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Psicologia clinica dell'interazione

Introduzione

Cos'è l'epistemologia? È quella branca della filosofia che si occupa delle condizioni che rendono la conoscenza "scientifica", e dei metodi per raggiungerla, indaga la struttura, la dinamica e la legittimità del sapere scientifico. Il termine epistemologia deriva dall’unione delle parole greche epistème, logos, scienza, conoscenza certa, e discorso.

Psicologia clinica dell'interazione

Clinica deriva dal greco klinè, che significa "al letto del malato", esprimendo una forte analogia con l’ambito medico, con l’osservazione oggettiva dei sintomi patologici. Tuttavia, è spesso passato in secondo piano quell’essere "faccia a faccia" di due persone. In psicologia clinica, le metafore sono di grande importanza (es. ossessione deriva dal termine "assediare", per indicare un pensiero continuo che invade ogni angolo della mente). Attraverso le metafore i fenomeni psichici diventano oggetti psichici, qualcosa di separabile.

Nella "clinica medica", sia il medico che il malato concordano nel ritenere oggetto di cure l’organismo malato e si affidano entrambi alle conoscenze ufficiali della medicina, mentre nella "clinica psicologica" è molto difficile definire che cosa debba essere "oggetto" d’intervento, conciliare le molteplici rappresentazioni dello "psichico" e negoziare un significato condiviso, concordando un percorso di cura. Diversi modelli della psiche e del suo funzionamento definiscono un "proprio oggetto psichico".

Interazione

La definizione e il significato che si dà al disagio non dipendono solo dalla persona che lo riporta ma anche dalla persona che lo ascolta, essendo il frutto di una relazione, definita come un processo di influenzamento reciproco.

Capitolo 2 – La prospettiva costruttivista e interazionista

Qual è l'oggetto dell'incontro? Quale fenomeno psichico si vuole indagare? In psicologia è molto difficile definire che cosa debba essere l'oggetto di intervento.

Qual è l'oggetto della clinica psicologica?

1) La risposta del comportamentismo

Secondo Wundt, a differenza delle scienze naturali, che si occupano di dati e oggetti, la psicologia deve indagare l’esperienza che l’uomo ha di tali oggetti. Ma come si fa ad indagare l’esperienza? Attraverso il metodo sperimentale, che assicura la ripetibilità e la generalizzazione dei risultati. Tuttavia, attraverso il metodo sperimentale, si escludono tutti quegli elementi non oggettivabili (es. vissuto soggettivo).

Secondo Watson, poiché il metodo scientifico richiede un oggetto d’indagine osservabile e misurabile, bisogna rinunciare all’esperienza umana; quindi, l’oggetto d’indagine cambia e diventa il comportamento. Ma il comportamento è oggettivabile? Il livello di realtà di cui ci occupiamo è dentro l’individuo. Nel comportamentismo scompare l’esaminatore, che deve cercare di non influenzare l’esaminato; inoltre, il criterio statistico è quello che consente di calcolare la "normalità" delle risposte. Vengono utilizzati test e questionari a risposte sì-no come strumenti oggettivi per la rilevazione.

Il comportamentismo si basa inizialmente sullo schema stimolo-risposta; la personalità viene vista come somma di tratti, come qualcosa che l’individuo possiede e che lo porta a emettere certi comportamenti. La psicopatologia viene invece definita come una risposta inappropriata agli stimoli esterni; l’intervento clinico si basa sull’idea secondo cui l’organismo può essere condizionato, attraverso rinforzi positivi e negativi, cioè attraverso opportune ricompense o punizioni, a modificare il suo comportamento in senso adattivo.

Quindi, per il comportamentismo, l’oggetto della clinica psicologica è il comportamento che può essere osservabile e può essere modificato attraverso rinforzi positivi o negativi.

2) La risposta del cognitivismo (anni ’60)

Il cognitivismo ripropone la mente come oggetto di indagine, critica lo schema stimolo-risposta e l’idea di mente come scatola nera in cui gli stimoli sono codificati e decodificati. Grazie agli studi sull’intelligenza artificiale, l’attenzione viene spostata sul rapporto input-output e sul processo di elaborazione dell’informazione: il funzionamento mentale è come un algoritmo di regole e procedure che filtrano le informazioni dal mondo esterno.

L’individuo non è più passivo, ma è protagonista attivo; lo scopo è conoscere quali processi, quali pensieri possono essere alla base di comportamenti disfunzionali. Il disturbo psicologico si manifesta come interpretazione disfunzionale, ma la persona spesso non lo vede come disfunzionale (es. nei disturbi alimentari, la dieta ha portato a risultati ma il soggetto non lo vede come problematico, quel comportamento è visto come unico modo per ottenere dei risultati, la persona non la vede come disfunzionale perché per lui ha sempre funzionato, ma se soffre di bulimia per il cognitivista significa che bisogna rompere lo schema cognitivo disfunzionale e costruire schemi più funzionali).

Dato che le cognizioni del soggetto (idee, credenze, ecc.) influenzano le sue reazioni emotive e comportamentali, obiettivo dell’intervento clinico è individuare le cognizioni distorte e procedere a una loro ristrutturazione sistematica. Ad esempio, nel trattamento dei DCA, il cognitivista cerca di rompere un pensiero di tipo tutto o nulla, dicotomico. L’oggetto psichico quindi è rappresentato da schemi disfunzionali.

Ellis e la Terapia Razionale Emotiva (sistema ABC): attraverso la confutazione e il dibattito, il paziente deve essere condotto ad avere un punto di vista più realistico e razionale. Evento attivante (A) → Convinzioni (B) → Conseguenze emotive e comportamentali (C). Si pone il problema di decidere quando una convinzione irrazionale deve essere confutata e quando no. Secondo questo approccio, vi è un presupposto di razionalità e correttezza delle "credenze". Come definiamo quando uno schema è più o meno disfunzionale? Ci sono prototipi di schemi interpretativi che permettono di definire cosa è funzionale o meno. Quando una condizione razionale deve essere confutata e quando no? Sono meno adattabili le credenze illogiche che non conformano al nostro sistema occidentale, oppure quando non c’è una coincidenza tra la nostra autorappresentazione e il modo in cui gli altri ci vedono.

3) La risposta della psicoanalisi

Cambia il modo di intendere l’oggetto psichico dell’incontro psicoterapeutico. Importanza data all’inconscio, ovvero agli aspetti inconsapevoli, informazioni su di sé che la persona non sa. È la prima volta che la "causa" della sofferenza psichica viene ricercata in qualcosa di non organico (Charcot). Le malattie nervose e i comportamenti umani possono essere spiegati come l’effetto di pulsioni, motivazioni, conflitti di cui il soggetto è inconsapevole, che l’analisi deve portare alla luce della coscienza attraverso la ricerca delle cause. L’oggetto psichico è l’inconscio: «dell’inconscio è necessaria, poiché i dati della coscienza sono molto lacunosi: nei sani come nei malati si verificano spesso atti psichici che possono essere spiegati solo presupponendo altri atti che non sono invece testimoniati dalla coscienza».

Nella terapia deve esserci la massima collaborazione da parte della persona, attraverso le libere associazioni. Ciò che discrimina normalità e anormalità con la psicoanalisi cambia: non è più qualcosa che si decide a livello quantitativo, ma è un gradiente sottile, poiché per esempio la nevrosi è considerata normalità → è un discrimine di tipo continuum qualitativo e non quantitativo, normalità e patologia si trovano all’interno di uno sfumato. L’inconscio può essere definito come una realtà dove risiede l’inconsapevole.

Quindi l’oggetto psichico è l’inconscio: l’inconscio consente di inferire un’ipotesi causale sulle manifestazioni attuali, grazie ad esso possiamo pensare che il problema attuale vada ricostruito da una causa che appartiene alla non coscienza. Un elemento causa un secondo elemento → determinismo psichico (causazione tra gli eventi). Ogni evento psichico (attività onirica, lapsus, dimenticanze, sintomi nevrotici) è determinato dagli eventi che lo hanno preceduto; i fenomeni mentali non possono mancare di connessione causale con ciò che li ha preceduti, né più né meno di quanto accade ai fenomeni fisici. La causa non è più ricercata nel mondo organico ma comunque rimane la ricerca di una causa, come si usa nel mondo delle scienze empiriche.

Con Freud viene inaugurato il metodo storico-clinico:

  • Basato sulla comprensione interpersonale
  • Sul coinvolgimento dell’osservatore nella relazione con l’osservato.
  • A ciò si aggiunge la capacità, da parte dell’osservatore, di riflettere su di sé (pensieri, parole, sensazioni) nella relazione con la persona osservata, in modo tale da poter trarre da tale riflessione informazioni utili alla conoscenza di quest’ultima (coinvolgimento, ma anche distanziamento).
  • Gli aspetti di soggettività sono ineliminabili e sono fonte di conoscenza: il terapeuta quindi utilizza la relazione per trarre informazioni anche su di sé: osservazione dell’altro seguita dall’autosservazione, l’altro viene usato come fonte di conoscenza.
  • L’attenzione è sul caso singolo, non sull’universale, ma ci sono comunque dei temi ricorrenti che possono spiegare alcuni aspetti della vita delle persone (es. nella sofferenza delle persone secondo Freud c’è sempre qualcosa di sessuale, nonostante faccia attenzione al caso singolo).

Il metodo storico-clinico è un metodo qualitativo, che dà più importanza alla soggettività e al caso singolo, distanziandosi dal metodo delle scienze naturali; la soggettività è ineliminabile, va utilizzata come strumento di conoscenza (idiografico → salvaguardia della specificità umana) versus nomotetico (stabilire e prevedere delle leggi che possano spiegare la natura umana, aspetti generalizzabili ad altri soggetti). Nel metodo sperimentale c’è neutralità dell’osservatore mentre in quello storico-clinico c’è sia coinvolgimento che distanziamento dell’osservatore nella relazione con l’osservato.

Importanza dell’interpretazione, intesa non tanto come scoperta di contenuti inconsci ma come lettura e creazione di significati, viene impiegata in modo più o meno deterministico, a seconda del modello psicoanalitico.

In sintesi: ogni sistema teorico include una serie di enunciati sulle persone, ma soprattutto un atteggiamento, un modo di mettersi in relazione. La psiche è stata trasformata in oggetti più facili da cogliere e da descrivere: il comportamento, il tratto di personalità, le cognizioni e rappresentazioni, i contenuti inconsci. Un altro ventaglio di approcci teorici, tuttavia, ha osservato come «noi non possiamo conoscere direttamente le cose, ma solo la nostra esperienza delle cose» (come sostenevano anche i presocratici). Così la psicologia clinica diventa «scienza d’esperienza» svincolata dalle catene dell’oggettivismo, secondo cui la conoscenza scientifica non può non tener conto della presenza viva dei soggetti implicati nelle procedure. Secondo questo nuovo approccio non si riesce a descrivere la realtà esterna in maniera neutra perché il nostro modo di conoscere la realtà consiste nel vederla dal nostro punto di vista, è impossibile non conoscere attraverso un proprio punto di vista.

La proposta del costruttivismo

Criteri per una scienza del significato secondo la visione della conoscenza scientifica proposta dai modelli costruttivista, interazionista, simbolico, costruttivista, ermeneutico e fenomenologico (modelli che condividono il rifiuto della concezione oggettivistica della conoscenza e l’idea secondo cui la conoscenza è frutto di un processo di costruzione):

  • La conoscenza scientifica non può sfuggire alle modalità strutturali della nostra esperienza del mondo, che è sempre situata e prospettica. “Tutto è interpretazione”, non si può prescindere dal proprio punto di osservazione.
  • Se non possiamo più contare su un mondo oggettivo, indipendente dall’osservatore, possiamo contare sulla comunicazione con altri mondi soggettivi, su una realtà costruita intersoggettivamente mediante il consenso. L’accordo tra osservatori, tra agenti diventa il criterio principale della validità delle conoscenze.
  • La comunicazione intersoggettiva deriva dalla capacità di dislocarsi, di entrare nel punto di vista dell’altro, di intenzionare le altre prospettive, dalla capacità di entrare in un certo sistema di significati, di “abitare la sua casa”. Quello dello psicologo infatti è un lavoro più simile all’antropologo che al medico, perché deve comprendere il contesto della persona provando ad uscire dal proprio punto di vista e entrare dentro le intenzioni dell’altro. Ciò presuppone che gli altri siano considerati come “appartenenti alla stessa tribù, come qualcuno che parla lo stesso linguaggio e condivide gli stessi codici”.
  • Il linguaggio è il medium di tale costruzione, definito come atto comunicativo che dà vita a una realtà socialmente condivisa.
  • Mentre i metodi naturalistici analizzano il funzionamento psichico isolandolo dal contesto, la scienza postmoderna muove in direzione di una mente “incorporata”. È il contesto che consente di accedere all’esperienza. Il nostro sistema identitario è strettamente legato all’ambiente e al contesto in cui ci troviamo.
  • Non si può prescindere dall’auto-riflessività: è solo guardandoci allo specchio che possiamo cogliere la specificità di costruire quell’evento.

Definizione di psicologia clinica

La psicologia clinica è un settore della psicologia a cui afferiscono un sistema di conoscenze autonome ma complementari i cui obiettivi sono la comprensione, la spiegazione, l’interpretazione e la riorganizzazione dei processi mentali disfunzionali e patologici, individuali, interpersonali, e di gruppo unitamente ai loro correlati comportamentali e psicobiologici. La psicologia clinica è finalizzata agli interventi atti a promuovere le condizioni di benessere socio-psico-biologico ed i relativi comportamenti, anche preventivi, nelle diverse situazioni, cliniche e ambientali. La psicoterapia nelle sue differenti strategie e metodiche costituisce l’ambito applicativo che più caratterizza la psicologia clinica, come punto di massima convergenza tra domanda, conoscenze psicologiche disponibili, fenomeni indagati e metodi utilizzati.

Che differenza c’è tra comprendere, interpretare e spiegare?

Mediante certe configurazioni linguistiche facciamo dei “pregiudizi conoscitivi”; ad esempio nelle parole “ex carcerato” o “ex tossicodipendente” l’accento è posto più sulla tossicodipendenza che sulla parola “ex”. È molto difficile emanciparsi dalla condizione di dipendenza; non si diventa mai ex ma si entra in un altro ruolo, perché finché si dice ex la persona appartiene ancora ed è ancora legato al ruolo di prima (di dipendenza) e non ha ancora assunto un altro ruolo. Quindi dobbiamo occuparci di linguaggio e non di oggetti psichici.

Questioni di linguaggio riguardano anche i concetti di comprensione, spiegazione e interpretazione.

Esempi di questi tre concetti:

  • “Antonello non riesce a star seduto, si muove costantemente, dà noia ai compagni e fa disperare gli insegnanti perché ha un deficit da disattenzione con iperattività”.
  • “Antonello ne combina di tutti i colori. Forse nell’intento di garantirsi l’attenzione altrui”.
  • “Dal punto di vista di Antonello è preferibile richiamare l’attenzione degli altri su di sé anche a costo di ricorrere a comportamenti ostili”.

Cosa significa comprendere, spiegare o interpretare un comportamento?

Spiegazione = per spiegare un evento occorre individuarne la causa, nonché la legge che tale causa sottende. L’evento sarà spiegato solo se è possibile sussumerne delle leggi. La spiegazione ha l’obiettivo di trovare una causa utilizzando la parola “perché”, utilizzata con funzione esplicativa, ciò che viene dopo è causato da ciò che viene prima. Che altre valenze può avere il perché? Non solo causale ma anche valenza di scopo, finalistica (es. perché = affinché).

La spiegazione permette di ricostruire il rapporto causale che lega due eventi. La causa è la connessione necessaria tra due eventi in cui il secondo è provocato regolarmente dal primo. Ogni volta che un evento “A” accade in un luogo ed in un tempo, un altro evento di tipo “B” accade in un luogo ed in un tempo collegati in modo specifico all’unità spazio-temporale del primo evento. La causa viene riletta in base al momento, cambia nel tempo (es. “Perché ti sei innamorata di quella persona?”, se si chiede all’inizio di una relazione o alla fine avremo due spiegazioni diverse). Le spiegazioni sono a posteriori in base al contesto e al momento di vita in cui ci troviamo, non si riescono a trovare le cause a priori indipendentemente dal contesto.

Interpretazione = L’interpretazione non ha come base la relazione tra due persone, ma partendo da quello che la persona... (continua)

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Saruzza.96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica dell'interazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Faccio Elena.
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