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Capitolo 1: Introduzione alla psicoanalisi

Definizioni

Diagnosi: il termine ha i seguenti significati: definizione di una malattia attraverso l'anamnesi, i segni, i sintomi, gli esami di laboratorio e quelli strumentali; la valutazione di un fenomeno dopo averne considerato gli aspetti; analisi dello stato di funzionamento di un sistema con individuazione degli eventuali guasti.

Diagnosticare: il termine significa, anche in senso figurato, riconoscere mediante diagnosi.

Diagnosi differenziale: viene definito l'esame critico dei fattori che consentono di distinguere malattie tra loro consimili.

Segno: termine usato in medicina per indicare ogni manifestazione di malattia ricavata dal medico mediante esame del paziente.

Sintomo: il termine ha i seguenti significati: a) ogni manifestazione che accompagna la malattia e che viene avvertita soggettivamente dal paziente; b) indizio.

Psiche: indica il complesso delle funzioni psicologiche negli organismi viventi.

Psico: termine usato come primo elemento di parole composte per indicare relazioni con i processi, le condizioni della coscienza, dell'anima, della psiche degli individui.

Psicodiagnosi significa, letteralmente, conoscenza del funzionamento psicologico della persona relativamente ad alcune sue peculiarità, modalità di porsi, pensare, relazionarsi, ecc. Storicamente il termine psicodiagnosi è stato rivolto ad un ambito limitato della psicologia: quello della personalità nei suoi aspetti “sani” e “psicopatologici”. Potremmo in termini generali definire la psicodiagnosi come un processo di conoscenza psicologica tramite strumenti psicologici che permettano di individuare caratteristiche di funzionamento psicologico della persona. Una psicodiagnosi non può che essere fatta sulla base di un contesto teorico di riferimento che fornisca un inquadramento generale per la conoscenza psicologica della persona su cui viene condotta la diagnosi; ancora la psicodiagnosi richiede l'uso di strumenti specifici differenziati da quelli medici o di altri professionisti; infine lo scopo della psicodiagnosi è di individuare caratteristiche di funzionamento psicologico.

Il contesto psicodiagnostico

Una volta specificato che lo scopo del processo psicodiagnostico è quello della precisazione della conoscenza della persona, un problema fondamentale riguarda le ragioni per cui può rendersi necessario procedere a un processo di questo tipo. Le ragioni sono fondamentalmente di due tipi e rientrano in due ambiti classici di finalità psicologica:

  • La ricerca: il ricercatore è interessato a comprendere il funzionamento psicologico di certe tipologie di persone e per questa ragione chiede ad esse di partecipare ad un processo psicodiagnostico, il cui fine è solo un aumento delle conoscenze relative all'ambito di studio.
  • La clinica: una persona percepisce un disagio, un malessere, una difficoltà di ordine psicologico per cui viene richiesto un approfondimento psicodiagnostico il cui scopo finale è quello di aiutare il paziente, evento che si rende possibile solo dopo un approfondito processo di conoscenza di quella specifica persona.

I due approcci si differenziano per alcuni aspetti fondamentali. In primo luogo, relativamente alla persona verso cui è rivolta la psicodiagnosi: paziente nel caso della ricerca, nel caso di diagnosi in ambito clinico-diagnostico. Il termine paziente all'interno del contesto psicologico assume una valenza particolare e si riferisce a un malessere la cui origine non è fisica, come in medicina, ma psichica, e si rende necessario un processo psicodiagnostico per comprendere il quadro complessivo all'interno del quale si colloca tale malessere. Come già accennato, lo scopo di tale processo sarà differente, inoltre, in base all'approccio psicologico che lo muove: in ambito clinico il fine è conoscere il soggetto per aiutarlo a stare meglio, mentre in ambito di ricerca la psicodiagnosi si pone obiettivi solo di comprensione. Nella clinica, quindi, la conoscenza è il mezzo e l'aiuto del paziente il fine; viceversa, nella ricerca, la maggiore conoscenza è fine a sé stessa. In tutto questo processo è fondamentale il differente peso che presenta la “componente motivazionale” del soggetto: chi partecipa ad una ricerca non è di solito motivato da un disagio, da un malessere personale o dalla ricerca di aiuto, ma semplicemente da uno spirito di collaborazione con le finalità della ricerca stessa o da altre motivazioni personali, non specificatamente cliniche. La distinzione posta è indispensabile per un corretto approccio alla persona. Il ruolo del ricercatore e quello dello psicologo clinico sono ben diversi. Una psicodiagnosi in contesto clinico implica un processo molto delicato sul piano relazionale: un processo psicodiagnostico in ambito clinico non costituisce un modo di procedere “asettico” e “oggettivo”, dove lo psicologo compie un lavoro solo di ragionamento sul contesto teorico, applica gli strumenti e giunge ad una diagnosi. Si troverà invece in contatto anche con l'eventuale sofferenza e/o disagio del paziente e questo richiede maggiori conoscenze relative al suo ruolo in quanto psicologo clinico.

Il consenso informato

Sia che la psicodiagnosi avvenga a scopo di ricerca o con finalità cliniche, è indispensabile fare riferimento al fatto che essa non può essere condotta che con il rispetto di regole di etica professionale, che attualmente rientrano in quella che è la legge sulla privacy, e che in termini più psicologici potremmo definire del consenso informato. La conoscenza di una persona tramite un processo di psicodiagnosi può avvenire unicamente dopo che la persona sia stata informata e quindi le venga chiaramente esplicitato che intendiamo comprendere la sua personalità, le sue risorse, le sue fragilità, il suo eventuale disagio tramite l'uso di strumenti psicologici e che essa ce ne dia il consenso. In questo senso si parla di consenso informato.

La psicodiagnosi in un contesto clinico

Sicuramente la psicodiagnosi da un punto di vista storico nasce in ambito clinico. Il termine psicodiagnosi fa riferimento alla diagnosi del malessere e/o del disagio psicologico ed agli strumenti psicologici utilizzati per procedere a tale tipo di diagnosi; fa riferimento ad un processo di conoscenza psicologica di un paziente, finalizzato a comprendere la sua sofferenza e il suo disagio per poter attuare, se utile e necessario, un intervento di aiuto psicologico. Nel termine aiuto è sotteso anche il concetto che la psicodiagnosi sia il punto di partenza per verificare se, nel disagio del paziente, sia implicita o esplicita la motivazione ad un eventuale cambiamento e con quali modalità esso possa essere condotto. La psicodiagnosi rappresenta un processo fondamentale nella mente dello psicologo clinico per formulare un quadro “obiettivo” rispetto a un certo paziente da poter comunicare con altri specialisti e collaboratori senza fraintendimenti terminologici. Permette di fare il punto della situazione del paziente descrivendone aspetti di struttura della personalità, risorse e fragilità fornendo così anche un’informazione implicita sulla prognosi del paziente. Inoltre, essa risulta indispensabile al fine di assumere qualunque tipo di decisione terapeutica e nella pianificazione dell'intervento, diminuendo così anche la probabilità che il trattamento venga abbandonato. Un altro importante aspetto riguarda la possibilità di poter riformulare la diagnosi a trattamento avviato, sia durante il corso della terapia che alla fine della stessa, per individuare eventuali cambiamenti del soggetto e ridefinire gli obiettivi terapeutici, proposti in precedenza. Riassumendo, quindi, il termine psicodiagnosi comprende due aspetti:

  • Da una parte, definire, inquadrare, delimitare ed esplicitare il disagio e la problematica psicologica in modo da poter formulare una diagnosi;
  • Dall'altra, l'uso di strumenti psicologici all'interno di uno specifico contesto di relazione e conoscenza col paziente.

Il contesto teorico di riferimento per un processo psicodiagnostico

La psicodiagnosi riguarda la possibilità di conoscere la complessità delle caratteristiche tipiche dell'essere umano. Scuole di pensiero diverse hanno cercato di definire tali caratteristiche in termini di teorie della personalità, di normalità vs patologia, di malattia mentale vs salute, di specifici stili o modalità. Sicuramente il contesto di riferimento per una psicodiagnosi risulta molto sfaccettato e differenziato. Vorremmo solo precisare come sia indispensabile, per colui che voglia condurre un processo psicodiagnostico, avere chiare queste differenze e basare il processo stesso su una scelta definita e consapevole tra i molteplici approcci esistenti. Sia che la psicodiagnosi avvenga in un contesto clinico che di ricerca, una conoscenza accurata della persona non può che avvenire sulla base di una chiarezza sul contesto teorico entro cui essa si pone.

Gli strumenti o metodi per la psicodiagnosi

Sotto questo titolo intendiamo raggruppare quei “mezzi” psicologici di cui si serve lo psicologo per raccogliere le informazioni utili al fine di giungere ad una diagnosi psicologica della persona. La scelta degli strumenti e/o metodi è collegata al contesto teorico di riferimento, alle caratteristiche stesse degli strumenti ed alla finalità della psicodiagnosi.

Tipologie e classificazioni diagnostiche

Il processo psicodiagnostico comporta il raggiungimento di una conoscenza psicologica della persona, strutturata di solito in base a tipologie e classificazioni diagnostiche condivise. Ogni clinico abbraccerà un contesto teorico di riferimento e la classificazione diagnostica da esso proposta, in base alla sua formazione personale, alle sue preferenze e disposizioni. All'interno della ricerca in psicologia, l'attenzione per le classificazioni e le diverse tipologie diagnostiche viene ad acquisire una sempre maggiore importanza, rivolgendosi, ad esempio, a verificare quali sistemi diagnostici risultino più “comprensivi” ed esaustivi della complessità umana. Un aspetto molto interessante si riscontra nell'attuale tendenza a cercare punti di incontro tra le finalità della clinica e della ricerca.

Concludendo

La psicodiagnosi è un processo di raccolta e di organizzazione delle informazioni relative a un paziente, finalizzato a raggiungere una migliore e più completa comprensione della complessità della sua persona, sia in termini oggettivi (sintomi) che soggettivi (modalità peculiari di quell'individuo di pensare, agire, relazionarsi). L'obiettivo del processo diagnostico in quest'ottica non è valutare quanto un individuo sia malato o normale, ma capire qual è la particolarità della sua sofferenza e quanta è la forza della sua struttura, al fine di alleviare la prima e ricostruire o rafforzare la seconda. Nancy McWilliams individua almeno cinque motivi che rendono necessario e importante il processo diagnostico, attuato con sensibilità e un adeguato addestramento:

  1. La diagnosi è utile nella pianificazione dell'intervento terapeutico;
  2. Fornisce un'informazione implicita sulla prognosi del paziente, descrivendone la struttura, le modalità, le risorse e le difese;
  3. Aiuta il terapeuta a comunicare empatia e fa sentire al paziente che è stato capito e accettato;
  4. Diminuisce la probabilità che il trattamento venga abbandonato se viene riformulata nei momenti di impasse, rifacendo il punto della situazione sulle modalità del paziente a terapia già cominciata;

La diagnosi diventa uno strumento fondamentale quindi sia all'inizio del trattamento che nei periodi di stallo o di crisi, perché comprendendo il tipo di persona che si ha davanti può fornire nuove chiavi di lettura e di approccio al paziente, anche in termini di modificazioni della tecnica psicoanalitica stessa.

Capitolo 2: Il background teorico

Teorie della personalità

Definire la personalità è un compito tutt'altro che semplice. La numerosità delle definizioni che il senso comune fornisce per questo concetto trova una significativa corrispondenza nello studio scientifico della personalità. Qui, come nel mondo degli “ingenui”, non esiste unica definizione e un unico modo di concettualizzare (e quindi studiare) la personalità. Lo studio della personalità rappresenta quell'area della psicologia che considera le persone soprattutto nella loro totalità di individui e come essere complessi, e si sofferma, in particolare, sulle modalità per le persone, da una parte, si caratterizzano come individui unici e irripetibili tutti diversi gli uni dagli altri e, dall'altra, si conformano e assomigliano tra loro. Tra gli studiosi della personalità non esiste un accordo comune sulla definizione del termine personalità. Il numero delle definizioni del termine personalità corrisponde a quanti hanno cercato di darne una definizione. Nonostante ciò, tutte queste teorie si basano sull'elemento comune: il termine personalità viene riferito alla struttura distintiva di pensieri, emozioni, comportamenti, che caratterizza un insieme permanente di adattamenti al mondo circostante da parte dell'individuo. Ciascun teorico modella la definizione di personalità attraverso il linguaggio ed i concetti peculiari della propria teoria.

Tra le svariate problematiche affrontate in questo campo, sette sono state e sono tuttora oggetto di studio dei teorici della personalità:

  1. La concezione filosofica della persona;
  2. La relazione tra influenze interne (personali) ed esterne (situazionali) nel determinare il comportamento;
  3. La coerenza della personalità nelle situazioni e nel tempo;
  4. Il concetto di sé e come spiegare gli aspetti organizzati del funzionamento della personalità;
  5. Il ruolo di stati variabili di coscienza ed il concetto di inconscio;
  6. I rapporti tra cognizione, affetti e comportamenti;
  7. Il ruolo del passato, del presente e del futuro nel guidare il comportamento.

Molte delle teorie della personalità si rivolgono soprattutto all'individuo “normale” e non alla psicopatologia. Spesso lo scarso funzionamento dell'individuo viene considerato come un disadattamento più che una vera e propria psicopatologia. Inoltre, obiettivo comune a tutte le teorie della personalità sono la misurazione e la valutazione (assessment) della personalità, aspetti che rientrano proprio nell'ambito della psicodiagnosi.

Il modello psicoanalitico della personalità

La teoria psicoanalitica di Freud, concettualizza la persona come un sistema energetico, in cui l'energia scorre, viene canalizzata o ostacolata. L'energia è presente in quantità limitata e, se la si usa per uno scopo e secondo una certa modalità, non è più totalmente disponibile per un altro scopo. Se trova sbarrato un canale, l'energia ne trova un altro. Obiettivo di qualunque comportamento è la scarica energetica, cioè la riduzione della tensione e il conseguente raggiungimento del piacere. La concettualizzazione della persona come sistema energetico è sottesa dall'ipotesi che l'uomo sia spinto e motivato da potenti forze innate, sessuali ed aggressive, che Freud chiamò pulsioni o istinti, che per la maggior parte agiscono al di fuori del livello di consapevolezza.

La personalità umana è considerata come un iceberg: la parte che emerge dall'acqua, la punta dell'iceberg, rappresenta la componente consapevole della persona, mentre la parte sottostante; “la grande massa”, la nostra vita inconscia. Importanza viene pure attribuita agli eventi del passato dell'individuo in quanto possono influenzare l'attualità della persona. Vengono attualmente condivise le ipotesi dell'influenza dell'inconscio, di una concezione della personalità in cui hanno molto spazio e giocano un ruolo fondamentale le dinamiche conflittuali. È stata via via sempre più criticata per le sue limitazioni in ambito di verificabilità e confutabilità sul piano empirico e sul piano dell'obiettività degli strumenti utilizzati.

Il modello umanistico esistenziale della personalità

Le teorie umanistiche ed esistenziali pongono l'accento sulla personalità globale in contrapposizione ai distinti comportamenti che costituiscono la personalità. Il focus è sull'esperienza personale e su ciò che l'esperienza significa per l'individuo. Per comprendere il comportamento di un individuo bisogna prima capire il modo in cui esso costruisce il proprio mondo. Viene meno l'importanza attribuita dalla psicoanalisi alla nozione di conflitto intrapsichico a favore di un modello che sottolinea l'impegno ad essere consapevoli delle proprie azioni, a capire ed accettare le conseguenze di queste. Questa condizione di impegno è definita dai teorici umanistici esistenziali autenticità. Le teorie umanistico-esistenziali sottolineano l'importanza della storia presente e futura piuttosto che di quella passata; sottolineano inoltre la capacità dell'individuo di crescita positiva, evidenziando soprattutto le conquiste e le possibilità degli esseri umani rispetto alle loro mancanze o alla loro eventuale psicopatologia. Per contro, tali teorie sono state criticate per aver ignorato l'azione dei processi dei meccanismi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davidepirrone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di teorie e tecniche dei test di personalità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Salcuni Silvia.
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