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Capitolo 1: Psicologia clinica postmoderna, le idee per un cambiamento di paradigma

Introduzione e premesse teoriche

In questo studio si presenteranno alcune correnti di pensiero che, tracimati dei loro alvei filosofici, sono confluite in un movimento alternativo alla tradizione positivista ed empirista, influenzando in modo diretto o indiretto molti settori delle scienze sociali e, per continuità, prima la psicologia sociale, poi quella clinica. La psicologia affine a questa tradizione, che convenzionalmente prende il nome di psicologia postmoderna, si colloca tra le discipline socio-antropologiche, abbandonando il modello medico come premessa delle sue prassi conoscitive ed operative.

Riferimenti storiografici: Psicologia clinica, una storia narrata

La storiografia classica sostiene che la differenza tra un resoconto storico e un racconto risiede nella capacità del primo di essere aderente ai fatti, di illustrare il vero, di riportare una porzione di realtà e di renderla disponibile a tutti. Il racconto, al contrario, sarebbe una messa in scena che definisce una configurazione di realtà la cui unica dimensione di interesse consiste negli intrecci del testo narrativo.

In alternativa a queste posizioni, altri autori avvicinano la pluralità della storia e del suo svolgersi al testo di un romanzo, dove i fatti non esistono se non in configurazioni di realtà condivise, le cui declinazioni possono mutare in relazione ai significati espressi dallo scrittore. Raccontare la storia della psicologia clinica non può non tenere conto che ogni sua scrittura, come qualsiasi resoconto storico, racconta tanto dello scrittore quanto delle vicende trattate. La ricostruzione dei fatti, la scelta dei momenti-chiave, la rilevanza di certi autori ed i legami fra eventi spazialmente e temporalmente distanti non appartengono esclusivamente alla rigorosa raccolta della conoscenza disponibile, ma anche alla matrice culturale di riferimento in cui si trova ad operare un radicale riduttore della complessità, qual è lo storico del pensiero.

Riferimenti epistemologici: Dal paradigma kuhniano alle tradizioni di ricerca di Laudan

La prassi maggiormente condivisa per illustrare l’evoluzione delle discipline scientifiche fa riferimento all’approccio storico teorizzato da Thomas Kuhn. L’autore evidenzia come, all’interno di una disciplina scientifica, un paradigma assume il compito di definire la disciplina nella sua interezza. Se il modello si è rivelato efficace nel trattare lo sviluppo di discipline quali la fisica, l’astronomia e la biologia, esso appare inadeguato per descrivere i cambiamenti paradigmatici avvenuti all’interno delle scienze umane.

In psicologia il tentativo di trovare un paradigma dominante, individuato in momenti diversi nella psicanalisi, nel comportamentismo o nel cognitivismo, si è sempre rivelato infruttuoso. Le teorie psicologiche hanno convissuto e coesistito fra loro, senza che una ne escludesse necessariamente un’altra. L’autore che ha formalizzato tali considerazioni è Larry Laudan, il quale ha individuato sei tradizioni di ricerca che sono sempre state presenti nella storia della psicologia. Tale consistenza ha generato forme di dialettica interna, senza mai giungere all’estinzione vera e propria di una delle prospettive, in alcuni casi permettendone, anzi, l’ibridazione.

La compresenza di teorie antitetiche suggerisce la presenza di psicologie differenti, piuttosto che l’esistenza di un’unica psicologia. Da tali psicologie derivano due tradizioni di intervento clinico molto diverse:

  • Moderna: Assimila contributi di teorie quali psicoanalisi, comportamentismo, cognitivismo razionalista e neuroscienze, che, nella loro diversità, sono accomunate dall’utilizzo di modelli naturalistici e deterministici attraverso cui individuare la normalità e la patologia dei comportamenti umani.
  • Postmoderna: Ha ispirato prassi di intervento centrate sulle interazioni e sui processi che possono generare configurazioni di realtà vissute ed espresse dalle persone come disfunzionali. Se la tradizione moderna fa riferimento ad una impostazione epistemologica di ispirazione positivista ed empirista, la tradizione postmoderna si richiama ad una epistemologia costruttivista.

Psicologia clinica: La costruzione sociale di una tradizione

La tradizione postmoderna è accostabile ad alcune posizioni ottocentesche che già configuravano la psicologia come una scienza umana e non naturale; allo stato attuale, essa diviene una necessità pragmatica tesa all’individuazione di forme di intervento funzionali alle problematiche delle società contemporanee.

La comprensione della realtà nella tradizione postmoderna

Nella tradizione postmoderna della psicologia possono essere collocate teorie quali l’interazionismo simbolico, il costruzionismo sociale, il costruttivismo e l’approccio strategico. Tali teorie condividono una visione pluralista dell’identità, storicamente e culturalmente collocata, realizzabile e configurabile attraverso pragmatiche, selezionate sulla base di obiettivi conoscitivi e di cambiamento.

L’intervento del clinico postmoderno consiste nell’individuare interattivamente gli strumenti più adeguati, selezionati in base ai sistemi di significati dell’altro, attraverso cui generare un cambiamento nei processi di costruzione di realtà. Il clinico attribuisce ai propri strumenti una funzione pragmatica capace di fornire realtà alternative alle costruzioni presentate dalla persona. A fianco di strategie dialogiche quali l'uso di paradossi, prescrizioni, assunzioni di ruolo, variazioni ed autonarrazioni, egli può utilizzare tutto ciò che sia in grado di mettere la persona nella condizione di costruire e sperimentare una versione diversa e meno problematica della realtà raccontata.

La tradizione postmoderna in psicologia clinica

A) I principi della psicologia postmoderna: William James

Convenzionalmente, si possono rintracciare i temi che ispireranno la psicologia clinica postmoderna nel lavoro di William James. Da lui prese le mosse il pensiero pragmatista, il cui nome fu coniato nel 1870 da Pierce. I pensatori assimilabili alla tradizione pragmatista, fra i quali è opportuno ricordare John Dewey, erano accumunati non da un insieme di idee, ma da una idea sulle idee. Essi erano convinti che le idee non fossero “là fuori”, in attesa di essere scoperte, ma che fossero strumenti inventati per affrontare il mondo. Credevano che le idee non venissero prodotte dagli individui, ma da gruppi di individui; che fossero sociali.

Credevano che le idee non si sviluppassero secondo una logica interna, ma che dipendessero totalmente dai loro costruttori umani e dal loro contesto sociale. Credevano infine che, poiché le idee erano risposte provvisorie a circostanze particolari e irriproducibili, la loro sopravvivenza non fosse legata all’immutabilità, bensì all’adattabilità.

James assunse una posizione critica rispetto alle proposizioni fattuali e ai criteri conoscitivi suggeriti dall'epistemologia positivista, evidenziando come ogni osservazione sul mondo è sempre condotta da un punto di vista ed è governata da una intenzionalità riscontrabile nelle azioni conoscitive poste in atto dall’osservatore. La visione di James si oppone ad ogni concezione unitaria del reale, abbracciando una concezione pluralista del mondo, che si genera sulla base di differenti possibilità conoscitive. Il pluralismo sposta il fondamento della realtà dal rilevamento oggettivo delle sue caratteristiche ai processi attraverso cui la realtà stessa viene costruita.

In tale prospettiva, il linguaggio utilizzato dallo scienziato assume un ruolo fondamentale, prefigurando l’oggetto della propria indagine. James sostiene che un linguaggio neutrale non esiste né può esistere; a seconda delle scelte operate esso può portare a trascurare differenze, a uniformare dati e a sostituire con un processo di riunificazione mere astrazioni con stati concreti. Le caratteristiche di un fenomeno vanno ricercate non necessariamente nel fenomeno stesso, ma nelle modalità formali in cui esso è configurato attraverso un gioco linguistico. Il linguaggio impone un certo modo di dire le cose ed impedisce con i suoi limiti di metterne in evidenza altre.

Data l’impossibilità di stabilire una corrispondenza speculare tra fatti e verità, si delinea una prospettiva strumentale, basata su una scelta pragmatica della conoscenza, nella quale le teorie diventano strumenti e non risposte definitive, e le leggi vengono considerate non norme oggettive, ma approssimazioni da usare per riassumere vecchi fatti e per condurre a dei nuovi. I costrutti mentali sono definiti essenzialmente come un linguaggio, una sorta di stenografia concettuale con cui organizzare le informazioni sulla natura nel modo più utile.

B) Gli sviluppi dell’opera di James

Le linee teoriche suggerite da James circoscrivono una prospettiva di pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo la cui influenza sarà evidente nel pensiero di diversi autori. Mead si ispirerà a James per la teoria della costruzione sociale del sé; Vygotskij per la priorità data alla cultura e alla storia; Gadamer per la relativizzazione dei processi di conoscenza; Wittgenstein per l’uso negoziale del linguaggio; ed Elias per la definizione del costrutto d’identità personale. Le opere di questi autori e di altri a loro affini parteciperanno allo sviluppo di una nuova articolazione della psicologia clinica, definibile appunto come postmoderna. La psicologia clinica postmoderna utilizza una prassi operativa che interviene direttamente nei processi interattivi, attraverso l’uso di strategie volte al cambiamento delle configurazioni identitarie e non alla cura dell’individuo.

Aspetti critici dell’attività clinica: Le prassi postmoderne

La definizione della clinica postmoderna sarà presentata attraverso la formalizzazione di tre aspetti: temi, autori e rilevanze operative. Muovendo dall’individuazione di tematiche generali presenti nella prassi clinica sono stati individuati gli autori che hanno contribuito alla loro codifica in una prospettiva postmoderna, evidenziando successivamente come tali contributi si traducano in pratiche operative funzionali al lavoro dello psicologo.

Interazioni, ruoli e significati

La definizione di un processo clinico richiede una comprensione strumentale del ruolo dello psicologo, del ruolo della persona che a lui si rivolge e del contesto di azione o setting in cui avviene il rituale di cambiamento. Attraverso la formalizzazione di tali aspetti si costruiranno le cornici operative del clinico. Quest’operazione di codifica è compiuta a partire dagli strumenti delineati da autori quali Mead, Blumer e Goffman.

A) La costruzione sociale del sé e la teoria del significato: George Mead e Herbert Blumer

Mead rappresenta il punto di contatto fra il pensiero pragmatista nordamericano e le teorie dell’interazionismo simbolico. La dimensione innovativa del suo pensiero risiede nell’aver posto come oggetto della psicologia l’analisi degli scambi interindividuali che si osservano nei processi sociali. In tali processi di interazione reciproca si genera il Sé, la cui natura è quindi essenzialmente sociale. L’acquisizione della consapevolezza di sé stessi risulta essere un processo secondario rispetto all’esperienza della relazione con l’altro. La coscienza degli altri precede la coscienza di sé stessi. Le persone sono capaci, nel corso di un’interazione simbolica, di acquisire il ruolo dell’altro e di adottare nei confronti di sé stessi l’atteggiamento assunto dal proprio interlocutore. La facoltà di prendere il ruolo dell’altro permette la condivisione di un repertorio di segni e significati attraverso i quali è possibile costruire una rappresentazione di sé funzionale alla gestione dell’interazione.

Il pensiero di Mead permette al clinico di ripensare alle competenze necessarie per svolgere la propria attività. Proponendo una teoria sociale della costruzione del sé, dell’identità e di ciò che appare diverso, deviante e patologico, viene spostato il baricentro del sapere a cui deve fare riferimento lo psicologo. Ogni forma di disagio portata dall’individuo non può più essere letta al di fuori del contesto sociale in cui l’individuo agisce. Il contesto sociale fornirà una serie di strumenti attraverso cui orientare l’attività di cambiamento. Spetta al clinico possedere le conoscenze per declinare i propri interventi utilizzando un linguaggio che abbia senso nel mondo sociale dell’individuo e di conseguenza per l’individuo stesso.

Herbert Blumer rappresenta l’ideale continuatore dell’opera di Mead. Egli identifica gli studi della scuola di Chicago con l’espressione di interazionalismo simbolico, mettendo in evidenza come il processo interattivo sia al centro di questi contributi. Tale processo non va considerato come un susseguirsi meccanico di azioni e reazioni, piuttosto esso appare generato dai significati impiegati dai soggetti interagenti. Blumer individua tre direttrici alla base del pensiero interazionalista:

  • Il rapporto dell’uomo con gli oggetti di cui ha esperienza è guidato dai significati che egli vi riconduce.
  • Tali significati sono appresi dalle interazioni con gli altri.
  • Tali significati sono poi elaborati e modificati dalla persona attraverso un processo interpretativo.

Egli chiarisce come l’individuo non si limiti a cogliere i significati che gli vengono comunicati, ma contribuisca egli stesso alla loro definizione. Per cui un delirio è psicologicamente rilevante non come sintomo, ma come tentativo della persona di configurare una teoria del proprio disagio, non disgiunta dai contesti da cui ella mutua specifici modelli interpretativi. Il clinico, utilizzando queste tre direttrici, inizierà a configurare la realtà in termini differenti. Essi rappresentano uno strumento con cui leggere il disagio dell’altro, senza escludere la persona dai significati che possono essere utilizzati per orientare il cambiamento.

B) L’interazionismo conversazionale: Erving Goffman

Goffman pone al centro dei suoi studi i processi interattivi, i quali sono presi in esame nei contesti di vita quotidiani. In tale analisi l’attenzione viene indirizzata alle modalità con cui un individuo presenta sé stesso e le sue azioni agli altri, alla maniera in cui guida e controlla l’impressione che si forma negli interlocutori e al genere di azioni che può mettere in atto in loro presenza. In ogni sequenza interattiva è possibile individuare degli elementi ricorrenti:

  • Rappresentazione: Si intende tutta quell’attività di un individuo che si svolge durante un periodo caratterizzato dalla sua continua presenza dinanzi a un particolare gruppo di osservatori e tale da avere una certa influenza su di essi.
  • Facciata: Corrisponde a quella parte della rappresentazione dell’individuo che di regola funziona in maniera fissa e generalizzata allo scopo di definire la situazione per quanti la stanno osservando. La facciata costituisce quindi l’equipaggiamento espressivo di tipo standardizzato che l’individuo impiega intenzionalmente durante la propria rappresentazione.
  • Contesto: Caratterizzato dagli elementi scenografici e dal sistema di regole ad esso associato.
  • Attori sociali: Interpreti di uno ruolo drammaturgico che appartiene sia ad uno spazio di rappresentazione condivisa, sia ai significati attribuiti all’interazione stessa.

La rilevanza clinica

Il clinico, per produrre un cambiamento, necessita di un insieme di conoscenze sulla cui base programmare un intervento strategico. La conoscenza delle modalità in cui la coppia struttura gli spazi interattivi, l'interpretazione dei ruoli, l'anticipazione dei gesti dell'altro e l'attribuzione di significato ai medesimi, permette al clinico di individuare il livello più vulnerabile su cui poter agire. Essendo i ruoli, le regole del contesto e gli spazi interattivi legati da processi di interdipendenza reciproca, agendo su uno di questi elementi si andrà a generare un riposizionamento di tutte le parti del sistema.

Il clinico recupera queste conoscenze dai resoconti narrativi e dal modo in cui il paziente agisce il proprio ruolo e costruisce le proprie interazioni con il terapeuta, all’interno di un contesto governato da regole. Le variazioni di setting possono essere funzionali agli stratagemmi adottati dal terapeuta, permettendo, ad esempio, un più facile slittamento di ruolo e aumentando l’efficacia dell’intervento stesso. Di conseguenza, il ruolo dello psicologo clinico e le regole del contesto dell’intervento non sono immutabili, fissi o definiti a priori, ma si modellano rispetto alle esigenze interattive e ai significati negoziati da ciascuna parte coinvolta.

Segni, simboli e linguaggi

Le modalità con cui le persone generano e configurano spazi di cambiamenti in sé stesse e nell’altro avvengono attraverso la gestione di interazioni comunicative. Lo psicologo, per essere esperto di cambiamenti, deve padroneggiare in termini espliciti ed organizzati le regole con cui si costruiscono i processi comunicativi nel quotidiano. Tramite questa conoscenza si può costruire una prassi comunicativa nella quale le strategie adottate risultano funzionali al cambiamento ricercato.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher davidepirrone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica dell'interazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Faccio Elena.
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