Capitolo 1: Fattori di malattie e difese
Con Bion possiamo pensare che ogni mente alla nascita abbia bisogno di un’altra mente per potersi sviluppare. Questo sviluppo avviene attraverso un gioco di proiezioni e introiezioni. Angosce e sensorialità primitive vengono evacuate nella mente della madre (identificazione proiettiva) e poi, “trattate e bonificate” dalla funzione α materna, vengono ridate al bambino trasformate in elementi figurabili (elementi α) assieme al metodo per trattarli (funzione α).
La primitiva proiezione del bambino di angosce e sensorialità evacuate necessita di un’accoglienza, di una trasformazione, di una restituzione che comporti anche le “istruzioni” per lo sviluppo di tale “fattore sconosciuto”, che è capace di trasformare elementi β in α. Quando questo processo si svolge in modo sufficientemente normale, progressivamente tale funzione α diventa operativa nella mente del bambino.
Da questo momento in poi, e sempre di più nelle situazioni “non di emergenza”, il sistema funziona così: protoemozioni, protosensorialità, in una parola elementi β, vengono trasformati dalla funzione α del bambino in elementi α grazie al buon funzionamento di quest’incognita (funzione α) introiettata. L’elemento α è l’elemento protovisivo del pensiero che indica l’avvenuta trasformazione di ciò che urgeva come β in sangue. Elementi α vengono formati di continuo e costituiscono i mattoncini del pensiero onirico della veglia, cioè della matrice protovisiva che continuamente “filma” sensazioni, sensorialità, facendone immagini non direttamente conoscibili.
I “derivanti narrativi” di tale pensiero onirico della veglia fungono da “carriers” verso il conoscibile, grazie a quelle operazioni di tessitura narrativa che hanno a che fare con lo sviluppo di ♀ (contenitore) attraverso esperienze ripetute di micro-essere all’unisono, di ♂ (contenuto) che trova possibilità di esistere se trova un ♀ elastico e disponibile; e ancora lo sviluppo delle “capacità negative” (CN) e di tenuta rispetto a PS (posizione schizoparanoide) e del “fatto prescelto” (FP) e di D (posizione depressiva), ovvero della capacità di lutto sempre operata attraverso l’incontro con la capacità di lutto (presenza del terzo) nella mente dell’altro.
Tipi di patologie
In base a questo schema non è difficile distinguere due loci di patologia:
- Severa patologia da carenza di funzione α
- Non adeguato sviluppo di ♂♀, PS↔D, CN↔FP
In tutte le patologie del primo tipo vi è una difettualità originaria della formazione del pittogramma visivo, sino al mancato formarsi della stessa “mente”. Per intenderci è come se mancasse “la pellicola” e di conseguenza mancassero i fotogrammi di base per il film. Nelle patologie del secondo tipo, si ha la formazione di “elementi α” sebbene siano difettuali gli apparati che su questi devono lavorare.
Ma vi è un’altra possibilità oltre a questi due tipi di patologia, quella cioè che vi sia una quantità di stimolazioni sensoriali, etero-propriopercettive che superano la capacità della funzione α di formazione di elementi α: sono le situazioni “traumatiche”, nel senso che ci si trova in presenza di maggiori stimolazioni (elementi β) di quante possano essere trasformate in α e rese pensabili. Quindi patologie di tipo (c) da accumulo da trauma, ove è traumatica ogni situazione che determini più elementi β di quanti possano essere trasformati in α e poi trattati e tessuti in emozioni e pensieri.
Quando vi è un eccesso di elementi β, rispetto a quanti possano essere metabolizzati, intervengono i vari meccanismi di difesa per farvi fronte. Il primo meccanismo di difesa è la formazione stessa di indigeriti (elementi β parzialmente trattati vengono conservati a zolle) in attesa che una funzione α possa essere fattore di trasformazione: sono quelli che ho chiamato elementi balfa, ovvero fattori di transfert. Gli altri meccanismi di difesa ci sono noti, per esempio:
- La scissione (la quota non trattabile di β viene scissa e proiettata via);
- Il diniego;
- La negazione;
- I disturbi psicosomatici;
- Le allucinazioni;
- Gli agiti caratteropatici;
- Le perversioni;
- Lo smantellamento della mente;
- Il narcisismo, ecc.
Il significato comune a tutte le difese è quello di consentire una gestione, in situazioni normali o fallimentari, delle quote in esubero di elementi β. Un piccolo inciso riguarda la considerazione che come specie viviamo in continuo esubero di elementi β, e che anche socialmente vengono elaborate strategie per evacuare, scindere, ipercontrollare, fobicizzare quelle quote di protoemozioni e protosensorialità che non siamo capaci di trasformare in “poesia della mente”, cioè in pensieri, emozioni e affetti.
Naturalmente l’insieme dei meccanismi di difesa è utilizzato da noi tutti in continuazione, ed essi diventano patologici quando “prendono stabilmente” il posto di un funzionamento mentalmente duttile. Se da un certo punto di vista essi sono fonte di patologia, dall’altro sono pur sempre una soluzione riuscita rispetto a catastrofi mentali ancora più gravi, con allagamento o disfunzione totale della mente o anche delle stesse potenzialità del mentale.
Allo stesso modo vi sono trattamenti analitici di tipo (c), con pazienti a funzione α integra, ad apparato per pensare i pensieri integro con eccesso di “fatti indigeriti” generatori di transfert e di identificazioni proiettive, in attesa che l’analista collabori al lavoro di significazione e risignificazione. Sono questi i pazienti che rientrano nella ristretta categoria dei pazienti analizzabili secondo i criteri classici: pazienti che tollerano le interpretazioni classiche perché hanno un posto “dove” metterle e sanno “come” elaborarle, risultandone arricchiti.
Vi sono trattamenti analitici di tipo (b) nei quali, ancor prima che sui contenuti indigeriti, c’è da lavorare su funzioni mentali carenti: carenza di ♀, carenza delle oscillazioni PS↔D ecc. Sono patologie borderline, narcisistiche in cui c’è una funzione α adeguata ma i cui prodotti non sono poi gestibili, l’interpretazione classica genera spesso più persecuzione che crescita, manca il luogo in cui tenerla e il “modo” di utilizzarla.
Vi sono poi trattamenti analitici di tipo (a); si tratta di quelle analisi di ricerca in cui c’è una significativa difettualità della funzione α, in cui c’è da “rifare” (in questo caso fare per la prima volta) quel lavoro β→α, attraverso la trasformazione di “quanti discreti” di β in singoli elementi α, che consenta la formazione dei singoli elementi α e l’introiezione del metodo per fare ciò. Le interpretazioni classiche, o le elaborazioni sono in questi casi solo stimoli ulteriori di sensorialità che causano evacuazione, come dice lo stesso Bion quando afferma che anche i “pensieri” possono essere evacuati come elementi β, se manca una capacità recettoriale (esempio del bambino autistico).
Un’osservazione a latere riguarda il cosiddetto “istinto di morte”, che considererei esistente ma nel senso di un lascito transgenerazionale di ammassi di elementi β che non hanno potuto essere trasformati ed elaborati. In altre parole, non credo che esista un istinto di morte in quanto tale, ma quote transgenerazionali di elementi β che eccedono la capacità attuale della nostra specie di elaborarle. Quando le cose vanno bene, chiamiamo questo accumulo parte psicotica della personalità, che condividiamo, ciascuno di noi, con tutto il genere umano; altrimenti lo chiamiamo distruttività, o istinto di morte: laddove è, a mio avviso, solamente il residuo rispetto ciò che è stato possibile elaborare in pensiero, ma solo per una questione quantitativa: la nostra capacità di mentalizzare è ancora inferiore rispetto alle necessità e lo “scarto” rimane attivo, preme e spesso ci determina ad agiti di violenza, malattie psicosomatiche o psichiche.
Un altro concetto da riconsiderare, per essere “all’unisono” con il paziente, è quello di “onnipotenza”, con la quale si eserciti ad esempio un controllo, o un tentativo di controllo assoluto sull’oggetto; io sottolineerei “la necessità” per il paziente di tale stile di relazione, che trova due principali motivi di essere:
- Situazioni in cui il controllo totale sul mondo e nelle relazioni serve a ridurre al minimo le afferenze sensoriali e protoemotive di fronte a una funzione α deficitaria (è il caso del “controllo” di tipo autistico): cioè il controllo serve ad evitare l’accendersi di stati protoemotivi (precursori di emozioni) che non sarebbero gestibili;
- Le situazioni in cui dietro la gelosia, al bisogno di possesso, c’è una sorta di “sindrome del naufrago”: ovvero a causa di fallimenti relazionali precoci c’è un forte bisogno dell’oggetto, esattamente come un naufrago che non sappia nuotare ha bisogno della tavola cui stare aggrappato.
In una situazione del primo tipo, avremo un paziente che non tollera il minimo cambiamento, che tiene tutto l’ambiente, anche quello inanimato, “sotto controllo” e tiranneggia tutti perché non ci siano cambiamenti, che sarebbero fonte di protostimoli che non saprebbe come gestire. In una situazione del secondo tipo, avremo un paziente che esercita un controllo possessivo e geloso per l’angoscia di “sprofondare”, di annegare se non è aggrappato all’oggetto.
Anche rispetto al concetto di “frustrazione” c’è qualcosa da chiarire. Possiamo prendere ad esempio il “no”, il problema non è tanto il lutto che questo comporta, il problema centrale è che la “frustrazione” comporta un cambiamento di stato della mente, con un accendersi di sensorialità e protoemozioni: se non c’è una sufficiente funzione α, allora si crea più turbolenza di quanto se ne possa gestire e questa turbolenza, che non può essere “pittografata in elementi α”, diviene fonte di malessere, che può essere alleggerito o con l’evacuazione o, nel migliore dei casi, con successive “ruminazioni mentali”.
Anche rispetto alla violenza contro sé stessi userei il criterio di considerare le difese, comunque, come il male minore. La scissione per esempio è una violenza contro sé stessi, ma spesso scindere parti che non si sa come gestire è l’unico modo per sopravvivere e se questo vale per le mutilazioni di parti del Sé, credo che allo stesso modo valga, in assenza di un’adeguata capacità di mentalizzazione, per molte forme di automutilazione o di autodanneggiamento.
Origini del trauma e ruolo della psicoanalisi
Spesso la genesi della sofferenza psichica deriva dal trauma della disponibilità/indisponibilità o meglio del gradiente di disponibilità nella mente dell’altro, unitamente al tipo e alla qualità di emozioni presenti, di cui è soffusa la mente dell’altro. Se la mente dell’analista è ingombra di emozioni “altre” rispetto a quelle che il paziente si attende, allora tale incontro, nel quale manca la “realizzazione”, diviene traumatico, anche se non c’è una indisponibilità o rifiuto, ma un semplice mancato “aggancio” tra la preconcezione (l’attesa) e ciò che si verifica (la realizzazione).
Il trauma di cui si occupa la psicoanalisi è il più delle volte un micro-traumatismo (spesso ripetuto) della mancata corrispondenza tra attesa e realizzazione; la situazione analitica consente il riproporsi di tale situazione in presenza di qualcuno col quale “vedere” e “riparare” il guasto originario. Guasto originario che può avere anche danneggiato lo sviluppo delle attrezzature del pensare o addirittura delle attrezzature per formare le sottounità visive del pensiero stesso. Naturalmente, si pone in modo forte il problema dei modelli psicoanalitici e della teoria della tecnica che ne consegue.
In un’ottica di campo, abbiamo a che fare con quanto avviene seduta: con narrazioni, narremi, protoemozioni, sensorialità e con l’attrezzatura per elaborare e gestire tutto ciò. Il fine dell’analisi è quello di far sviluppare nel paziente le “potenzialità” della mente iscritte come preconcezioni della specie, ma che necessitano dell’adeguata realizzazione attraverso l’incontro con la mente dell’altro. Il punto centrale diviene come funziona/disfunziona la mente del paziente, come funziona/disfunziona la mente dell’analista, come funziona/disfunziona la relazione con l’incontro delle due menti dà avvio in modo da consentire sviluppo o in modo da produrre involuzione.
Una volta che la capacità di formare pittogrammi (immagini visive) e di tesserli in sottounità narrative, attraverso i derivati di essi, sarà sviluppata, allora ci si potrà dedicare ai contenuti, ma questo, il più delle volte, deve solo essere avviato dall’analisi, poi il paziente continuerà da sé il lavoro. È come se si ponesse il problema di pulire della biancheria: è fondamentale che ci sia l’energia elettrica (funzione α), è necessario che la lavatrice funzionante (apparato per pensare i pensieri), il resto può essere fatto anche senza il tecnico delle lavatrici e senza l’elettricista. Per l’attualità della relazione vale la stessa cosa: se portassimo dal tecnico una macchina fotografica che fa brutte fotografie, sarebbe irrilevante lavorare sulle fotografie mal riuscite, o rintracciare persone e paesaggi fotografati per inferire il grado di distorsione. Sarebbe più sensato riparare il meccanismo della macchina fotografica stessa.
Una riflessione merita il funzionamento mentale dell’analista relativamente a tutte le operazioni “non interpretative” che egli compie: l’interpretazione, satura o insatura che sia, è l’ultimo atto di una serie di processi trasformativi e di ricerca del senso. Nei gruppi di supervisione di casi clinici mi trovo sempre di più a capovolgere l’assunto “rifletti prima di parlare” in “parla prima di riflettere”, in quanto ciò consente di entrare in contatto con il funzionamento onirico della mente, che è capace di creare molti più nessi e sensi di qualsiasi ragionamento. In fondo ci è richiesto di trovare un senso nuovo, originale a dei fatti di per sé muti.
A questo punto merita alcune riflessioni un tema che è divenuto sempre più significativo, cioè quello dell’analista come persona. In un’ottica di campo, è già nelle formulazioni non certo sofisticate come quelle di oggi, la presenza della costellazione delle angosce/difese dell’analista “co-struttura” il campo assieme al paziente. Ciò che oggi vorrei focalizzare è come entri in gioco il funzionamento mentale dell’analista giorno per giorno: il modo di funzionare dell’analista in seduta, con maggiore o minore recettività, con maggiore o minore rêverie, con maggiore o minore competenza narrativa, co-determina infatti la seduta stessa. E se da un certo punto di vista il “disfunzionamento” mentale dell’analista è un fatto doloroso, per il paziente, dall’altro, è una preziosa e inesauribile fonte di informazione sulle modalità di accoppiamento tra le menti e su come tutto ciò venga costantemente rinarrato dal paziente. Bisogna essere consapevoli che la nostra mente è una variabile del campo e che il paziente può aiutarci, il più delle volte a sua insaputa, a segnalarci una nostra “esondazione”, un “nostro malessere” di cui non possiamo non farci responsabili; il che significa lavorare con stessi per ritrovare, il prima possibile, il nostro assetto abituale.
Attraverso il lavoro di supervisione, mi sono sempre più convinto che quanto più un’analista è abituato da un ideale dell’Io, o meglio un Super-Io analitico, molto esigente, tanto più non riesce a porsi al servizio del paziente tollerandone le difese, le capacità assuntive cogliendone le segnalazioni, ma si pone come un “crociato” della supposta verità di cui è detentore, “unto” da questa o da quella teorizzazione psicoanalitica, di solito molto ortodossa, con la quale si accoppia in una sorta scena primaria orgiastica e compiaciuta: il paziente, se non sta al gioco, è un paziente che si difende, che resiste, che attacca, che è invidioso, che è inidoneo all’analisi. Non è infrequente che giovani, o anche meno giovani analisti, siano abituati da questo sacro furore e che ci sia molto lavoro da fare per riportarli a un ascolto modesto, attento, rispettoso, senza memoria e desiderio, di quanto il paziente propone, e soprattutto senza timore che la creatività di cui talvolta ci può essere bisogno sia una eterodossia colpevole.
Capitolo 2: Cultura della rêverie e cultura dell’evacuazione
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