Fattori di malattia e difese
Con Bion possiamo pensare che ogni mente alla nascita abbia bisogno di un’altra per potersi sviluppare. Questo sviluppo avviene attraverso un gioco di proiezioni e introiezioni. Angosce e sensorialità primitive vengono evacuate nella mente della madre (identificazione proiettiva), e poi trattate e bonificate dalle funzione alfa materna, vengono ridate al bambino sotto forma di elementi figurabili, elementi alfa, assieme al metodo per trattarli (funzione alfa).
Quando questo processo si svolge in modo sufficientemente normale, più e più volte, progressivamente tale funzione alfa diventa operativa nella mente del bambino. Da questo momento in poi, e sempre di più nelle situazioni di non emergenza, il sistema funziona così: protoemozioni, protosensorialità, in una parola elementi beta, vengono trasformati dalla funzione alfa del bambino in elementi alfa grazie al buon funzionamento della funzione alfa introiettata. Elementi alfa vengono formati di continuo e costituiscono i mattoncini del pensiero onirico della veglia, cioè della matrice protovisiva che continuamente filma sensazioni e sensorialità facendone immagini non direttamente conoscibili.
Questo film protovisivo (sequenza di elementi alfa) prodotto dalla funzione alfa, necessita di ulteriori operazioni per arrivare allo stato di pensiero e di immagine narrativa e quindi di discorso interno o condivisibile. I derivati narrativi di tale pensiero onirico della veglia fungono da carriers (vettori) verso il conoscibile, grazie a quelle operazioni di tessitura narrativa che hanno che fare con lo sviluppo del contenitore e del contenuto, in un arco di possibilità che spazia dagli sfilacciamenti narrativi della posizione schizoide alle trame definite della posizione depressiva, e al gioco tra capacità negativa e fatto prescelto.
Questo secondo livello implica un secondo sviluppo, sempre successivo a una relazione sufficientemente buona, di qualità mentali più elaborate. In base a questo schema possiamo distinguere tre loci di patologia:
- Severa patologia da carenza di funzione alfa: In tutte le patologie di tipo a vi è una difettualità originaria della formazione del pittogramma visivo, sino al mancato formarsi della stessa mente.
- Patologia da non adeguato sviluppo di contenitore/contenuto; oscillazione tra posizione schizoparanoide e posizione depressiva; (oscillazione) tra capacità negative e fatto prescelto: Nelle patologie di tipo b si ha la formazione di elementi alfa, sebbene siano difettuali gli apparati che su questi devono lavorare.
- Patologie in cui vi è una quantità di stimolazioni sensoriali ed estero-propriocettive che superano la capacità della funzione alfa di formare elementi alfa: sono le situazioni traumatiche nel senso che ci si ritrova in presenza di maggiori stimolazioni (elementi beta) di quante possano essere trasformate in alfa e rese pensabili. Si tratta di patologie di tipo c da accumulo, da trauma. Naturalmente esistono infinite combinatore tra a, b e c.
Quando vi è un eccesso di elementi beta rispetto a quanti possono essere metabolizzati, intervengono i vari meccanismi di difesa per farvi fronte. Il primo meccanismo di difesa è la formazione stessa di fatti indigeriti, cioè elementi beta parzialmente trattati che vengono conservati a zolle, in attesa che una funzione alfa possa essere fattore di trasformazione; sono quelli che Ferro chiama BALFA, ovvero fattori di transfert. Gli altri meccanismi di difesa sono ad esempio: la scissione, il diniego, la negazione, i disturbi psicosomatici, le allucinazioni, gli agiti caratteropatici, le perversioni, lo smantellamento della mente e il narcisismo.
Ad esempio il nucleo duro del narcisismo corrisponde ad un agglomerato di elementi BALFA compattati. Il significato comune a tutte le difese è quello di consentire una gestione, in situazioni normali o fallimentari, delle quote in esubero di elementi beta. Come specie viviamo in costante esubero di elementi beta, e anche socialmente vengono elaborate strategie per evacuare, scindere, ipercontrollare, fobicizzare quelle quote di protoemozioni e protosensorialità che non siamo capaci di trasformare in pensieri, emozioni, affetti. Secondo Ferro, le guerre, le sopraffazioni, il razzismo sono alcuni di questi meccanismi.
Naturale che l’insieme dei meccanismi di difesa siano utilizzati da noi tutti continuamente, ed essi diventano patologici quando prendono stabilmente il posto di un funzionamento mentale duttile. Se da un certo punto di vista essi sono fonte di patologia, dall’altro sono pur sempre una soluzione riuscita rispetto a catastrofi mentali ancora più gravi, con allagamento o disfunzione mentale della mente.
Vi sono trattamenti analitici di tipo c con pazienti a funzione alfa integra, ad apparato per pensare i pensieri integro con eccesso di fatti indigeriti generatori di transfert e di identificazioni proiettive, in attesa che l’analista collabori al lavoro di significazione e risignificazione. Sono questi i pazienti che rientrano tra quelli analizzabili secondo i criteri classici: pazienti che tollerano le interpretazioni classiche perché hanno un posto dove metterle e sanno come elaborarle.
Vi sono trattamenti di tipo b in cui, ancora prima che sui contenuti indigeriti c’è da lavorare su funzioni mentali carenti: carenza del contenitore, carenza nelle oscillazioni tra posizione schizoparanoide e posizione depressiva ecc. Sono patologie borderline, narcisistiche in cui vi è una funzione alfa adeguata ma i cui prodotti non sono poi gestibili; l’interpretazione classica genera spesso più persecuzione che crescita, manca il luogo in cui tenerla e il modo di utilizzarla.
Vi sono poi trattamenti analitici di tipo a; si tratta di quelle analisi di ricerca in cui vi è una significativa difettualità della funzione alfa, in cui c’è da fare per la prima volta quel lavoro da elementi beta ad elementi alfa, che consenta la formazione dei singoli elementi alfa e l’introiezione del metodo per fare ciò. Le interpretazioni classiche o le interpretazioni elaborate sono in questi casi solo stimoli ulteriori di sensorialità che causano evacuazione.
Ferro fa un’osservazione riguardo l’istinto di morte, e afferma che lo considererebbe esistente ma nel senso di un lascito transgenerazionale di ammasso di elementi beta che non hanno potuto essere trasformati ed elaborati. In altre parole non crede che esista un istinto di morte in quanto tale, ma quote transgenerazionali di elementi beta che eccedono la capacità attuale della nostra mente di elaborarle. Quando le cose vanno bene chiamiamo questo accumulo parte psicotica della personalità, che condividiamo con tutto il genere umano; altrimenti lo chiamiamo distruttività o istinto di morte, laddove la capacità di mentalizzare è ancora inferiore rispetto alle necessità e lo scarto rimane attivo, preme e spesso determina agiti di violenza, malattie psicosomatiche o psicotiche.
Controllo e onnipotenza
Un altro concetto da riconsiderare per essere all’unisono con il paziente, è quello di onnipotenza, con la quale si eserciti ad esempio un controllo o un tentativo di controllo assoluto sull’oggetto. La necessità per il paziente di tale stile di relazione, trova due principali motivi di essere:
- Le situazioni in cui il controllo totale sul mondo e nelle relazioni serve a ridurre al minimo le afferenze sensoriali e protoemotive di fronte ad una funzione alfa deficitaria, cioè il controllo serve ad evitare l’accendersi di stati protoemotivi che non sarebbero gestibili
- Le situazioni in cui dietro alla gelosia, al bisogno di successo, c’è una sorta di sindrome del naufrago: ovvero a causa di fallimenti relazionali precoci c’è un forte bisogno dell’oggetto, esattamente come un naufrago che non sapendo nuotare ha bisogno della tavola per stare aggrappato
Il paziente del primo tipo non tollera alcun cambiamento; tiene tutto l’ambiente sotto controllo perché non ci siano cambiamenti, che sarebbero fonte di protostimoli che non saprebbe come gestire. In una situazione del secondo tipo avremmo un paziente che esercita un controllo possessivo e geloso per l’angoscia di sprofondare, se non è aggrappato all’oggetto.
È dalla difesa che dobbiamo partire per trovare altre strategie per salvare la mente, meno sacrificanti del Sé, del mondo interno e del corpo. Spesso la genesi della sofferenza psichica deriva dal trauma della disponibilità-indisponibilità o meglio del gradiente di disponibilità della mente dell’altro. Se la mente dell’analista è ingombra da emozioni altre rispetto a quelle che il paziente si attende, allora tale incontro diviene traumatico anche se non c’è indisponibilità o rifiuto, ma un semplice mancato aggancio tra la preconcessione (l’attesa) e ciò che si verifica (la realizzazione).
La mancata risposta, il non trovare l’aggancio, in tal caso è una ferita ma sembra essere anche una frustrazione capace di sciogliere qualcosa che era rimasto congelato e non narrabile. Il trauma di cui si occupa la psicoanalisi è il più delle volte questo micro-traumatismo, spesso ripetuto, della mancata corrispondenza tra attesa e realizzazione; la situazione analitica consente il riproporsi di tale situazione in presenza di qualcuno col quale vedere e riparare il guasto originario. Guasto originario che può avere anche danneggiato lo sviluppo delle attrezzature per pensare o addirittura delle attrezzature per formare le sottounità visive del pensiero stesso.
Interpretazione e modelli psicoanalitici
Inoltre si pone in modo forte il problema dei modelli psicoanalitici e della teoria della tecnica che ne consegue.
- Ci si potrebbe porre di fronte ad una stessa comunicazione, intendendola come una scena manifesta di una conflittualità edipica, e quindi interpretarla in tal senso.
- O ancora, si potrebbe cogliere l’emozione presente, e riconoscere quindi l’evento traumatico, le emozioni che questo ha generato, rimanendo sul testo manifesto del paziente. In quest’ottica più che ai contenuti storici o fantasmatici, l’attenzione viene posta su come sviluppare la capacità di trasformazione/contenimento del paziente attraverso l’esperienza di micro-essere all’unisono. Se partiamo dal significato relazionalmente e attualmente più significativo, questo poi dovrà innestarsi con le fantasmatizzazioni e la storia del paziente. Le fantasmatizzazioni trattate e metabolizzate nell’hic e nunc subiranno trasformazioni che andranno ad abitare mondo interno e storia in modo nuovo.
- In un’ottica di campo abbiamo a che fare con quanto avviene in seduta. Il fine dell’analisi è quello di permettere al paziente di sviluppare le potenzialità della mente che necessitano della realizzazione attraverso l’incontro con la mente dell’altro. Una volta che la capacità di formare pittogrammi sarà sviluppata, allora ci si potrà dedicare ai contenuti, ma generalmente questo deve essere solo avviato dall’analisi, poi il paziente continuerà da sé il lavoro. In quest’ottica, l’interpretazione satura o insatura che sia, è l’ultimo atto di una serie di processi trasformativi e ricerca del senso.
In un’ottica di campo la presenza della costellazione delle angosce/difese dell’analista co-struttura il campo (Baranger) assieme al paziente. Il funzionamento mentale dell’analista entra in campo giorno per giorno, attraverso il modo di funzionare in seduta, con maggiore o minore recettività, con maggiore o minore reverie, con maggiore o minore competenza narrativa, e tutto ciò co-determina la seduta stessa. E se da un certo punto di vista il disfunzionamento mentale dell’analista è un fatto doloroso, per il paziente, dall’altro è una preziosa e inesauribile fonte di informazione sulle modalità di accoppiamento tra elementi.
La mente dell’analista è una variabile del campo, e il paziente ancora una volta miglior collega dell’analista, può aiutarlo il più delle volte a sua insaputa, a segnalargli un malessere, un’esondazione di cui l’analista è responsabile; questo significa, da parte dell’analista, lavorare con sé stesso per ritrovare il prima possibile il proprio assetto abituale. Secondo Ferro, quanto più un analista è abitato da un Ideale dell’Io o meglio da un Super-io analitico, molto esigente, tanto più non riesce a porsi al servizio del paziente tollerandone le difese, ma si pone come un crociato della supposta verità di cui è detentore. Non è infrequente che giovani, o anche meno giovani analisti, siano abitati da questo furore e che ci sia molto lavoro da fare per riportarli ad un ascolto, modesto, rispettoso, senza memoria e desiderio, di quanto il paziente propone, e soprattutto senza timore che la creatività di cui talvolta ci può essere bisogno sia un’eterodossia colpevole. Ferro ritiene che non è un caso che siano spesso gli analisti di bambini i più capaci di trasgressioni creative perché i piccoli pazienti sono refrattari ad ogni ammaestramento.
Cultura della reverie e cultura dell’evacuazione
Ferro parla di Lorenzo, un bambino di otto anni che mangia solamente cibi liquidi ed è estremamente inibito a scuola. Non ha amici e alla mamma chiede continuamente “perché” su ogni cosa. La madre di Lorenzo ha avuto due lutti in rapida successione: sono morti il padre (il bimbo aveva 2 anni) e il marito (1 anno). Da allora vive in una situazione depressiva intensa, pur avendo con fatica continuato il proprio lavoro per necessità economiche.
Dai disegni di Lorenzo è subito chiaro il suo dramma: una mamma depressa è come una casa triste e buia, nella quale non c’è forse neanche la possibilità di trovare la porta, di entrare. I bisogni protoemozionali del bambino, ovvero le identificazioni proiettive, cozzano contro una mente chiusa in cui la disponibilità è solo apparente: tale è la depressione. Se le identificazioni proiettive non trovano uno spazio di accoglienza e trasformazione e cozzano contro una reverie negativa, tornano indietro ingigantite. Trovare una mente aperta dà l’avvio alla possibilità di narrare la propria storia traumatica.
I continui “perché” di Lorenzo erano un costante tentativo di aprire, di rendere accessibile la mente della madre. La mente umana ha bisogno della relazione con l’altro per svilupparsi; Bion descrive quell’accendersi iniziale della mente umana nell’incontro tra proiezione di angosce primitive (elementi beta) e una mente capace di accoglierle e trasformarle (reverie) e che trasmette oltre al proprio elaborato (gli elementi beta trasformati in alfa), anche e soprattutto il metodo per compiere tali trasformazioni (la funzione alfa). In questa concettualizzazione, lo stesso inconscio è qualche cosa che fa seguito alla relazione con l’altro disponibile.
Secondo Bion la psicoanalisi è quella sonda che espande il campo che indaga, e di conseguenza più penetriamo nell’inconscio più aumenta il lavoro che ci aspetta. La funzione alfa introiettata (frutto di relazione) consente una continua trasformazione delle turbolenze protoemotive in pensiero ed emozioni pensabili. La mente dell’altro deve avere tutta una serie di qualità: capacità di accogliere, di lasciar soggiornare, di metabolizzare, di restituire il prodotto di elaborazione e soprattutto di “passare il metodo”.
La prima operazione è quella di formare un pittogramma visivo (l’elemento alfa), la seconda consiste nel trasformare in narrazione la sequenza di elementi alfa. Funzioni successive saranno l’introiezione della tollerabilità della frustrazione, della capacità del lutto, del tempo, del limite. Tutto ciò passa attraverso il “mentale” che si attiva nella relazione con la madre e con il padre; infatti secondo Ferro la reverie può essere in egual misura paterna e materna.
Il grande problema culturale ha a che fare con quale rispetto, quale spazio, quale tempo vengono oggi riconosciuti a queste operazioni che hanno a che fare con lo sviluppo del mentale a partire dal mentale disponibile dell’altro. Rispetto alle altre specie, che hanno una serie di comportamenti istintuali, in massima parte programmati, noi viviamo un dramma, quello di avere una mente che si sviluppa attraverso un lungo allevamento.
Se il processo di sviluppo della mente fallisce allora abbiamo una serie di patologie che vanno dalle allucinazioni alle malattie psicosomatiche, ai comportamenti caratteropatici e criminali, tutte vie di evacuazione e di scarico di angosce non elaborate. Una mente disfunzionante porta alla violenza, alla distruttività come unico modo di evacuare elementi beta. Una mente funzionante è una mente che continuamente crea immagini (elementi alfa), dalle protoemozioni e protosensazioni che metabolizza, crea pensiero onirico e da questo sogni e pensiero.
Quando una mente non funziona in queste modalità assuntive-trasformative-creative inverte il proprio funzionamento. Secondo Bion, le emozioni di cui è permeata la mente dell’altro sono fondamentali nel determinare lo sviluppo della mente, e costituiscono il connettivo in cui si incastonano i contenuti mentali.
Contenitore inadeguato e violenza delle emozioni
Quando il contenitore è inadeguato: Antonino Ferro racconta di Andrea, che è stato portato in consultazione per delle improvvise esplosioni di ira e per delle frequenti minacce di farsi del male, forse di uccidersi. Attraverso i disegni racconta da subito il suo dramma; vi sono in lui emozioni così primitive e violente (i dinosauri) che lui non ha trovato alcun modo di gestire se non chiudendole o forse chiude.
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