Capitolo 1: Etnocentrismo e relativismo culturale
Il termine etnocentrismo viene abitualmente utilizzato per esprimere qualcosa di negativo e moralmente riprovevole: un senso di superiorità dei propri modi di agire e pensare rispetto a quelli caratteristici di altre società e gruppi etnici, fonte di pregiudizi nel giudicare i comportamenti degli altri. In modo più equilibrato, si è affermato come l'etnocentrismo sia di per sé un valore positivo, in quanto a partire dalla percezione di sé elaborata anche come identità collettiva, etnica, che noi possiamo confrontarci e aprirci al mondo. Diventa un sentimento negativo e pericoloso se non è critico nei nostri confronti ed è causa di pregiudizi e di discriminazione nei confronti degli altri.
Un antidoto all'etnocentrismo negativo viene dal relativismo culturale. Secondo questa teoria, ogni cultura va interpretata nei termini che le sono propri, ossia adottando il sistema di valori che le appartiene. Sarebbe scorretto, e anche moralmente riprovevole, servirci dei nostri parametri di giudizio per valutare modi di comportamento e di pensiero altrui. Come vedremo, se portata all'estremo questa posizione impedisce di sostenere il valore assoluto di certi principi che abbiamo la convinzione debbano essere a fondamento della condizione umana, con il rischio di giustificare ogni forma di eccesso. Ma se interpretata in modo equilibrato, non vi è dubbio che essa assicuri il rispetto delle posizioni altrui e, sotto il profilo del metodo, esprima uno dei fondamenti dell'approccio antropologico: quello di cercare, di calarsi nell'intero di una realtà culturale per comprenderla così come la vivono i suoi soggetti.
Capitolo 2: Sistemi di parentela
Si distingue tra sistemi in cui ogni posizione classificatoria è indicata con un suo termine specifico, e sistemi in cui si raggruppano sotto uno stesso termine di riferimento posizioni diverse. Noi adottiamo un criterio classificatorio quando parliamo di zii, cugini, nipoti, che possono essere imparentati con noi per via materna o paterna. Ogni individuo definisce la propria identità sociale in base alla posizione assunta all’interno di un sistema di relazioni di parentela, nelle quali si viene a trovare per nascita o nella quale entra per matrimonio proprio o di un parente.
La parentela comprende relazioni per consanguineità e per affinità. Per quanto riguarda la consanguineità, i sistemi di parentela si distinguono a seconda delle linee di discendenza riconosciute. In tal senso, la discendenza può essere bilaterale (insieme dei parenti viene chiamato parentado) o unilaterale. A sua volta, la discendenza unilaterale può essere patrilineare o matrilineare. Vi sono anche rari casi di discendenza doppia, in cui si riconosce ora l'una ora l'altra linea per il riconoscimento di particolari diritti e obblighi sociali. Il riconoscimento della discendenza unilaterale è frequente, specie nelle società di piccole dimensioni. Essa consente di perpetuare i legami di parentela nel tempo definendoli con chiarezza.
Nella terminologia antropologica, sono chiamati clan quei gruppi estesi di discendenza che fanno risalire i loro legami di consanguineità a un fondatore mitico. Lignaggi sono invece quelle linee di discendenza la cui genealogia può essere ricostruita con certezza a partire da un comune antenato ed è nota ai suoi membri. I lignaggi formati da linee di discendenza paterne sono chiamati patrilignaggi, quelli matrilineari sono chiamati matrilignaggi. Per il perpetuarsi nel tempo, i gruppi di parentela si scambiano tra di loro i partner matrimoniali (solitamente sono le donne a essere oggetto di scambio). Questi scambi possono essere simmetrici (es: aborigeni australiani) o asimmetrici (es: Kachin della Birmania), a seconda che il gruppo donatore riceva a sua volta i partner dal gruppo ricevente, oppure che i gruppi siano l'uno nei confronti dell'altro solo riceventi o solo donatori, in un cerchio più ampio.
Due gruppi che si scambiano partner a scopo matrimoniale sono detti "esogamici": significa che i loro membri non possono cercare un partner dentro al proprio gruppo. Il termine opposto è "endogamico". La stratificazione forma delle asimmetrie sociali che influenza le strategie matrimoniali: quella più caratteristica è la ipergamia, cioè la ricerca di un'elevazione di status attraverso il matrimonio.
Capitolo 3: Cultura
Edward Tylor la definì come "quell'insieme complesso che comprende conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro di una società". Il termine cultura si riferisce in senso restrittivo a quelle espressioni che si ritiene siano provviste di un particolare valore, ha cioè un significato selettivo. Soltanto alcune manifestazioni del pensiero e alcune opere apparterrebbero all'ambito della cultura e diventerebbero il nucleo più elevato della tradizione di un popolo.
Nelle società primitive che gli antropologi volevano studiare, dove si sarebbe dovuta cercare la cultura? Non vi erano sistemi di scrittura, né regole o istituzioni che ne fossero dedicati. L'opinione corrente era che quelle popolazioni ne fossero sprovviste. Contributo fondamentale dell'antropologia fu quello di mostrare che anche le società primitive erano provviste di cultura, ma per fare ciò la disciplina doveva dotarsi di strumenti conoscitivi che le consentissero di riconoscerne la presenza, al di fuori delle sedi che le erano state attribuite. Anche i primitivi erano dotati di forme di organizzazione sociale, sistemi familiari, credenze, abitudini, conoscenze e di una tecnologia arretrata. Tutto ciò non era acquisito naturalmente, bensì era trasmesso e appreso all'interno dei loro gruppi, o tribù, come spesso si diceva.
Di qui nasce l'esigenza di estendere al massimo ciò che poteva essere compreso nel termine cultura, come tutto quanto non derivava all'uomo dalla sua natura biologica ma dalla sua natura umana, secondo i modi caratteristici della società in cui viveva. La cultura è soggetta a un processo dinamico costante e capillare. Se diventa statica, una cultura è destinata ad estinguersi per essere sostituita da nuove forme culturali. È dalla pluralità delle culture che si deriva il concetto di cultura. Non si dà un modello unico, ontologicamente dato, di cultura, di cui le culture sarebbero repliche con variazioni. Varietà e dinamiche impediscono la ricerca di regolarità che consentano di attribuire alle singole culture una loro fisionomia caratteristica.
In altro senso, si può parlare di universali della cultura, nel senso, cioè, che alcuni aspetti sono presenti presso tutte le culture, con forme e significati diversi: il linguaggio, una forma seppur minima di organizzazione politica, una regola di parentela, un corpo di credenze. Secondo Levi-Strauss, fondatore dello strutturalismo francese, dietro alle molteplici diversità delle manifestazioni culturali, così come appaiono all'osservatore nelle società, stanno delle uniformità che possono essere ricondotte a comuni categorie logiche del pensiero. Le strutture andrebbero quindi ricercate nella mente.
Elementi della cultura
Ovvero lo studio di sistemi di pensiero "altri" rispetto a quelli occidentali, in cui si è formato lo studioso e a cui fa riferimento nel suo sforzo di comprensione, analisi e interpretazione di espressioni culturali diverse dalle proprie. Lo stesso accesso a quei modi di pensiero si rivela spesso arduo (es: Griaule e la cosmologia Dogon). L'attività simbolica attraverso la quale l'uomo tenta di appropriarsi della realtà cosmica, in quanto natura e in quanto storia, di interpretarla in termini comprensivi e significativi. Nel simbolismo si possono riconoscere due elementi: la facoltà mentale di operare un processo di mediazione tra l'uomo e la realtà cosmica, che abbiamo chiamato facoltà simbolica; e i simboli stessi, che di quella facoltà rappresentano la manifestazione, il prodotto.
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