Capitolo 1: Violenza fuorilegge
Vivere di vita collettiva
Lo Stato democratico è costituito da un sistema di istituzioni che presiedono e garantiscono il funzionamento della vita collettiva. Ogni Stato ha l’obiettivo di mantenere e tutelare la pacifica convivenza e la sicurezza dei suoi cittadini. L’ordine sociale perseguito si fonda inevitabilmente su obblighi e divieti. In modo particolare, oggi ai primi posti dell’agenda politica vi è il tema spinoso dei limiti da porre al potere restrittivo dello Stato. Ovvero, cosa va considerato reato, e quindi punibile, e cosa invece va lasciato impunito. Saper articolare con equilibrio i principi di libertà e autonomia con quelli di autorità e responsabilità diventa l’indicatore della buona salute della democrazia di ogni Paese. Qualsiasi restrizione si voglia porre alla libertà dei cittadini comporta la considerazione del rapporto esistente tra diritto e consenso. Una libera convivenza disciplinata dal diritto è ovviamente possibile se l’osservanza del dettato societario si concretizza mediante una soggettiva adesione che, pur nella consapevolezza della presenza di un dispositivo sanzionatorio, non abbia bisogno della costante presenza del bastone del comando. Per questo motivo, quando si tratta di scegliere quali condotte penalizzare non ci si può esimere dal cercare nel sistema di credenze sociali ciò che si è consolidato come disvalore.
Il diritto come farmaco della paura
Tra gli attori sociali che entrano in gioco nella formazione di idee e convinzioni in materia di divieti e punizioni un ruolo centrale è assunto dai mass media. La loro azione concorre in maniera decisiva alla percezione del pericolo, influenzando l’opinione pubblica circa cosa e come va pensato ciò che si ritiene criminale e deviante. Poiché viviamo nella società dell’informazione, non dovrebbe apparire strano assistere a una mutazione genetica del diritto: orientato non solo a misurarsi sull’effettiva capacità di contrastare e reprimere concrete azioni criminose, ma anche propenso a svolgere una funzione psicologica, prendendosi cura delle paure costruite attraverso la comunicazione sociale, come nell'esempio dell’immigrazione.
Un’escalation ben spiegata dalla teoria di panico morale. Il processo si dischiude nel modo seguente:
- Un evento, un individuo o un gruppo inizia a essere definito alla stregua di una minaccia a certi valori o interessi della collettività.
- La sua natura è rappresentata in modo semplificato e stereotipato.
- Barricate morali sono alzate da giornalisti, religiosi, politici e altri leader di comunità.
- Entrano in campo riconosciuti esperti, rapidi nel formulare la loro diagnosi e il relativo trattamento.
E alla fine le condizioni che hanno generato un simile processo possono pure sottrarsi alla pubblica attenzione. Accanto al lavoro comunicativo dei media, irrompe sulla scena la risposta degli agenti del controllo sociale, pronti a mettere in campo le proprie energie nel tentativo di arginare il nuovo pericolo. Gli sforzi profusi prendono la forma di strategie di prevenzione e repressione. È all’interno di tali scenari che nascono le legislazioni d’emergenza per neutralizzare, almeno a parole, il pericolo incombente, mentre nella sostanza sono più attente a lenire le ansie e le paure collettive (esempio della clandestinità).
Il diritto contro la negazione del male
Il tema di ciò che è punibile e ciò che è permesso oltrepassa i confini dell’azione umana e abbraccia anche le idee: fino a che punto un cittadino può esprimere le proprie opinioni? Per i sostenitori di una legge che pulisca il negazionismo, bisogna contrastare con ogni mezzo la diffusione, soprattutto tra le giovani generazioni, di qualsiasi forma di razzismo, xenofobia e antisemitismo. E per essere efficaci serve colpire i “precursori intellettuali” che preparano il gesto violento. Quindi, la negazione di una verità storica non è un’opinione bensì un’azione politica criminale, un prolungamento nelle democrazie contemporanee di quel progetto totalitario che ha prodotto una simile mostruosità in passato. Da qui la richiesta di una tutela di natura penale, che tracci nettamente i confini tra bene e male, rafforzando così tra i cittadini l’adesione al sistema di valori condiviso.
Al reato di negazionismo si attribuisce così un chiaro valore simbolico, un segnavia per tutti e soprattutto per gli indifferenti e per chi non vuole saperne. Alla base di una tale posizione c’è indubbiamente una concezione pedagogica dello Stato: una sorta di educatore che parla, con la forza della legge, alla coscienza dei suoi cittadini. In definitiva, osserva chi tifa per questa legge, portare sul banco degli imputati i propugnatori del negazionismo sarebbe un’azione preventiva, nel senso letterale di arrivare prima che il negativo si manifesti. Così da combattere i criminali dell’odio alla fonte, perché il disconoscimento di verità storiche non si limita a operare solo sul piano culturale, ma innesca, favorisce e legittima il passaggio dalle credenze ai comportamenti, incentivando condotte devianti.
Coloro che invece si sono schierati contro la legge sul negazionismo ritengono che un problema marcatamente socio-culturale dovrebbe essere escluso da qualsiasi sanzione. Molte le ragioni addotte per evitare di risolvere la questione con la minaccia della pena. Innanzitutto, gli storici hanno ribadito che lo Stato non può scrivere la storia, se non con derive preoccupanti, come accaduto recentemente in Polonia. Inoltre, sono stati avanzati dubbi circa l’utilità pratica di prescrivere un’idea, un pensiero o una verità storica, incriminando le persone per le proprie parole. Per di più, la storia ci insegna l’inefficacia di simili imposizioni, mostrando che il soffocamento per legge di determinate credenze può anzi rafforzarle e radicalizzarle. Meglio quindi investire in cultura, ricerca e formazione dei cittadini, piuttosto che in controllo sociale.
Infine, un’altra ragione spesa contro la legge sul negazionismo chiama in causa la summenzionata funzione del diritto come agente di moralizzazione. Ora, appare inequivocabile che le leggi dello Stato costituiscono una geografia etica di ciò che è permesso e ciò che è proibito, del giusto e dello sbagliato, stabilizzando la convivenza collettiva. Sancire che una certa azione è reato, vuol dire comunicare all’attore la gravità del suo gesto, invitandolo a osservare i paletti legali e i principi che regolano la vita sociale. Tuttavia, questa funzione pedagogica espletata per via giurisdizionale è poco in sintonia con una matura società democratica; al suo interno, lo Stato non ha la competenza di educare coattivamente i cittadini adulti ai valori dominanti, per cui voler ricondurre a sé anche i convincimenti interiori dei singoli pare decisamente distonico.
Libertà e coercizione
Un precipitato normativo di lunga storia che ci restituisce la visione dell’assetto culturale di una democrazia. Al centro ci sono i diritti dei cittadini che lo Stato è chiamato a rispettare e tutelare. Lo stesso Stato è sottoposto alle leggi e può esercitare le funzioni di comando solo seguendo determinate regole. Se in uno Stato di polizia un’autorità può decidere di imperio di assumere misure eccezionali per far fronte a un certo problema, in uno Stato democratico qualsiasi provvedimento deve essere conforme alle leggi vigenti. E tutte le leggi devono sottostare alla legge delle leggi, ossia la Costituzione. Senza questa carta vincolante, lo Stato disporrebbe di un potere sregolato. Uno Stato costituzionale è quindi uno Stato che autolimita il proprio potere, riconoscendo la presenza di diritti inviolabili. Rispetto a uno Stato di polizia, la differenza è netta: laddove quest’ultimo ritiene che la società sia funzionale a perseguire i propri scopi, lo Stato costituzionale è al servizio della società.
Allora, lo Stato democratico è sì chiamato ad essere rispettoso del quadro giuridico di riferimento tuttavia non va dimenticato che è pur sempre uno Stato dotato di straordinari apparati coercitivi.
Vista dal versante del singolo cittadino, tutto ciò si traduce in norme vincolanti; ovvero fare i conti con un patto collettivo che presuppone che qualcosa non rientri nella sfera dell’arbitrio soggettivo. Lo sforzo democratico è sicuramente quello di coniugare le aspirazioni degli individui a una vita propria con un sistema di regole valide per la società nel suo complesso: uno nucleo di valori obbliganti che devono essere osservati da tutti all’interno della compagine sociale. Inevitabilmente una simile dinamica comporta una qualche costrizione delle volontà individuali. Il singolo cittadino può arrivare ad accettare interiormente ciò che prima rifiutata, oppure accetta perché non può fare altrimenti, pena la compromissione di interessi personali o il rischio di incappare in sanzioni.
Pertanto in qualsiasi Stato democratico convivono libertà e coercizione, le due facce della medaglia chiamata cittadinanza.
Conflitto e nonviolenza
Intesa come un sistema di istituzioni e un modo di concepire la vita collettiva, la democrazia è un dispositivo non violento basato su un’equa e controllata distribuzione del potere tra gruppi umani che convivono seguendo una pluralità di orientamenti morali. Da un punto di vista ideale, i vari attori sociali sono in sintonia con i pericoli della violenza e riconoscono i reciproci vantaggi della nonviolenza. Si prevede così che le diverse crisi di convivenza vengano affrontate e superate facendo ricorso a strumenti di libero accesso. Alla base della democrazia vi è inoltre il rispetto di chi, nell’uguaglianza, è un “diverso”. Un rispetto che consente ai “diversi” di organizzarsi per contrastare i detentori del potere e le leggi emanate. Nell’insieme, il governo eletto e gli organi preposti devono garantire tutela e difesa ai cittadini. Il riconoscimento e la protezione dei diritti degli esseri umani stanno alla base delle moderne democrazie.
L’approccio non violento alla vita sociale riguarda non solo la sfera del comune cittadino ma pure quella del pubblico funzionario. Ne discende la profonda attenzione da parte della collettività circa la condotta di coloro che indossano particolari “abiti sociali”, come il militare e il poliziotto. Qualora una persona subisca una violazione, la stessa è messa nella condizione di ottenere udienza pubblica e un equo indennizzo, mentre i perpetratori sono chiamati a rispondere dell’accaduto, con l’eventuale rimozione dalla carica. Sicché, la democrazia non presuppone esclusivamente cittadini disciplinati, quanto invece cittadini responsabili.
L’avversione e il contrasto della democrazia verso la violenza sono ben noti, ma purtroppo non sono i titoli di coda di un film a lieto fine. Cominciamo con il sottolineare che i sistemi democratici, persuasi da offerte commerciali e calcoli geopolitici, hanno intrattenuto e tuttora intrattengono rapporti di sostegno nei confronti di dittature e sono pronti a prestare il proprio soccorso, economico e militare, a despoti di popolazioni inermi. Davanti ad atrocità conclamate, le democrazie faticano a nascondersi: se stanno in disparte e non fanno nulla sono facilmente accusate di indifferenza; se, d'altra parte, s'impegnano in un “intervento umanitario” rischiano di essere accusate di ingerenza negli affari degli altri, di comportarsi in modo “non democratico” agendo con prepotenza sui loro avversari. Quindi, fuori dal giardino di casa, le democrazie non disdegnano il ricorso alla violenza stando bene attente a non chiamare violenza la violenza perché sanno che le strategie per affrontare violentemente i violenti sono discutibili e criticabili dalla pubblica opinione.
Di fronte alla violenza di nemici, le democrazie si trovano intrappolate in un dilemma: se, quando e come sviluppare il dispiegamento di mezzi coercitivi per respingere o sradicare gli antagonisti. E i cittadini sono consapevoli che la democrazia può essere utilizzata per sconfiggere la democrazia; è il caso dell’invocazione di poteri eccezionali che alla fine trasformano la democrazia, in parte o totalmente, in una dittatura.
Proseguiamo con il dire che anche al suo interno la vita democratica non è un’oasi di quietismo esistenziale bensì il campo di un conflitto. Poiché l’essere umano è un essere in relazione, egli è chiamato continuamente a fare esperienza dell’incontro. Un incontro che può essere vissuto come armonico arricchimento oppure come dissonante privazione. Nel primo caso, la fiducia governa i rapporti, l’incontro è pacificato e spogliato di emozioni quali la diffidenza e la paura. Viceversa, nel secondo, l’altro, che con una peculiare esistenza si erge dinanzi a me, può manifestare desideri opposti ai miei, i suoi interessi possono scontrarsi con i miei, la sua rivendicazione di diritti può sottrarre terreno ai miei diritti. Il conflitto che ne scaturisce può incamminarsi lungo i sentieri della distruttività, o invece prendere una via costruttiva. Ora, la tendenza della democrazia a sbarazzarsi della violenza non equivale alla messa al bando del conflitto. Piuttosto, la democrazia si fonda sulla gestione e negoziazione nonviolenta dei conflitti.
Da qui la già ricordata necessità di un’organizzazione sociale improntata alla giustizia che preveda una serie di istituzioni deputate a risolvere le dispute che possono nascere tra i singoli cittadini. In definitiva, laddove il dialogo sembra non sortire risultati, per promuovere e difendere i diritti che ritengo fondamentali e irrinunciabili, devo entrare in conflitto con coloro che vorrebbero mortificarli e negarli. E qui serve l’esercito della forza.
Ogni conflitto è sostanzialmente una prova di forza. Lottare per vedere riconosciuti i miei diritti o i diritti di coloro con cui voglio solidarizzare, vuol dire immettersi in un campo di forze antagoniste, costringendo gli avversari a riconoscermi come interlocutore. L’esito finale sarà un particolare equilibrio di giustizia sociale. In democrazia un simile equilibrio dovrebbe tradursi in un vivere insieme da concittadini in modo reciprocamente vantaggioso e senza nuocere gli uni agli altri, tale da rendere i vincoli associativi accettabili e accettati. E poiché il diritto è la traduzione di questo equilibrio in norme, l’assetto giuridico rappresenta i rapporti di forza presenti in una data società.
Democrazia e violenza
Per evitare fraintendimenti, è indispensabile capire di cosa si parla quando si parla di violenza. L’elemento principale da richiamare è quello di intenzionalità: l’azione violenta è orientata da uno scopo socialmente condannabile o comunque discutibile. Immediatamente, il destinatario di simili condotte assume ai nostri occhi il ruolo di vittima: ossia una persona che subisce contro volontà, sperimentando una restrizione delle libertà individuali e un certo grado di sofferenza, fisica o psicologica. Ma l’intenzionalità dell’atto (il suo scopo) può sottrarre argomenti a chi rivendica di essere vittima di violenza (esempio del poliziotto con il manganello).
Rispetto alla forza, la violenza non presuppone di pervenire a un accordo tra gli attori. Il processo relazionale e sociale che si dischiude punta invece a silenziare e sopprimere l’avversario. Insultare, umiliare, ferire, torturare e uccidere sono i modi d’agire della violenza. La forza di per sé non è ostile, la violenza sempre. Ne consegue che in democrazia la violenza è vista principalmente come il ricorso illegale al potere e alla forza fisica. La violenza non è una caratteristica intrinseca a una certa gamma di azioni, né tantomeno a un insieme di vissuti da vittima; piuttosto rinvia a quanto è stato consensualmente definito accettabile e inaccettabile in una data società. Quindi, presuppone un giudizio normativo collettivo.
Nei sistemi democratici la violenza è caratterizzata da ambiguità morali: stigmatizzata in pubblico come barbarie e nello stampo solo tempo dichiarata irrinunciabile quando al servizio del “bene” comune. Va da sé che quanto più lo Stato democratico riesce a impadronirsi di mezzi coercitivi, tanto più l’esercizio degli stessi da parte di soggetti non autorizzati e legittimati assumerà l’attributo della devianza. Inoltre, l’appropriazione statale della violenza ha storicamente innescato nei cittadini una creativa contrapposizione, soprattutto nell’ambito della protesta (esempio dei luoghi e delle modalità della protesta). Se il variegato fenomeno della protesta esemplifica al meglio la creatività della contestazione al tempo dell'appropriazione democratica della violenza, contestualmente gli strumenti e le strategie adottate dalle forze dell'ordine per farvi fronte fotografano il potere regolato dallo Stato: nonostante abbia in dotazione potenti mezzi di offesa, non li può sfruttare pienamente se non vuole oltrepassare i limiti che rendono la soluzione forza legittima e non violenza.
Professionalizzazione della “violenza legittima”
Attestandosi alla constatazione del monopolio della “violenza legittima” da parte dello Stato, le scienze del comportamento si sono principalmente, sebbene non esclusivamente, occupate di “violenza illegittima”, ossia delle condotte agite da singoli o gruppi per p...
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