PSICODINAMICA DEI GRUPPI E DELLE ISTITUZIONI
INTRODUZIONE
Non esiste una sola terapia di gruppo ma si parla più spesso di terapie di gruppo, le quali si
setting
differenziano per le caratteristiche dei membri, per il della terapia, gli orientamenti, le
tecniche usate dal conduttore del gruppo, ecc. Nonostante queste differenze ogni gruppo è
meccanismi essenziali del cambiamento
caratterizzato da . L’aspetto fondamentale che rende
una terapia di gruppo efficacie è l’interazione interpersonale all’interno del “qui e ora”;
l’interazione con gli altri aiuta i membri a identificare e comprendere ciò che non va nelle loro
interazioni e li rende capaci di modificare questi modelli comportamentali maladattivi. Di
conseguenza la focalizzazione sull’interazione permette di provocare cambiamenti significativi
sul piano caratterologico e interpersonale
Storia dei gruppi
Inizialmente i gruppi erano usati come strumento per la cura, poiché si era notato che i singoli
nel gruppo funzionano meglio; ci si può confrontare con gli altri a proposito dei sintomi,
condividendo paure e bisogno, e questo fa stare meglio. L’obiettivo della psicoterapia
individuale è quello di comprendere qual è il funzionamento del singolo individuo, mentre nel
gruppo c’è più di un funzionamento da comprendere. Nella terapia di gruppo si ascolta qualcun
altro che parla di sé mentre nelle sedute individuali questo non succede. Grazie al gruppo
quindi si può imparare come funziona la mente dell’altro e di conseguenza si inizia a capire
anche la propria.
L’uso del gruppo nella “terapia” di diversi disturbi somatici e psichici è molto antico e precede
la nascita delle teorie sulla dinamica di gruppo. Molto spesso il trattamento consisteva in un
insieme di misure mediche e psicologiche collocate in un contesto religioso: Asclepéio di
Pergamo, cure dietettiche, termali ed interpretazione dei sogni. La psicoanalisi non intende
solo curare, ma anche sviluppare la conoscenza del funzionamento mentale dell’individuo
nel gruppo.
DA DIPENDENZA AD AUTONOMIA → inizialmente il singolo nel gruppo è in una condizione di
dipendenza, dipende infatti dal modo degli altri di usare il gruppo (dipende dal conduttore ad
esempio). Questa modalità viene usata anche nella vita di tutti i giorni, per esempio parlare per
poco tempo e lasciare che siano gli altri a parlare. Grazie al gruppo il singolo può diventare
consapevole di queste dinamiche osservandole negli altri e vivendole lui stesso. Nonostante
l’iniziale dipendenza, il gruppo è caratterizzato da una dimensione di INTERDIPENDENZA,
ovvero grazie al contributo degli altri anche il singolo ci guadagna qualcosa, anche se non dice
nulla.
La psicoterapia di gruppo ha origine agli inizi del ‘900 come modalità di trattamento in
ambito medico rivolto ad un ampio numero di pazienti.
J. Pratt (1905) osservò il miglioramento dei pazienti tubercolotici in termini di autostima e
fiducia in se stessi in seguito ad interventi di gruppo. Il gruppo aiutava a migliorare l’autostima
e la fiducia in sé stessi e negli altri in pazienti tubercolotici. Aiutava anche ad avere maggiore
speranza nella guarigione e una maggiore fiducia in chi si stava prendendo cura di loro. Si
sottolinea quindi l’importanza del gruppo come strumento in grado di attivare una serie di
fattori terapeutici.
Il lavoro terapeutico con i gruppi si è sviluppato secondo i principi psicoanalitici grazie al
lavoro di Foulkes, Bion e Maine, all’ospedale di Northfield, durante la seconda guerra mondiale.
“Nei gruppi a funzione analitica vi sono le condizioni per osservare l’emergenza, il
dispiegamento e lo sviluppo di un’attività mentale di gruppo che consiste nello scambio di
pensieri, di emozioni, di affetti, di fantasie, di memorie, di sogni, e di sensazioni corporee.
Laddove le delimitazioni individuali si attenuano, i confini corporei si sfumano, lo stato di
coscienza si indebolisce, sino a raggiungere livelli di “trance” leggera che facilita il
rispecchiamento reciproco negli altri e viceversa. L’esperienza di comunanza in gruppo è
specificamente legata al fatto che l’individualità delle persone a poco a poco si attenua o
addirittura si dissolve e quindi si percepisce l’insiemità in gruppo, non è tanto interessante
indagare l’oggetto indefinito, ma la relazione tra i vari oggetti che a un certo punto si
compongono in questa koinonia o in ogni caso, è interessante indagare la funzione di relazione
che mette insieme pensieri ed emozioni dei vari individui costituenti l’insiemità del gruppo”
(Corrao F., 1998).
Freud (1921) faceva riferimento alla folla ed il problema centrale era “quale legame tiene unito
il gruppo”; molti gruppi rimangono uniti grazie ad una dimensione di aggressività. Infatti, di
fronte alla paura è più facile unirsi come gruppo, poiché è in gioco la sopravvivenza di tutti. Ci
si sente maggiormente parte di un gruppo quando è presente una minaccia dall’esterno. In
ORDA ordu,
Freud centrale è il concetto di – dal tartaro che significa “tribù”, accampamento –
ha in italiano un’accezione negativa, identificando un’accozzaglia di uomini armati,
caratterizzata dalla violenza e da un accentuato disordine e mancanza di disciplina.
Bion e Foulkes rivolgono l’attenzione quasi esclusivamente a piccoli gruppi oppure a
sottogruppi di un gruppo organizzato (reparti di ospedali, reparti militari). Essi considerano il
gruppo di per sé come un tutto → Bion sposta l’attenzione sui livelli più primitivi della vita
mentalità di gruppo
mentale. Bion (1897-1979) parla di “ ” che ha la funzione di gratificare
impulsi e desideri presenti nel gruppo; il gruppo come contenitore e contenuto. Il gruppo
diviene luogo di proiezione di contenuti che l’individuo non può riconoscere e accettare come
propri. Nel gruppo si costituisce una “pelle mentale” grazie al quale il gruppo diviene un
“insieme mentale”, una “mente comune”; quando il gruppo è sintonizzato si crea un pensiero,
un’idea comune. E’ importante che chi conduce il gruppo riesca a stare sia dentro sia
distaccato dal gruppo. Secondo Bion tutti i processi terapeutici individuali, interpersonali e di
gruppo funzionano secondo il principio di contenitore/contenuto. Il modello del gruppo
contenitore-contenuto è imperniato sul meccanismo relazionale dell’identificazione
proiettiva, fondamentale per la capacità di revêrie gruppale, che consente l’attribuzione di
significato alle emozioni senza significato. La funzione di revêrie, avendo un compito
disintossicante (come la revêrie materna), conduce a cambiamenti positivi perché non solo
“significa” ma perfino “intuisce” l’esigenza del singolo e del campo gruppale di essere pensato.
Nel gruppo possono convergere i bisogni individuali e la mentalità che portano a definire una
specifica cultura di gruppo. Ogni gruppo cioè svilupperà una sua cultura, una specifica
identità e mentalità.
Per Bion nel gruppo vi è una mentalità regredita (gruppo-massa di Freud) e una mentalità
evoluta (la capacità di cooperare in vista del raggiungimento di un fine). La mentalità
primitiva corrisponde alla tendenza a dare risposte automatiche. Tanto più il gruppo funziona
secondo la mentalità primitiva, tanto più lo spazio per l’individuo è limitato ovvero il gruppo
chiede all’individuo di adeguarsi ad un pensiero collettivo. La mentalità primitiva, secondo Bion,
assunti di base
è sostenuta e pervasa da tre fantasie, che definisce “ ”; i gruppi sono
“organismi vivi”, quindi possono funzionare in una dimensione di assunti di base. Questi ultimi
rappresentano la difesa del gruppo dall’attività del gruppo. Ci sono infatti dei momenti di
interruzione nell’attività di gruppo, il che vuol dire che c’è uno o più meccanismi di difesa che
bloccano:
1. Dipendenza: segreta ed inconsapevole convinzione che il gruppo si è riunito affinché
qualcuno, da cui dipendere completamente, provveda a soddisfare tutte le necessità e
desideri. Un tipico rapporto di dipendenza è quello tra madre-bambino o tra fedeli-
chiesa; ci sono situazioni in cu si aspetta una dipendenza, che in alcune fasi di vita è
fisiologica. Quando però si manifesta nel gruppo rappresenta un limite, limita il
funzionamento del gruppo il quale dovrebbe usare le proprie risorse personali per far
funzionare il gruppo stesso. La dipendenza nel gruppo rappresenta una sorta di
aggressione passiva, un non coinvolgimento, e anche una forma di regressione; un
esempio di espressione di dipendenza all’interno del gruppo è quando tutti stanno in
silenzio e dipendono da chi conduce. Quando la dipendenza dei membri è eccessiva può
arrivare a bloccare il conduttore del gruppo, il quale può sentirsi in ansia e frustrato. I
silenzi rappresentano spesso un attacco del gruppo al lavoro di gruppo stesso, ma aiuta il
conducente a riflettere e a capire cosa ha portato a quel silenzio, a quel blocco, a quella
difesa. Deve capire cosa è successo di pericoloso e da che cosa il gruppo si sta
difendendo.
2. Attacco-fuga: è dominante la fantasia che esista un nemico, che è necessario attaccare
o da cui fuggire. Fa pensare ad un esercito che attacca il nemico o fugge dal nemico; la
differenza è che se ci sentiamo più forti dell’avversario sentiamo che possiamo attaccare
(l’altro visto come più fragile), mentre se sento che l’altro ha più potere si tende a
fuggire. La fuga ha il fine del salvarsi la vita, a volte fuggire è l’unico modo per salvarsi.
Ci sono situazioni in cui è adattivo e normale attaccare o fuggire. E’ un meccanismo di
difesa del gruppo perché il pericolo è rappresentato da ciò che in realtà aiuterebbe il
gruppo. C’è una fantasia che c’è qualcosa di nemico da cui bisogna fuggire (movimento
passivo, ad esempio non parlare) oppure che bisogna attaccare (movimento aggressivo
attivo, ad esempio un membro attacca il conduttore o un altro membro). La fuga è una
fuga dal partecipare all’attività del gruppo, ovvero il lavoro per cui il gruppo si è trovato
insieme.
3. Accoppiamento: vi è la credenza collettiva inconscia che, qualunque problema e
necessità del gruppo, saranno risolti da un avvenimento futuro: la nascita di un figlio,
che sarà il salvatore. E’ un’attesa caratterizzata da desiderio e speranza che arrivi
qualcosa o qualcuno che salverà tutti da quella situazione, quindi non è un’attesa
completamente passiva. Significare delegare a qualcun altro la salvezza del gruppo. C’è
la speranza che chi conduce il gruppo (= funzione paterna) e il gruppo come contenitore
(= funzione materna) insieme nella fase di accoppiamento risolveranno il problema,
quindi che il gruppo diventi un gruppo generativo. Questo assunto di base può diventare
uno strumento di lavoro se tutti contribuiscono nel lavoro di gruppo per generare insieme
un pensiero nuovo, una soluzione.
Gruppo e intersoggettività
Stern (2004): ha cercato di ripensare l’intersoggettività nei gruppi alla luce della teoria del
mirroring, considerandola un sistema motivazionale fondamentale sostenuto dal bisogno di
leggere le intenzioni e i sentimenti degli altri e dal bisogno di definire, mantenere o ristabilire il
proprio senso di identità e coesione. La necessità di sapere dove ci troviamo nel campo
intersoggettivo individuale, familiare o gruppale è un processo vitale che mobilita
continuamente il comportamento del soggetto. Il sistema motivazionale intersoggettivo regola
la dicotomia tra appartenenza e isolamento, differenziandosi dal sistema dell’attaccamento che
media tra i poli della distanza e della curiosità-esplorazione.
Kaes (2007): l’intersoggettività è la struttura dinamica dello spazio psichico tra due o più
soggetti, formati e legati fra loro dai reciproci assoggettamenti, strutturanti o alienanti.
L’intersoggettività individua cioè l’esperienza e lo spazio della realtà psichica che si definisce
attraverso i rapporti dei soggetti in quanto soggetti dell’inconscio. Egli afferma che una parte
del soggetto è “fuori del soggetto”, che le sue formazioni inconsce sono spostate, esportate e
depositate in luoghi psichici che il gruppo predispone e il soggetto utilizza. L’inconscio quindi
non è interamente contenuto nei confini dello spazio psichico individuale, ma anche nello
spazio psichico del legame, nello spazio intersoggettivo. Kaes quindi è interessato
principalmente alla dimensione inconscia dell’intersoggettività.
Nella psicoterapia di gruppo prevale quindi l’atteggiamento di salvaguardare l’autonomia e i
diritti di ogni persona con la costante attenzione alla storia di ciascun individuo e alla sua
attuale esperienza nel gruppo. L’aspetto di totalità del gruppo viene invece ricondotto al
concetto di Sé di gruppo, che raccoglie il progetto, le ambizioni e gli ideali di una particolare
comunità terapeutica. In questa ottica lo stesso concetto di empatia viene a identificarsi con
l’empatia per questo progetto, con il gruppo in quanto progetto. Tale visione implica quindi una
grande attenzione alla composizione del gruppo, alla capacità di tutti i membri di assumere una
posizione empatica.
Il transfert nel gruppo
Bejerano (1972), individua quattro oggetti transferali:
1. Lo psicoterapeuta del gruppo (transfert centrale) che funziona da imago paterna: a livelli
arcaici (Super-Io come padre crudele dell’orda) o a livello edipico (Super-Io come e ideale
dell’Io);
2. Il gruppo che funziona come imago materna (livello edipico) e ancor più come madre
arcaica (l’Orda);
3. Gli altri (transfert laterali) quali imago fraterne;
4. Il mondo esterno, quale luogo di proiezione della distruttività individuale (Thanatos), ma
anche dell’Eros (speranza di un mondo migliore).
Questi “strumenti” dovrebbero servire al per individuare lo stato affettivo del gruppo e le
fantasie che sono presenti. Ad esempio se il gruppo è irrequieto e protesta è una richiesta di
vicinanza e calore? (imago materna) o è la rivendicazione di una maggiore libertà di pensiero?
(Transfert edipico o paterno).
Per Foulkes (1898-1976) la spinta primaria è l’appartenenza: “il gruppo come tutto non è un
modo di dire, è un organismo vivente, a prescindere dagli organismi che lo compongono. Esso
ha umori e reazioni, uno spirito, un’atmosfera, un clima”. “A questo proposito parliamo anche di
matrice, di rete di comunicazione, non solo in senso interpersonale, ma propriamente trans-
personale e sovra-personale”. Ogni nodo può essere immaginato come una persona, che è
collegata tramite un legame (una relazione) alle altre persone ed alla rete nel complesso.
Lavorare con il gruppo favorisce: outsight”.
- Il senso di comunità, legame e “ Può capitare che l’altro ha un “inside” su di sé
e questo aiuta anche gli altri membri ad avere un cambiamento, grazie all’aver visto
nell’altro una trasformazione
- La capacità di tollerare emozioni intense. Nel gruppo si amplificano le emozioni, sia
positive che negative. Quando si lavora con i gruppi è necessario che si generino questi
affetti per poter muovere il gruppo
- La capacità di riconoscere e mentalizzare i sentimenti, dare parola agli affetti
- La comprensione della differenza. I gruppi ci aiutano a lavorare con lo straniero che è in
noi, prima si sente l’altro molto diverso e distante, ma poi nell’altro si riconosceranno
cose proprie, che fanno sentire l’altro estraneo più vicino e simpatico; l’altro viene
riconosciuto come qualcosa di proprio con cui non si riesce ad entrare in contatto
Condurre un gruppo può comportare il sentirsi esposti (vissuti paranoici). Nei gruppi ci si
sintonizza con qualcosa che corrisponde a qualcosa di interno; inizialmente quando si lavora
con i gruppi non bisogna farlo da soli.
Essere in un gruppo implica un atto. L’atto dell’entrare nel gruppo equivale a superare una
soglia fisica, temporale, psicologica. Quando entro in un gruppo varco un CONFINE. Chi entra
in un gruppo dall’esterno sente di star interrompendo qualcosa che è in atto, genera
un’interruzione. Interrompe sia un esercizio mentale che fisico. Nel gruppo di psicoterapia c’è
un “autosvelamento” e se entra qualcuno dall’esterno è disturbante, se entra qualcuno ci
sentiamo in imbarazzo perché si condividono cose intime. Il conduttore deve mettere delle
regole per quanto riguarda il confine, deve inoltre “sedurre”, ovvero attirare a sé le persone
rispetto al lavoro che si sta facendo, bisogna far sentire alle persone che la puntualità/ritardo
hanno a che fare con loro. Bisogna chiarire fin da subito le regole del setting (rischio che il
ritardo entri a far parte della cultura di gruppo).
La soglia definisce l’appartenenza al gruppo, solo
successivamente si parla di coesione; la differenza tra i
due concetti equivale a quella tra alleanza di lavoro, ovvero
una consultazione e alleanza terapeutica, che significa
lavorare insieme sulla base di un rapporto di fiducia.
Inizialmente si può varcare la soglia in entrambe le direzioni. All’interno di un confine ci sono
diversi confini: es. il confine istituzionale. Bisogna tenere conto dell’istituzione in cui si
conduce il gruppo; in
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