Capitolo 1: Aggressività e bullismo
Aggressività e aggressioni
Sebbene i termini “aggressività” e “aggressione” siano spesso utilizzati in maniera intercambiabile, in realtà essi non costituiscono dei sinonimi. Il termine “aggressività” si riferisce a una disposizione interna stabile dell’individuo che, per definizione, non è osservabile direttamente ma può portare ad agire in maniera distruttiva o dannosa per sé o per gli altri. Caratteristiche dell’aggressività sono: l’intensità (grado di presenza di questa caratteristica negli individui) e la cronicità (la tendenza di tale disposizione a permanere nel tempo).
Il termine “aggressione” si riferisce più propriamente ai comportamenti di attacco messi in atto dall’individuo, che come tali hanno una frequenza, una durata, un bersaglio definito, motivazioni e obiettivi (caratteristiche che consentono la sua osservazione e misurazione diretta). Più recentemente la definizione di “aggressione” ha cominciato a includere alcuni aspetti specifici quali l’intenzionalità dell’atto aggressivo, che dev’essere inteso come un’azione guidata dalla volontà di provocare un danno al destinatario dell’atto stesso. A sua volta l’intenzionalità presuppone l’aspettativa che quel determinato atto provochi un particolare effetto.
Un’altra variabile rilevata in alcune concettualizzazioni di aggressione è la volontà della persona oggetto dell’azione di evitare l’attacco o le sue conseguenze negative. Da questa definizione si può dedurre che parlando di un’aggressione ci si riferisce in senso stretto a una forma di comportamento, non ai suoi potenziali correlati (emozioni, rabbia). Tali fattori costituiscono precursori potenziali di azioni aggressive, ciononostante non esiste una relazione univoca e deterministica tra questi. Similmente, non tutte le aggressioni scaturiscono da sentimenti o atteggiamenti di odio o discriminazione verso la vittima (es. violenza familiare).
Le diverse forme di comportamento aggressivo
L’aggressività può assumere differenti manifestazioni comportamentali, distinguibili sulla base del livello di visibilità e delle modalità attraverso le quali vengono messe in atto (es. aggressioni dirette, attacchi aperti e manifesti, e aggressioni indirette, nascoste).
La categoria delle aggressioni dirette comprende tutti quei comportamenti aggressivi intenzionalmente rivolti verso il bersaglio in interazioni “faccia a faccia”. Le forme di aggressione diretta sono riconducibili a due categorie: l’aggressione fisica (attacchi realizzati mediante l’uso della forza) e l’aggressione verbale (attuata attraverso i canali di comunicazione verbale ma anche mediante altri come lo sguardo).
Le aggressioni indirette sono quei comportamenti nei quali l’attacco non viene posto in essere in maniera manifesta ma attraverso vie nascoste. In questa tipologia rientrano ad esempio, comportamenti quali la diffusione di segreti, calunnie o pettegolezzi e la manipolazione delle relazioni interpersonali. L’aggressione diretta tende ad essere maggiormente associata a problemi di esternalizzazione, relazioni negative con i coetanei e bassi livelli di comportamento prosociale. Al contrario, l’aggressione indiretta risulta correlata a problemi di internalizzazione, tra cui ansia e depressione.
Sono state poi proposte tre differenti denominazioni di categoria di manifestazioni aggressive: aggressione indiretta, relazionale e sociale. Quando si parla di aggressione indiretta il focus è posto soprattutto sul carattere nascosto dell’attacco e sul fatto che i comportamenti aggressivi possono avvenire all’insaputa della vittima. L’aggressione relazionale è definita soprattutto dagli obiettivi perseguiti dall’aggressore, in quanto volta a manipolare o danneggiare le relazioni della vittima e l’immagine che la vittima ha di sé, minandone la possibilità di costruire e mantenere rapporti di amicizia con altre persone e modificando la luce sotto cui essa viene vista dagli altri. Infine, espressione meno frequentemente utilizzata è quella dell’aggressione sociale, anch’essa definita dagli scopi perseguiti dall’aggressore, in particolare il fatto che chi aggredisce intende rendere la vittima meno accettata dal suo gruppo di appartenenza.
Lo sviluppo delle varie forme di aggressione
Gli antecedenti del comportamento aggressivo appaiono già nel corso del primo anno di vita, con la comparsa di manifestazioni di rabbia come espressioni emotive distinte da altre emozioni negative. Tra la fine del primo anno di vita e l’inizio del secondo, i bambini cominciano anche a dirigere la propria rabbia verso altri possibili bersagli, in primo luogo gli adulti e successivamente i coetanei. Durante il secondo anno emerge anche la prima forma di aggressione svincolata dall’emozione: l’aggressione strumentale. Questa forma di aggressione si caratterizza per il fatto che l’obiettivo principale dell’aggressore non è procurare un danno personale alla vittima quanto, piuttosto, perseguire uno scopo materiale, come ad esempio impadronirsi di un oggetto di un’altra persona.
Nell’infanzia i bambini manifestano la loro ostilità verso i coetanei prima attraverso aggressioni fisiche, presto affiancate da aggressioni verbali. Già nell’età prescolare, con il progressivo sviluppo linguistico, la frequenza di aggressioni di tipo fisico tende a diminuire e l’attacco verbale diviene una modalità di aggressione preferita a quella fisica, perché comporta un rischio minore di incorrere in sanzioni negative. Durante gli anni della scuola dell’infanzia sono ancora poco presenti le forme indirette di aggressione, che richiedono competenze socio-cognitive più elevate, che si sviluppano nelle loro forme più complesse a partire dai 4 anni. A mano a mano che lo sviluppo dell’intelligenza sociale progredisce, i bambini iniziano a utilizzare in maniera sempre più significativa l’aggressione indiretta (massimo utilizzo tra gli 8 e gli 11 anni).
È interessante evidenziare che mentre le forme delle condotte aggressive si diversificano sempre più durante l’età scolare, la loro frequenza nella popolazione generale tende comunque a diminuire, grazie al fatto che la maggioranza dei bambini impara a tenere sotto controllo gli impulsi aggressivi e le espressioni motorie più distruttive legate alla frustrazione e alle emozioni negative.
Le dimensioni dell’agire aggressivo (reattività e proattività)
Un’altra distinzione per comprendere la natura e le funzioni delle manifestazioni aggressive è quella tra aggressioni reattive e proattive. L’aggressione reattiva si riferisce ad una reazione aggressiva agita “a caldo” a seguito di una frustrazione o una provocazione (modello della frustrazione-aggressività). Se la fonte della frustrazione non può essere attaccata, l’aggressione può essere rivolta verso un obiettivo alternativo più disponibile, anche se non responsabile della frustrazione, ad esempio un compagno di classe quando la fonte è un insegnante (catena della violenza). La risposta aggressiva provoca generalmente una sensazione di sollievo nell’aggressore e una diminuzione della sua attivazione fisiologica ed emotiva.
I comportamenti aggressivi proattivi sono definibili come quelle azioni non conseguenti ad una provocazione ma diretti ad ottenere una ricompensa (materiale o sociale), quale la dominanza nel gruppo. Sono guidati da un’aspettativa di successo e sono appresi per osservazione e imitazione di modelli o perché quando direttamente sperimentati hanno prodotto un risultato gratificante.
Sono stati identificati 5 differenti gruppi di bambini, caratterizzati da configurazioni diverse di presenza di queste due categorie di aggressione:
- Bambini “reattivi” (prevalenza di aggressioni reattive);
- Bambini “strumentali” (prevalenza di aggressioni proattive);
- Bambini caratterizzati da livelli elevati in entrambe le tipologie di condotta aggressiva;
- Bambini “tipici” (aggressività nella media in entrambe le funzioni);
- Bambini “non aggressivi” (livelli bassi di entrambe le condotte aggressive).
Ciò che differenzia i bambini aggressivi reattivi e quelli aggressivi proattivi è che i primi agirebbero in risposta alla loro percezione delle intenzioni degli altri, mentre i secondi lo farebbero poiché motivati dall’interesse per le conseguenze derivanti dal comportamento aggressivo. I bambini reattivi, nelle situazioni ambigue in cui subiscono un danno e non è chiara l’intenzione di chi lo ha causato, se volontaria o involontaria, nel rispondere alla domanda se l’altro avesse voluto realmente danneggiarli compiono una valutazione morale. Nei bambini proattivi sembra evidenziarsi un’asimmetria tra l’attenzione prestata alla legittimità morale del comportamento degli altri nei loro confronti e il proprio ricorso a condotte non socialmente accettabili, provocando un danno al solo scopo di raggiungere i propri obiettivi (sospensione del giudizio morale).
I correlati di reattività e proattività
I due tipi di aggressione sono differentemente associati ad aspetti del funzionamento sociale e dell’adattamento personale (es. differiscono per status sociale nel gruppo). I bambini aggressivi reattivi sono caratterizzati da:
- Presenza di deficit socio-cognitivi (riferiti alla codifica e all’interpretazione degli stimoli sociali),
- Difficoltà nella regolazione delle proprie emozioni,
- Più probabilità di assumere comportamenti di acting out,
- Disturbi psichiatrici.
I bambini aggressivi proattivi sono caratterizzati da:
- Difficoltà socio-cognitive,
- Maggior fiducia circa l’efficacia dei comportamenti aggressivi,
- Difficoltà nella scelta di risposte socialmente adeguate,
- Provano emozioni positive dopo un’aggressione,
- Più attenti agli effetti prodotti dal proprio comportamento su loro stessi che sugli altri,
- Bassi livelli di empatia, di reattività e di disagio personale in risposta alle reazioni emotive altrui,
- Maggiore probabilità di essere considerati dei leader.
Dominanza sociale e comportamento aggressivo
La “dominanza sociale” è definibile come la differenza naturalmente esistente nella posizione, rispetto al controllo delle risorse, tra i membri di uno stesso gruppo. Elemento chiave del concetto di dominanza è l’accesso e il controllo delle risorse, cioè ciò che serve all’individuo per sopravvivere, crescere e stare bene. Nel caso dell’essere umano, le risorse per cui si instaura la competizione nel gruppo possono essere legate alle relazioni sociali, ai compagni di gioco e di relazione, alla stimolazione fisica e cognitiva.
Per raggiungere e mantenere uno status di dominanza, l’individuo può adottare due tipi di strategie:
- Le strategie affiliative o “orientate all’altro”, che raggiungono gli obiettivi di controllo delle risorse attraverso comportamenti socialmente accettabili quali la reciprocità, la formazione di alleanze, l’aiuto, le affiliazioni e i comportamenti conciliatori;
- Le strategie coercitive o competitive, tra le quali troviamo il comportamento aggressivo.
Il loro uso combinato sembra costituire il modo più efficace per ottenere una posizione dominante e il conseguente accesso alle risorse. In sintesi, tra gli individui socialmente dominanti si possono trovare sia i “competitori efficaci”, sia i “bravi cooperatori”. I primi non tengono conto della valutazione morale delle proprie strategie e delle conseguenze sulle relazioni interpersonali attuali e future. I secondi invece adottano strategie prosociali che gli consentono l’accesso alle risorse conservando nel tempo relazioni sociali positive e livelli più elevati di accettazione da parte dei membri del proprio gruppo.
Rispetto all’emergere nello sviluppo ontogenetico di questi due tipi di strategie e alle loro funzioni relativamente alla dominanza sociale, la Hawley ha proposto un modello basato sull’euristica della differenziazione. Secondo tale modello, la prima manifestazione comportamentale della motivazione ad acquisire e controllare risorse è rappresentata da una strategia indifferenziata di tipo coercitivo. Questo primo livello di sviluppo delle strategie di controllo delle risorse si colloca nella fase d’età compresa tra i 18 e i 36 mesi. Successivamente la capacità di agire in maniera prosociale porta ad un’iniziale e ancora non completa differenziazione tra strategie coercitive e prosociali (4-7 anni). In questa fase entrambe le strategie possono coesistere negli stessi bambini. Con l’esperienza e la ripetizione questi due “binari” comportamentali, inizialmente sovrapposti, diventano progressivamente sempre più distinti e il bambino inizia a seguire, preferenzialmente, l’uno o l’altro (8 anni). Da un lato troviamo bambini bravi cooperatori, denominati dalla Hawley dominanti prosociali, o controllori prosociali, dall’altro vi sono i competitori efficaci che vengono denominati dalla Hawley anche controllori coercitivi. Il continuare a ricorrere ad entrambe le strategie caratterizza bambini e ragazzi definiti controllori bistrategici. Essi presentano caratteristiche di entrambe le strategie: desiderano fortemente che il loro dominio venga riconosciuto (controllori coercitivi) e sono estroversi, socialmente competenti e benvoluti da compagni e insegnanti (controllori prosociali).
È sempre condotta aggressiva? Il gioco di lotta
Le condotte aggressive vengono spesso confuse con un tipo particolare di attività ludica, diffusa soprattutto negli anni della scuola dell’infanzia e primaria: il gioco di lotta (rough and tumble play). Rientrano in questa categoria di gioco quei comportamenti di lotta simulata, corsa, inseguimento e fuga, di cui tutti i bambini coinvolti condividono la finalità ricreativa. Contrariamente all’apparente somiglianza, i giochi di lotta e le aggressioni fisiche si differenziano tra loro per numerose caratteristiche dei pattern di comportamento, dei contesti ambientali in cui si verificano e della strutturazione dell’attività stessa.
Focalizzando l’attenzione sui pattern comportamentali, per quanto il gioco di lotta condivida con le condotte aggressive la presenza di un certo livello di contatto fisico, i bambini che s’impegnano in questo tipo di situazione ludica non ricorrono ad azioni quali picchiare con il pugno, dare calci o spintoni (tipiche dell’aggressione), ma tendono prevalentemente a rincorrersi e a simulare attacchi (mano aperta e senza forza), il cui impatto è lieve e controllato. In secondo luogo, i giochi di lotta e le aggressioni avvengono in ambienti in parte diversi. Solitamente i primi sono svolti in aree spaziose in cui il rischio di farsi male è ridotto (spazi verdi, cortili). Le seconde, invece, possono verificarsi in qualsiasi ambiente, indipendentemente dalle sue caratteristiche fisiche (aggressioni in età prescolare più probabili in contesti con giocattoli da contendersi).
Infine, se si esamina l’articolarsi delle attività, i giochi di lotta si distinguono dalle aggressioni anche per alcuni elementi strutturali (es. scambi di ruolo, il più forte si finge il più debole). Inoltre nel gioco di lotta possono essere presenti elementi propri del gioco di fantasia mentre nelle aggressioni non compaiono componenti che esprimono elaborazioni fantastiche. L’elemento che maggiormente contraddistingue il gioco di lotta da comportamenti realmente aggressivi è la condivisione da parte dei partecipanti della finalità ludica di questa attività con manifestazioni di comprensione della natura ricreativa dell’attività (es. mostrando il sorriso a denti scoperti, play face). Come conseguenza di questa comprensione condivisa della situazione come gioco, al termine della lotta simulata i bambini che vi hanno preso parte continuano a interagire amichevolmente tra loro, mentre i partecipanti ad aggressioni tendono ad allontanarsi. Infine, è più probabile che quando le attività di lotta simulata sono in corso qualcuno si aggiunga o mostri disinteresse, a differenza delle aggressioni reali, che suscitano in chi ne assiste un atteggiamento di spettatore interessato, richiamando un vero e proprio pubblico.
Un ulteriore elemento di distinzione è la diversa traiettoria evolutiva: i giochi di lotta compaiono nella prima infanzia, in età prescolare (in maniera ridotta), negli anni della scuola primaria diventano più frequenti per poi diminuire negli anni della scuola media. Al di là delle differenze descritte esistono alcuni punti di contatto tra comportamento aggressivo e il gioco di lotta. Questa forma di gioco costituisce un tipo d’interazione più tipicamente maschile e un’attività universalmente diffusa. Proprio l’universale presenza di questo tipo di attività nelle differenti culture umane e in specie diverse dall’uomo rivela l’origine filogenetica di questa categoria di comportamento e suggerisce quale possa esserne la funzione nello sviluppo del bambino.
Ipotesi sul gioco di lotta
Vengono indicate 3 possibili ipotesi al fine di spiegare le funzioni svolte dal gioco di lotta nello sviluppo ontogenetico:
- I giochi di lotta possono costituire occasioni di apprendimento ed esercizio di importanti abilità sociali connesse al riconoscimento di segnali sociali (es. espressioni di emozioni);
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