Malattia e guarigione di David Gentilcore
L’autore, nell’arco della sua vita, si occupò dello studio della storia moderna alla University of Leicester in Inghilterra. In particolare trattò lo studio socio-culturale dell’Italia moderna, in ambito religioso, sanitario e alimentare.
Introduzione
L’opera è, in sostanza, uno studio del pluralismo medico del nostro passato. Esso esplora le forme di guarigione che esistevano nell’Italia meridionale, ossia il Regno di Napoli, fra il 1550 e il 1800. Nel testo viene adottato anche il punto di vista degli stessi ammalati. In questo contesto, le idee religiose e popolari possono essere analizzate e studiate. Si evidenzia così l’interazione tra tre “sfere”: (1) medica, (2) ecclesiastica, (3) popolare.
Nel libro viene analizzata anche l’istruzione e la pratica degli operatori sanitari, sullo sfondo vi sono i tentativi attuati dalle élite mediche ed ecclesiastiche di limitare le loro attività entro i margini accettabili. Il libro ha un carattere comparativo poiché oltrepassa i confini del Regno di Napoli. Le fonti alla quale l’autore ha attinto sono le seguenti: fonti archivistiche, trattati medici, archivi ospedalieri, cronache di libri di “segreti”, processi per magia e le relazioni del Protomedicato (la magistratura medica del Regno).
Introduzione ai capitoli
- Il 1° capitolo traccia il panorama terapeutico del Regno, prendendo in considerazione tutte le fonti di guarigione: quelle delle ostetriche, dei venditori ambulanti, degli ecclesiastici, delle “magare”, dei santi e dei santuari di guarigione.
- Si può dire molto sugli operatori sanitari autorizzati dal Regno grazie all’esistenza di un tribunale medico, il Protomedicato Reale, le cui attività sono esaminate nel 2° capitolo. Il Protomedicato era responsabile della sorveglianza dell’attività dei curatori e si assicurava che operassero nei limiti della loro “professione”. Tuttavia, la sua attività principale era la riscossione delle tasse.
- Nel 3° capitolo si discute la formazione e l’istruzione dei curatori.
- Un paradosso particolare è quello del ciarlatano, odiato e riconosciuto dalle élite mediche. Per capire la popolarità dei ciarlatani, il 4° capitolo ne prende in esame uno e i rimedi da lui usati: Girolamo Ferranti e il suo elettuario contro i veleni. I ciarlatani prosperano grazie alla medicina popolare, sacra e dotta.
- Nel 5° capitolo vengono analizzate le strutture: gli ospedali del Regno. Essi erano innanzitutto istituzioni caritatevoli per i poveri e le loro funzioni mediche erano limitate, ciò fino alla metà del XVII secolo.
Gli ultimi due capitoli affrontano le forme di cure religiose:
- Il 6° capitolo si concentra sui tentativi delle corti episcopali di limitare la devozione per i “santi vivi”, persone ritenute localmente sante, e quindi fonti di guarigioni miracolose non riconosciute dalla chiesa.
- Il 7° capitolo si concentra sui processi di canonizzazione, ovvero sulla procedura con la quale la chiesa riconosceva i suoi santi. Questi ultimi riportavano le parole dell’ammalato stesso che beneficiava delle guarigioni per miracolo, ciò ci consente di capire il modo in cui i malati vedevano le proprie malattie.
Pluralismo medico nel Regno di Napoli
Nel capitolo che segue viene illustrato come reagirono gli italiani all’inizio dell’Età Moderna davanti alle malattie e quali fattori determinarono la loro scelta fra le forme di guarigioni disponibili all’epoca.
Il pluralismo medico in un episodio di malattia del 1704
Nel 1704 nel paese di Oria (Terra d’Otranto), Domenica, la figlia di Antonia Jurlaro, divenne gravemente inferma. In questa situazione, Antonia chiamò sia un medico che un chirurgo (Simone Papatodero), ma senza ottenere alcun miglioramento.
Una donna di nome Onofria Bufalo sostenne che si trattava di una malattia della quale anche lei aveva sofferto tempo addietro e avrebbe potuto fornire lo stesso rimedio che aveva preso; Onofria era considerata una guaritrice, o magara, visitò Domenica e disse che il chirurgo Papatodero, in realtà possedeva il rimedio per questo tipo di male, sebbene non lo desse a tutti. Non avendolo ottenuto, Onofria si reca al vicino paese di Francavilla, per i suoi servizi chiese un compenso notevole.
Dopo averlo reperito, Onofria diede a Domenica una dose del rimedio che inizialmente sembrò essere efficace. Tuttavia, dopo un disaccordo tra Antonia e Onofria, Domenica iniziò a peggiorare, ma Antonia non poté più permettersi la medicina e inoltre, influenzata dalle opinioni degli amici sulla “vile Onofria”, Antonia iniziò a diffidare della guaritrice.
Visto che si credeva che le fattucchiere potessero guarire, ma anche fare del male, madre e figlia si convinsero che Onofria aveva fatto una magia a Domenica. Così le due decisero di rivolgersi al loro parroco per eliminare l’incantesimo; questi impartì a Domenica una benedizione e consigliò di denunciare Onofria al vescovo, il chirurgo diede lo stesso suggerimento: “che noi siamo medici et non essa”.
Questo episodio è giunto a noi solo grazie a una deposizione rilasciata di fronte al tribunale episcopale di Oria. Era un grande vantaggio avere la disponibilità di diversi curatori (medici, chirurghi, magare etc.), tuttavia si deve prendere in considerazione il costo dei servizi di guarigione e la loro reputazione.
Modello del pluralismo medico
Il diagramma di Venn definisce le tre sfere principali integrate con le loro categorie eziologiche:
- Sfera medica: ciarlatani medici, chirurghi, barbieri, speziali, guaritori improvvisati, levatrici.
- Sfera ecclesiastica: sacerdoti, esorcisti.
- Sfera popolare: fattucchiere, santuari, santi “vivi”.
Il capitolo costruisce quindi un panorama terapeutico (inteso come risorse terapeutiche) del Regno di Napoli. Il metodo per determinare la “medicalizzazione” consiste nel calcolo delle loro densità e distribuzioni:
- Speziali, barbieri (chirurghi di basso livello, come salassatori o flebotomi) rientrano nella sfera medica insieme alle ostetriche ambulanti che spesso agivano senza licenza.
- Preti, esorcisti e santuari saranno nella sfera ecclesiastica e nella sfera medica popolare dove saranno presenti anche le guaritrici e fattucchiere.
In tutta l’Europa, fame e carestia erano minacce “strutturali” come anche le epidemie di peste e “febbre” (intesa anche come tifo, colera e malaria). Anche quando la peste era solo un ricordo, l’aspettativa di vita nel Regno era di soli 32 anni ed è da considerare anche l’alta mortalità infantile (corrispondente a 3/10).
La distribuzione della popolazione
Per esplorare l’offerta terapeutica è necessario considerare la distribuzione della popolazione all’interno del Regno di Napoli. La città di Napoli era uno dei centri più grandi d’Europa, mentre il resto del Regno era caratterizzato da paesi di piccola e media grandezza. Date le terribili condizioni sanitarie e i pessimi nutrimenti, si comprende la grande influenza che la povertà aveva sulle malattie.
Malattie naturali e medici
Nel corso del racconto, la prima risposta di Antonia alla sofferenza di sua figlia fu di diagnosticarla nella categoria delle cause naturali, ossia uno squilibrio dei quattro umori fisici (bile, sangue, flemma e bile nera) che provocava la malattia poiché alterava l’assetto complessivo del corpo.
Verso la fine del XVI secolo, la conoscenza medica del corpo e della malattia era basata sullo studio di Galeno (+200 a.C.), solo nel XIX secolo la medicina di Galeno sarà sostituita da un’attenzione per i fattori ambientali e igienici nella malattia. Nonostante questi cambiamenti, la pratica della medicina e la sua efficacia mutarono ben poco.
In passato ognuno era responsabile per la propria salute, come nel caso di Antonia, l’ammalato era solito fare la propria diagnosi e la maggior parte della cura era fatta a casa; per Antonia, la scelta del primo curatore fu semplificata dal fatto che le autorità cittadine pagavano un medico condotto per curare i poveri. Tuttavia, nella prima Europa moderna, vi era un’alta concentrazione nelle città e un “deserto medico” al di fuori.
I dati che indicano il numero esatto di medici presenti nel Regno di Napoli ci vengono forniti da un organo di riscossione delle tasse noto come Protomedicato. La lista del Protomedicato dà l'opportunità di definire una mappa del panorama medico, secondo i dati, più di diecimila persone praticavano le “arti della guarigione”.
La malattia e il sacro
Nell’interpretare la malattia si prendevano in considerazione, oltre alle cause naturali, anche le cause preternaturali in quanto, secondo l’opinione popolare, le malattie potevano essere provocate da Dio come punizione per i peccati. Questo serviva a ricordare ai fedeli che le opportunità per il pentimento erano limitate; inoltre, la malattia offriva l’opportunità di condurre una vita più pia.
Soffrire di malattie divine
I santi, da vivi, guarivano l’ammalato che andava a trovarli. Tale era l’abilità curativa della terziaria domenicana suor Maria Rosa Giannini, descritta come una “reliquia vivente”; i santi ritenevano che la loro malattia fosse un dono di Dio e dicevano ai loro medici di non avere alcun potere contro di esse. Suor Maria sopportò le sue numerose malattie senza mai lamentarsi, anzi, i servitori di Dio glorificavano le loro malattie e perciò rifiutò qualsiasi cura medica offerta poiché i suoi mali non avevano origine naturale, ma “spirituale”.
La collera di Dio era spesso giudicata causa delle epidemie e di calamità naturali. Per il gesuita Antonio Possevino:
- Le cause “primarie” della malattia infettiva erano i diversi tipi di peccato (quindi la provvidenza divina).
- Di minore importanza erano le cause secondarie come la cattiva qualità degli umori o del contagio.
Per i rimedi alle cause secondarie, Possevino esortava le persone a pregare, a confessarsi e a compiere esercizi spirituali. Per quanto riguarda i “rimedi principali” (per le epidemie), Possevino esortava alle processioni con le reliquie dei santi in modo da placare la collera di Dio e ai rimedi “secondari” per purificare l’aria corrotta.
Esaurite le forme di cura naturali, Antonia si rivolse a un rimedio ecclesiastico: la benedizione di un prete. Ogni ecclesiastico, per via dei tanti rimedi a sua disposizione (fare il segno della croce, leggere un passo della Bibbia o praticare esorcismi) era un potenziale guaritore; difatti Napoli era il fulcro della vita religiosa del Regno. I gesuiti, il più grande ordine fra quelli responsabili delle missioni, venivano considerati una classe con poteri sacri, al di sopra di quelli del parroco.
L’esorcismo era il rito più noto e più potente. Questa pratica, secondo il De magicis affectibus, divenne una disciplina ecclesiastica ristretta: i preti avevano bisogno di una licenza del vescovo per praticare gli esorcismi.
- Nel XIV secolo, la pratica andò aumentando, ad esempio con fra’ Girolamo Menghi, un’autorità in campo di esorcismi, si spinse a proporre un esorcista per ogni diocesi e stipendiato dalla Chiesa locale;
- Nel XVII secolo, la paura del diavolo era al suo apice: gli scongiuri dell’esorcista erano noti quanto i purganti del medico.
La devozione ai santi e l’attesa di miracoli erano una parte fondamentale della religiosità della Controriforma: santi, morti o viventi, erano una fonte infallibile di cure miracolose, infatti quando la peste del 1656 si placò, i gesuiti di Napoli (centro dei santi e della religiosità) attribuirono il merito a San Francesco Saverio.
Oltre ai santi ufficialmente riconosciuti dalle autorità ecclesiastiche, c’era anche una categoria di “santi vivi” molto diffusi a Napoli. Ma, i poteri di guarigione dei santi, erano disponibili anche nella forma di reliquie; a Lecce, ad esempio, alcune spoglie erano tenute in mostra nelle chiese: era il caso di Santa Irene, una delle patrone di Lecce e orgoglio dei teatini della città (l’ordine religioso locale).
I santuari e il loro relativo successo nell’attirare pellegrini erano una risposta diretta a un’esigenza popolare: i santuari non erano molto distanti dai centri abitati proprio perché dovevano essere facilmente accessibili. È rilevante come la diffusione dei luoghi di culto rifletta la densità della popolazione del Regno, difatti, i santuari traevano profitto dalla presenza di grandi paesi.
Il Regno aveva una rete di santuari, es. gli edifici dedicati alla Vergine Maria: Santa Maria della Sanità era un convento edificato per farsi carico di un santuario napoletano, la creazione è stata provocata dalla richiesta delle guarigioni miracolose. Dopo che l’immagine mariana fu dissotterrata, a essa seguirono guarigioni miracolose; il frate del santuario emergente cominciò a pubblicizzare i miracoli e a vendere “souvenir” sacri. Grazie a questa enorme pubblicità, il santuario continuava ad attirare un gran numero di devoti e stava per diventare uno dei principali santuari di guarigione di Napoli.
“Miracoli privati”
Quando le immagini miracolose venivano collocate in cappelle private, le autorità episcopali diventavano più accorte, date le possibilità di frode. Il risultato di questo atteggiamento severo fu dopo che l’immagine di Santa Maria delle Grazie iniziò a compiere dei miracoli, le autorità fecero delle indagini sui fenomeni considerati soprannaturali e il vicario generale ordinò che fosse chiusa la cappella; ciononostante si continuavano a segnalare casi di miracoli, così il vicario convocò una commissione di teologi per studiare l’evento: la loro conclusione fu che non esistessero le condizioni necessarie a caratterizzare le cure come “miracolose”, tuttavia, l’immagine godeva del sostegno degli abitanti del quartiere e, quando l’arcivescovo voleva rimuovere l’immagine e chiudere il sacrario, gli abitanti marciarono furiosamente verso la cappella, a questo punto le autorità si ritirarono e chiusero definitivamente le indagini.
Malattie per magia e guarigione popolare
Antonia, nell’ultimo tentativo di alleviare le sofferenze della figlia, si rivolse a interpretazioni popolari e alle relative forme terapeutiche. Questo tentativo si basava sul cambiamento della diagnosi (come “naturale” a uno “magico”) secondo la quale Onofria Bufalo avesse causato la malattia.
L’efficacia della magia benefica e malefica era riconosciuta da tutti i livelli di società: il ricorso frequente alle fattucchiere per la cura è un ulteriore esempio del pluralismo medico nell’Italia moderna.
Tecniche e rituali erano vari, mentre preghiere e scongiuri erano accompagnati da semplici rimedi a base di erbe. I praticanti di questi rituali erano spesso donne, poiché nella società italiana di età moderna, la guarigione era una parte naturale dell’ambito femminile; inoltre le donne povere spesso venivano relegate ai margini e così finivano per dipendere da tali servizi. Il loro potere deriva dall’abilità di saper distinguere le malattie naturali da quelle dovute a cause soprannaturali, tuttavia, le loro teorie sulla causa della malattia e i loro rituali si reggevano su una base soprannaturale del tutto estranea alla medicina universitaria.
C’erano inoltre molti guaritori improvvisati che praticavano le loro cure acquisite osservando medici o chirurghi e dopo aver trascorso un periodo di tirocinio in ospedale.
“Sofferenza per un incantesimo magico”
La protagonista Maria Manca nacque a Squinzano (Terra d’Otranto), dopo essere rimasta vedova fece il voto a Dio di rimanere casta, tuttavia, un artigiano locale (Lupo Crisostomo) s’innamorò di lei, quando Maria gli disse del suo voto, l’artigiano avrebbe dovuto usare altri metodi per conquistarla. Così si rivolse a un magaro locale per avere un filtro d’amore che consisteva in una polvere da mettere su un fungo, Maria mangiò i funghi preparati per lei e subito avvertì passioni d’amore e si precipitò da Crisostomo. Il paese spettegolò sull’accaduto e i parenti di Maria decisero che si sarebbe dovuta sposare per salvare l’onore.
Il filtro d’amore spiega i tormenti che afflissero Maria dopo la morte del primo bambino della coppia: i demoni erano stati introdotti nel suo corpo attraverso l’incantesimo e questi cominciarono a provocarle visioni demoniache. Le manifestazioni fisiche cominciarono dopo la morte del secondo bambino: febbre, piaghe, cancrene etc.
Vedendo la sofferenza della moglie, Crisostomo portò Maria a Lecce nella chiesa di rito greco in cui i preti erano ritenuti esorcisti, ma essi non riuscirono a liberarla dai demoni così come non ci riuscirono i preti cattolici, così Crisostomo tornò dal magaro, ma questi gli disse che non era capace di ritirare la frattura. Da quel momento Crisostomo diventò malinconico, sviluppò una pleurite e morì.
Maria decise di offrire i suoi malanni a Dio e iniziò ad andare in una cappella per pregare un’immagine della Vergine. Da lì Maria fu liberata e visse fino a tarda età.
Nel De magicis affectibus, una malattia poteva essere considerata magica (ovvero diabolica) se i sintomi erano difficili da diagnosticare. Le soluzioni proposte a queste malattie magiche erano in linea con l’ortodossia della Controriforma: il diavolo avrebbe potuto essere sconfitto con la curatio medica di purghe ed emorragie ed era usato.
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