Estratto del documento

Introduzione

Sia nel setting tradizionale sia in quello di gruppo, la sofferenza e la malattia sono considerate nell’ambito di una più complessa trasformazione della personalità. In ambedue le situazioni, il terapeuta lascia spazio a ciò che sta emergendo piuttosto che a quanto è già stato formulato; privilegia le fantasie, i sogni, le emozioni e gli affetti; rinuncia a indirizzare in un senso predeterminato lo svolgersi degli eventi.

Nel gruppo sono attivi fenomeni collettivi, che portano a risultati negativi nel caso l’analista operi in questo setting adottando la stessa tecnica che utilizza nel setting duale. Un esempio è ciò che accade impiegando interpretazioni rivolte ai singoli partecipanti: queste infatti attivano una fenomenologia collettiva che alla lunga sovrasta e paralizza sia l’analista sia i membri del gruppo. Più precisamente, per la sollecitazione dell’assunto di base di dipendenza, le parole dell’analista vengono recepite non come spiegazioni o interpretazioni, ma come sentenze di un oracolo che stabilisce il destino futuro, elargisce premi, assegna espiazioni.

La stessa idea di “cura”, nella situazione duale e in quella di gruppo, rimanda a schemi parzialmente diversi. Nella psicoanalisi tradizionale l’idea di “curare” e di “essere curati” è legata a un rapporto esclusivo tra curante e paziente. Nell’analisi di gruppo, l’analizzando non entra in rapporto soltanto con l’analista ma anche con altre persone, che hanno un ruolo essenziale. Chi partecipa a un gruppo, infatti, avverte in modo diverso le parole che gli vengono dagli altri membri del gruppo, che sente alla pari, rispetto a quelle che gli vengono da una figura situata in posizione asimmetrica, quale l’analista.

Comunicazione nei due setting

Una terza osservazione riguarda le differenze che esistono tra i due setting per ciò che riguarda la comunicazione. Nella coppia e nel gruppo il modo in cui si realizzano gli scambi è differente: al dialogo tra analista e analizzando si sostituisce la circolarità del discorso tra più persone. Nel gruppo, inoltre, la parola transita necessariamente attraverso uno “spazio comune”.

Modello teorico dell'analisi di gruppo

Il mio approccio all’analisi di gruppo si fonda su alcune idee guida che nel complesso forniscono un modello teorico strettamente connesso alla clinica:

  • L’idea che il gruppo costituisca un insieme, una comunità, un collettivo, capace di pensiero e di elaborazione emotiva. Le persone che fanno parte del gruppo quando parlano sicuramente lo fanno a titolo personale. Certamente, hanno iniziato l’analisi di gruppo mossi dalla necessità di affrontare i loro problemi. Questo però è soltanto un aspetto della loro partecipazione. Le persone che prendono parte a un’analisi di gruppo divengono un gruppo. In quanto gruppo, si affacciano all’analista nello svolgimento del compito, assumendo un ruolo attivo e una corresponsabilità relativa a ciò che concerne il vivere, fare esperienza e pensare tutto quello che si presenta nel campo comune.
  • L’idea che il pensiero del gruppo operi su elementi appartenenti a uno “spazio” o “campo comune”. A sua volta, il campo è creato e sostenuto dall’attenzione, dall’interesse e dagli investimenti affettivi dei membri del gruppo. L’idea di campo può essere considerata da diversi vertici. Per il momento voglio mettere in evidenza soltanto che è un “luogo” in cui prendono forma fantasie ancora indeterminate; uno “speciale spazio o contenitore relazionale e mentale” in cui si realizzano trasformazioni emotive e operazioni di pensiero.
  • L’idea che l’analista che opera in un gruppo abbia un compito in parte diverso da quello che assumerebbe nel setting tradizionale (duale). Alla sua funzione di interprete si affaccia, con grande rilevanza, quella di co-pensatore (“leader del gruppo di lavoro”) che si estrinseca nel creare, mantenere e promuovere la comunicazione del gruppo.
  • Ritenere che l’analista e i membri del gruppo debbano apprendere a pensare in termini di difficoltà che si manifestano nel campo del gruppo, e non in quello di ciascuno dei partecipanti.

Il piccolo gruppo

Il piccolo gruppo è costituito da un limitato numero di partecipanti, in cui ogni membro può formarsi un’idea personale di ogni altro membro: si è faccia a faccia, e si può cogliere con un solo sguardo contemporaneamente l’insieme e ognuno dei partecipanti. I membri del gruppo si incontrano regolarmente per circa due ore, una o preferibilmente due volte alla settimana. Alle sedute è sempre presente il terapeuta. Il termine dell’analisi non è prefissato; abitualmente, però, un’analisi di gruppo dura alcuni anni. Nella composizione del gruppo è preferibile una certa eterogeneità dei membri per quanto concerne la sintomatologia, la posizione sociale e professionale e la sfera di interessi, mentre è preferibile una certa omogeneità di età. Alcuni terapeuti preferiscono avere un limitato numero di colloqui individuali con i pazienti prima di iniziare il gruppo. Altri invece affidano la selezione dei pazienti a un collega o comunque incontrano i pazienti direttamente nella situazione di gruppo. Per parte mia, preferisco avere dei colloqui con ognuna delle persone per valutare l’opportunità del gruppo come strumento terapeutico per i singoli pazienti. Questa scelta offre anche la possibilità che loro mi conoscano prima di entrare a far parte del gruppo.

Capitolo 1: Una visione d’insieme

In questo capitolo prenderò in esame quattro “oggetti dell’attenzione dell’analista”, dedicando pari interesse e spazio a ciascuno di essi. Nei capitoli successivi del libro invece mi occuperò principalmente degli ultimi due oggetti (rapporto tra persone e gruppo, fenomeni transpersonali), perché sono quelli meno studiati e meno conosciuti nell’ambito psicanalitico; rimarranno al contrario piuttosto sullo sfondo gli altri due oggetti di attenzione dell’analista (persone, relazioni interpersonali).

Durante la seduta il conduttore deve tenere presente quattro elementi, spostando la sua attenzione dall’uno all’altro per collegarli adeguatamente tra loro:

  • Le persone;
  • Le relazioni interpersonali;
  • Il rapporto tra persone e gruppo;
  • I fenomeni transpersonali.

Le persone

Nel corso della terapia, ogni partecipante propone la propria storia fantasmatica, utilizzando diversi mezzi espressivi: racconti, sogni, comportamenti. Ogni suo intervento si lega all’andamento del gruppo, ma si lega anche ai suoi interventi precedenti, seguendo il filo rosso del dipanarsi della sua vicenda fantasmatica. Lo psicoanalista riconosce le principali configurazioni ciascuno; si accorge di come ognuna delle persone evolva di pari passo con la relazione che ha stabilito con lui e con il gruppo; registra nella propria mente come i singoli pazienti utilizzino le risposte che ottengono durante la terapia e se vi sia una crescita (o un blocco) nell’evoluzione della loro personalità. Parlo di evoluzione della personalità per indicare il processo attraverso cui gli individui diventano gradualmente più consapevoli degli aspetti vitali e istintuali della loro personalità, che erano nascosti o repressi. Si tratta di un percorso il cui andamento non è lineare, ma presenta momenti di progresso e momenti di stallo.

Desidero aggiungere che lo psicoanalista non indirizza il suo interesse soltanto ai membri del gruppo che parlano. Per lo sviluppo positivo della terapia è altrettanto o forse ancora più importante che egli presti attenzione alle persone che non riescono a esprimersi con le parole. Legando nella sua mente brevi frasi, l’espressione di visi, frammenti di sensazioni e di pensieri, egli contribuisce a dare forma a una capacità di “essere soggetti” che questi pazienti non hanno o hanno solo in modo potenziale.

Relazioni interpersonali

Il gruppo non è soltanto una cornice. In seduta si svolge uno scambio, solitamente molto libero e vivace, rispetto a quanto sta accadendo e rispetto a ciò che uno dei membri del gruppo, consapevolmente o inconsapevolmente, sta comunicando. Molto spesso, anzi, gli altri membri sono in grado di cogliere aspetti del vissuto della persona che parla che questa non riconosce o riconosce solo in parte. Un ruolo importante è giocato anche dal tono di fondo del gruppo. Se in esso prevalgono tolleranza e amichevolezza, la correttezza delle percezioni prevale sulla distorsione. Se nel gruppo, al contrario, vi è un’atmosfera persecutoria, allora la percezione è fortemente distorta.

Per illustrare la capacità dei partecipanti a un gruppo di cogliere le emozioni e il vissuto degli altri membri, Foulkes ha impiegato il termine “risonanza”. La risonanza tra i membri del gruppo è alla base del lavoro di gruppo. Il conduttore deve favorirla, per esempio segnalando la somiglianza tra modi di esprimersi oppure chiarendo eventuali fraintendimenti. La risonanza tra due o più partecipanti al gruppo implica sempre anche una certa elaborazione emotiva. L’entrare in risonanza e il metabolizzare gli stati d’animo di un altro partecipante hanno sempre anche un valore di conoscenza di sé stessi. Talora questa funzione auto-conoscitiva è preminente. Si può parlare allora di “effetto-specchio”. Un individuo vede sé stesso, spesso la parte rimossa di sé stesso, riflessa nell’interazione degli altri membri del gruppo. Impara così a conoscere sé stesso attraverso l’azione che esercita sugli altri e attraverso l’immagine che essi si fanno di lui.

Interazione tra individui e gruppo

L’immagine della catena associativa illumina un aspetto della comunicazione di gruppo. Un’altra immagine può dare conto di un secondo aspetto di tale comunicazione: è quella del gruppo disposto come una stella. Tutte le persone si collegano non lungo una catena, ma con un punto nodale che funge da raccordo e da centro. Questo centro può essere noto e già costituito (per esempio, può essere la fantasia, l’emozione, il sentimento fondamentale della seduta, con cui ognuno stabilisce un rapporto); può però, L’elefante al buio anche essere ignoto e in via di definizione. Il racconto di L’elefante al buio diviene un’illustrazione della “disposizione a stella” del gruppo e suona come un invito a valorizzare il confronto fra vertici differenti per raggiungere una conoscenza di ciò che per una sola persona è troppo arduo da pensare. Per una sola persona, infatti, può essere difficile suddividersi in tanti punti di vista diversi, mentre se ogni punto di vista è rappresentato da un membro del gruppo, ognuno può fruire contemporaneamente anche degli altri punti di vista.

Fenomeni transpersonali

L’ultimo dei quattro “oggetti di attenzione” dell’analista è in realtà qualcosa di esteso, diffuso, impalpabile, di difficile rivelazione: i fenomeni transpersonali. In questo testo io attribuisco al termine “transpersonale” il significato del dissolversi delle barriere dell’Io nel gruppo. Per chiarezza espositiva, distinguerò tre ordini di fenomeni transpersonali che nella situazione clinica si presentano invece largamente embricati:

  • L’atmosfera o “tono di fondo” della seduta;
  • Gli effetti della mentalità primitiva e degli assunti di base;
  • Il medium.

Dirò qualche parola a proposito di ognuno di questi fenomeni:

a) Atmosfera: i partecipanti a un gruppo condividono un complesso di vissuti, emozioni, sensazioni corporee, cui essi stessi danno origine. Per un effetto di somma, questi elementi tendono a presentarsi come un “tutto” diffuso e mobile che viene percepito come atmosfera del gruppo.

b) Mentalità primitiva e assunti di base: gli assunti di base sono dei veri e propri “sistemi” che distorcono la percezione degli eventi. Essi sono infatti particolari modalità di percepire, come quando si osserva il mondo attraverso lenti di diverso colore. Ma ciò che più conta è il fatto che nel gruppo noi non siamo i soli ad avere una certa percezione degli eventi: si tratta di un fenomeno collettivo che coinvolge tutti i partecipanti.

c) Medium: la situazione di gruppo è un medium. La persona che partecipa per la prima volta a un gruppo terapeutico spesso sperimenta un senso di depersonalizzazione; l’analista deve essere in grado di affrontare tale situazione. L’introduzione di un nuovo medium o un cambiamento del medium modificano la percezione delle persone che ne subiscono l’impatto. Quando tali cambiamenti sono lenti, vi è maggiore probabilità di adattamento; quando i cambiamenti sono rapidi, il risultato è che l’area del rapporto percettivo relativa a quel medium diviene torbida e parzialmente anestetizzata. Quest’area percettiva può addirittura venire esclusa completamente dalla consapevolezza. L’effetto complessivo è allora un sentimento più o meno intenso di derealizzazione. La situazione del piccolo gruppo a finalità analitica costituisce di per sé un nuovo medium per le persone che entrano a farne parte. Un elemento particolarmente importante del medium del piccolo gruppo a finalità analitica è la presenza (fisica, somatica) di tutti i membri del gruppo. Quando qualcuno dei membri manca, questa assenza è percepita come un cambiamento del medium. L’esperienza clinica indica che, in tali casi, perché la comunicazione del gruppo possa ristabilirsi in modo soddisfacente il cambiamento (l’assenza) che pesa sul gruppo deve essere elaborato in modo adeguato.

Tecnica

Riconoscere l’atmosfera, gli effetti del medium e quelli degli assunti di base è difficile, perché questi fenomeni si mimetizzano nell’ambiente del gruppo. È essenziale, a tal fine, che l’analista riesca a non essere quel “buon analista” che i partecipanti al gruppo si aspettano che egli sia, ma preservi la libertà di sentire e pensare anche ciò che può apparire ai membri del gruppo, e anche a lui stesso, come inutile, offensivo e fuori luogo. L’analista si può affidare anche a una parte “artistica” della sua personalità, per cogliere e riconoscere i fenomeni transpersonali che non sono facilmente individuabili attraverso la “mente razionale”. Gli effetti transpersonali, più che con la mente razionale, si possono percepire con la mente capace di commuoversi e di farsi sorprendere.

Capitolo 2: Stato gruppale nascente

Lo Stato gruppale nascente è particolarmente significativo perché in questa fase inizia a prendere consistenza lo spazio comune, vissuto anche come fonte di senso e appartenenza. In questo capitolo tratterò tre componenti della complessa fenomenologia dello Stato gruppale nascente:

  • L’attesa messianica;
  • L’illusione gruppale;
  • I vissuti di depersonalizzazione.

Rinvio invece al capitolo dedicato alla creazione dello spazio comune del gruppo l’illustrazione di ciò che concerne i problemi di delimitazione del gruppo.

Attesa messianica e illusione gruppale

Ogni gruppo si costituisce intorno a un’idea messianica, a un’idea trascinante e coinvolgente e a una persona che ne è portatrice. Nel piccolo gruppo a finalità analitica l’idea messianica (la psicoanalisi) è collegata alla figura dell’analista.

Lo Stato gruppale nascente è però caratterizzato, oltre che dalla speranza messianica, dall’illusione. All’inizio di un gruppo, per esempio, è frequente ascoltare affermazioni come: “Siamo bravi, siamo il migliore gruppo del mondo”, affermazioni che non si basano su un giudizio realistico del funzionamento del gruppo, ma su un’illusione collettiva. L’analista del gruppo deve però resistere a tale tentazione di partecipare a quest’euforia per lui gratificante. L’illusione gruppale risponde a un desiderio di sicurezza, di preservazione dell’unità dell’Io minacciata; perciò essa sposta la protezione dell’identità dell’individuo al gruppo: alla minaccia al narcisismo individuale essa risponde instaurando un narcisismo gruppale. Il gruppo trova così la sua identità, nello stesso tempo l’unità narcisizzante di tutti nello buon seno del gruppo è affermata. Fare un gruppo, fare un buon gruppo: questo obiettivo costituisce uno spostamento difensivo rispetto al vero fine, ricercato e temuto, della formazione del gruppo o della psicoterapia: la rimessa in questione di ciascuno personalmente.

Ritengo però che l’illusione gruppale debba essere considerata non soltanto nei suoi aspetti negativi e di resistenza al lavoro analitico, ma anche come un modo per andare incontro all’urgenza dei membri del gruppo di stare insieme, quando manca ancora la capacità di stare in un rapporto: quando non si è capaci di stare insieme con un gruppo di persone che cooperano, si può tuttavia stare insieme come in un sogno. L’illusione gruppale, dunque, ha più facce. È la reazione a un’angoscia e a uno smarrimento totale, ma anche una condizione iniziale di nascita e di sviluppo.

Depersonalizzazione

Nello Stato gruppale nascente, vi è inoltre l’emergenza di fenomeni di depersonalizzazione e di deindividualizzazione. Il quadro su cui abbiamo concentrato l’attenzione corrisponde a una particolare fase della vita del gruppo (Stato gruppale nascente) e non a una dimensione...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davidepirrone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicodinamica dei gruppi e delle Istituzioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Marogna Cristina.
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