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“Nella massa l’individuo si trova posto in condizioni che gli consentono di sbarazzarsi delle rimozioni dei propri moti pulsionali

inconsci”

“La massa viene evidentemente tenuta insieme da qualche forza. A quale forza potremmo attribuire meglio questa funzione se non a

Eros, che tiene unite tutte le cose del mondo?"

"Finché la formazione collettiva persiste e fin dove si estende il suo dominio, gli individui si comportano come se fossero omogenei,

tollerano il modo di essere peculiare dell'altro, si considerano uguali a lui e non provano nei suoi confronti alcun sentimento di

avversione. In base alle nostre concezioni teoriche, tale limitazione del narcisismo può essere il prodotto di un solo fattore: il legame

libidico con gli altri. L'amore per se stessi trova un limite solo nell'amore esterno, nell'amore volto agli oggetti"

Per quanto riguarda il rapporto con il capo, esso va ricondotto all'identificazione, che è "la prima manifestazione di un legame

emotivo con un'altra persona" e "tende a configurare il proprio Io alla stregua dell'Io della persona assunta come modello”

" Una tale massa è costituita da un certo numero di individui che hanno messo un unico medesimo oggetto al posto del loro Ideale

dell'Io e che pertanto si sono identificati gli uni negli altri nel proprio Io”. Identificazione e Ideale dell’Io → “Il senso sociale poggia

quindi sul volgersi di un sentimento inizialmente ostile in un attaccamento caratterizzato in senso positivo, la cui natura è quella di

una identificazione”

Negli Stati Uniti (analisi in gruppo)

 Wender e Shilder → prime esperienze di psicoanalisi in gruppo negli anni ’30, questi due autori avviarono negli Stati Uniti i

gruppi a finalità terapeutica condotti didatticamente, attraverso il metodo della conferenza e della presentazione dei casi;

 Slavson → era un insegnante e seguiva gruppi di bambini attraverso la pratica psicoanalitica individuale in gruppo. Ritiene

che la psicoterapia di gruppo sull’intervista analitica consente una maggiore visibilità degli atteggiamenti transferali dei

pazienti, rispetto a quella individuale, grazie alla presenza di transfert multilaterali, in cui, nel gruppo, avviene la ripetizione

del rapporto che il soggetto può avere con dei fratelli. Infatti il gruppo rappresenta la riproduzione del nucleo familiare

originario. Secondo Slavson però il gruppo non deve essere troppo coeso perché ciò porta all’impedimento del lavoro

terapeutico, quindi l’analista deve opporsi e bloccare la formazione di dinamiche interpersonali. Quindi i pazienti finiscono

per esprimersi attraverso monologhi in pubblico sui quali l’analista interviene attraverso interpretazioni; il gruppo quindi

rappresenta solo una cassa di risonanza dell’inconscio individuale;

 Wolf e Schwartz → Psychoanalysis in Groups (anni ’40), sostengono l’espressione libera dei sentimenti provati verso

l’analista, attraverso la tecnica della seduta alternata, ovvero una seduta settimanale viene gestita dai pazienti in assenza

dell’analista, per non ostacolare le dinamiche interpersonali, infatti in questo caso, la coesione di gruppo è vista non come un

pericolo ma come un’opportunità.

PSICOTERAPIA DI GRUPPO

Viene introdotta da Moreno attraverso lo psicodramma. Gli autori che hanno sostenuto tale psicoterapia sono Bion e Ezriel i quali

sostengono un modello di gruppo terapeutico formulato da Libermann chiamato conflitto focale di gruppo, in cui il gruppo viene

definito come totalità che agisce sugli individui e sui loro conflitti inconsci. Il conflitto focale viene definito come un conflitto inconscio

e condiviso dai componenti che si determina lentamente nel gruppo.

W.R. Bion

Per Bion nel gruppo agiscono contemporaneamente due dimensioni:

1. La dimensione razionale/lavorativa del gruppo come gruppo di lavoro con obiettivi, ruoli, regole ed estensione temporale →

processi secondari

2. La dimensione inconscia/affettiva del gruppo come gruppo degli assunti di base (gruppo di base) (dipendenza,

accoppiamento, attacco-fuga → processi primari

Bion definisce il gruppo come un insieme di persone che si trovano allo stesso grado di regressione per effetto delle rinunce ce

derivano dal contatto di ciascuno con la vita affettiva del gruppo. Il gruppo infatti necessita di una regressione che ciascuno può

esperire entrando in contatto con le restrizioni che il gruppo impone. Introduce anche il concetto di VALENZA, ovvero la capacità del

singolo di combinarsi istintivamente e involontariamente con un altro per condividere un assunto di base e agire in base ad esso. Tale

capacità di combinazione quasi automatica avviene secondo delle pre-concezioni, ovvero gli assunti di base, che fanno parte del

sistema proto-mentale di cui ogni singolo è dotato. Valenza = “la disposizione dell’individuo a entrare in combinazione col gruppo nel

determinare gli assunti di base e nell’agire secondo essi; se la sua attitudine alla combinazione è forte parlerò di valenza alta, se

modesta di valenza bassa. Secondo la mia ipotesi un individuo non può non avere una valenza a meno che non smetta di essere un

uomo per ciò che riguarda le sue funzioni mentali. In breve vorrei servirmi di questo termine quando sarà necessario descrivere dei

fatti che avvengono al livello di sistema proto-mentale”.

Il LIVELLO PROTO-MENTALE è presente in tutti gli individui e spiega sia le transizioni tra il somatico e lo psichico, sia l’assetto

originariamente gruppale della mente. È la sede di emozioni caotiche non ancora distinte l’una dall’altra, è l’area trans individuale e

ha carattere dinamico e trasformativo. Quando gli assunti di base sono inattivi rimangono confinati all’interno del sistema proto-

mentale.

Gli ASSUNTI DI BASE rappresentano la manifestazione delle regressioni che avvengono in seguito al contatto con la vita affettiva del

gruppo. Seguendo la teoria kleiniana gli assunti di base vengono ricondotti a sistemi proto-mentali di combinazione con l’altro e di

difesa da ansie psicotiche di frammentazione individuale, a loro volta presenti nel materiale ontogenetico proto-mentale di cui

ciascun individuo è dotato. Sono anche meccanismi di difesa dall’angoscia di cambiamento (“cambiamento catastrofico”). Infatti il

cambiamento spaventa, quindi le persone attivano uno dei tre assunti di base per evitare di lavorare e difendersi dal cambiamento

catastrofico, quindi gli assunti di base bloccano il lavoro.

Tre principali assunti di base:

1. Assunto di base di dipendenza → il gruppo attende da un leader la soluzione ai problemi, si riunisce in attesa di protezione,

conforto e difesa da un capo dal quale dipende e viene nutrito. Può essere legato al concetto di pulsione di attaccamento

(Bowlby), di allevamento-educazione dei figli (Schermer) ed è comparato all’istituzione della Chiesa. Il gruppo si riunisce per

essere “rassicurato” da un individuo dal quale dipende. In questo gruppo il potere non deriva dalla scienza, ma dalla magia.

Una delle caratteristiche richieste al capo è che sia un mago o che si comporti come tale. Le caratteristiche di questo gruppo

sono l’immaturità delle relazioni individuali e l’insufficienza delle relazioni di gruppo. L’assunto di base è l’esistenza di un

leader capace di dare sicurezza a un organismo immaturo;

2. Assunto di base di accoppiamento → il gruppo spera che dall’unione di alcuni suoi membri possa venir fuori un’idea

risolutiva, di tipo messianico. I membri del gruppo provano un sentimento di speranza e di attesa per l’avvento di un messia

che dovrà nascere dal rapporto tra due componenti del gruppo. Legato al concetto di pulsione libidica, riproduzione della

specie e può essere rappresentato dall’istituzione dell’Aristocrazia. E’ caratterizzato da una atmosfera di aspettativa e di

speranza. I membri del gruppo rinunciano ad un ruolo attivo e lasciano completamente il campo a una coppia, nella speranza

che la coppia produca qualche soluzione. E’ importante l’idea del futuro, la trasposizione della soluzione dei problemi attuali.

I sentimenti di aspettativa e di speranza si trovano all’opposto dei sentimenti di odio, distruttività e disperazione;

3. Assunto di base di attacco-fuga → il gruppo si sente minacciato da un pericolo reale, esterno o immaginario, interno (assetto

persecutorio). Il gruppo lotta contro qualcosa, o in difesa di qualcosa, il capo è colui che guiderà gli sforzi del gruppo o verso

l’attacco contro il nemico o nella difesa di esso. È legato al concetto di pulsione aggressiva, di protezione del gruppo da

pericoli interni e esterni, ed è rappresentato dall’istituzione dell’Esercito. Se l’uomo sceglie un gruppo, lo fa per combattere

qualcosa o per sfuggire a qualcosa. La leadership che il gruppo riconosce come adatta è quella dell’uomo che mobilita il

gruppo per attaccare qualcuno, oppure per guidarlo nella fuga. In genere il leader ha marcati tratti paranoicali che il gruppo

considera “geniali”. Se la presenza di un nemico non appare subito ovvia , la cosa migliore per il gruppo è scegliere un capo

per il quale questa invece sia evidente.

MENTALITA’ DI GRUPPO = E’ l’attività mentale collettiva, cui gli individui contribuiscono in forma anonima ed inconscia; essa può

essere in conflitto con il singolo e provocargli disagio. Gli assunti di base qualificano il contenuto della mentalità di gruppo, sono

inconsci e affettivamente molto intensi.

CULTURA DI GRUPPO = è l’organizzazione palese del gruppo che origina dal compromesso fra la mentalità di gruppo e i desideri dei

singoli. Include la struttura del gruppo in un dato momento, i compiti che esso si propone e l’organizzazione adottata per realizzarli

(Gruppo di lavoro). La cultura del gruppo in un dato momento è funzione della mentalità di gruppo e dei desideri dei singoli.

GRUPPO DI LAVORO = qualsiasi gruppo oscilla tra la posizione in assunto di base e quella di gruppo di lavoro, ciò permette il

superamento della scissione tra emozioni e intelletto. Il gruppo di lavoro tende verso la conoscenza espressa in K (le trasformazioni in

K sono rappresentazioni della funzione conoscitiva, e il gruppo di lavoro è quello che meglio favorisce le trasformazioni in K). Quindi il

gruppo di lavoro ha una funzione conoscitiva (K) che tende al raggiungimento della verità (trasformazione in O), ottenuta anche grazie

alla relazione del gruppo con il MISTICO = capo o leader, è un individuo eccezionale (genio o messia) ed è l’unico in grado di prendere

decisioni e di far progredire il gruppo.

Relazione tra il mistico (leader) e l’istituzione (gruppo di lavoro) avviene in tre modalità:

1. Conviviale: l’esistenza dell’uno sembra innocua rispetto a quella dell’altro, è una sorta di pacifica convivenza senza

cambiamento;

2. Parassitaria: il prodotto della relazione tende a distrugger sia il gruppo che il mistico e l’assetto gruppale e dominato da

sentimenti di invidia e immobilismo;

3. Simbiotica: si realizzano un confronto e una crescita in una situazione di influenza reciproca verso il cambiamento.

L’organizzazione del gruppo:

Il gruppo per avere un ‘buon spirito di gruppo’ deve:

 Essere formato da almeno tre persone, consentendo così il salto qualitativo dai rapporti personali (coppia) alla relazione

interpersonale

 Avere uno scopo comune

 Avere la consapevolezza dei “legami”

 Avere la flessibilità, ovvero la capacità di assorbire nuovi membri e di perderne altri senza che vada persa l’individualità del

gruppo

 Avere l’assenza di sottogruppi interni con legami rigidi

 Valutare ognuno per il contributo che porta al gruppo e ognuno deve godere di una certa libertà di movimento

 Avere la capacità di affrontare il malcontento interno disponendo dei mezzi per dominarlo

Gruppo analitico → scopo del terapeuta è quello di favorire la comparsa e il mantenimento di una cultura di gruppo di lavoro

analitico. Il gruppo analitico, per perseguire il proprio scopo, presuppone l’utilizzo di metodi razionali e scientifici. Il terapeuta

favorisce la possibilità perché tale approccio si realizzi attraverso l’interpretazione degli assunti di base. Lo svolgimento del compito

del gruppo di lavoro analitico permette l’insight e favorisce una maturazione del gruppo e dei suoi membri

In conclusione per Bion:

 L’uomo è un essere primariamente sociale.

 E’ il gruppo a scegliere e a determinare il Leader attraverso un processo di identificazione proiettiva.

 Il gruppo ha una sua specificità.

 Nella terapia si ripropone un rapporto sostanzialmente analogo a quello dell’analisi individuale dove il singolo paziente è

sostituito dal gruppo nel suo insieme.

 Le interpretazioni devono essere limitate alle dinamiche di gruppo.

L’orientamento di Tavistock

Nasce dall’incontro tra il modello lewiniano e quello bioniano all’interno della Clinica Tavistock e dell’Istituto Tavistock per le Relazioni

Umane di Londra. Il modello formativo utilizzato venne chiamato Conferenza, che seguiva finalità proprie riguardanti lo studio della

leadership, delle dinamiche di potere e dei processi decisionali, e questi temi, differentemente dai T-group, sono analizzati anche

rispetto ai processi inconsci.

HENRY EZRIEL

Osservatore dei gruppi condotti da Bion alla Tavistock, sviluppò in particolare tre concetti: tre tipi di relazioni transferali, nozioni di

tensione di gruppo comune e di struttura di gruppo comune.

Per quanto riguarda il rapporto tra paziente e terapeuta, il transfert non è, come pensava in origine Freud, qualcosa che si sviluppa nel

corso del trattamento. Al contrario esso è praticato da noi tutti per tutta la nostra vita per tenere rimosse le nostre fantasie inconsce

e, se non riusciamo ad assicurarci rapporti di transfert adeguati nelle sfere ordinarie della nostra vita, allora il bisogno di essi conduce

al trattamento.

Individuò tre tipi di relazioni transferali:

1. Relazioni necessaria: è quella che ciascuno ricerca all’interno del gruppo in base ai propri bisogni transferali, rappresenta una

difesa nei confronti del transfert evitato;

2. Relazione evitata: è la relazione transferale che rimane sottostante alla prima e che, sebbene legata ad un intenso bisogno, i

soggetti cercano di evitare. E’ il rapporto che il paziente teme di instaurare con il terapista perché sente che ne scaturirebbe

qualcosa di disastroso;

3. Relazione calamitosa: è quella in cui ci si rappresenta la calamità che l’individuo è convinto debba verificarsi qualora ceda

alla tentazione di stabilire una relazione evitata.

In ogni gruppo il paziente cerca l’equilibrio tra i tre rapporto più vantaggiosi per lui, ma in questo modo si crea la compresenza di

esigenze diverse che porta ad una tensione inconscia dalla quale emerge la struttura di gruppo comune, ovvero un atteggiamento

transferale di gruppo, che rappresenta il denominatore comune dei trasfert individuali e permette di curare il gruppo nel suo insieme

come fosse un singolo paziente. La tensione inconscia comune è l’elemento che permette la costruzione strutturale di gruppo.

Per quanto riguarda invece il concetto di tensione comune inconscia di gruppo, Ezriel afferma che spinge i membri ad interagire fra

loro in modo da stabilire relazioni reciproche, ruoli o posizioni che soddisfino i bisogni transferali di ciascuno. In questo modo si forma

la struttura del gruppo, come una sorta di organizzazione idonea a racchiudere le componenti di ciascuno in un tutto dinamico, con la

funzione di denominatore comune delle forze che operano in gruppo.

Ezriel individuò anche due meccanismi di comunicazione:

1. Per procura: si attua quando un paziente non può esprimere direttamente contenuti emotivi inaccettabili e delega un altro

membro del gruppo;

2. Reattivo-coatta: il paziente vive una forte resistenza a pensare e a vivere gli affetti, impossibilità di pensare.

In ogni caso ogni singola comunicazione dei pazienti può essere letta come una comunicazione del gruppo, una sorta di

comportamento trans personale.

Uno specifico modo di interpretare → Interpretazione del tema di gruppo nell’hic et nunc e non interpretazione genetica: “Vi state

comportando in un certo modo (prima proposizione relativa alla relazione necessaria) per evitare di comportarvi in un altro modo

(seconda proposizione relativa alla relazione evitata), perché (legame esplicativo) avete paura di... (terza proposizione relativa alla

relazione calamitosa)”.

L’interpretazione francese del gruppo

Allievi di Lewin, utilizzano un modello formativo che chiamarono “Seminario”, in cui l’attenzione analitica è estesa anche a dinamiche

istituzionali e le finalità formative sono orientate anche all’intervento nei contesti formativi. I due autori principali sono Anzieu e Kaes.

DIDIER ANZIEU

I principali concetti che sviluppò sono: potenzialità regressive profonde (→ il gruppo come minaccia primaria per l’individuo), illusione

gruppale, gruppo come sogno (gruppo come interazione dinamica fra fantasie e difese), transfert di gruppo.

Per Anzieu il gruppo è visto come luogo di messa in comune delle immagini interiori e delle angosce dei partecipanti. Anzieu critica

la teoria del campo di Lewin perché non riesce a spiegare adeguatamente il funzionamento gruppale.

“L’essenza del gruppo si costituisce sulla base di una relazione immaginaria, denominata illusione gruppale. Il gruppo è luogo

dell’immaginario o di una rappresentazione immaginaria comune a molti dei suoi componenti”.

Si distinguono due diverse situazioni gruppali:

1. Gruppi in cui esiste un legame personale con il maestro o capo (classe, scautismo, esercito, chiesa) che forniscono all’Io

dell’individuo una sensazione di protezione, di appartenenza e di rassicurazione: la ferita narcisistica è poco evidente;

2. Gruppi in cui i partners non si conoscono e in cui manca una figura dominante dal cui amore tutti si sentano protetti e uniti

agli altri (riunione-discussione, lavoro in equipe, vita comunitaria, terapeutici): generano una sensazione di minaccia per

l’unità personale.

Il gruppo può generare angosce di smembramento: “La presenza dell’altro e se nessuna unità è data in antecedenza, (copresenza di

molti altri senza unità) risveglia nell’individuo un’angoscia particolare, l’angoscia dell’unità perduta, dell’Io a pezzi; essa fa risorgere i

fantasmi più antichi , quelli dello smembramento” (regressione alla posizione schizoparanoidea).

“Agli inizi della riunione,quando ognuno è imbarazzato, quando gli uni si ritirano e gli altri si buttano sul mucchio e tentano di

accaparrare il gruppo - due maniere opposte di arrivare allo stesso scopo, preservare il proprio Io mitico – l’immagine soggiacente a

questi comportamenti e a queste emozioni ansiose, l’immagine comune al gruppo - che non è ancora un gruppo - è l’immagine di un

corpo a brandelli” → “Ognuno partecipa alla produzione di questa immagine, è intimorito dalla medesima e cerca di fuggirla. Il gruppo

non ha esistenza come gruppo se non quando è riuscito a sopprimere questa immagine superandola”.

I gruppi hanno potenzialità regressive profonde e possono essere sentiti come una minaccia primaria per l'individuo → “Contro una

tale pluralità rischio di non esistere più, di perdere me stesso, di perdere ogni senso, lacerato fra tante diverse domande; il mio Io si

sparpaglia, la mia bella unità immaginaria si frammenta, lo specchio è rotto in più pezzi che rinviano immagini sfigurate e differenti”

→ Allora il gruppo come ‘luogo dell’immaginario’ e come ‘realizzazione di un desiderio’ → “Non vi è un gruppo senza ‘immaginario’.

Si può cacciare un immaginario ma esso è sostituito da un altro. Questa situazione è analoga a quella dei miti delle società primitive”.

Illusione gruppale → “Non stiamo bene insieme, costituiamo un buon gruppo, il nostro capo è buono, va tutto bene”. E’ una modalità

di difesa nei confronti del rischio di smembramento connesso alla pluralità di inconsci presenti nel gruppo, che funzionano come

altrettanti specchi riflettenti altrettante immagini. Risponde a desideri di sicurezza e di preservazione dell’unità dell’Io gruppale e

individuale. Alla minaccia al narcisismo individuale si risponde instaurando un narcisismo gruppale. Il gruppo trova la sua identità

quando gli individui, con l’illusione gruppale, si affermano come tutti identici. Il gruppo è un oggetto investito libidicamente e può

funzionare per i membri come un Io Ideale.

Gruppo come sogno → il gruppo è la risultante dell’interazione dinamica fra le fantasie, i desideri e le difese dei suoi membri. Il

gruppo privilegia il principio del piacere sul principio di realtà. “Il gruppo è l’associazione di un desiderio e di una difesa dall’angoscia

legata al desiderio”. Il sogno è “l’appagamento (mascherato) di un desiderio (represso - rimosso)”, Freud. E’ quindi la realizzazione

allucinatoria del desiderio; il gruppo ha con esso dei punti in comune perché permette la realizzazione immaginaria di un desiderio, è

formato da processi primari mascherati da processi secondari predominanti ed è definito come il luogo di “trasgressione del vietato”,

dunque un luogo di grande minaccia per l’ordine pubblico.

Transfert di gruppo → il conduttore del gruppo ha il compito fondamentale di analizzare i transfert di gruppo, che possono essere di

tre tipi:

1. Transfert centrale: quando il transfert di gruppo si incentra sul conduttore;

2. Transfert laterale: transfert sugli altri componenti del gruppo;

3. Transfert di gruppo: sul gruppo nel suo insieme.

Inoltre Anzieu sostiene che il transfert positivo è quello rivolto al gruppo, mentre il transfert negativo è rivolto al grande gruppo o al

sociale.

RENEE KAES

Introduce tre concetti fondamentali: gruppalità psichica, gruppo come realtà psichica transindividuale e intertransfert.

Gruppalità psichica (o apparato psichico gruppale) → è la costruzione psichica comune dei membri di un gruppo, per il gruppo. La sua

caratteristica principale è di assicurare la mediazione e lo scambio delle differenze fra la realtà psichica nelle sue componenti

intrapsichiche, intersoggettive e gruppali, e la realtà gruppale nei suoi aspetti sociali e culturali. Permette quindi la mediazione

reciproca tra l’universo intrapsichico e l’universo sociale. Quindi il gruppo deve essere visto sia come risultato della rappresentazione

del sistema psichico sia come organizzato da fattori socioculturali

L’apparato psichico di gruppo è formato da due componenti:

1. Organizzatori psichici: interni all’individuo, di tipo soggettivo, sono le istanze dell’apparato psichico, la struttura dei fantasmi

originari, le relazioni d’oggetto, la rete delle identificazioni;

2. Organizzatori socioculturali: esterni e oggettivi, provengono dalla società e dalla cultura.

Gruppo come attività psichica transindividuale:

 Processo associativo di gruppo → Nella situazione di gruppo le libere associazioni su cui si basa il lavoro psicoanalitico sono

caratterizzate da una maggiore complessità, determinata dalla pluralità di soggetti coinvolti. Esse derivano sia dai processi

intrapsichici individuali, sia dalle relazioni che si stabiliscono all’interno del gruppo. L’apporto di più soggetti permette di

ampliare contenuti e significati, di considerare diverse prospettive, di condividere e affrontare situazioni individuali

conflittuali o traumatiche;

 Interdiscorsività → E’ una forma di comunicazione che si stabilisce nel gruppo quando i suoi membri mostrano di essere

sensibili e attenti al contributo che ognuno fornisce alla costruzione del discorso. E’ caratterizzata dalla sincronizzazione

mediante la quale i contenuti individuali si collegano a quelli degli altri partecipanti e acquistano significato in quanto

risultato della reciproca relazione tra i membri. Ciascuno contribuisce al discorso di gruppo attraverso associazioni ed

enunciati relativi alle proprie percezioni, emozioni e fantasie, ma anche collegati alle rappresentazioni inconsce del gruppo;

 Tensione tra isomorfia e omomorfia → L’apparato psichico gruppale si costruisce attraverso un’interazione dialettica tra due

poli: quello isomorfico e quello omomorfico. Il polo isomorfico è caratterizzato da una mancanza di differenziazione tra lo

spazio psichico del gruppo come totalità è quello degli individui che lo compongono, che vengono percepiti come coincidenti.

Tale componente emerge quando il gruppo deve affrontare situazioni di crisi o di pericolo e la sopravvivenza del gruppo può

essere salvaguardata dallo ‘spirito di corpo’ che unisce i membri tra loro. Il polo omomorfico, caratterizzato dalla

differenziazione tra l’apparato psichico gruppale e quello individuale, permette a ciascun membro di distinguere i processi

intrapsichici da quelli relazionali; tale differenziazione permette ai partecipanti di elaborare il rapporto con il gruppo, di

accettare e tollerare la conflittualità, le separazioni, e i sentimenti di ambivalenza.

Intertransfert → Nei gruppi a conduzione psicoanalitica, quando la conduzione è duale (co-conduzione) è necessario prendere in

considerazione non solo il transfert e il controtransfert, ma anche l’intertransfert tra i conduttori del gruppo. L’intertransfert ha una

funzione difensiva nei confronti degli affetti vissuti nel gruppo e la sua chiarificazione può illuminare sulla dinamica gruppale spostata

su di loro. Kaes afferma che ci sono dinamiche anche tra i conduttori del gruppo, in particolare nelle terapie di gruppo in cui c’è spesso

co-conduzione, ed è importante che tra i conduttori ci sia un buon rapporto.

PSICOTERAPIA ATTRAVERSO IL GRUPPO

S.H. Foulkes

Parla di analisi di gruppo e fu il primo a parlare di psicoterapia analitica di gruppo o psicoterapia gruppo analitica. Sviluppò una

propria teoria della sofferenza psicologica, secondo cui la malattia si esprime nelle relazioni, quindi non nasce da conflitti interni ma

dalle relazioni attuali. La sofferenza nasce dal complesso delle relazioni inter e trans personali della persona e non da conflittualità

interne o da aspetti pulsionali. La famiglia è la matrice della vita mentale dell’individuo: consente ed assicura lo sviluppo psicologico,

ma può ostacolare spazi di apertura verso nuove significazioni dell’esistenza. Foulkes non parla solo di relazioni diadiche ma da molta

importanza anche alle relazioni familiari.

Introduce diversi concetti:

1) Relatedness → tendenza basica dell’essere umano alla relazione; l’uomo è primariamente un essere sociale, una “particella di un

gruppo”. E’ un bisogno istintivo primario fondamentale per la strutturazione ed organizzazione dell’individuo e le sue prospettive

evolutive. E’ un concetto simile a quello di valenza per Lewin e Bion. Foulkes afferma che l’individuo è perennemente inserito

all’interno di gruppi. 2) Rete → Da una prospettiva verticale

segnala il corredo eredo-biologico che

colloca l’individuo nella specie. La rete

attraversa l’individuo di generazione in

generazione determinando una

complessa interazione di processi,

configurando un intrecciato sistema di

collegamento e di appartenenza

(“processi transgenerazionali”). Da una

prospettiva orizzontale è il sistema di

appartenenza e di identità che

mantiene gerarchicamente collegate le persone; parte storicamente dal nucleo familiare primario e si espande poi, in circoli

concentrici, alla società e alla cultura di un momento dato o attuale (“processi transpersonali”).

“Ogni singolo è partecipe di molte anime collettive” (Freud, 1921) → La gruppalità interna è la presenza in ogni individuo di

identificazioni fondative, modelli relazionali, che corrispondono ai gruppi familiari di origine transgenerazionale, ai gruppi di

riferimento e ai loro codici culturali. (Foulkes, 1964).

“L’individuo è parte di una rete sociale, un piccolo punto nodale, per così dire, in questa rete e fu solo artificialmente considerato

isolatamente, come un pesce fuor d’acqua. Oltre a queste ramificazioni orizzontali con altre persone e con la comunità l’individuo ha

una connessione verticale che rappresenta la sua eredità biologica che egli sviluppa durante la vita”

3) Matrice familiare → E’ l’organizzazione umana che crea nella relazione di accudimento le disposizioni mentali e psicologiche del

bambino che gli consentano più tardi di dare senso agli accadimenti nuovi, di categorizzarli, di trasformarli in eventi mentali e di

instaurare tra gli eventi connessioni significative.

E anche l’apparato di continuità dei contenuti culturali e simbolici ed l’apparato di trasformazione degli stessi.

PROCESSI TRANSGENERAZIONALI: Il concetto di matrice familiare identifica una dinamica intrapsichica transgenerazionale

primariamente strutturante la personalità dell'individuo, normale o patologica. La matrice familiare determina, infatti, la modalità

globale del vivere di ciascuno dei membri ad essa appartenenti, ed è un gruppo antropologico poiché generatrice di una sua cultura,

sana o patologica, che l'individuo interiorizza in maniera totale e profonda.

Questo è quello che si definisce mondo interno del singolo, attraversato dalle dinamiche e dai fantasmi strettamente connessi con la

dimensione gruppale transgenerazionale. Il transgenerazionale si configura, infatti, come insieme di vissuti, immagini, costruzioni

fantasmatiche, legate alla storia e alla cultura del gruppo di appartenenza interno, così come si è evoluto per generazioni, che

attraversa l'individuo, lo intenziona e lo guida, secondo un caratteristico copione culturale familiare.

PROCESSI TRANSPERSONALI: Il soggetto nel suo divenire si trova a confronto con un patrimonio interiore, sia acquisito precocemente,

attraverso il contributo originale dell’ambiente familiare, sia arricchito mano a mano dalle esperienze sociali e relazionali attuali (la

coppia, la procreazione, i gruppi di appartenenza), senza che vi sia nella persona la consapevolezza di tutto questo e del carattere

plurale, molteplice, del suo stesso essere individuo.

Il gruppo e la rete: Anche il gruppo è concepito secondo un modello di rete. Ogni nodo può essere immaginato con una persona, che

è collegata tramite un legame (una relazione) alle altre persone e alla rete nel complesso. La rete non è infatti una semplice somma

di relazioni a due, ma è dotata di caratteristiche d’insieme diverse da quelle dei legami.

Gruppo e matrice: Foulkes individua tre diverse matrici:

1. Matrice personale: Riguarda l’individuo e si forma a partire dalla sua esperienza costitutiva di fare parte di un gruppo, quello

familiare originario, di cui ha incorporato l’intero insieme di rapporti nonché di significazione, mitologizzazione e

fantasmatizzione. E’ intesa come espressione delle problematiche inconsce dell’individuo;

2. Matrice dinamica: Si costituisce all’interno della situazione gruppale come fatto peculiare a quello specifico gruppo.

Rappresenta la visualizzazione di quanto avviene nel qui ed ora in termini di comunicazione anche inconscia. E’, salvo casi di

‘irrigidimento’ in perenne trasformazione. E’ intesa come la rete di comunicazione inconscia che ha luogo nei gruppi;

3. Matrice di base: Rappresenta il presupposto della comunicazione, il substrato accomunante e la cui presenza consente

l’immediata possibilità di comprendersi (lingua, età, principi e norme sociali). E’ costituita sia dalla comunanza di codici di

comunicazione relativi alla lingua, età, ecc., sia dalla condivisione di determinati principi e norme sociali.

Nel gruppo terapeutico la parola matrice evidenzia la dimensione generativa del gruppo, il suo essere contenitore di elementi non

ancora individuati che possono prendere forma. La parola matrice rimanda anche alla cultura cioè alle idee, ai sentimenti, agli

atteggiamenti e ai valori che sono alla base del gruppo e della società in cui l’individuo è cresciuto e che si esprimono nel gruppo.

“E’ possibile osservare nel gruppo una specie di transfert in azione” → Significa che l’interazione intrapsichica totale tra le diverse

strutture della mente, in particolare l’Io, il Superio e l’Es, viene resa visibile, viene portata all’espressione esplicita nel gruppo, in modo

che gli stessi membri del gruppo possono diventare consapevoli di questa lotta dinamica in atto in uno qualunque di loro mediante la

similarità e il contrasto. In questo modo, per mezzo dello stesso processo analitico di gruppo e tramite il lavoro, necessario per

portare tutto ciò all’espressione manifesta o potenziale, i membri partecipano tutti a un movimento terapeutico.

Nel processo gruppoanalitico si rielaborano queste matrici che corrispondono a relazioni realmente vissute dal soggetto → “La meta

della nostra psicoterapia è quindi una liberazione, nella vita psichica interna del paziente, da ciò che gli impedisce di cambiare, dai

suoi blocchi interni, in un certo senso un processo di disapprendimento”.

Psicoterapia gruppoanalitica = forma di psicoterapia praticata dal gruppo nei confronti del gruppo, è una matrice interattiva di

comunicazioni inconsce e gli individui ne costituiscono i punti nodali. Da un punto di vista tecnico il gruppo gruppoanalitico è un

insieme di persone, massimo otto, che si incontrano periodicamente in presenza di un conduttore o terapeuta e che possono

produrre e analizzare i propri sintomi e i propri modi di interagire, allo scopo di giungere alla risoluzione dei conflitti. Il compito del

conduttore è attivo, deve mettere a disposizione del gruppo conoscenze, esperienze e istruzione e deve condurre il gruppo solo nei

momenti di necessità.

FERDINANDO VANNI (Modelli Mentali di Gruppo e Gruppi e Identità)

Introdusse tre importanti concetti:

 Rappresentazione e costituzione dell’identità nelle interazioni di gruppo

 Componenti strutturali e dinamiche dei gruppi umani: rappresentazione e costituzione delle identità individuali nelle

interazioni di gruppo → Tre aree mentali di gruppo: livello etnico, livello istituzionale e livello interattivo;

 Lo sviluppo tematico nei gruppi clinici

Rappresentazione e costituzione dell’identità nelle interazioni di gruppo → comunicazione e grado di attribuzione di verità nei

piccoli gruppi interattivi. La comunicazione può essere verbale e non verbale (mimica, attonica, vegetativa).

Come mi sento? → «Prima di entrare nel gruppo fermatevi un attimo e chiedetevi quale sia il vostro stato d’animo, in modo da poter in

seguito riconoscere più chiaramente quali operazioni esso avrà svolto su di voi; l’esperienza di gruppo provoca non soltanto l’ansia di

annullamento regressivo descritta la letteratura psicoanalitica, ma anche un’ansia di definizione reciproca, attuale, resa possibile

soltanto dalla presenza delle persone e delle loro interazioni. L’ansia viene descritta come sensazione di soffocamento, di

ingabbiamento, di impoverimento e dà luogo a reazioni di rifiuto di partecipare al gruppo o di riconoscere la parte inconsapevole delle

interazioni, quando si avvia l’esame di ciò che uno si rappresenta di sé e degli altri, a confronto con ciò che risulta dall’interazione

reale fra le persone”.

Rappresentazione e costituzione dell’identità nelle interazioni di gruppo → L’induzione → Quello che si sperimenta nei piccoli

gruppi interattivi dipende sia da fenomeni di tipo transferale che, nel complesso, sono di tipo regressivo (con la riattualizzazione di

modelli relazionali, di coppia o familiari, già sperimentati nel passato, e dal tentativo di provocare negli altri una modificazione

comportamentale coerente con essi, alla ricerca di una sensazione di familiarità) sia da un altro tipo di operazioni, definite induzioni,

riconducibili in parte ai meccanismi dell’identificazione proiettiva, ma sempre attivi e coinvolgenti tutti i presenti nell’interazione di

gruppo.

«Le operazioni che la mente compie in presenza degli altri sono diverse da quelle che compie in loro assenza». L’individuo è concepito

come «funzione del gruppo» e ciò implica che «gli individui vengano utilizzati dal gruppo scomponendo o deformando o sopprimendo

la loro unità». Nel dispiegarsi del processo di gruppo, vengono selezionate di ciascun membro quelle qualità che risultano funzionali

all’attività del gruppo in quel momento. «L’individuo del gruppo risulta ben diverso dall’individuo come insieme coerente di parti che

vengono sentite come una unità, l’identità del Sé».

Induzione o comunicazione induttiva → Questo avviene attraverso un meccanismo che non nega le qualità o i contenuti in contrasto

con il progetto di gruppo in corso di svolgimento, ma li sopprime escludendoli dal campo della consapevolezza e rendendoli non

esistenti. «Tutto quello che riguarda il comportamento [comunicativo] degli individui nei gruppi transita attraverso un livello nel quale

gli individui vogliono e desiderano fare quello che di fatto il gruppo comanda o suggerisce loro».

«Il piccolo gruppo interattivo autocentrato mette meglio in evidenza che la rappresentazione del Sé risulta da una costruzione

composita di contenuti mentali propri e altrui. L’accettare che il gruppo compia questo lavoro coinvolge dinamiche profonde per

l’individuo, costretto a scegliere fra il destrutturare la rappresentazione abituale del Sé e disinvestire di valore il gruppo, inteso qui

come giudizio unanime degli altri»

Invarianti nel funzionamento dei gruppi → L’esistenza di invarianti nel funzionamento dei gruppi (le dinamiche di gruppo), cioè il

ripetersi di certi fenomeni quali il formarsi di un confine del gruppo, la ricerca spontanea di coesione, l’individuazione di un capro

espiatorio in situazioni di crisi, il manifestarsi di schemi comportamentali riconducibili a stati d’animo condivisi come o la tensione

inconscia comune (Ezriel) o gli assunti di base (Bion) rimanda ad una capacità specie specifica, geneticamente determinata, ma

modulata culturalmente nelle proprie espressioni, che, pur sempre presente, si attiverebbe completamente solo in presenza di altri

(come la competenza linguistica).

Componenti strutturali e dinamiche dei gruppi umani → In ogni gruppo è presente una dimensione sincronica, legata al compito

esplicito ed all’intreccio difensivo presente, ed una dimensione diacronica riferibile a tutte le tracce mnestiche relative alle esperienze

di gruppo depositatesi nei suoi componenti. Secondo tale modello, la capacità di partecipare attivamente alle situazioni di gruppo

dipenderebbe, nella specie umana, dalla presenza, nella mente di ciascun individuo, di alcune 'aree' specificamente deputate

all’elaborazione dei tre principali livelli di funzionamento gruppale: livello etnico, livello istituzionale e livello interattivo. Tali aree

mentali originarie sono intrinseche al Sé nella formazione e nello sviluppo dell’identità. Esse permettono l’interazione nella

dimensione gruppale:

1. Livello etnico (identità): riguarda le basi dell’identità dei diversi etnos in relazione alle comuni basi etniche di concezione del

soggetto umano, e la rispettiva area mentale si fonda su identificazioni precoci e inconsce proprie dei diversi modelli di

allevamento e le interazioni nei primi gruppi paritari. La gestione della sopravvivenza e dell’evoluzione dei gruppi etnici è

affidata ai gruppi istituzionali;

2. Gruppi istituzionali (appartenenza): il livello istituzionale e la relativa area mentale riguardano i codici relativi alle diverse

istituzioni interne ed esterne cui ciascuno fa inevitabilmente riferimento, ad esempio le appartenenze professionali e le

ideologie. La sopravvivenza dei gruppi istituzionali è realizzata attraverso interazioni in piccoli gruppi interattivi;

3. Gruppi interattivi (comunicazione): il livello interattivo, si attiva nell’interazione nell’hic et nunc e modula le comunicazioni

istantanee, consce ed inconsce, fra i membri di un gruppo; a questo livello si sviluppa la progettualità inconsapevole del

gruppo.

Interazione tematica spontanea:

 Mette l'accento sull'aspetto interattivo;

 Sottolinea l'organizzazione dell'interazione attorno ad un'entità minima, il tema;

 Sottolinea la caratteristica istitutiva del piccolo gruppo interattivo: la spontaneità.

«Tutti gli apporti individuali, il pianto, il silenzio, il riprendere l’argomento, i ricordi, i pareri, vengono assunti come espressione di

spinte compiute dagli individui all’interno del progetto di gruppo».

Il tema di gruppo: “è l'entità minima psicologica verificabile, formata come il gruppo da apporti individuali che si sviluppano in una

entità comune, è la più semplice produzione attiva di gruppo, in termini verbalmente descrivibili”. Formato da:

 Contenuto mentale di ogni serie di comunicazioni;

 Organizzatore della produzione interattiva del gruppo;

 Sul versante individuale contiene le comunicazioni degli individui;

 Sul versante del gruppo rappresenta l'unità minima di contenuto comune

Come i diversi contributi individuali concorrono alla formazione e allo sviluppo del tema? Ciascun individuo interviene in gruppo

esprimendo verbalmente o con un comportamento un contenuto mentale che ritiene personale e, in qualche modo, utile per lo

svolgimento del compito di gruppo, consapevolmente ritenuto tale. Le diverse comunicazioni vengono riprese per essere rinforzate,

sviluppate o contrastate. Talvolta cadono nel nulla e vengono ignorate.

«Il gruppo come il sogno non esprime il rifiuto, ma fa scomparire dalle menti degli individui i temi rifiutati per sviluppare solamente i

prescelti fra tutti quelli potenzialmente presenti. Se una comunicazione contiene qualche cosa della precedente in qualunque modo,

anche per rifiutarla, ciò significa che il tema continua, nel caso contrario il tema è stato evitato. Lo sviluppo stesso di un tema si

realizza utilizzando questa modalità selettiva fra le molte aperture verso soluzioni diverse, alcune delle quali vengono lasciate cadere

e altre sviluppate a seconda delle possibilità aperte in quel momento»

Durante questo processo sono sempre presenti più temi, più o meno in primo piano, di durata variabile, da frazioni di seduta a molte

sedute successive. L’articolazione dei temi fra loro, in strutture più complesse, attraverso la selezione delle soluzioni di volta in volta

proposte dagli individui presenti, costituisce il processo di gruppo nel suo dispiegarsi, la costruzione dello sviluppo propositivo. Al di

sotto di tutte le diverse comunicazioni, talvolta apertamente in contrasto fra loro, è possibile cogliere il «progetto comune inconscio di

gruppo».

LA TECNICA

La creazione di un gruppo si sviluppa in 5 fasi:

1) La preparazione

“Una volta che si sono acquisite le strategie e le tecniche richieste per la conduzione di un gruppo (terapeutico), e una volta che si è

compreso come modificarle per adattarle alle situazioni specifiche, sarà possibile costruire una terapia di gruppo efficace per qualsiasi

popolazione (clinica) in qualsiasi collocazione ambientale” (Yalom).

Nella fase preparatoria lo scopo è pensare e progettare il gruppo in base al contesto (in un’istituzione o in un privato, gruppo di

formazione o Sert). Per quanto riguarda la composizione del gruppo, esso può essere omogeneo, ovvero formato per esempio da tutti

adolescenti, o tutti con lo stesso problema, o eterogeneo. Per esempio i gruppi slow open sono gruppi omogenei, formati da persone

con la stessa età e che condividono lo stesso problema (es. gruppi per disturbi alimentari, ma vengono fatti più per bulimia che per

anoressia, perché nelle seconde può nascere la volontà di imitare ciò che fanno le altre). Durante questa fase si stabiliscono anche i

criteri di indicazione (nei gruppi in cui ci sono pazienti somatopsichici, con problemi di alessitimia, ovvero la difficoltà o incapacità ad

esprimere le proprie emozioni, se qualcuno riesce a condividere per esempio la propria rabbia al gruppo, questa persona può

diventare un modello con cui gli altri si identificano e a cui aspirano) e controindicazione (fare attenzione alle fasi critiche nel gruppo,

alla presenza di aspetti persecutori).

Il gruppo può anche essere etero centrato o autocentrato, nella fase preparatoria si decide anche la frequenza delle sedute, la

presenza di conduzione o co-conduzione, osservazione partecipante o saliente.

Nella fase preparatoria possono esserci due tipi di colloqui:

 Colloqui di selezione: usati per creare gruppi omogenei per una o più caratteristiche;

 Colloqui di preparazione: usati per creare l’alleanza terapeutica, tra il paziente e il terapeuta, chiedendo a paziente come

immagina sarà il gruppo e i membri. Solitamente le aspettative sono negative e caratterizzate da paura, di essere giudicati

dagli altri per esempio, ma poi questa paura svanisce con l’avvio del gruppo.

L’inserimento dei pazienti può avvenire in un nuovo gruppo o in un gruppo già costituito, ed è una fase caratterizzata da angosce che

poi si trasformano in sollievo, una volta che il paziente capisce che si trovano tutti nella sua stessa situazione.

La fase preparatoria è costituita anche dalla creazione di un contratto con il terapeuta e gli altri membri del gruppo.

Un gruppo nuovo → stato gruppale nascente, i pazienti si creano fantasie sul gruppo, paura di perdita dei confini del Sé e illusione

gruppale (Anzieu).

2) La conduzione/osservazione

Esistono due diverse modalità di conduzione: facilitatrice e direttiva, questa differenziazione dipende da tre elementi:

 Tecnica del conduttore in relazione al tipo di gruppo (di formazione, di attività, uso di tecniche come art-therapy o

musicoterapia)

 Stile personale del conduttore

 Relazione gruppo-conduzione, il conduttore adatta il suo stile alla situazione di un determinato gruppo e decide di usare una

modalità direttiva o facilitatrice

La co-conduzione è quando sono presenti più conduttori (doppio conduttore, per esempio un uomo e una donna) e ha determinati

vantaggi:

 Alternanza coinvolgimento-distacco del conduttore

 Divisione dei ruoli, uno dei due prevalentemente attento all’individuo e l’altro prevalentemente attento alle dinamiche di

gruppo

 Due diversi modelli di identificazione per i partecipanti

La co-conduzione presenta però anche alcune criticità:

 relazioni tra i due co-conduttori

 Diversità teoriche e dispute teoriche difensive

 Cordialità difensiva

 Competizione

Queste conflittualità sono spesso indotte dal gruppo stesso.

L’osservazione può essere di due tipi:

1. Recorder (o osservazione silente): registra e prende appunti ma non interviene mai

2. Osservazione partecipante

L’osservatore può provare vissuti di esclusione dalla relazione dei membri e con il conduttore (silenzio o limitazione degli interventi).

Inoltre deve tollerare l’invidia dei partecipanti, perché è l’unico che parla con il conduttore/terapeuta al di fuori del gruppo, ha un

rapporto un il conduttore dentro e fuori le sedute, l’apparente indifferenza e i vissuti persecutori.

Scopo dell’osservatore → coglie lo sviluppo tematico nella dialettica individuo-gruppo, coglie le dinamiche relazionali (clima di gruppo,

leadership informale, frequenza degli interventi, membri silenziosi, eventuale capro espiatorio). Permette una visione esterna del

gruppo e nelle fasi pre-gruppo e post-gruppo si discute delle informazioni raccolte. Da un certo punto di vista è un ruolo frustrante

perché deve solo osservare in silenzio.

L’osservatore partecipante ha un ruolo frustrante (“non posso interpretare” perché non sono il conduttore,“non posso parlare di me”

perché non sono un partecipante. Ha il timore del giudizio del conduttore, vissuti di essere ignorati dai partecipanti e il timore di avere

pensieri critici sugli interventi del conduttore (competitività), di essere in contrasto con i propri interventi con il conduttore ma può

‘risuonare con’ ed essere maggiormente vicino ad alcuni partecipanti.

3) Le fasi del gruppo

Lo psicologo sociale Tuckman propose un modello di evoluzione della vita di gruppo che consiste in cinque fasi sequenziali:

1. Forming: non sono ancora chiari gli obiettivi e i ruoli, i componenti dipendono dal leader, tastano il terreno relazionale,

utilizzano le esperienze precedenti come riferimento. C’è ancora un assunto di base di dipendenza dal leader perché i

membri non si conoscono;

2. Storming: conflitto e ribellione verso il leader, ostilità reciproca tra i membri, resistenze rispetto al formarsi del gruppo,

rifiuto del compito. Assunto di base di attacco e fuga;

3. Norming: confronto, clima positivamente orientato verso il gruppo, elaborazione delle norme, libera circolazione delle

informazioni. Fase del lavoro di gruppo;

4. Performing: risoluzione dei problemi di relazione, focus sul compito e la prestazione, per esempio nei focus group si ha un

compito da assolvere;

5. Adjourining: fase finale del gruppo, disimpegno emozionale, completamento dei compiti, fine dei ruoli, fase della

separazione, ci si saluta.

I gruppi di stampo psicodinamico sono formati da tre fasi principali, abbastanza stabili e regolari nei gruppi brevi:

 Fase iniziale: confusione e frammentazione, senso di appartenenza e processi di identificazione

 Fase intermedia: si lavora sui contenuti e sul materiale delle sedute, che può essere:

- Sviluppo dei temi, interazione e dinamiche di gruppo, il gruppo sviluppa un pensiero partendo dalle libere associazioni

- Sogni nel gruppo e sogni di gruppo, il paziente racconta in gruppo un suo sogno e in questo modo diventa sogno di gruppo

- Acting out nei gruppi, come le assenze, i ritardi, i silenzi sono tutte espressioni di qualcosa di più profondo (è importante

lasciare tutte le sedie anche se manca qualcuno)

- Interventi e interpretazioni → cultura interpretativa e insight

 Fase conclusiva: problemi di separazione, “ripasso dei sintomi”, elaborazione e gratitudine.

4) Il materiale/fattori terapeutici aspecifici

I fattori terapeutici aspecifici dei gruppi sono per Yalom:

 Autocomprensione e scoperta dei propri meccanismi interni (insight)

 Apprendimento di modalità di relazione più mature

 Esperienza della possibilità di accettare gli altri e di esserne accettati

 Esperienza della possibilità di rivelare fiduciosamente al gruppo informazioni personali

 Possibilità di esprimere in gruppo intensi sentimenti (catarsi)

 Condivisione con altri di propri problemi ottenendo consigli ed informazioni

 Scoperta dell'universalità dell'essere umano nella normalità e nella patologia

 Apprendimento attraverso l'osservazione degli altri

 Apertura alla possibilità di un cambiamento

 Esperienza di poter essere di aiuto agli altri e conseguente aumento dell'autostima

Il rispecchiamento → Pines parla del gruppo come galleria degli specchi, in gruppo è possibile conoscere e sperimentare nuovi aspetti

di sé. Concetto che viene preso da Winnicott, in cui la madre rispecchia aspetti del bambino, anche i gruppi permettono di conoscere

nuovi aspetti di sé anche sulla base di ciò che dicono gli altri e attraverso l’espressione verbale dei propri affetti.

5) La conclusione

Nella fase conclusiva possono esserci problemi di separazione dal gruppo (ripasso dei sintomi), aspetti controtrasferali e elaborazione

e gratitudine.

I FOCUS GROUP

I focus fanno parte di quei gruppi in cui l’assetto è prevalentemente didattico e che sono eterocentrati, come i gruppi di lavoro, di

discussione, di decisione, di informazione, di orientamento e di ricerca. Mentre quelli autocentrati sono i gruppi di osservazione, di

sostegno, di counselling, di prevenzione, psicoterapia e di auto aiuto, nei quali l’obiettivo è l’aiuto alla persona.

Definizione → è una tecnica qualitativa di rilevazione dei dati che si basa sulle informazioni che emergono da una discussione di

gruppo centrata su un tema o un argomento che il ricercatore desidera trattare in profondità.

La nascita del metodo

Il primo focus group fu proposto da due scienziati sociali, Merton e Lazarsfeld nel 1946. La sua creazione avvenne in maniera

puramente casuale: Lazarsfeld stava conducendo un’intervista di gruppo, il cui scopo era capire le reazioni della popolazione a un

programma radiofonico, Merton assistette alla sessione di ricerca e suggerì al collega di lasciar discutere liberamente i partecipanti.

Negli anni ‘60 viene utilizzato specialmente nelle ricerche sul marketing per comprendere le opinioni dei consumatori sui prodotti.

Negli ultimi anni i suoi ambiti si sono estesi, da quello politico, al sociale infine a quello sanitario. Il primo focus group sviluppato con

tematica inerente alla salute fu quello di Evelyn Folch-Lyon nel 1981. La ricerca era inserita in un vasto programma sorto nel 1978 per

fronteggiare il tasso di crescita annuo della popolazione messicana, con i conseguenti problemi socio-economici. Lo scopo era di

ottenere informazioni circa il livello di conoscenza dei metodi contraccettivi e le attitudini e motivazioni relative, la reperibilità di

questi, nonché la propensione verso la pianificazione familiare, promuovendone così l'uso. Il tema poi fu allargato alle opinioni sul

sistema familiare messicano.

Utilizzi attuali → ricerche di mercato, sociologiche, analisi politiche, ricerca-intervento in ambito sanitario.

Scopi e utilità

Il focus group è una tecnica di raccolta delle informazioni che coinvolge più persone contemporaneamente. I partecipanti al focus

group vengono invitati a discutere tra loro di un particolare argomento o di un insieme di argomenti tra di essi collegati, argomenti

che la ricerca ha interesse a «mettere a fuoco» e ad approfondire. L’assunto su cui il focus group si basa è che nell’interazione diretta

con altre persone sia più facile far emergere ed esprimere in modo immediato e spontaneo non solo opinioni, ma anche motivazioni,

affetti, valori, che potrebbe risultare più difficile da esternare in un colloquio individuale con un intervistatore. I partecipanti, grazie al

confronto con gli altri, sono agevolati nel definire, chiarire, approfondire e comunicare in modo articolato e coerente la propria

posizione sull’argomento. La discussione fra pari può favorire il ricordo e far affiorare elementi che, diversamente, rimarrebbero

inespressi.

L’interazione con gli altri favorisce la riflessione e l’analisi, e può stimolare l’emergere di idee nuove, che altrimenti non sarebbero

venute in mente. La particolare situazione d’interazione tra «pari» gioca a favore di un indebolimento dei meccanismi psicologici che

favoriscono esitazioni e reticenze e, più in generale, della tendenza a non rispondere in modo sincero e collaborativo in una situazione

di rapporto individuale. Il rapporto di complicità e di reciproco sostegno tra i partecipanti aiuta ad affrontare argomenti

particolarmente delicati e imbarazzanti, riducendo in tal modo la propensione di alcuni, consapevole o inconsapevole che sia, a dare

informazioni su di sé in termini di «desiderabilità sociale». Il maggior vantaggio del focus group è l’approfondimento delle opinioni

generato dalle interazioni e la possibilità di far emergere nuove idee. Il maggior svantaggio potrebbe essere l’eccessiva convergenza

di posizioni dettata dal desiderio di conformarsi al gruppo.

I protagonisti:

 Committente, commissiona la ricerca

 Ricercatore, pianifica la ricerca, le fasi e gli obiettivi

 Moderatore, gestisce il gruppo, fa in modo che gli interventi dei partecipanti siano centrati sul tema di interesse

 Partecipanti, formano i gruppo di discussione, vengono selezionati in relazione agli obiettivi della ricerca

Tipologie:

 Full group → formato da 8/10 partecipanti, di durata dai 90 ai 120 minuti;

 Mini group → formato da 4/6 partecipanti, di durata dai 90 ai 120 minuti, maggiore possibilità di coinvolgere tutti nella

discussione;

 Gruppi telefonici → si differenziano dai primi due per:

- Setting: nei primi due gruppi si ha la compresenza di partecipanti e moderatore che si trovano nella stessa stanza, mentre

nei gruppi telefonici avviene una discussione a distanza;

- Ruolo del moderatore: più direttivo nei gruppi telefonici, ruolo che si avvicina a quello dell’intervistatore, mentre negli altri

due gruppi il moderatore riduce al minimo il proprio intervento, limitandosi a mantenere la discussione centrata sul tema;

- Durata: circa 60 minuti;

- Anonimato: maggiormente garantito nei focus group telefonici, perché manca il contatto diretto tra i partecipanti.

 Su internet (virtuale) → ha il vantaggio che i soggetti sentano nella rete una maggiore intimità con gli altri compagni, e gli

svantaggi che i partecipanti non “sentono” il gruppo, non si percepiscono come parte di esso in quanto tale, e che non è

possibile osservare la comunicazione non verbale;

 In videoconferenza → vantaggi di risparmio economico e di tempo per il committente, possibilità che ci siano più

osservatori, e svantaggi come la maggiore difficoltà per gli osservatori a prestare attenzione alla comunicazione non verbale;

 Focus group rapido → prima o dopo una riunione o in situazioni impreviste, usati quando serve ottenere informazioni nel

modo più veloce possibile.

Campi d’indagine in cui utilizzare il focus group → ricerca accademica, produzione di mercato, ricerca valutativa, miglioramento della

qualità di un prodotto (per comprendere le reazioni dei consumatori a un nuovo prodotto o prototipo per valutare pregi e difetti,

valutazione di campagne pubblicitarie).

Fasi del focus group:

1) Pianificazione → obiettivo principale è quello di stabilire preventivamente le modalità con le quali il ricercatore intende procedere

nella raccolta e analisi delle informazioni. Bisogna quindi stabilire gli scopi della ricerca, stabilire se questo strumento sia idoneo o

meno a raggiungere gli obiettivi prefissati, stabilire il budget, il tempo disponibili e necessario per la ricerca, il numero di focus group,

il numero di partecipanti, il momento e il luogo in cui svolgere i focus group (i quali possono favorire o inibire la discussione) tenendo

conto delle esigenze del moderatore e dei partecipanti. In questa fase si decide anche il livello di strutturazione della ricerca

attraverso due tipi di focus group:

 Strutturato: il moderatore pone delle domande precise alle quali i partecipanti devono rispondere in modo puntuale, il ruolo

del moderatore è quindi direttivo;

 Non strutturato: il moderatore pone domande aperte e ha un ruolo di minore direttività, è auspicabile nell’ambito delle

ricerche esplorative.

In questa fase avviene anche la pianificazione della fase di reclutamento, che chiarisce la tipologia di soggetti che forniscano le

informazioni necessarie alla ricerca, la pianificazione della discussione di gruppo, si decide il numero e le tipologie di domande, e la

pianificazione della fase di analisi dei dati.

2) Reclutamento → definizione delle caratteristiche dei partecipanti, tenendo in considerazione gli obiettivi della ricerca (estraneità

dei partecipanti e con il moderatore, o precedente conoscenza dei partecipanti). Possono essere dei gruppi omogenei, in cui i

partecipanti hanno caratteristiche simili per qualche aspetto interessante per la ricerca, sono più semplici da gestire, i soggetti si

sentono meno giudicati e più liberi di esprimersi, oppure possono essere disomogenei, composti da membri che hanno caratteristiche

anche molto diverse tra loro, con punti di vista differenti. In questa fase si decide anche l’ampiezza del gruppo (gruppi ridotti se

l’argomento da trattare è delicato e personale e se c’è la necessità di avere informazioni dettagliate, gruppi ampi usati nella fase

esplorativa di una ricerca per avere informazioni generali sul tema d’indagine), i metodi di reclutamento, attraverso aziende

specializzate nel reclutamento, messi di comunicazione come volantini, reclutare i partecipanti nello stesso luogo in cui si svolge il

focus group, reclutamento con campionamento a valanga (= chiedere alle persone che hanno già partecipato ad altri focus group di

suggerire alcuni nominativi di potenziali partecipanti, successivamente essi vengono intervistati e selezionati).

3) Conduzione:

 Moderatore → deve avere la sensibilità di favorire un buon clima in cui i partecipanti si sentano a proprio agio e facilitati ad

intervenire; deve avere il carisma e la forza per pilotare l’argomento sui punti chiave e mantenere la leadership su quei

membri che cercheranno di monopolizzare la conversazione. “Il ruolo del moderatore e il suo grado di direttività sono in

stretta correlazione con il livello di strutturazione: tanto più un focus group è strutturato, tanto è più centrale il ruolo del

moderatore e viceversa”. Il moderatore ha lo scopo di pianificare, strutturare il setting, collaborare con il committente e

preparare le domande. Esistono diverse modalità di interazione con il gruppo da parte del moderatore:

1. Ricercatore di saggezza, ritiene che i membri del gruppo siano in grado di offrire al ricercatore le informazioni che desidera

ottenere;

2. Scrivano, prende nota di quanto espresso dai partecipanti;

3. Consulente esperto, ha un’approfondita conoscenza del tema della discussione;

4. Sfidante, usa una modalità provocatoria di interazione con i membri con lo scopo di stimolare la discussione.

E’ importante che il moderatore conosca bene le dinamiche di gruppo.

 Partecipanti → esistono diversi tipi di partecipanti:

1. Esperto, conosce bene l’argomento della discussione e può influenzare le risposte degli altri partecipanti;

2. Dominante, convinto di sapere più degli altri, non lascia possibilità di confronto;

3. Divagatore, non riesce ad esprimere in modo sintetico la propria opinione;

4. Timido, parla poco bloccato dalla sua timidezza;

5. Intollerante

6. Distratto

 Osservatore → Osservatore silenzioso = ha il compito di trascrivere le conversazioni senza intervenire in esse, di annotare

osservazioni relative al linguaggio non verbale, di dare al conduttore al termine dell’incontro le proprie impressioni a “caldo”

riguardo l’andamento dell’incontro, e inoltre deve porre attenzione alle dinamiche di gruppo.

Le domande → il processo di stesura delle domande è formato da 4 momenti principali:

1. Definizione del tema e obiettivo della ricerca

2. Elenco dei temi

3. Revisione con il committente

4. Somministrazione ad un campione di persone con caratteristiche simili a quelle del gruppo reclutato per la ricerca.

La guida da parte del moderatore può assumere due forme:

 Topic guide = scaletta di argomenti e parole chiave che riguardano l’argomento della ricerca, i vantaggi sono che garantisce

una discussione spontanea e libera, ci vuole poco tempo nella stesura della guida, mentre lo svantaggio è che la gestione del

gruppo è molto complessa perché bisogna fare in modo che la discussione si mantenga focalizzata sul tema d’interesse. Si

usa nelle ricerche di mercato o nella fase esplorativa di una ricerca;

 Questioning route = usata nelle ricerche in ambito accademico e nel settore no profit, è un percorso strutturato di domande

specifiche e che richiedono risposte puntuali, richiede molto tempo nella fase di pianificazione, ma ha il vantaggio che

permette un’analisi dei dati molto più precisa.

Le domande devono essere chiare, brevi e strutturate utilizzando una terminologia familiare ai membri del gruppo, vicina al loro

linguaggio quotidiano. Esistono 5 tipologie di domande (Zammuner):

1. Di apertura → scopo di creare un ambiente rilassato e amichevole, e di osservare preliminarmente le dinamiche di gruppo da

parte del moderatore. Ha lo scopo di identificare gli elementi che i partecipanti hanno in comune. Ad esempio, ai

partecipanti è chiesto di presentarsi e dire qualcosa di sé rispetto all’argomento trattato;

2. Introduttiva → serve ad introdurre l’argomento della ricerca, ma le risposte non vengono usate per l’analisi dei dati (es.

“Cosa vi fa pensare …?”);

3. Di transizione → scopo di mettere in relazione il tema d’indagine con le esperienze personali dei partecipanti (es. “Vi è mai

capitato di …?”);

4. Sostanziali → sono 2/5 domande che richiedono tempi lunghi e affrontano i problemi nevralgici da esplorare e approfondire,

e costituiscono lo scopo ultimo del focus;

5. Finale → chiude la discussione e consente al gruppo una riflessione sulla sessione, si invitano i partecipanti a definire quale è

per loro la cosa più importante emersa rispetto all’argomento trattato.

Bisogno inoltre evitare il più possibile le domande perché, non sono attendibili in quanto le risposte sono falsate dalla desiderabilità

sociale, evitare anche di fare gli esempi.

Se le risposte risultano vaghe o ambigue si possono formulare domande per ottenere altre informazioni:

 Domande di approfondimento (probe), sottolineare l’importanza di esporre con precisione il loro punto di vista, usare queste

domande solo quando è strettamente necessario perché sottraggono tempo alla discussione di gruppo;

 Domande follow-up, per chiarire le opinioni dei partecipanti (in forma “se-allora”);

 Domande unplanned o serendipitous, quando emergono informazioni di cui il ricercatore non era a conoscenza durante la

fase di pianificazione della ricerca e può fornire importanti contributi.

Altri metodi che possono essere utilizzati sono:

 Lista scritta di risposte → chiedere ai partecipanti di annotare le risposte e leggerle ad alta voce al gruppo;

 Scala di atteggiamento → valutazione dei pareri nei confronti di un determinato prodotto o tema oggetto di studio;

 Scala di valutazione → permette di esprimere il proprio giudizio sull’oggetto della ricerca attraverso una scala a 5 punti.

Il focus group e la prospettiva psicodinamica

Rispetto alla normale conduzione di un focus group consente di:

 tenere presente non solo il contenuto verbale esplicito dell’interazione, ma anche quello implicito/ preconscio/inconscio

 dare attenzione non solo ai contenuti dei pensieri che emergono durante gli incontri, ma anche agli aspetti difensivi delle

dinamiche di gruppo

 dare attenzione alle reazioni che gli interventi suscitano negli altri elementi del gruppo e nei conduttori (controtransfert).

Focus group e prevenzione

Il focus group ha il duplice obiettivo di indagare le rappresentazioni che i partecipanti al gruppo hanno di una specifica situazione e,

contemporaneamente, di crearne, se possibile, di nuove, condivise, attraverso la discussione collegiale, allo scopo di attivare le

possibili risorse presenti nel gruppo.

I GRUPPI TELEMATICI

La comunicazione attraverso i media può avvenire modello da uno a molti, in modo unidirezionale, attraverso una sola via (come

nella televisione), modello da uno a uno, a doppio senso, prevede la possibilità di scambio tra emittente e ricevente (come con il

telefono). Nel mondo virtuale invece si parla di modello molti a molti o multidirezionalità, in cui ogni nodo della rete (persone)

possono essere contemporaneamente ricevente e emittente, e permette anche di connettere in tempo reale persone lontanissime.

Gruppi virtuali = aggregato di persone, che pur non condividendo gli stessi spazi, gli stessi tempi, o la stessa organizzazione e in

assenza dei corpi reali o di una comunicazione visiva o acustica (o mediati dalla tecnologia) collabora al raggiungimento di un obiettivo

comune e sono in grado di attivare legami affettivi.

I gruppi virtuali nascono, crescono e muoiono con una velocità straordinaria, riescono a superare le barriere spaziale e temporali →

criterio della tecno presenza = comunicazione svincolata dai limiti spazio-temporali propri della vita quotidiana, tutto ciò in assenza

del corpo fisico e reale, e questo modula e demodula la forza del legame tra i partecipanti, rendendo l’identità libera e flessibile.

Alcuni autori affermano che c’è una maggiore libertà nell’identità e la possibilità di una maggiore cooperazione e apertura (visione

positiva) mentre altri autori affermano che in rete avvengono comportamenti più disinibiti e aggressivi (visione negativa, in situazioni

di anonimato ci si può inventare una nuova identità, celare aspetti della propria personalità, ognuno può decidere di essere chi vuole).

Sono veri gruppi, caratterizzati da aspetti affettivi, dinamiche di gruppo, differenziazione dei ruoli, leadership, senso di appartenenza

e coesione. Il cyberspazio non è qualcosa di astratto ma è uno spazio psicologico intermedio tra interno ed esterno, tra l’intrapsichico

e l’interpsichico nel quale il sè si definisce alla luce del nuovo ambiente di interazione.

Tipologia dei gruppi virtuali

Agorafilia: la rete potenzia gli aspetti di libertà e apertura, cyberspazio come luogo democratico, libero, di partecipazione attiva ai

processi informativi e comunicativi, come spazio aperto di ricerca dell’altro, al confronto e alla diversità.

Claustrofilia: rete come spinta alla chiusura e all’isolamento, illusione di essere in contatto con il mondo ma nella realtà non lo si è,

cyberspazio come piacere di stare soli, chiusi, serrati nel mondo virtuale.

Due grandi categorie di gruppi virtuali:

1. Gruppi virtuali formati da individui che si conoscono nella vita reale, con maggior senso di appartenenza, le persone usano la

rete come ausilio comunicativo aggiuntivo sui contatti creati nel mondo quotidiano;

2. Gruppi virtuali formati da individui che non si conoscono nella vita reale, che si incontrano nella rete per condividere interessi

e argomenti comuni, per giocare e divertirsi, si basano solo sull’interazione online.

Esistono anche gruppi di discussione elettronici dove i partecipanti discutono e collaborano esclusivamente online, e vengono

chiamate mailing list, che possono essere non moderate (accesso libero, ognuno può esprimere liberamente la propria opinione) o

moderate (presenza di un moderatore che ha il compito di filtrare i messaggi prima che giungano alla destinazione finale, di far

rispettare le norme e di facilitare la comunicazione).

In queste mailing list possono crearsi dei sottogruppi: gli esperti, intervengono più spesso perché più competenti, gli apprendisti,

intervengono ma non possiedono competenze sufficienti per contraddire gli esperti, e i lukers, fungono da spettatori silenti.

Esistono anche gruppi di lavoro virtuali, specie in ambito aziendale, che hanno lo scopo di sviluppare un particolare progetto e

aiutano a riunire persone lontane. In questi gruppi, rispetto a quelli reali, si osserva una maggiore uguaglianza di partecipazione da

parte dei membri del gruppo (a tutti è consentito di parlare), sono assenti i fenomeni di dominanza/sottomissione connessi alla

personalità, allo status e al prestigio sociale), fanno sentire ciascun partecipante come protagonista, sono presenti processi decisionali

più difficili e ci sono meno meccanismi di negoziazione.

Differenze tra gruppi virtuali e gruppi reali → Wallace ha tenuto in considerazione due dimensioni che spiegano tale differenza:

1. Conformismo → ridotto nei gruppi virtuali a causa della mancanza della presenza fisica e dell’anonimato;

2. Polarizzazione → maggiore nei gruppi virtuali le persone che si trovano in rete per prendere decisioni hanno la tendenza ad

assumere posizioni e scelte più estreme anziché moderate e maggiormente caute.

GRUPPI DI OSSERVAZIONE/FORMAZIONE

Hanno lo scopo di aumentare le competenze personali dei partecipanti attraverso l’aumento della consapevolezza di sé, delle

relazioni interpersonali e delle dinamiche di gruppo. Il prototipo è il T-Group di Kurt Lewin, sono autocentrati.

Il gruppo di formazione è caratterizzato dai seguenti aspetti:

 Dimensione del gruppo → numero limitato di persone che consente di contenere più agevolmente le ansie connesse con la

dimensione gruppale, permette così una maggior integrazione e un più consolidato senso di appartenenza;

 Composizione del gruppo → vengono utilizzati tre criteri:

1. Criterio della massima omogeneità, quando il compito affidato al gruppo è specifico e strutturato;

2. Criterio della massima eterogeneità, quando il compito è più complesso e meno strutturato;

3. Criterio sociometrico, quando il compito è stressante o si vuole ottimizzare la prestazione dei sottogruppi.

 Natura del mandato → costituisce il punto di riferimento durante l’attività del gruppo e deve essere compreso e condiviso

dai suoi membri, deve quindi essere caratterizzato dalla massima chiarezza e giusta specificità;

 Tempi → dipendono dalla complessità del compito, dalla dimensione del gruppo e dalle relazioni tra i membri, solitamente

dura dai 50 ai 100 minuti;

 Procedure di lavoro → si chiarisce all’interno del gruppo chi assume il ruolo di moderatore e quello di relatore per la

successiva comunicazione dei risultati del lavoro di gruppo;

 Presentazione dei risultati → successivamente al lavoro di gruppo viene effettuato un incontro con tutti i partecipanti,

durante il quale i relatori presentano i risultati e si discutono le conclusioni raggiunte, questa fase serve per definire i risultati

e per valorizzare i lavori svolti.

Due tipologie di gruppi di formazione ad orientamento psicodinamico in ambito clinico sono:

1. Gruppi di formazione alle dinamiche di gruppo (T-Group, Role Playing, Gruppo ‘acquario’, Social Dreaming);

2. Gruppi di formazione al rapporto con il paziente (Gruppi Balint,, Gruppi di riflessione, Gruppi di counseling).

1) Gruppi di formazione alle dinamiche di gruppo

Il gruppo di formazione è essenzialmente uno strumento per lo sviluppo, nelle persone, di capacità psicologiche inerenti all’ambito del

lavoro. Per formazione si intende una formazione mentale, la quale ben diversa dalla formazione professionale e dallo studio di

nozioni e tecniche utili al lavoro. Il gruppo di formazione si basa sull’esperienza del fatto che l’operatività umana richiede una

mentalità adatta gli scopi che possono essere utili e che il lavoro in comune, nei gruppi operativi, richiede specifiche mentalità

relazionali perché la cooperazione possa risultare proficua.

Di conseguenza si ritiene che le difficoltà che si possono incontrare sul lavoro, per le persone e per i gruppi, implichino delle difficoltà

psicologiche e d’altra parte che le difficoltà psicologiche al lavoro alla vita di gruppo interferiscano con il lavoro e le sue necessità

operative.

T-GROUP (Basik Skill Training-Group)

Definizione = è un’esperienza di apprendimento per implicazione diretta, attraverso la quale i partecipanti acquisiscono una maggiore

sensibilità ai fenomeni di gruppo, una più accurata percezione di sé e degli altri e una spiccata capacità di verbalizzazione dei propri

sentimenti. E’ un processo di sensibilizzazione alle relazioni interpersonali e sociali.

Viene anche chiamato gruppo di base, gruppo di evoluzione, gruppo centrato sul gruppo, gruppo di sensibilizzazione, gruppo di

espressione verbale, gruppo diagnostico.

Storia

Nasce quasi per caso negli Stati Uniti nel 1946 nel centro Ricerche sulla Dinamica di Gruppo creato da Kurt Lewin. Per addestrare

persone con responsabilità istituzionali a fronteggiare i problemi di razzismo, nel ’46 Lewin organizzò tre piccoli gruppi (10 persone

con un leader e un osservatore). Dopo le discussioni, i leader e gli osservatori si riunivano per esaminare come era stato il

comportamento dei singoli e del gruppo (gruppo di discussione delle dinamiche di gruppo). Venuti a conoscenza di queste riunioni, i

membri del gruppo chiesero di parteciparvi e le trovarono talmente interessanti da indurre gli organizzatori a proporre nuove

esperienze del tipo “discutiamo di quello che è successo nel gruppo impegnato precedentemente in una qualche discussione”.

Nell’estate del 1947 gli allievi a quattro mesi dopo la morte di Lewin descrissero formalmente il setting del T-group: poiché tali

discussioni cambiavano i comportamenti dei partecipanti, tali gruppi furono chiamati gruppi di addestramento alle relazioni. Col

tempo la distinzione tra le 2 fasi (discussione su qualcosa e discussione sulla discussione precedente) diventò sempre meno rigida. Nel

1950 Bradford, che si interessava all’istruzione degli adulti, creò una organizzazione permanente (National Training Laboratory, NTL)

che si occupava di questi gruppi di addestramento alle relazioni a fini educativi.

N.B. → DINAMICHE DI GRUPPO = Conoscenza dei fenomeni e delle leggi specifiche dei piccoli gruppi ed un metodo di intervento che

si propone il cambiamento degli atteggiamenti degli individui nel gruppo e dei gruppi. Secondo Lewin il gruppo è qualcosa di diverso

dei singoli individui che ne fanno parte, esso è un insieme dinamico che si basa sull’interdipendenza dei membri che lo compongono.

Questa interdipendenza porta al fatto che ogni cambiamento del singolo provoca una trasformazione della struttura e della dinamica

del gruppo nel suo insieme.

Obiettivi principali

 Imparare ad apprendere dalla propria esperienza

 Acquisire una maggiore conoscenza di sé

 Arrivare ad una migliore comprensione di ciò che accade in un gruppo per poter funzionare meglio nei gruppi più in generale

 Acquistare una maggiore sensibilità ai problemi degli altri ed una tolleranza per i sentimenti diversi dai propri

 Facilitare le iniziative personali senza riferirsi costantemente ad una autorità

 Stabilire il proprio comportamento non su idee preconcette, ma in funzione di una realtà osservata in un gruppo di lavoro

 ‘Disgelo’ = clima democratico, aperto al confronto con gli altri

Principi base e aspetti operativi

E’ un piccolo gruppo non strutturato (40-50 persone, divise in sottogruppi di 8-10 persone) che non si pone compiti prefissati da

svolgere, vi partecipano persone molto diverse fra loro per sesso, età, cultura, che non si conoscono e per alcuni giorni (da 5 a 15

giornate) si riuniscono in 4/5 unità di lavoro giornaliero della durata di un’ora e mezza ciascuna con una parte di lavoro con piccoli

gruppi e una parte in gruppi allargati, entrambi intervallati da seminari o esercitazioni. Ognuno è libero di dire ciò che vuole, i

partecipanti possono gestire autonomamente orari e attività, successivamente all’interazione si riflette sulle dinamiche di gruppo.

Ogni partecipante è allo stesso tempo osservatore. Alla fine dell’esperienza il gruppo di addestramento avrà sviluppato una sua

cultura, un suo linguaggio comune, autonome norme di gruppo.

Il trainer

E’ un facilitatore dei processi interattivi, agevola l’apprendimento direttamente dall’esperienza (assenza di direttività), segue le fasi

che il gruppo attraversa. Il suo compito principale è quello di accrescere la capacità di ciascuno di analizzare le difficoltà comunicative

che un gruppo può esprimere. Il trainer interpreta, fa un lavoro di traduzione, rendendo più chiari e accessibili a tutti i fenomeno e i

processi che il gruppo sta sperimentando, favorendo un più corretto esame di realtà. Può esserci anche la presenza di osservatori.

Fasi del T-Group

Le due fasi principali sono:

1. Dipendenza (dal leader) → formata da tre fasi:

- Fuga nella dipendenza, i membri, disorientati dall’assenza di un obiettivo specifico, provano ansia e disagio e ricorrono

all’autorità nella speranza di ricevere conforto e chiarimenti;

- Controdipendenza aggressiva, i membri formano dei sottogruppi ed esprimo il loro disaccordo nei confronti del trainer, al

punto da rifiutarlo, la sensazione di inadeguatezza sentita nella fase precedente è spostata sul trainer, percepito come

incapace;

- Risoluzione e catarsi, nonostante le critiche rivolte al trainer, il gruppo ha sviluppato la capacità di lavorare insieme, adesso

il trainer è percepito come meno centrale e in modo più realistico.

In questi gruppi è possibile osservare tutte le possibili modalità di leadership;

2. Interdipendenza (tra i membri) → relazioni più strette tra i membri, anche questa è formata da tre fasi:

- Incanto e fuga, i membri hanno una percezione del clima di gruppo armonica e intima e provano sentimenti positivi (di

durata breve);

- Disincanto e aggressività, il gruppo si divide in due sottogruppi contrapposti: colore che non hanno difficoltà ad aprirsi e

coinvolgersi e coloro che temono questa apertura (fiducia vs. sfiducia nel gruppo);

- Validazione consensuale, il gruppo si trova alle prese con il problema di determinare il contributo di ognuno all’intero

processo.

Alcuni autori individuano tre livelli attraverso cui avviene l’apprendimento di gruppo:

1. Intrapsichico, aumento della conoscenza del proprio modo di reagire agli altri vedendosi riflesso negli altri (rispecchiamento,

confronto);

2. Interpersonale, si acquisisce una maggiore sensibilità ai problemi altrui e una più corretta percezione delle caratteristiche

delle persone, riducendo i fenomeni di distorsione e proiezione;

3. Sociale, maggiore competenza a valutare i processi e i fenomeni di gruppo.

Spaltro individua altri tre livelli di apprendimento:

1. Livello sociologico, riconoscere i conflitti d’autorità, l’insorgere del gruppo, il suo cambiare, il bisogno di dipendenza da certe

strutture, il costruirsi delle norme, del linguaggio di gruppo, le prese di decisione;

2. Livello psicologico introspettivo, rappresentato dalla delusione delle aspettative che provoca frustrazione e tendenza

all’introspezione, ciascuno osserva dentro di sé le proprie reazioni di fronte ad una situazione ambigua, ognuno osserva come

ciascun altro membro reagisce alla medesima situazione;

3. Livello psicologico empatico, di fronte ad un comportamento altrui ci possono essere due comportamenti: l’osservazione o la

valutazione. Si impara a non attribuire all’altro i propri pensieri e intenzioni, ma a comprenderlo manifestandogli ciò che

sentiamo.

Gli sviluppi → ci sono tre diverse modalità attraverso cui è possibile usare il T-Group:

 Gruppi di sensibilizzazione alle dinamiche di gruppo

 Gruppi di formazione

 Gruppi di crescita personale

ROLE PLAYING

Si chiede ad alcuni partecipanti di rappresentare alcuni ruoli in interazione tra loro, mentre altri partecipanti fungono da osservatori

dei contenuti e dei processi che la rappresentazione manifesta. Successivamente di fa un analisi dei vissuti, delle dinamiche

interpersonali, delle modalità di esercizio dei ruoli e dei processi di comunicazione.

Il role playing si basa sul processo di simulazione, intesa come imitazione della realtà agita pudicamente. Gli obiettivi principali sono

riconducili a tre centrature:

1. Centratura sul problema che viene agito → migliorare la comprensione di certe situazioni o di sperimentare nuove modalità

per risolvere determinati problemi, l’attenzione è sui contenuti, su ciò che i protagonisti dicono e fanno;

2. Centratura sui ruoli che agiscono il problema → allenare i partecipanti allo svolgimento di determinati ruoli e di sperimentare

nuove modalità di interazione, l’attenzione è posta sulle modalità di interazione sui comportamenti dei ruoli;

3. Centratura sul mondo interno di chi rappresenta i ruoli → dare un’interpretazione di ciò che accade, esplorare il rapporto tra

identità, capacità, dinamiche affettive e ruolo, tra auto percezioni e etero percezioni dei ruoli.

[Esempio video → Assumendo il ruolo del bambino il genitore riesce a mettersi nei suoi panni e a provare e sperimentare gli affetti del

bambino]

Altri importanti obiettivi sono:

 Far acquisire la capacità di impersonare un ruolo e di comprendere in profondità ciò che il ruolo richiede

 Sviluppo delle capacità comunicative e di gestione di relazioni interpersonali

 Aiuto a capire le ragioni degli altri e ad imparare a mediare

 Incremento delle abilità di ascolto e di osservazione dei comportamenti propri e altrui

 Sviluppo delle doti di flessibilità e situazionalità

 Aiuto a percepirsi in maniera più realistica

 Diminuzione dello stress, del disagio e dell'imbarazzo di dover affrontare situazioni future nuove

 Esercizio in situazioni conflittuali senza rischi sociali

Fasi:

 Progettazione → si divide in due momenti: progettazione preliminare (costruzione del role playing) e preparazione in loco. Si

definiscono gli obiettivi, i ruoli, il contesto, il problema, il criterio di attribuzione dei ruoli;

 Azione → dura dai 20 ai 40 minuti, consiste nella rappresentazione che i partecipanti-attori fanno dei rispettivi ruoli;

 Discussione → fase più delicata e importante, si mettono in comune il lavoro svolto dai singoli osservatori, dando un

feedback agli attori. In questa fase il conduttore svolge 3 funzioni: mantiene la discussione finalizzata all’obiettivo di

apprendimento, organizza i contenuti espressi dai partecipanti e contribuisce all’analisi della rappresentazione.

PSICODRAMMA CLASSICO (Moreno)

Definizione: rappresentazione scenica spontanea che permette di rendere visibili e di far rivivere i conflitti interpersonali ed

intrapsichici. E’ un metodo di approccio psicologico che consente alla persona di esprimere, attraverso la messa in atto sulla scena, le

diverse dimensioni della sua vita e di stabilire dei collegamenti costruttivi fra di essi. Lo psicodramma facilita, grazie alla

rappresentazione scenica, lo stabilirsi di un intreccio più armonico tra le esigenze intrapsichiche e le esigenze della realtà e porta alla

riscoperta della propria creatività e spontaneità. Lo psicodramma mette in atto ci che nella psicoanalisi viene raccontato.

Storia

Moreno nacque nel 1889 a Bucarest, in Romania, e seguì gli studi a Vienna, dove conseguì la laurea in medicina nel 1917. Lo sviluppo

dello psicodramma è iniziato durante la prima guerra mondiale, con i giochi di improvvisazione teatrale e di espressione spontanea

che Moreno, allora studente in filosofia e medicina, eseguiva con dei bambini nei parchi pubblici di Vienna. Egli rimase affascinato

dagli effetti terapeutici che poté osservare nei partecipanti. Questi giochi segnarono, a partire da quel momento, la sua concezione

della medicina, e costituirono per lui una fonte di riflessione sull’importanza delle relazioni emotive e interpersonali nel campo della

salute e della malattia psichica e somatica. Egli continuò questa riflessione in qualità di assistente medico in un campo di rifugiati, ed

essa è all’origine dello sviluppo della sociometria.

Nel 1921 fondò il “Teatro della Spontaneità” e nel 1923 fondò il primo “Giornale Vivente” dando vita alle esperienze che avrebbero

preso da lui stesso il nome di “psicodramma”. Nel 1940 fondò l’istituto psicodrammatico di Beacon. Morì proprio a Beacon nel 1974,

dopo aver partecipato attivamente all’ultimo congresso da lui presieduto, quello di Psicoterapia di Gruppo a Zurigo, nel settembre del

1973.

L’incontro di Moreno con la psicoanalisi può essere riassunto con le sue stesse parole, pronunciate nel 1912 quando Freud , al

termine di un corso presso la Clinica psichiatrica di Vienna, gli domandò che cosa facesse, egli rispose:

“Inizio là dove lei finisce. Nel suo studio lei pone le persone in una posizione artificiale, io le incontro per strada, a casa loro, nel loro

ambiente naturale. Lei analizza i loro sogni, io cerco di dar loro il coraggio di sognare ancora. La psicoanalisi consiste essenzialmente in

una comprensione di sé in profondità e costituisce una terapia di lunga durata. Lo psicodramma invece, può essere una terapia breve

o di media durata (da tre a dieci sedute nel corso di qualche giorno o da dieci a sessanta nel corso di alcune settimane o mesi). Altre

volte s’inserisce nella psicoterapia istituzionale, altre ancora esso è un prolungamento della psicoterapia di gruppo. Lo psicodramma,

infine, può essere utilizzato anche nella formazione”.

Può essere paragonata ad una psicoanalisi per la comprensione di sé insieme alla comprensione “dell’altro da sé” e della relazione qui

ed ora che essa permette.

Presupposti teorici

1. La spontaneità → Ogni individuo ha la possibilità di agire comportamenti spontanei, nella relazione con se stesso e con il

mondo esterno. Tuttavia nel processo di socializzazione è presente un costante apprendimento di relazioni che sono

destinate a ripetersi stereotipicamente nel corso delle esperienze successive. La spontaneità si qualifica come capacità (non

voluta, non suscitata, ma libera e “a disposizione”) di agire comportamenti funzionali alle esigenze reali dell’individuo, ai

bisogni legati al momento presente;

2. Il ruolo → “Il ruolo è il modo di essere reale e percettibile che assume l’Io; il modo di essere e di agire che l’individuo assume

nel momento preciso in cui reagisce ad una situazione data, nella quale sono impegnate altre persone o oggetti” (ruoli

emergenti, ruoli latenti, ruoli superati, ruoli attuali, ruoli psicosomatici, ruoli sociali, ruoli psicodrammatici, ruoli individuali,

ruoli collettivi);

3. Dimensione gruppale → Nelle opere di Moreno (e nella tradizione psicodrammatica che più direttamente si ricollega a lui) è

fin dall’inizio sottolineata con insistenza l’importanza della dimensione gruppale. Come scrive J. Pundik (1969): “L’uomo è un

essere sociale. Nasce nel seno di un gruppo umano, cresce dentro di esso, apprende dal gruppo ciò che gli trasmettono le sue

tradizioni e le sue norme di convivenza, è membro di raggruppamenti, di organismi, associazioni. È cittadino di una comunità

ed è soggetto ai suoi destini”. Questi concetti, che sono oggi moneta corrente, non erano tenuti in alcun conto quando

Moreno irruppe sulla scena, egli si propose di creare una scienza di gruppo, del lavoro nei gruppi, delle cause e delle

conseguenze dentro i gruppi, fra gli individui e fra i gruppi. Moreno invita gli uomini all’incontro. Lo psicodramma è dunque

un’esperienza vissuta in gruppo: di gruppo, attraverso il gruppo e con il gruppo.

Gli strumenti dello psicodramma

Gli elementi fondamentali dello psicodramma sono tre:

1. Il protagonista, in una produzione, tende a rappresentare il gruppo nella sua esibizione psicodrammatica. Egli è il primo

attore e all’interno della seduta “rappresenta” i suoi conflitti anziché parlarne. Agisce nel “qui ed ora”, non ha importanza

quando l’episodio reale si sia verificato;

2. Il regista, detto anche psicodrammista o direttore dello psicodramma è colui che promuove l’azione. Moreno gli attribuisce

la triplice funzione di analista, produttore e terapeuta: “… come produttore deve essere attento a volgere in azione

drammatica ogni indizio che il soggetto offre, a tenere in armonia la linea della produzione con la linea esistenziale del

soggetto e non far perdere mai alla produzione il rapporto con il gruppo. Come terapeuta gli è permesso a volte di attaccare

e scandalizzare il soggetto così come ridere e scherzare con lui; a volte potrà diventare indiretto e passivo e allora, per fini

esclusivamente pratici la seduta sembrerà diretta dal paziente. Come analista potrà completare la propria interpretazione

servendosi delle risposte provenienti dagli informatori presenti fra il pubblico: marito, genitori, figli, amici o vicini”;

3. Gli ego ausiliari sono membri del gruppo usati nella seduta come estensioni del regista e del protagonista. Il loro compito è

quello di ricoprire ruoli di persone significative nella vita dell’attore. L’introduzione di un ego ausiliario in una seduta facilita

la messa in scena dei vissuti del protagonista, rendendo immagine “viva” un personaggio assente in quel momento. “La

persona che diventa un ego ausiliario deve essere abbastanza flessibile da soddisfare i bisogni del protagonista in una seduta.

Una bravo ego ausiliario risponde sensibilmente alle sfumature dell’emozione del protagonista e lo aiuta a oggettivare la

visione interna del suo mondo emotivo”

Principali tecniche dello psicodramma

Durante una sessione di psicodramma si possono utilizzare varie tecniche che facilitino il protagonista o il gruppo a raggiungere

soddisfacenti livelli di creatività e spontaneità:

 inversione di ruoli: consiste nel far assumere al protagonista il ruolo di altre persone, significative per lui a livello relazionale,

e nel fargli continuare la scena in atto dal loro punto di vista. Ha lo scopo di “ far uscire una persona da se stessa, sicché

possa guardarsi dal punto di vista degli altri”;

 il doppio: tecnica che prevede che il paziente rappresenti se stesso e che contemporaneamente venga rappresentato da un

Io ausiliario. “Oltre ad aiutare e a penetrare i sentimenti più profondi, il doppio tende a diventare l’amico e il collaboratore

del protagonista nelle situazioni difficili, spesso fornendo quel necessario sostegno che mette un protagonista in grado di

padroneggiare situazioni complesse e difficili nello psicodramma e che poi facilita il comportamento di successo nella vita”.

Un membro del gruppo, o anche il conduttore, si avvicina al paziente, assume la sua posizione o appoggia una mano sulla

spalla del protagonista e parla a suo nome in prima persona, dando voce a quelle che reputa siano le sue emozioni e

dinamiche segrete. La funzione del doppio viene attivata in vari momenti della sessione di psicodramma, quando un

membro del gruppo ha la necessità di porre attenzione a ciò che sta provando. Generalmente questo avviene su stimolo

del conduttore, che facilita la verbalizzazione con frasi come: "In questo momento sento che...". Nel nostro esempio, nel

dialogo con il padre, G. potrebbe sentirsi confuso rispetto a quello che sta accadendo e aver bisogno di una sorta di

“ristrutturazione” del suo vissuto. A questo punto il conduttore può intervenire dicendo “qualcuno del gruppo di sente di

fare un doppiaggio di G.?” oppure è lo stesso conduttore a farlo;

 il soliloquio: tale tecnica offre la possibilità al soggetto di recitare a voce alta i propri pensieri, è un modo per esprimere a se

stesso e al gruppo i suoi vissuti e le tendenze all’azione ancora latenti;

 proiezione nel futuro: questa tecnica consiste nel far agire il protagonista, con il supporto del gruppo e dell’ego ausiliario, in

una situazione significativa, che pensa di dover affrontare in futuro; ciò può preparare il soggetto a comportarsi con maggior

adeguatezza quando tale situazione si presenterà;

 tecnica dello specchio: in questo caso un ego ausiliario impersona un protagonista che sia contrario o non in grado di esibirsi

da solo. In questa situazione viene offerta al soggetto la possibilità di osservare se stesso muoversi in una situazione

rilevante. Un ego ausiliario riproduce il comportamento del paziente, davanti a lui in modo che questo abbia la possibilità di

ottenere un rimando esterno. Nella pratica si invita il protagonista a porsi fuori della scena che ha costruito, in posizione di

osservatore della scena stessa, che viene interpretata da un alter ego e da altri membri del gruppo. In questo modo egli può

vedersi da di fuori e prendere consapevolezza di alcune dinamiche e/o di alcuni suoi comportamenti. Ad esempio, nella

scena di G. che discute con il padre, il protagonista può scegliere un suo alter ego che prenda il suo posto e vedere quella

discussione da fuori in modo da rendersi conto di alcuni “errori” nella comunicazione;

 interpretazione teatrale di un sogno: il protagonista, invece di raccontare un sogno, lo mette in scena.

Metodologia

Il metodo psicodrammatico contempla la centralità dell’azione. Il lavoro consiste nella necessità di creare le condizioni per l’azione,

farla succedere concretamente e di utilizzarla successivamente come occasione d’apprendimento e di insight emotivo-cognitivo. Da

un punto di vista temporale il metodo prevede tre fasi:

1. Il riscaldamento


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze psicologiche della personalità e delle relazioni interpersonali
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Saruzza.96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dei gruppi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Ferruzza Emilia.

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