
Questa questione può essere esemplificata dall'ambiguità e
dall'arbitrarietà scientifica dei cut-off, come nel caso dei fenomeni
dispercettivi o deliranti, qual è un livello “normale” accettabile di delirio?
Qual è la quantità “normale” di allucinazioni?
- Quali sono le dimensioni rilevanti per la definizione di anormalità .
Può ad esempio, essere discussa attraverso il costrutto di quoziente
intellettivo (QI). Giacché si assume che l'intelligenza si distribuisca
normalmente, avremo lo stesso numero di soggetti “rari” che possiede un
QI inferiore a 70 così come superiore a 130. Tuttavia la letteratura
psichiatria è chiarissima nel definire di interesse psicopatologico solo i
primi e non i secondi. Al contempo, potremmo esemplificare il problema
epistemico anche in modo qualitativo, vale a dire attraverso una
discussione sugli aspetti cognitivi e/o di personalità che, qualora “rari”
diventano di interesse psicopatologico. La creatività, infatti, benché rara,
non si configura in alcuna cultura come fenomeno di malattia, lo stesso
può dirsi per l'altruismo e per moltissimi altri fenomeni psicologici e
comportamentali.
- Qual è l'assunto che tutte le condizioni comuni (vale a dire
ampiamente diffuse) siano normali. La terza questione è opposta a
quella appena discussa, cioè relativa all'assunto di natura implicita che
poiché i fenomeni psicopatologici sono infrequenti, quelli comuni sono
normali. Nella Germania nazista, lo sterminio di ebrei, room e prigionieri
era un fenomeno piuttosto diffuso, per questo dobbiamo considerarlo
normale?
Concezione ideale della normalità/anormalità . Ogni teoria psicologica
assume una concezione della normalità e dell'anormalità sulla scorta della
coerenza interna al modello proposto.
Concezione della normalità/anormalità sulla scorta di specifici
comportamenti. Indipendentemente dalla teoria psicologica sottostante o
dalla frequenza/infrequeza statistica di comparsa, in determinate epoche e in
certi contesti socioculturali, alcuni fenomeni/comportamenti sono considerati
anomali, devianti, malati. Nel modello comportamentista, ad esempio, i
comportamenti vengono acquisiti attraverso processi di apprendimento e
talvolta possono risultare maladattivi, devianti o abnormi.
Sia questa concezione sia quella ideale precedente assumono una definizione
della psicopatologia coerente con il costrutto di normalità che da esse discende
sia in termini ideali sia di devianza comportamentale specifica.
Come si potrà osservare, ciascuno degli approcci sommariamente presentati
enfatizza alcuni aspetti dei fenomeni psicopatologici senza apparire in grado di
saturarne la complessità attraverso una definizione esaustiva o quantomeno
interamente condivisibile. Una proposta in tal senso è stata tentata da Ossorio
nel 1985 e poi ripresa in un celebre articolo da Bergner nel 1997. Questo
autore, a partire dalla constatazione che non è stato ancora raggiunto
alcun consenso condiviso relativo alla definizione di psicopatologia e
dei criteri necessari e sufficienti per la sua corretta applicazione, discute le
conseguenze scientifiche, cliniche e sociali di tale impasse e ripropone una
definizione piuttosto datata discutendone significato e rilevanza. Secondo
Bergner una definizione efficace dovrebbe specificare le condizioni necessarie e
sufficienti per l'impiego del termine “psicopatologia”, definendone i criteri di
inclusione e di esclusione in modo esplicito e incontrovertibile. Ossorio afferma,
quindi, che un individuo si trova in una condizione di psicopatologia quando “vi
è una significativa diminuzione delle sue capacità di intraprendere
azioni deliberate e, in modo equivalente, di partecipare alle pratiche
sociali della comunità”. Questa definizione sostiene che l'essenza della
psicopatologia non sta in una qualche forma di comportamento quanto
nell’impossibilità verso di esso, intesa come incapacità di intraprendere alcune
azioni, carenza nello svolgerle, deficit nel comprenderne il significato e/o le
conseguenze nel trarne piacere e soddisfazione. Al contempo la componente
sociale di ogni fenomeno psicopatologico, sia essa intesa come
conseguenza per l'individuo o per la comunità sociale, viene considerata e
inclusa nella concettualizzazione. È una definizione applicabile nei sistemi
nosografici e ateorica. Il problema di tale definizione è che non prende in
considerazione la prospettiva evolutiva. Personalmente ritengo che l’aggiunta,
alla fine della definizione di Ossorio, del semplice concetto evolutivo potrebbe
essere ritenuta soddisfacente.
Ne consegue che la definizione di psicopatologia che proporremo in questo
volume potrebbe suonare più o meno così:
- un individuo si trova in una condizione di psicopatologia quando vi è una
significativa diminuzione delle sue capacità di intraprendere azioni
deliberate e, in modo equivalente, di partecipare alle pratiche sociali della
in maniera adeguata e coerente con il periodo evolutivo in cui
comunità,
si trova.
BREVE STORIA DELLA PSICOPATOLOGIA
GLI ANTICHI
Al pari della nascita della medicina scientifica, anche lo studio del disagio
psichico può essere fatto risalire alla Grecia del V secolo a. C. La nascita della
polis sembra aver determinato un distacco dalla tradizione sciamanica-religiosa
favorendo l'affermazione di ruoli e professioni socialmente riconosciuti e
malattia sacra
legittimati dal consenso dei cittadini. La di Ippocrate di Kos
(460-377 a. C.) rappresenta infatti il primo esempio di rottura con la tradizione
sacerdotale precedente, volto alla proposizione di una nuova epistemologia e
pratica rispetto alla malattia. In quest'opera tenterà di ricondurre a leggi
naturali ogni fenomeno di malattia, ivi compresa la malattia psichica, in aperta
rottura epistemologica con la tradizione precedente di orientamento
sacerdotale, che vedeva nella malattia l'intervento punitivo del divino per atti
commessi o omessi. La pratica clinica ippocratica troverà quindi fondamento
nella presa di distanza dalle tradizioni percettistiche precedenti (quali per
esempio la scuola di Cnido o la scuola Italica) per asserire con forza il primato
empirico della scienza medica e la necessità di approfondire le radici
eziologiche della malattia al fine di un adeguato approccio alla cura. Sia lo
studio dell'anatomia, praticato attraverso la diffusione della dissezione dei
corpi come metodo scientifico, sia la convinzione dell'influenza delle variabili
ambientali, culturali, politiche e istituzionali sulla condotta umana costituiranno
il fondamento scientifico dell'opera di Ippocrate. Un secondo elemento di
innovatività della concezione ippocratica della medicina e della cura è
rappresentato dalla storicizzazione del sapere e della pratica medica, che
riconduco il singolo intervento clinico sullo specifico malato alla tradizione di
conoscenza accumulata in precedenza e trasmessa al clinico attraverso
un'adeguata formazione professionale. Si può affermare che l'attribuzione a
Ippocrate della nascita della disciplina medica sia, quindi, piuttosto fondata.
Al di là di queste considerazioni di carattere più generale, l’argomento
psicopatologico non era per nulla marginale nella riflessione ippocratica. Ne
delineeremo ora gli elementi principali. Innanzitutto va precisata la natura
sistemica della concezione di organismo proposta dal padre della medicina. Per
(krasia)
Ippocrate la salute dipende dall'armonia degli organi e degli umori
che circolano nel corpo dell’uomo. “Malattia” è quindi è un disequilibrio
(diskrasia), sangue,
nell'organismo e particolarmente dei 4 fluidi corporei: il la
bile gialla, bile nera flegma.
la e il L’esatta attribuzione di questi quattro umori
non è mai stata del tutto chiara, cosa siano bile nera e flegma appare del tutto
misterioso; comunque, sembra chiaro che le cause delle malattie in generale, e
di quelle psichiatriche in particolare, fossero attribuite a un disequilibrio
nell’armonia di questi quattro fluidi a vantaggio dell’uno o dell’altro e questo
portava a manifestazione sintomatologiche:
- eccessivo sangue al cervello portava a manifestazioni comportamentali
di agitazione psicomotoria;
- eccessiva bile nera al cervello portava a malinconia e tristezza;
- eccessiva bile gialla al cervello portava a comportamenti aggressivi;
- eccessivo flegma al cervello portava a angoscia e ritiro.
È possibile constatare come il sintomo psicopatologico in qualità di prodotto di
un’alterazione somatica, è la concezione più immutata dall’antichità ad oggi.
Appare evidente che le considerazioni eziopatogenetiche di Ippocrate sono oggi
inadeguate e pressoché ridicole, si pensi per esempio all’idea che il cervello sia
sostanzialmente una specie di radiatore cui veniva deputato il compito di
raffreddare gli umori corporei; tuttavia appare altrettanto chiaro un aspetto di
continuità fino alla venuta di Pinel, e forse anche più recentemente: il ritenere
la malattia mentale come una manifestazione comportamentale di un disordine
corporeo.
In età romana, benché su assunti diversi, anche fondati su una migliore e più
approfondita conoscenza dell’organismo umano, il nesso di causalità fra
disordine somatico e sintomatologia psicologica manterrà la centralità della
riflessione su eziopatogenesi e cura.
Galeno di Pergamo (129-216 d. C) è considerato come colui che ha
tramandato la tradizione ippocratica, particolarmente per ciò che attiene alla
teoria umorale. L’approccio di Galeno mette in luce, da un lato, la creazione
(physis, singolo
“natura”) come opera di un agente creatore, elemento che ha
probabilmente contribuito al successo e alla diffusione delle sue teorie nel
contesto delle grandi religioni monoteistiche e dall’altro, il costrutto del
principio fondamentale della vita, da lui definito “pneuma” (“anima, alito,
spirito”). Galeno distingue tre tipologie di pneuma:
naturale
1) quello , prodotto nel fegato e distribuito in tutto il corpo
attraverso il sangue, presiede alla motivazione (nei termini di passione e
desideri);
animale
2) quello , che soggiace ai movimenti, alla percezione e ai sensi e,
attraverso la circolazione sanguigna, viene accumulato nei ventricoli
cerebrali;
vitale
3) quello , che, originato dal cuore, controlla sangue e temperatura
corporea ed è alla base del coraggio, delle emozioni e del carattere
complessivo dell’individuo.
A Galeno inoltre va attribuito il merito di aver incrementato le conoscenze
sull’anatomia e sulla fisiologia dell’uomo attraverso la pratica costante di
esperimenti e dissezioni con animali vivi e con esseri umani. Infatti ha quasi
completamente e correttamente compreso:
- la circolazione sanguigna;
- l’ipotesi che colloca la mente nel cervello, anziché nel cuore, come da
tradizione aristotelica;
- l’approfondimento sull’anatomia e sulle funzioni dei nervi e del sistema
nervoso.
Ha comunque compiuto una serie di errori, tra cui:
- la non perfetta comprensione della circolazione sanguigna, intesa come
separatezza dei sistemi arterioso e venoso;
- il costante ricorso a salassi in luogo delle bendature allo scopo di arrestare
le emorragie.
Anche nel caso d
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