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Riassunto esame Psicologia Giuridica, Prof.Pajardi, libro consigliato La valutazione psicogiuridica. Guida al lavoro peritale

Riassunto per l'esame di psicologia giuridica, basato su appunti personali, ricavate da lezioni seguite, e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pajardi: La valutazione psicogiuridica Guida al lavoro peritale, Giuffrè. Scarica il file in PDF!

Esame di Psicologia giuridica docente Prof. D. Pajardi

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condiviso non ha però risolto tutti i problemi legati alle cure, all’educazione e alla gestione dei figli.

La consulenza tecnica d’ufficio, che è iniziativa del magistrato o richiesta dalle parti, mira ad aiutare

il giudice a conoscere la situazione familiare e risolvere il problema riguardo l’affido dei minori. La

consulenza psicologica, è uno strumento che ha cominciato ad essere utilizzato più spesso quando la

riforma del diritto di famiglia e le leggi successive hanno iniziato a sottolineare il concetto di

«interesse del minore». Il consulente tecnico d’ufficio, iscritto all’albo di Corte d’appello del

Tribunale, presta giuramento di «bene e fedelmente» «procedere nelle funzioni affidatagli, al solo

scopo di fare conoscere la verità». Dopo il giuramento, viene formulato il «quesito» al quale il CTU

dovrà rispondere a conclusione delle indagini effettuate durante le operazioni peritali. Il quesito varia

in base alle situazioni, ma l’oggetto specifico dell’indagine peritale riguarda sempre l’interazione

familiare intesa come l’insieme delle relazioni interpersonali. Il compito del CTU è di valutare dopo

i vari incontri e colloqui con i membri della famiglia, quale sia il miglior regime di affidamento. Lo

psicologo a cui viene incaricata una consulenza tecnica, valuta i dati di carattere psicologico ed

educativo per stabilire quale siano le migliori condizioni di affidamento per i minori coinvolti nella

separazione o divorzio. Il criterio fondamentale consiste nell’identificare quale sia il migliore ed

esclusivo interesse del minore.

Il criterio quindi è di tipo diagnostico, prognostico e relazionale: devono essere esaminati la

personalità dei due genitori, la personalità e i bisogni dei minori, i rapporti del singolo genitore con

il minore, le dinamiche relazionale, e la situazione familiare nel complesso. Dall’insieme e grazie ai

dati raccolti si cerca di ipotizzare una situazione futura che garantisca l’equilibrio dei figli.

Contemporaneamente alla nomina del CTU, le parti possono nominare un proprio consulente tecnica

che ha la facoltà di assistere alle operazioni peritali al fine di garantire una corretta tutela dei diritti

del proprio cliente. Il CTP può assistere a tutti gli accertamenti fatti durante la perizia ma non può

intervenire riguardo il lavoro del CTU.

I criteri di valutazione della cosiddetta idoneità genitoriale

I criteri di valutazione dell’idoneità genitoriale si sono evoluti nel tempo. In passato Freud e Solnit

ritenevano che in caso di separazione o divorzio l’affidamento veniva scelto in base

all’identificazione del genitore psicologico, solitamente la madre, che decideva se lasciare il figlio

frequentare o meno l’altro genitore. Col tempo questa concezione si è evoluta, con i criteri adottati

del Michigan. Secondo questi criteri, ai fini dell’affidamento del figlio all’uno o all’altro genitore è

indispensabile verificare:

- l’intensità dell’affetto;

- la migliore disponibilità affettiva di un genitore rispetto all’altro;

- l’opportunità di non mutare radicalmente la abituale collocazione ambientale del minore;

- la disponibilità, quale sede dell’affidamento, della casa familiare in cui il minore ha

abitualmente vissuto;

- la validità morale e la salute fisica e psichica del genitore affidatario;

- l’eventuale presenza di malattia mentale di un genitore;

- la ragionevole preferenza espressa dal figlio per un genitore;

Oggi si tende a prediligere non più il genitore psicologico ma il genitore che permette al figlio di

avere libero accesso all’altro genitore.

Ciò significa che il bambino deve stare col genitore che tende ad amare più il partner precedente, il

genitore che riesce a guarda il figlio e, attraverso di lui, a ricevere a cuore aperto la presenza dell’altro

genitore. Il criterio fondamentale ora, è quello di scegliere il genitore collocatario colui che permette,

e non ostacola, il diritto del minore alla bigenitorialità.

È stata fatta una ricerca longitudinale per studiare l’evoluzione dei criteri seguiti dai CTU per

motivare l’affidamento dei minori ed è emerso che, il primo criterio è affettivo-relazionale e appare

come fondamentale per qualsiasi decisione riguardo l’affidamento. I criteri seguenti come i bisogni e

la richiesta dei minori indicano che successivamente l’interesse del perito si focalizza sul caso

concreto. Le motivazioni quindi prese in considerazione dei CTU si focalizzano sul minore e le sue

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necessità, mentre i genitori e la loro idoneità educativa sono posti in secondo piano. Soltanto

nell’ultimo decennio è comparso il criterio di favorire l’accesso del minore alla bigenitorialità. La

Corte d’Appello di Bologna con un decreto del 17.5.2007 ha affermato che la conflittualità tra i

genitori non è l’elemento sufficiente, il solo per disporre l’affidamento esclusivo. L’affidamento

esclusivo dovrebbe essere disposto solo in casi eccezionali e per gravi motivi.

Metodi e tecniche per la valutazione

Esistono diversi modo di fare perizia, quanti sono i periti e i casi concreti considerati. Nella

consulenza psicologica l’obiettivo diagnostico è principalmente la relazione che intercorre fra i

coniugi, fra questi e i figli, fra i singoli componenti della famiglia e altre persona che sono intorno.

L’oggetto di indagine è quindi «l’interazione familiare» che va analizzata sia sotto l’aspetto

strutturale che sotto quello evolutivo. È un inferire sulla struttura iniziale delle relazioni familiare, la

loro evoluzione, la dinamica del processo di sfaldamento del nucleo familiare e anche di prevedere

la strutturazione che le relazioni interpersonali assumeranno una volta codificato in via definitiva lo

scioglimento del nucleo familiare e l’affidamento dei figli. Il perito di solito svolge da 6 a 12 incontri

con i vari membri del nucleo, nel periodo di tempo che gli è concesso. Il colloquio è lo strumento

principale attraverso il quale il CTU raccoglie la parte importante delle informazioni necessarie. Il

colloquio permette anche di instaurare un rapporto con la famiglia in crisi e di giungere ai problemi

interni a tale nucleo. Il colloquio individuale con i minori è molto simili ad un colloquio clinico poiché

il suo fine è quello di cogliere quali siano i legami affettivi del minore verso i genitori e quale dei due

è visto come la «figura primaria». Il colloquio con gli adulti invece ha come scopo il trapelare

caratteristiche di personalità e del modo di vivere dei genitori. Il soggetto si presenza con lo scopo di

essere genitore affidatario o collocatario dei figli e quindi è possibili che metta in atto tentativi di

manipolazioni e simulazione nei confronti del CTU.

La contesa per l’affidamento diventa una conferma delle proprie capacità e qualità e questo favorisce

la svalutazione del partner nel suo ruolo genitoriale, ma anche l’assunzione di atteggiamenti nei

confronti dei figli per ottenere le sue simpatie.

A) ASCOLTO E VALUTAZIONE DEI GENITORI

I colloqui del CTU con i genitori sono di vario tipo:

I colloqui congiunti con i genitori permettono di ricostruire la «storia familiare» confrontando le

diverse versioni delle parti. Si analizzano le aspettative di ciascun coniuge, si analizza la crisi

familiare con i tempi della sua insorgenza e dell’evoluzione. Si raccolgono informazioni riguardo ai

rapporti con i figli e all’assunzione del ruolo genitoriale. Il colloquio congiunto permette di valutare

le capacità comunicative e di collaborazione dei due genitori nell’interesse dei minori.

Il colloquio congiunto genitore-figlio/i consente di valutare le relazioni tra genitore e figlio e i modi

di porsi nei confronti dell’altro.

I colloqui individuali con il singolo genitore permettono di tracciare la storia dell’individuo

(anamnesi) e di cogliere il modo in cui affronta l’evento separativo.

Il CTU indaga le varie aree che compongono la personalità dei soggetti: il funzionamento dell’IO, le

potenzialità e l’efficienza intellettuale. Prosegue con un esame psicodiagnostico sol nel caso in cui si

sospetta un disturbo della personalità, in caso contrario si da rilievo alle dinamiche relazionali. Esiste

un grosso rischio, che il CTU patologizzi la situazione attraverso la diagnosi delle caratteristiche di

personalità dei singoli evidenziandone forme di psicopatologia individuale le cui manifestazione

sintomatiche siano legate pero alla disfunzionalità delle relazioni interpersonali.

L’uso dei test

I consulenti utilizzando molto i test proiettivi che vengono applicati ai genitori soprattutto se esiste

un esiste un sospetto di patologia. Il perito può servirsi dell’ausilio di terze persone per la

somministrazione dei test purché i dati acquisiti siano inseriti nell’elaborato peritale dopo che il

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consulente ha effettuato una propria valutazione critica. Il test proiettivo fornisce la possibilità di

indagare in modo più semplice di quanto non sia possibile con il colloquio, alcuni aspetti della

personalità aggirando difese o manipolazione dei soggetti.

I test più utilizzati con gli adulti sono: Rorschach, T.A.T., e Blacky picture test. I questionari (MMPI)

sono raramente utilizzati. L’impiego dei reattivi nel contesto della CTU dovrebbe essere cauto, con

l’esclusione dove è possibile, di ogni valutazione diagnostica, prestando attenzione alle

strumentalizzazioni ricavabili dalle parole del consulente.

B) ASCOLTO E VALUTAZIONE DEI MINORI

Nei procedimenti che coinvolgono i minori, prima di esprimere un parere, il professionista ha

l’obbligo di ascoltare e consultare il bambino. L’incontro con il minore è un momento fondamentale

della valutazione, la chiave di volta della situazione.

Il colloquio con il minore costituisce un momento fondamentale per il bambino a cui si da uno spazio

tutto suo dove essere ascoltato. All’inizio va informato dell’indagine, per correggere alcune eventuali

informazioni distorte che abbia già ricevuto da parte di uno dei due genitori. È importante parlagliene

per evitare di aggravare la paura, la tristezza, generata già dalla situazione conflittuale. È uno spazio

di chiarificazione e rassicurazione per il bambino circa la sua situazione familiare.

L’incontro con il minore permette di valutare i suoi bisogni concreti e i rapporti con ciascun genitore.

Il CTU non deve assolutamente chiedere al minore le sue preferenze rispetto ad un affidamento o

collocamento al padre o alla madre, ciò grava solo il minore.

I test proiettivi sono quelli più utilizzati in tale contesto in quanto sono lo strumento privilegiato di

indagine, che permettono di indagare i vissuti del bambino nei confronti delle figure genitoriali. Il

bambino è facilitato ad esprimere i propri sentimenti di ansia, paura, attraverso il gioco e la funzione

simbolica, mentre ha difficoltà nel linguaggio verbale. I test proiettivi più utilizzati sono il:

Rorschach, il Blacky picture test, il C.A.T., le favole della Duess, le prove grafiche, F.R.I.(nel caso

di sospetto di abuso sessuale o maltrattamento); il disegno congiunto minore-genitore. Osservazione

naturalistica avviene nel caso di nuclei familiari con bambini molto piccoli, e si procede con

un’osservazione del bambino nella sua abitazione, in particolare nella casa paterna o materna.

C) VISITE DOMICILIARI E INDAGINE AMBIENTALE

Negli accertamenti eseguiti nel contesto della consulenza tecnica sono comprese la verifica delle

condizioni abitative dei genitori e dell’ambiente nel quale vivono. Questo tipo di indagine permettono

di comprendere l’interazione tra il bambino, i genitori e la realtà intorno. Nel caso in cui vi siano

carenze nei genitori, vengono analizzate le risorse presenti nell’ambiente.

D) LE ALTRE FIGURE DI RIFERIMENTO

Oltre ai genitori e ai minori vengono spesso sentite anche altre persone significative nella vita del

minore o che hanno consuetudine di vita. Queste persone sono spesso i nonni, i conviventi, gli zii. Il

colloquio con tali figure è di tipo conoscitivo dove si cerca di capire la disposizione del soggetto nei

confronti del minore e del su atteggiamento nei confronti della vicenda coniugale. Non vengono mai

ascoltate quelle figure che non hanno consuetudine di vita con il minore. Il compito del CTU non è

di indagare su eventuali colpe o responsabilità del fallimento matrimoniale, ma deve limitarsi a

valutare la dimensione affettiva tra minore e genitore, minore e altri significativi.

La relazione tecnica d’ufficio

Dopo la raccolta di tutte le informazioni, il CTU è in grado di formulare il suo parere scritto. La

perizia inizia quando viene posto il quesito da parte del giudice e si conclude con la consegna da parte

del CTU, dell’elaborato finale nel quale sono indicati tutti gli accertamenti svolti, sui genitori e sui

minori, ed è indicata la risposta al quesito del giudice sulla base di argomentazioni e motivazioni

precise. Anche la CTU nel caso dell’affidamento, come ogni altra destinata all’impiego giudiziario,

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deve corrispondere ai criteri di chiarezza, attendibilità scientifica e concreta fruibilità. L’elaborato

non può in nessun modo rappresentare l’esposizione delle opinioni del consulente tecnico ma deve

fornire una documentazione chiara, strutturata attraverso la precisa differenza delle sue parti

anamnestiche, diagnostiche e valutative, e alla necessità di esporre al magistrato non solo le

conclusioni del perito ma anche il ragionamento (i criteri) attraverso cui è giunto alle valutazioni che

propone. Nell’esposizione è da evitare l’esposizione di eventi privati dei periziandi che non sono

importanti ai fini delle indagini. Queste valutazioni e diagnosi permettono il punto di partenza per

nuove forme di contenziosità giudiziaria.

Considerazioni conclusive

È un’illusione pensare che con la legge dell’affido condiviso sia scomparso il conflitto attorno alla

questione. Al diritto del minore alla bigenitorialità non corrisponde il diritto del genitore di avere il

figlio al 50%, ma rimane il diritto al figlio di avere una casa di riferimento, una stabilità e continuità

ambientale e di vita, un posto dove trascorrere il suo tempo.

Soltanto nei casi più perplessi, il giudice chiede l’intervento di un esperto in materia psicologica.

I contenziosi non tendono a diminuire, i casi ricorso al Giudice sono molto frequenti perché in

qualsiasi momento del processo e per qualsiasi decisione, le parti hanno sempre modo di ricorrere in

Appello.

RIFLESSIONI DI UN AVVOCATO SULLA CTU IN AMBITO FAMILIARE

Il ruolo del difensore e il rapporto con il suo cliente

Esporre il punto di vista dell’avvocato sulla Consulenza Tecnica d’Ufficio, impone un chiarimento

sul ruolo del difensore e sul rapporto con la parte (genitore) che assiste.

Tecnicamente si chiama avvocato chi esercita una professione che consiste nel dare consigli in

questioni giuridiche, e nel prestare difesa nei procedimenti giudiziari. Il difensore ha funzioni sia di

assistenza che di rappresentanza: egli sostituisce il suo assistito nell’esercizio in giudizio dei diritti,

prendendosi cura dei suoi interessi. L’avvocato è una parte processuale puramente formale e tecnica,

poiché l’interesse, appartiene non a lui ma al suo assistito. Tutto ciò implica che tra il cliente e

l’avvocato ci sia un rapporto di fiducia, prestando al meglio delle sue capacità professionali e il cliente

a sua volta si obbliga alla corresponsione di un compenso all’avvocato, per l’assistenza difensiva

ricevuta.

Il rapporto fiduciario che lega il difensore e l’assistito, in cui l’atto di nomina rappresenta la fonte

formale, può essere interrotto in qualsiasi momento con la rinuncia da un lato, e la revoca dall’altro.

Il ruolo fondamentale del difensore è la tutela dell’interesse della parte assistita, cosi che la decisione

del giudice sia conforme a giustizia e agli interessi del difeso. Chi si affida all’avvocato è perché

vuole vincere nei processi famigliari. Purtroppo la nuova disciplina dell’affidamento condiviso non

ha risolto tutti i problemi inerenti alla cura, all’educazione, alla gestione e mantenimento dei figli, né

l’affido condiviso ha eliminato la conflittualità tra i genitori. Ma tale decisione ha aperto la strada a

decisioni nuove, nuove modalità di composizione all’interno della famiglia. Questo rimescolamento

dei ruoli, ha inciso sul lavoro del CTU che nell’ambito dei processi di famiglia deve conoscere la

situazione familiare per poter risolvere il problema affidamento/collocamento dei minori. Il processo

comincia dall’avvocato che è il primo ad essere convocato dal coniuge ed è il primo a intervenire. La

parte che si rivolge all’avvocato vuole che il suo difensore si identifichi con essa, con il suo problema

e sofferenza. Ma è giusto che il difensore conservi l’autonomia del proprio ruolo, avvicinandosi al

processo dopo aver stabilito un equilibrato rapporto col cliente. Essere terzo non significa non

prestare attenzione al suo percorso tortuoso, ma permette di non esserne coinvolto e travolto. Questa

estraneità consente di assumere con diligenza, razionalità, delle sue capacità professionali, tutte le

scelte riguardo al suo ruolo e all’intervento richiesto. Si viene a creare un vero e proprio progetto

difensivo, che ha per oggetto, le persone e le relazioni familiari. 34

Come affrontare la CTU

L’avvocato deve tener presente che la questione può sfociare in una Consulenza Tecnica d’Ufficio.

L’art. 155 sexies introdotto dalla «riforma sull’affido condiviso», prevede che il Giudice prima di

prendere provvedimenti sull’affidamento/collocamento dei figli e il regime di visita, può assumere,

d’ufficio o su istanza di parte, una CTU psicologica. L’avvocato deve far presente al cliente di questa

evenienza al fine di renderlo consapevole che una figura esterna e estranea si intrometta in rapporti

delicati come quelli familiari. Spesso le parti, in particolar modo nella fase iniziale, rifiutano

l’intervento di un terzo, cioè lo psicologo. Spiegare alla parte chi è il CTU, cos’è la consulenza, come

si svolge e qual è la sua funzione, serve a preparare l’assistito al suo svolgimento, per fargli capire

che se è parte di una lite è perché ci ha messo del suo e non per trasformare la consulenza in un terreno

di rivendicazioni. Il cliente deve imparare ad accettare il fatto di essere aiutato a compiere delle scelte

e valutazioni nell’interesse dei figli. Il difensore invece, deve essere colui che conduce il genitore ad

essere consapevole della consulenza. L’avvocato che crede di togliersi attraverso la CTU la

responsabilità della difesa, cioè che le conclusioni a cui arriverà il consulente non dipendono da lui e

dalle proprie capacità, commette un errore.

L’avvocato deve sapere che la CTU può comportare dei rischi. Al contrario per il giudice che non

conosce i coniugi e la situazione concreta, la nomina del CTU può essere una garanzia per l’esito

della decisione.

L’avvocato deve capire il proprio assistito, i termini relazionali della coppia, le debolezze di chi

difende per fare scelte idonee alla tutela del proprio cliente. Per tal fine è utile farsi affiancare già

prima della fase giudiziaria, da un esperto di qualità di consulente di parte che lo aiuti a capire,

consulente che può poi essere nominato CTP nella eventuale CTU disposta dal giudice. L’avvocato

deve confrontarsi con il consulente di parte, e farsi orientare nel progetto difensivo, con incontri con

la parte sostanziale. Ciò è fondamentale in quanto l’art.194 comma 2 c.p.c. prevede che «le parti

possono intervenire in operazioni peritali in persona e a mezzo dei propri consulenti tecnici e dei

difensori», nella prassi non vi è la partecipazione diretta del difensore all’espletamento della

consulenza.

Bisogna ricordare che la CTU in ambito familiare, come altre consulenze, è uno strumento

processuale di indagine disciplinato e regolamentato dal legislatore. A differenza di altri tipi di

consulenza, si occupa di indagare le persone e non le cose, in contesti delicati e in continua

evoluzione.

La CTU: limiti e problemi

La CTU è uno strumento importante perché permette al minore di essere ascoltato, ai genitori di

acquisire consapevolezza e al Giudice di decidere l’affidamento e le visite con uno strumento di

conoscenza più adeguato. Può costituire un arricchimento dell’indagine peritale il fatto che il CTP

possa far emergere aspetti e situazioni delle parti. Ma parlando dei limiti di tale consulenza d’ufficio,

innanzitutto il Giudice decide chi nominare sulla base della fiducia e della conoscenza personale che

l’autorità giudiziaria ha nei confronti di un esperto rispetto ad un altro. La scelta del CTU non avviene

sempre tra coloro che sono iscritti all’albo dei consulenti tecnici e periti. Quindi è compito

dell’avvocato si svolgere un controllo sui criteri di nomina e di verifica delle competenze giuridiche

dell’esperto convocato. Questa prassi diffonde tra gli avvocati una sfiducia sull’imparzialità e

neutralità delle decisioni prese dal Giudice. Per quanto riguardo le procedure di nomina, solo il

consulente che riceve l’incarico dal Giudice deve prestare giuramento di rito. Gli eventuali

collaboratori di cui il CTU è autorizzato ad avvalersi, non devono prestare nessun giuramento. La

consulenza è dunque uno strumento cognitivo del nucleo familiare e non di intervento su di esso.

Ma ora passiamo al tema del quesito peritale e della sua formulazione. Occorre prestare particolare

attenzione al quesito affinché esso sia limitato ad indagare le relazioni familiari, l’idoneità e la

capacità genitoriale, la condizione psicofisica dei minori. Tutto ciò per adottare provvedimenti più

idonei per la tutela e le esigenze dei minori. Il problema dell’oggetto probatorio è cruciale nella

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consulenza tecnica psicologica anche perché è legato ad altre due questioni importanti. L’art. 194

c.p.c. autorizza il Consulente tecnico a condurre indagini da sé, a domandare chiarimenti alle parti.

La seconda riguarda la documentazione dei lavori peritali, l’art. 195 c.p.c. afferma che quando le

indagini sono compiute con l’intervento del giudice istruttore si redige il processo verbale, che deve

contenere l’indicazione delle persone intervenute, delle circostanze di tempo e di luogo in cui gli atti

sono compiuti, delle rilevazioni fatte e delle dichiarazioni ricevute. Quando invece le indagini sono

fatte senza l’intervento diretto del Giudice, il CTU deve redigere una relazione scritta conclusiva

all’esito della consulenza, esonerato dall’obbligo di formare il processo verbale delle operazioni

compiute.

Inizialmente il consulente avrà solo di materiale come lamentale reciproche delle parti, le difensive

opposte. Gli elementi che potranno divenire probatori relativi all’idoneità genitoriale delle parti,

emergeranno nel corso delle indagini e saranno costituiti da colloqui peritali, dai risultati dei test e

dall’osservazione genitore-figli. In assenza di una precisa documentazione, come i colloqui peritali,

il materiale oggetto di indagine e giudizio rischia di perdersi, di rimanere nella memoria dei

consulenti, parzialmente o in maniera selettiva e deformata. La relazione di CTU e eventuali CTP,

costituiscono solo dei pareri tecnici sul significato da attribuire alla raccolta del materiale probatorio

che deve essere conservato e reso disponibile. Nella maggior parte dei casi, l’unico materiale

oggettivo è dato dai test somministrati che assumono significati se letti in corrispondenza dei colloqui

e delle osservazioni. Sarebbe giusto fare una registrazione dei contenuti peritali, anche se anche li

sorgerebbero dei problemi sulle trascrizioni dei contenuti, sulla modalità di registrazione.

L’ascolto del minore

Per quanto riguarda l’audizione del minore, sarebbe giusta una registrazione audiovisiva perché il

minore usa modalità espressive e di comunicazione non verbale. Riguardo alle tecniche di indagine,

i consulenti non hanno un setting adeguato, ogni consulente ha una propria modalità. Pare che manchi

una tecnica sistematica di indagine comune sulla base di regole e condotte. L’audizione del minore è

un momento particolare e delicato, in quanto implica un suo coinvolgimento nella vicenda dei

genitori. Laddove è possibile, sarebbe utile osservare il minore insieme al genitore, al posto del

colloquio individuale con lo stesso.

Conclusioni

Per rendere utile il contenuto della relazione peritale e accessibile anche a tutti gli attori del processo,

è importante l’utilizzo di un linguaggio semplice e chiaro, che rappresenta il primo passo per cercare

di superare i limiti e le lacune fin ora esposte. Esposizioni chiare effettuate in un linguaggio

comprensibile anche ai «non addetti ai lavori» consentono di rendere più efficace l’udienza che il

Giudice fissa per la discussione delle parti in ordinare all’elaborato peritale e per l’audizione a

chiarimenti del CTU. Il parere del consulente tecnico non vincola il Giudice che rimane peritus

peritorum, avendo libertà di apprezzamento delle prove ex art. 115 c.p.c. tra cui anche la CTU. E per

apprezzare e nell’eventualità confutare le argomentazioni scientifiche del CTU, il Giudice deve

disporre di un materiale chiaro, completo e comprensibile.

LA VALUTAZIONE PSICOLOGICA DELLA FAMIGLIA E DEL BAMBINO NEI

CASI DI VIOLENZA ALL’INFANZIA

Le azioni e i comportamenti violenti e maltrattanti rappresentano evidenti fallimenti delle competenze

parentali dovuti, non tanto ad errori educativi, ma a pattern stabili di comportamento negativi, distorti,

o patologici. Sono rapporti famigliari intricati e destabilizzanti, in cui possono prevalere il rifiuto, la

denigrazione, la trascuratezza o il coinvolgimento sessuale. Gli operatori in questi casi, devono

sviluppare la differenza tra verità processuale e verità clinica: la verità peritale è composta da una

serie di operazioni necessarie a rispondere a quesiti posti di cui l’obiettivo non è l’accertamento dei

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fatti ma il modo in cui il fatto oggetto in esame sia stato percepito dal soggetto. La valutazione del

bambino vittima richiede l’attenzione verso tutti i soggetti, che seppur con diverso ruolo, sono

coinvolti nell’agire violento: il bambino è sempre portatore e testimone di problemi che investono

l’intero nucleo famigliare.

La famiglia maltrattante: competenze genitoriali tra rischio e protezione

Il genitore maltrattante difficilmente chiede aiuto in modo spontaneo, a causa della vergogna e della

paura, dell’incapacità di prefigurarsi la possibilità di essere aiutato, della dipendenza dei servizi da

cui riceve aiuto per problemi di natura psicologica. È evidente che come i genitori non chiedono aiuto

per sé, difficilmente lo faranno per i loro bambini, coinvolti nelle loro drammatiche vicende. È

importante avvalersi di strumenti concreti che consentono di indagare sia le relazioni familiari

maltrattanti per comprendere se le dinamiche che provocano danni ai figli siano suscettibili di

cambiamenti e variazioni positive, sia le competenze genitoriali che esplorino tra fattori di rischio e

di protezione, sia la personalità del bambino per comprendere la gravità del danno e le risorse di

resilienza. I genitori maltrattanti, spesso sono stati anche questi vittime di traumi, perdite e abusi che

hanno portato ad una disregolazione emotiva precoce su cui si sono stabili dei pattern aggressivi e

ostili. Il maltrattamento verso i figli è l’esito di azioni che si iscrivono in rapporti disfunzionali

pregressi. La presenza di depressione, o altri disturbi come patologie psichiatriche o dipendenza da

sostanze, caratterizza molto spesso i genitori maltrattanti. Tra i fattori di rischio familiari distali vi

sono le differenze economiche, la disoccupazione, la giovane età della madre, l’elevato numero di

figli. Uno dei primi e chiari segnali di disagio è il conflitto coniugale e la violenza domestica,

predittiva di successivi maltrattamenti verso i figli. La presenza di rabbia nella madre vittima del

partner, può sfociare in trascuratezza dei figli che assume cosi il significato relazionale di ritorsione

verso la sua prole.

Anche il rapporto con la famiglia d’origine e la storia personale, svolgono un ruolo importante nella

dinamica che costituisce i comportamenti commissivi o omissivi. Anche l’ambiente può favorire ciò,

soprattutto l’isolamento e lo scarso sostegno sociale, che lasciano la famiglia senza la possibilità di

avere sostegno dalla rete parentale, amica ma anche sociale. A creare un ambiente emozionale

negativo è anche lo stress nell’esercizio del ruolo genitoriale, che è uno squilibrio tra le risorse che il

genitore sente di possedere e le esigenze obiettive imposte dai suoi compiti. Per valutare il livello di

stress del genitore è possibile l’utilizzo di Parenting stress index SF, strumento validato su una

popolazione italiana di genitori di bambini di età compresa tra 0 e 9 anni. È utilizzato per la

valutazione dello stress nella relazione tra caregiver e bambino, che permette di analizzare sia il

livello di stress totale sia quello alle sottoscale «distress genitoriale», «relazione disfunzionale

genitore-figlio», «difficoltà del bambino». La scala distress genitoriale (PD) misura il senso di

competenza/incompetenza nell’allevamento del figlio, il conflitto col partner, la mancanza di

supporto sociale. La scala relazione disfunzionale genitore-figlio (PCDI) riflette i sentimenti negativi

o positivi connessi alle aspettative verso il figlio e la conferma o meno del ruolo di genitore nella

relazione col bambino. La scala bambino difficile (DC) indica la percezione che il genitore ha delle

caratteristiche del figlio in termini di temperamento, comportamento richiestivi. Il PSI-SF da la

possibilità di valutare anche la presenza di abuso potenziale nei casi in cui i punteggi alle tre sottoscale

raggiungano valori clinici. Da valutare vi è anche la dimensione dell’adattamento al ruolo, cioè se il

genitore è in grado di provvedere alle cure fisiche essenziali del proprio figlio e a quelle emotive. Sul

versante educativo è importante considerare anche gli atteggiamenti nei confronti delle regole, dei

limiti e delle aspettative sullo sviluppo dei figli, poiché le famiglie abusanti o ad alto potenziale di

abuso, possiedono aspettative irrealistiche sulle capacità dei figli.

Nel caso in cui si è verificato un abuso, un indicatore utile per la riparazione della relazione col figlio

è ammettere le proprie responsabilità da parte del genitore, perché ciò permette di attuare in futuro

piani per la protezione dei figli. Altra variabile importante è la capacità del genitore di riconoscere

l’esistenza di difficoltà, spesso i genitori maltrattanti non tollerano che nella famiglia ci siano dei

problemi. Si limitano ad ammettere la necessità di un ausilio concreto come supporto economico o

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l’assegnazione di una casa. Riguardo alla relazione con i figli, la valutazione dovrebbe focalizzarsi

sulla qualità e la natura dei sentimenti provati dal genitore verso i figli. Attraverso l’empatia il

genitore dimostra interesse e coinvolgimento riguardo al benessere dei propri figli. Il genitore

dovrebbe essere in grado di subordinare il bisogno del figlio o del proprio partner, al proprio bisogno.

Si dovrebbe procedere alla valutazione del livello di sensibilità circa il conflitto e la negoziazione del

conflitto, tutti i nuclei hanno tensioni e attriti ma le famiglie maltrattanti appaiono più fragili o

inflessibili di fronte ai contrasti usando reazioni negative poiché dotati di meno risorse e strategie di

coping funzionali. I genitori maltrattanti utilizzano come metodo quelli punitivi al fronte di qualsiasi

comportamento del loro figlio, non cambiandoli in base alla situazione e alla relazione col figlio.

Vi sono situazioni in cui i figli hanno un ruolo trascurabile, e altre in cui i figli assumono un ruolo

rilevante.

La valutazione psicologica del bambino

I bambini vittime di violenza iniziano a cercare di cogliere le ragioni che muovono i genitori a

maltrattarli in modo febbrile. In modo confuso e contraddittorio cercano di comprendere ciò che

accade, a volte dandosi la colpa di tali conflitti. Il trauma della violenza si connette a sintomi di tipo

ansioso, associate alla perdita di interesse per i pari, la riduzione della capacità di concentrazione,

l’aggressività incontrollata. All’inizio il bambino reagisce con rabbia alla violenza percepita come

ingiusta, ma poi realizza il fallimento dei propri sforzi e resta in un impotente silenzio carico di ira

repressa. È importante che il bambino vittima di violenza abbia un’esperienza riparativa e terapeutica

che possa aiutarlo a riorganizzare il proprio mondo interno. In ambito giuridico, tale esigenza,

soprattutto nei casi di abuso sessuale, rischia di passare in secondo piano per altre esigenze come

quelle di verificare la credibilità delle dichiarazioni del bambino e la sua capacità a testimoniare. La

valutazione dovrebbe essere un processo che tenga conto delle angosce, della volontà e della capacità

del bambino di raccontare fatti dolorosi. Occorre prestare attenzione alla condizione psicotraumatica

del bambino e alle ripercussioni sul suo resoconto. Nel predisporre una valutazione si suggerisce di

sceglier in modo accurato i metodi e gli strumenti da utilizzare favorendo il passaggio da un materiale

a basso impatto emotivo (gioco, disegno libero) ad uno medio (test grafici) e ad alto impatto

(Rorschach, TAT, Blacky Picture Test). Tale processo non può essere rapido, ma ha bisogno di un

tempo adeguato per raccogliere con rigore i differenti elementi, per collocarli in una cornice ampia

che comprenda la valutazione del contesto familiare, delle condizioni fisiche del minore, dei suoi

comportamenti e delle sue dichiarazioni.

Gli strumenti per la valutazione

Il colloquio col bambino

Lo strumento fondamentale della valutazione è il colloquio, che va effettuato in un luogo idoneo e

con modalità che garantiscano la tutela della salute psicologica del bambino. È necessario ridurre al

minimo il numero degli intervistatori e il numero delle interviste che potrebbero provocare forme di

traumatizzazione secondaria, effettuare l’intervista in uno spazio adeguato con tecniche di

documentazione del colloquio e se possibile con un solo professionista che abbia sia conoscenze

giuridiche e psicologiche, oppure con uno specchio unidirezionale attraverso cui altri possono seguire

l’intervista. Chi conduce il colloquio deve essere ricettivo, consentire il flusso delle verbalizzazioni

secondo modalità, tempi e priorità del bambino, che sono diverse da quelle dell’adulto, evitando di

assumere un ruolo investigativo. Deve essere partecipe, attivo, in grado di sostenere il dialogo con

stimoli adeguati, rispettando il senso di vergogna. Le differenti tecniche di intervista (Step-wise

interview, intervista cognitiva, Protocollo NICHD, ecc.) individuano la presenza di quattro fasi

principali: la costruzione del rapporto, il racconto libero, la fase di domande e la chiusura. La

costruzione del rapporto è la premessa fondamentale in cui l’obiettivo è mettere a proprio agio il

bambino e contemporaneamente effettuare un assessment delle sue competenze linguistiche,

cognitive e affettive. Attraverso domande aperte si deve invitare il bambino a parlare di argomenti

38

piacevoli, connessi alla sua età, sollecitando le narrazioni di eventi recenti e routinari. Vanno chiariti

gli scopi del colloquio e gli elementi caratteristici del setting. L’intervistatore dovrebbe far

comprendere che egli desidera assumere una posizione di ascolto, mentre il vero protagonista sarà il

bambino che deve comunicare tutto ciò che ricorda anche quello che gli sembra meno importante.

Deve introdurre il tema principale del colloquio con domande non suggestive che mirino ad esplorare

ciò che il bambino sa della sua presenza lì. Questi temi permettono la fase della narrazione libera

che consente di ottenere resoconti completi, accurati e credibili. Con i bambini più piccoli è

importante approfondire la narrazione in una fase di domande specifiche. Le domande devono essere

brevi e semplici, e non multiple e complesse come quelle negative o con doppia negazione. Occorre

porre una domanda alla volta, non interrompere, lasciare al bambino il tempo giusto di pensare e

rispondere senza fargli perdere la concentrazione. Riguardo alle domande, sono importanti quelle

aperte che permettono resoconti completi e ricchi di dettagli. È utile interrogare il bambino su aspetti

quali la presenza di altre persone durante gli abusi o maltrattamenti, la frequenza e la durata, il metodo

e la progressione dell’abuso. Vanno evitate domande «tag form» dove l’intervistatore comunica

marcatamente ciò che si aspetta, e le domande «misleading» che contengono informazioni erronee

di cui il soggetto non ha mai menzionato. Prima di concludere il colloquio, lo psicologo può avvalersi

di aiuti esterni che facilitino la comunicazione come il disegno. Ogni colloquio deve prevedere una

fase di chiusura, anche se l’intervista non è completa o se non sono stata fornite informazioni

sufficienti. Questa fase deve essere breve e includere i seguenti momenti: controllare con le persone

terze presenti se siano necessari altri approfondimenti, riassumere col bambino le informazioni

emerse per verificare di aver ben compreso, chiedergli se ha domande, e non promettere cose che non

potranno essere mantenute, ringraziare e infine chiudere il colloquio su temi neutri per allentare la

tensione. Alla fine di colloquio, potrebbe essere utile rivedere nei casi di abuso sessuali, le

dichiarazioni del bambino col metodo di analisi del contenuto C.B.C.A. (Criteria Based Content

Analysis) che si effettua sulla trascrizione del colloquio in base ad una serie di criteri che

contribuiscono alla formulazione del giudizio di credibilità. Questo metodo prevede 19 criteri

sintetizzati in 5 categorie riguardanti: a) caratteristiche generali della deposizione; b) i contenuti

specifici della deposizione; c) le peculiarità del contenuto; d) i contenuti relativi alla motivazione; e)

gli elementi specifici dell’offesa. Questo può aiutare gli esperti a ricavare informazioni salienti e

significativi della deposizione.

L’utilizzo dei test nella valutazione peritale

Accanto al colloquio, sono utili i reattivi mentali per un inquadramento diagnostico approfondito e

completo che evocano risposte verbali, mimiche, gestuali. I test più utilizzati sono quelli di efficienza

mentale e i test proiettivi. tra i test di intelligenza più impiegati, vi è La Scala di Intelligenza Wechsler

per adulti (WAIS III), per i minori la Scala di Intelligenza Wechsler per bambini (WISC III), la scala

di Intelligenza Wechsler a livello prescolare e di scuola elementare (WPPSI) (4-6 anni) che misurano

tre tipi di Q.I.: verbale (QIV), non verbale (QIP) e totale (QIT). Queste scale permettono di ottenere

informazioni sulle capacità di apprendimento, sul fattore educativo e sulla presenza di disabilità

psichiche, rilevando il funzionamento cognitivo globale e le singole funzioni psichiche utili per

rispondere ai quesiti relativi alla capacità del minore di recepire, ricordare e organizzare le percezioni,

nello specifico.

I test proiettivi sono utilizzati in ambito forense per valutare il funzionamento e l’organizzazione della

personalità. È possibile ricavare alcune caratteristiche più frequenti nelle risposte dei bambini abusati

rispetto a bambini che non hanno vissuto tali esperienze. Il test di Rorschach e il TAT e il disegno

delle figura, sono gli strumenti più validi grazie alla loro capacità di accedere al materiale inconscio

e al funzionamento psicologico più profondo e spesso non consapevole. L’utilità dei test proiettivi,

soprattutto il Rorschah viene messa in dubbio da altri per i livelli di validità e affidabilità inferiori

rispetto agli strumenti self-report come l’MMPI. Dalla valutazione sia dell’atteggiamento sia delle

reazioni al test emerge come i bambini vittime di abuso abbiano una prevalenza di sensazioni di

tristezza e apatia, dovuta probabilmente dall’incapacità o impossibilità di vivere, simbolizzare e

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verbalizzare le proprie emozioni. Presentano elevati livelli di rabbia, a tratti repressa e a tratti diretta

verso le persone che non riesco a garantire loro aiuto e protezione. Sono stati osservati nei più piccoli,

atteggiamenti timorosi verso l’esaminatore, e al Rorschach ridotti contenuti di cinestesie primarie,

elevate risposte di «sangue» associate alle pulsioni aggressive. Nei casi di maltrattamento psicologico

e trascuratezza i bambini tendono a produrre protocolli con pochissime risposte e rifiuto di rispondere

alle domande dell’inchiesta. Un altro test proiettivo usato di frequente nella valutazione psicologica

dei bambini vittime di violenza è il Thematic Apperception Test (TAT) di Murray che a differenza

del Rorschach, consiste nella somministrazione di una serie di immagini propedeutiche alla

narrazione di storie, di cui vengono valutati il contenuto dei pensieri repressi e le fantasticherie.

Appare utile per valutare lo stile di vita, il comportamento, le strategie di compensazione positive e

negative. Dalle risposte al TAT, sui bambini vittime di violenza fisica, si mette in evidenza come essi

percepiscono le relazioni in modo più negativo.

Anche il disegno è un importante strumento per la valutazione ed esternalizzazione di sentimenti,

emozioni e sofferenze. Il disegno può facilitare l’affiorare della memoria del trauma, rievocata

stimolando canali diversi da quelli linguistici. È utile ricordare alcune caratteristiche più frequenti nei

disegni dei bambini abusati rispetto a quelli prodotti da bambini non abusati, come la svalutazione

del disegno mentre viene eseguito, presenza di genitali, distanza eccessiva tra i personaggi, parti del

corpo ferite.

Il Trauma Symptoms Checklist for Children

Gli strumenti diagnostici per valutare l’impatto del trauma, è raccomandato la TSCC (Trauma

Symptoms Checklist for Children), è uno strumento self-report, indicato per approfondire l’impatto

dell’esperienza di eventi traumatici durante l’infanzia e la prima adolescenza. È disponibile in due

versioni, una composta da 54 item incluse 10 domande che sondano aspetti e preoccupazioni sessuali

e una versione breve (TSCC-A) in cui tali item sono esclusi. Il questionario comprende 6 scale

cliniche che rilevano : Ansia, Depressione, Rabbia, Stress post Traumatico, Dissociazione, Interessi

sessuali. Tale strumento valuta l’approccio del soggetto alla domanda, cioè evidenzia come i bambini

tendono alla sottostima o alla sovrastima dei sintomi, attraverso due scale di controllo, una scala ipo-

risposte dove i punteggi alti possono rilevare una tendenza alla negazione, e una scala iper-risposte

dove i punteggi alti possono riflettere una tendenza all’esagerazione di alcuni aspetti sintomatici.

RIFLESSIONI LEGATE ALLA PROPOSTA DI AFFIDO ETEROFAMIGLIARE

La legge sull’affido eterofamigliare prevede che esso sia temporaneo ed orientato al recupero della

famiglia di origine. Presuppone che ci sia stata una valutazione in certa misura positiva sulla

recuperabilità della famiglia naturale. La soluzione dell’affido eterofamigliare viene suggerita anche

nei casi in cui i minori siano già grandi, o anche non in grado di tagliare completamente i rapporti

con la famiglia naturale. Il consulente tecnico viene chiamato a dare il proprio parere professionale

in situazioni sempre più complesse che richiedono determinate competenze ed articolate dal punto di

vista diagnostico, della conoscenza delle dinamiche famigliari e relazionali. È importante

un’approfondita conoscenza dei bambini e del loro mondo interiore. L’affido eterofamigliare è una

via di mezzo tra l’adozione e il rientro in famiglia. L’affido è una proposta allettante per il Consulente,

abbastanza libera da ansie decisionali e meno costosa. Il buon esito richiede l’impiego di competenze

forti negli operatori che lo promuovono, oltre che un lungo monitoraggio. Privo di queste condizioni

è l’affido eterofamigliare che può facilmente fallire confermando la radice abbandonica che ne è

all’origine e per questo motivo, richiede anche da parte degli operatori psicosociali, vicinanza e

accudimento. L’affido è una condizione psico-relazionale ed emotivo-concreta complessa per tutti e

richiede competenze emotive e prerequisiti particolari soprattutto nel bambino che viene affidato. Si

presta più attenzione alla conoscenza e valutazione degli adulti, che delle competenze psico-

relazionali e emotive-concrete del bambino. Si valutano con accuratezza le competenze della famiglia

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affidataria e le incompetenze della famiglia naturale, per far si che il bambino abbia le risorse di cui

ha bisogno e che gli vengano date. Ma non è cosi. Occorre domandarsi quale sia la qualità e la

caratteristica specifica dell’affido e quali le competenze emozionali che il bambino deve possedere

per affrontarlo con speranza reale. La caratteristica psicodinamica più importante è la scissione e di

conseguenza la competenza emotiva indispensabile è per il bambino, la capacità di governare la

scissione.

Cosa vuole dire sperimentare la scissione e governarla

L’affido è una condizione di copresenza e confronto fra due nuclei famigliari, due stili di vita. A

differenza dell’adozione che taglia totalmente i rapporti con la famiglia naturale, l’affido prevede

invece, che il bambino mantenga nella scena mentale e nella realtà della esperienza di vita contatti

con la famiglia naturale o con alcuni membri di essa. È previsto che tenga dentro sé realtà e

comportamenti fra loro dissimili, dove ci si aspetta che gradualmente, riesca ad adattarsi e adeguarsi,

e infine identificarsi con il modello famigliare più efficace. Spesso si può avere l’impressione che il

bambino sovrapponga questi due mondi famigliari diversi, come se ai due mondi famigliari

corrispondessero due bambini diversi: quello della famiglia naturale e quello della famiglia

affidataria. Questo tema è legato a quello della scissione cioè della scomposizione della unità dell’Io.

Ciò può accadere quando il bambino è esposto ad uno stress identificatorio troppo intenso o a un

conflitto di lealtà troppo drammatico o quando il suo Io sia troppo debole o non ancora pronto per

affrontare l’esperienza dell’affido. I primi due problemi sono affrontabili con un monitoraggio

dell’affido, ma la valutazione delle risorse dell’Io è una questione che riguarda lo psicodiagnosta. La

scissione potrebbe sembrare una soluzione semplice e rassicuratoria rispetto alla difficoltà di tollerare

l’ambiguità, l’incertezza, e l’ambivalenza nella condizione di essere un bambino affidato. Spesso si

tratta di bambini che hanno subito maltrattamenti, abbandoni e abusi sessuali, sono bambini che

hanno subito esperienze famigliari nocive e dannose per l’integrità della loro persona e del loro Io.

La scissione e la frammentazione, che possono essere condizioni a rischio di seria patologia, possono

costituire per i bambini valide protezioni al dolore e alla consapevolezza della propria storia

personale. La scissione è consueto e quasi fisiologico per quei bambini esposti a pregiudizievoli

eventi famigliari. L’affido è un’esperienza tessuta di elementi scissionali, e una quantità significativa

di bambini che hanno bisogno dell’affido eterofamigliare usano la scissione come fondamentale

movimento difensivo. Il rischio è che il bambino si rafforzi talmente tanto in tali casi, che da adulto

non riesca a raggiungere una composizione unitaria del Sé. È importante che il Consulente del

Giudice valuti lo stato di salute dell’Io del bambino, come una microdiagnosi all’interno della

diagnosi di affidabilità del bambino. L’affidabilità cioè la capacità di governare la complessità

dell’affido non c’entra nulla con il fatto di averne bisogno, anzi esiste una proporzione fra avere

bisogno dell’affido eterofamigliare e l’essere un bambino con funzionamento mentale scisso. La

valutazione della capacità di tenuta dell’Io e della tendenza alla scissione, diventa fondamentale nel

suggerire l’affido di un minore.

Dalla frammentazione verso l’unità

In un affido eterofamigliare per bambini che hanno subito maltrattamenti o abusi, è giusto precisare

che non si passi da una famiglia all’altra immediatamente. È necessario un periodo di decomposizione

e neutralità, nel quale i bambini attraverso piccoli gesti, parole, esperienze quotidiane, vengono

accostati a valori culturali nuovi per loro: l’idea della cura, della protezione, rispetto dell’intimità sia

fisica che mentale. Occorre che i bambini facciano una sorta di transito culturale, in questa fase

dolorosa ed incerta, i bambini non sono pronti a stare in una famiglia affidataria perché sono ancora

profondamente scissi, e hanno bisogno di mettere pezzi dei loro bisogni, desideri e delle loro paure,

su varie figure umane. La scissione è utile, terapeutica, per un bambino tradito da suo padre e da sua

madre, non si può attendere tutto da un’unica persona. I bambini fatti a pezzi dai genitori, devono

essere all’inizio, «messi insieme dalla comunità». Passare dalla violenza alla cura e alla protezione è

41

un passaggio clinico e personologico, è un transito dalla frammentazione all’unità. In questo percorso

ai bambini si deve concedere il rischio di frammentare le loro relazioni. Bisogna valutare allora

quando il bambino sia sufficientemente unificato e ricomposto per affrontare una esperienza utile ma

difficile come l’affido eterofamigliare che espone al rischio della scissione e ha bisogno di una

sufficiente forza dell’Io per governarla.

Competenze di base che il bambino deve avere in funzione dell’inserimento in una

famiglia affidataria

Per essere inserito in una famiglia affidataria, è importante che il bambino non abbia un Io troppo

aperto e dissipato. Per proporre l’affido il bambino deve possedere due competenze umane ed

emotive: la competenza della figlità, cioè la capacità di relazionarsi e dipendere con fiducia con un

oggetto-persona unificato. Dopo che si è composto e unificato l’Io del bambino, inizia a credere che

ci sia qualcosa di buono nell’adulto e che può relazionarsi con lui come un bambino intero. Non è

facile comunque accogliere un bambino che viene da una comunità perché il bambino nella comunità

non avrà una sviluppata competenza nel fare riferimento ad un unico adulto e ancor meno ad una

coppia con funzioni simil parentali. Le differenze tra famiglia e comunità sono tante. È importante

ritrovare nel bambino la capacità di tenere insieme due realtà, senza ricadere in scissioni troppo

intense.

L’affido nel caso di bambini provenienti da famiglie fortemente conflittuali

Spesso ci si trova in casi in cui i conflitti hanno delle qualità intense a tal punto da non favorire la

crescita e il cambiamento ma al contrario, hanno la funzione patologica di autoalimentarsi. Questi

conflitti si fondano su narcisismi soggettivi molto intensi, su personalità poco o per niente disposte

ad uno scambio relazionale. Una posizione di elevata conflittualità comporta un coesistere di due

affetti, due pensieri, due modi di essere, ma che esistono o l’uno o l’altro. Il conflitto, quando è

patologico, è l’opposto dello scambio dialettico. In tali situazioni bisogna chiedersi fino a che punto

il bambino possa elaborare questa conflittualità cronica. La grave conflittualità cronica è considerata

fra gli abusi di ordine psicologico: un maltrattamento morale e relazionale, che procura gravi danni.

Anche nel caso in cui i bambini non sono coinvolti fisicamente nei conflitti dei genitori, si costruisce

dentro di loro una cultura mentale pericolosa che è quella della guerra e non del dialogo differenziato

e della alterità. A volte i bambini in questi casi, sono molto attivi, hanno un senso di onnipotenza,

carica di ambivalenza, perché il bambino ha bisogno di genitori potenti e solidali con lui. Il bambino

è molto confuso, tende a dividere il mondo, le persone, il suo mondo interiore e il modo di sentire.

È importante domandarsi quando il bambino sia pronto per l’affido, perché potrebbe trovarsi diviso

fra tante scissioni: la famiglia, il tribunale, i consulenti, i psicologi. Anche in tali situazioni sono

indispensabili periodi brevi di acquietamento dell’esperienza originaria, dove vengono fatti

affievolire sentimenti drammatici e traumatici, dove vengono attenuate competenze patologiche, e

acquisiti competenze diverse che partecipano alla competenza della «figlità».

La valutazione e la competenza della famiglia affidataria

Per il bene di un bambino non si può danneggiare una famiglia, bisogna trovare delle pagelline per

valutare le coppie. Occorre che la famiglia affidataria sia puntuale soprattutto nelle risorse e le difese

da mettere in campo. Quando i bambini provengono da contesti familiari altamente conflittuali

bisogna stare attenti innanzitutto che il conflitto originario non generi conflitto negli operatori stessi,

poiché il conflitto si contagia facilmente. Poi, è importante che questa tendenza non li renda meno

disposti e lucidi. Se la famiglia originaria è potente, bisogna trovare una famiglia affidataria sana ma

ugualmente potente e forte. E per potente e forte si intende che ha un’identità, capace di fare delle

distinzioni, che ha l’idea che i piccoli hanno bisogno di un’esperienza di dipendenza per poter

diventare indipendenti. Devono essere capaci di capire i bisogni dei bambini. La famiglia affidataria

deve avere, certamente, abilità educative e grande capacità di gestire il contrasto con la famiglia

42

naturale, oltre che una grandissima capacità di governare un bambino scisso. La famiglia affidataria

per non aumentare la scissione del bambino, deve essere forte e per forte si intende che deve essere

dinamica, capace, di muoversi e riassestarsi. Devono avere le competenze di vedere i movimenti di

scissioni che fanno i bambini, non perdendo di vista l’unità del bambino stesso. Nella famiglia

affidataria non deve esserci mollezza conflittuale, deve avere una forza che non è quella della rigidità,

ma del comprendere. La pace non è assenza totale di conflitto, ma conflitto dialettico, discussione. È

importante valutare la capacità di litigare e quella di fare pace, e non di essere in un continuo stato di

stress. Per un bambino è importante sentire di essere capito.

LA LEGITTIMAZIONE DEI LEGAMI NELL’ADOZIONE

L’Italia riguardo la materia adottativa, in seguito alla prima legge sull’adozione speciale del 1967, ha

portato ad una rivoluzione culturale rivolta alla tutela dei minori in stato di abbandono. Il diritto

primario del minore è essere educato prioritariamente nell’ambito della propria famiglia, principio

già stabilito dalle legge n.184/1983 sancito a livello internazionale con il principio di sussidiarietà

promulgato dalla Convenzione Aja del 1993 e ribadito dalle ultime modifiche dalla legge n.149/2001.

Le ultime leggi hanno disposto interventi di sostegno e di aiuto a favore dei nuclei familiari d’origine

con la necessità di attuare politiche sociali adeguate volte a rimediare e prevenire il bisogno

assistenziale. Il legislatore ha previsto che anche nei casi in cui non è possibile recuperare le naturali

relazioni familiari, i minori debbano trovare come adeguati luoghi di crescita altre famiglie,

temporanee nel caso dell’affido familiare o definitive nel caso dell’adozione, e laddove non vi fossero

possibilità, che siano collocati in comunità di tipo familiare che abbiano caratteristiche organizzative

e relazioni come quelle di una famiglia. La famiglia a livello normativo, viene intesa come risorsa

primaria ed insostituibile per la crescita equilibrata del soggetto minore d’età. La legge del 28 marzo

2001 n.149 dichiara del «Diritto del minore ad una famiglia». Il numero dei minori in stato di

abbandono rimane ancora elevato, ecco perché il fenomeno adottivo continua ad avere un ruolo

centrale nelle politiche d’aiuto all’infanzia nazionale e internazionale. È ancora più elevato il numero

di coppie che presenta la dichiarazione di disponibilità dell’adozione, rispetto ai procedimenti che si

concludono con un’effettiva dichiarazione di adozione. I minori dichiarati in stato di adottabilità sono

inferiori al numero delle domande presentate dalle coppie. Sembra che abbia preso sempre più un

ruolo centrale «il diritto del minore prima di tutto».

Il tema della legittimazione è un aspetto fondamentale che ritorna a più livelli nel percorso adottivo.

Esistono diversi tipi di passaggi di legittimazione, si parla perciò di un processo o procedimento di

legittimazione.

Legittimazione dello stato di abbandono: dichiarazione dello stato di adottabilità

Il primo passaggio è legittimare la decadenza della patria podestà dei genitori naturali su un bambino,

senza questo atto formale di adozioni non si potrebbe nemmeno parlare. Il primo elemento che

verifica lo stato di adottabilità è lo stato di abbandono di un minore. Lo stato di abbandono viene

sancito con una sentenza che in Italia è pronunciata dal Tribunale per i Minorenni.

CAPO II

DELLA DICHIARAZIONE DI ADOTTABILITA’

Art.8.1: «sono dichiarati in stato di adottabilità dal Tribunale per i Minorenni del Distretto nel quale

si trovano, i minori di cui sia stata accertata la situazione di abbandono perché privi di assistenza

morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancanza di

assistenza non sia dovuta a forza maggiore di carattere transitorio.

2. la situazione di abbandono sussiste, sempre che ricorrano le condizioni di cui al comma 1, anche

quando i minori si trovino presso istituti di assistenza pubblici.

3. Non sussiste causa di forza maggiore quando i soggetti di cui al primo comma rifiutano le misure

di sostegno offerte dai servizi sociali locali e tale rifiuto viene ritenuto ingiustificato dal giudice. 43

4. Il procedimento di adottabilità deve svolgersi fin dall’inizio con l’assistenza legale del minore e

dei genitori o degli altri parenti al comma 2 dell’art.10».

L’art.8 richiama l’art.1 della legge n.184: «il minore ha il diritto di crescere ed essere educato

nell’ambito della propria famiglia». L’adozione può essere accettata solo quando un bambino non ha

più alcuna possibilità di vivere all’interno della propria famiglia. L’abbandono deve essere accertato

e dichiarato in modo formale dal giudice con apposito processo: il bambino per il diritto non è in stato

di abbandono fin quando non ci sia un provvedimento giudiziario definitivo che lo dichiari tale.

Questo provvedimento sancisce l’impossibilità di adottare un bambino che ha la propria famiglia. Il

tribunale ricevuta segnalazione dello stato di abbandono dispone d’urgenza che siano effettuati:

Art.10:« tramite i Servizi Locali e gli Organi di Pubblica Sicurezza più approfonditi accertamenti sulle condizioni

giuridiche e di fatto del minore, sull’ambiente in cui ha vissuto e vive ai fini di verificare se sussiste lo stato di abbandono».

In ogni momento della procedura, il Tribunale può disporre ogni provvedimento opportuno

temporaneo nell’interesse del minore.

L’art.12 stabilisce l’obbligo che con decreto motivato sia fissato la comparizione dei genitori e dei

parenti entro il quarto grado, che abbiano intrattenuto rapporti significativi col minore e a cui, se

ritenuto opportuno, possano venire impartite prescrizioni idonee a garantire l’assistenza morale, il

mantenimento, l’istruzione, e l’educazione del minore.

A conclusione delle indagini e degli accertamenti, può venir dimostrata o meno la sussistenza dello

stato di abbandono. Nel primo caso la dichiarazione di adottabilità è disposta dal Tribunale in Camera

di Consiglio con decreto motivato, sentito il Pubblico Ministero nonché il rappresentante dell’Istituto

o la persona cui è affidato, come stabilito dall’art.15 che prevede anche che debba essere sentito il

minore che abbia compiuto dodici anni.

Sempre l’art.15 precisa che:

«Lo stato di adottabilità è dichiarato quando:

1. I genitori e i parenti convocati ai sensi degli art.12 e 13 non si sono presentati senza

giustificato motivo;

2. L’audizione dei soggetti di cui alla lettera a) ha dimostrato il persistere della mancanza di

assistenza morale e materiale e la non disponibilità ad ovviarvi;

3. Le prescrizioni impartite ai sensi dell’articolo 12 sono rimaste inadempiute per responsabilità

dei genitori».

In sostanza, il requisito fondamentale per l’adottabilità è lo stato di abbandono e questo deve essere

irreversibile, cioè deve essere altamente probabile che l’abbandono stesso si protragga nel tempo e

determini una condizione di pregiudizio nel minore a cui i genitori non possono più porre rimedio. Il

procedimento che sanciste lo stato di adottabilità e la decadenza della potestà genitoriale è l’elemento

sostanziale nel percorso del minore: la corretta decisione del giudice sancisce la rottura dei legami

con la famiglia d’origine e la possibile apertura di nuovi legami con altre figure adulte. Spesso capita

che i bambini arrivino grandi in adozione per i lunghi tempi necessari per l’accertamento dello stato

di abbandono.

Altro elemento importante su cui porre attenzione, è che anche il bambino in adozione deve essere

valutato. Non tutti i bambini a cui è decaduta la potestà genitoriale, riescono a reggere un’adozione.

Per alcuni non è il percorso adeguato.

Legittimare la dichiarazione di disponibilità all’adozione: decreto di idoneità

all’adozione

Il secondo passaggio consiste nel legittimare due coniugi, aspiranti genitori ad iniziare il percorso

adottivo. La legge è dalla parte del minore, ma anche molto rivolta e attenta al comportamento dei

genitori, cosa e come devono fare i genitori per avere un figlio in adozione. La prassi prevede che la

coppia presenti la domanda di adozione, dichiarazione di disponibilità, presso il Tribunale per i

Minori presso cui risiede, e solo nel caso dell’adozione nazionale a più tribunali

contemporaneamente. Il tribunale successivamente a questa dichiarazione, incarica i Servizi Sociali

44

di compiere un’indagine psicosociale conoscitiva sulla base della quale esprimere parere per

un’idoneità alle genitorialità. La legge definisce le caratteristiche delle coppie che possono adottare:

Art.6. Caratteristiche degli adottanti: «1. L’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da

almeno tre anni. Tra i coniugi non deve sussistere e non deve aver avuto luogo negli ultimi tre anni

separazione personale neppure di fatto. 2. I coniugi devono essere effettivamente idonei e capaci di

educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare. 3. L’età degli adottanti deve superare

di almeno 18 anni e non più di 45 anni l’età dell’adottato».

Prima era possibile l’adozione anche da parte di una sola persona, ma dopo la legge del 1967 ha

stabilito che l’adozione è «permessa ai coniugi», e la 184 ha confermato questa scelta. Altro

importante elemento dell’art.6 è che le coppie devono essere «capaci» di educare e istruire il bambino.

È quindi una prassi essenziale la valutazione della coppia che permette di limitare la possibilità che

ricorrano all’adozione adulti con intenzioni diverse da quelle genuinamente affettive o con condizioni

fisiche e mentali che possono compromette la serena crescita del bambino. Tale compito valutativo è

affidato alle professionalità psicologiche e sociali.

La prassi giuridica per dichiarare la legittimazione ad adottare, sancita dalla dichiarazione di idoneità

dell’adozione, consta di due momenti: una prima fase di indagine psico-sociale condotta dai Servizi

e un momento di audizione presso il Tribunale per i Minorenni davanti a un giudice onorario.

Art. 29, comma 4: «i servizi socio-assistenziali svolgono le seguenti attività: “acquisizione di elementi sulla situazione

personale, familiare e sanitaria degli aspiranti genitori adottivi, sul loro ambiente sociale, sulle motivazioni che li

determino, sulla loro attitudine a farsi carico di un’adozione internazionale..»

La coppia dopo aver presentato la domanda di adozione presso il Tribunale, incontra gli operatori

sociali che lavorano sul territorio, uno psicologo o assistente sociale che operano insieme o

alternandosi. Il ruolo che i Servizi rivestono è ausiliario, un’attività di supporto nei confronti

dell’organo giurisdizionale, responsabile dell’intero procedimento, si impegnano a preparare la

coppia alla genitorialità adottiva. Al termine del percorso, i professionisti che hanno seguito la coppia

devono scrivere una relazione conclusiva, che verrà inviata al Tribunale per i Minorenni, dove

descrivono la situazione ambientale e relazionale in cui la famiglia vive, con lo scopo di fornire

un’immagine fedele della coppia, della sua realtà familiare e sociale, della storia personale e delle

motivazioni che hanno spinto la coppia ad adottare un bambino. Le indagini riguardano l’attitudine

ad educare il minore, la situazione personale ed economica, la salute, l’ambiente familiare degli

adottanti e i motivi del perché desiderano adottare un bambino. Per far si ce l’adozione ottenga esiti

positivi è certo che non basta solo una coppia carente di figlio, è necessaria anche una buona

competenza relazionale nel contesto della vita di coppia.

Dichiarazione di adozione: figlio legittimo di legittimi genitori

Altro passaggio di legittimazione è il riconoscere l’appartenenza di quel bambino in qualità di figlio

legittimo ad una determinata coppia: giuridicamente si parla di dichiarazione di adozione.

Nell’adozione nazionale e in alcuni casi di adozione internazionale, prima di sancire tale

dichiarazione vi sono i tempi dell’affidamento pre-adottivo, che può essere disposto solo quando è

diventata definitiva la dichiarazione di adottabilità del minore: devono essere presenti i requisiti

dell’art.6 degli adottanti. Riguardo l’affidamento pre-adottivo:

Art.22: «coloro che intendono adottare devono presentare domanda al Tribunale per i Minorenni

specificando l’eventuale disponibilità ad adottare più fratelli ovvero minori che si trovino nelle

condizioni indicate nell’art.3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n.104. E’ ammissibile la

presentazione di più domande anche successive a più tribunali per i minorenni, purché ogni caso se

ne dia comunicazione. La domanda decade dopo 3 anni dalla presentazione e può essere rinnovata».

Dopo aver esaminato le coppie che hanno posto la dichiarazione, e quelle più adatte a tale incarico

per i criteri precedentemente elencati, il Tribunale ascolta il minore che abbia almeno dodici anni e

anche quelli di età inferiore laddove ce ne sia bisogno, dopo di ciò, dispone con decisione presa in

Camera di Consiglio, l’affidamento preadottivo. Nel caso in cui il minore ha superato i 14, deve

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esprimere il suo consenso ad essere affidato alla coppia prescelta. Il Tribunale, laddove vi siano

problemi di idonea convivenza, può revocare la disposizione di affidamento. (art.23)

Il passaggio conclusivo dell’iter adottivo è la dichiarazione di adozione, disciplinata dall’art.25

La dichiarazione di adozione ha lo scopo di conferire al minore adottato lo status di figlio legittimo e

di cambiare in rapporto di filiazione legittima il rapporto di adozione, creato dall’affidamento

preadottivo.

Art. 27: «per effetto dell’adozione l’adottato acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti, dei quali assume e

trasmette il cognome. Con l’adozione cessano i rapporti dell’adottando verso la famiglia di origine».

Il figlio adottato entra a tutti gli effetti nella famiglia come figlio legittimo e la coppia adottiva è

legittima nel ruolo genitoriale. L’adozione produce un cambiamento nello status giuridico dei soggetti

coinvolti: genitori biologici, genitori adottivi e minore adottato.

La legittimazione psicologica

La necessità di genitori legittimati e legittimanti nei nuovi rapporti famigliari è fondamentale. Spesso

sorgono dei dubbi di non essere genitori adatti, aprendo a spazi di crisi, spesso preludio a fallimenti

adottivi. Nell’adozione la famiglia si prende cura del figlio e sostenendo i suoi bisogni e

accompagnando la sua crescita. Il legame si instaura con la rottura di una continuità del registro

biologico. Risolvendo la transizione alla genitorialità e alla filiazione adottiva, i genitori trovano le

risposte alle drammatiche domande come ad esempio “come poter essere colui che genera un figlio

senza averlo procreato?”

La legittimazione genitoriale

La genitorialità adottiva necessita di un altro processo interiore per potersi formare: la legittimazione

al ruolo genitoriale. Il tribunale attribuisce il titolo di genitore dal punto di vista legale, ad esso poi

deve seguire un processo interiore di auto legittimazione e assunzione del ruolo genitoriale. Un

passaggio importante per questa legittimazione è il confronto tra il bambino immaginario e il bambino

reale. Si deve accettare, di diventare familiare un’origine diversa. L’adozione “va contro la normale

creazione della famiglia” infrangendo la regola della procreazione che è quella socialmente accettata

e condivisa dalla società. Per far dire alla coppia che adotta “faccio da genitore a questo bambino” ci

deve essere una consapevolezza profonda. La coppia si deve vedere come feconda e proiettata alla

genitorialità. La coppia è formata da due persone diverse, con due ruoli diversi, e dopo l’incontro con

il bambino, è fondamentale la figura del padre che legittima sia la madre che il figli ad essere suo

figlio. La figura di un uomo legittimante è una figura fondamentale nel processo adottivo e dovrebbe

essere anche valutato nell’idoneità di coppia. Una donna sola non potrebbe essere madre di un figlio

adottivo senza un uomo che la incoraggi, che la sostenga. La madre adottiva ha il duro compito di

reggere la ferita dell’abbandono e la non appartenenza totale che il bambino sente nei suoi confronti.

Le madri devono affrontare questa frustrazione del non essere appartenenti totalmente, e la rabbia di

un figlio che provoca e contemporaneamente pone una richiesta inesauribile. Nell’adozione viene

smascherata una delle maggiori difficoltà: il riconoscimento tra genitore e figlio. I genitori spesso

danno al figlio con la speranza di ricevere, per tenerlo legato a sé e che corrisponda al loro amore in

maniera totale. Non esiste un figlio capace di rispondere a tutto il bisogno dei genitori, adottare

significa anche avere un rapporto con un minore già grande che non riconosce la coppia come veri e

propri genitori eppure porta avanti la fedeltà del rapporto anche in assenza di gratificazione. La coppia

adottiva è chiamata ad essere genitore di quel figlio e il minore è chiamato ad essere figlio di quella

coppia. È ciò che costituisce il patto adottivo.

La legittimazione del figlio/legittimarsi come figlio

La legittimazione spetta anche ai figli che devono accogliere “quell’uomo e quella donna” come padre

e madre. Spesso i figli adottivi riconoscono come generativa la coppia che lo ha accolto in tarda età.

I figli fanno parte di persone che per quello che sono, cercano di essere se stessi davanti a un padre e

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una madre. La genitorialità e la filiazione sono processi che si costruiscono nel tempo. L’adozione

invece è composta da due tappe:

- Il bambino estraneo deve entrare a far parte di una famiglia, quindi deve essere messo dentro

la storia della coppia. Questo processo richiede tempo e fatica, e raggiunge il suo obiettivo

quando una madre e un padre riescono a concepire il figlio come loro.

- Il secondo passaggio è «metterlo fuori». I bambini provano rabbia di non essere stati cresciuti

nella famiglia biologica, di non essere stai dentro la pancia della mamma adottiva.

L’elaborazione di questo passaggio è fondamentale per la legittimazione.

Altro elemento che appartiene a questo percorso è costituito dal bisogno di unificare le figure

genitoriali, soprattutto il materno. Spesso la legittimazione del figlio si compie quando è in grado di

unificare, in una madre, tutto quello che per lui ha rappresentato il materno, sia le parti positive che

negative. Per seguire il percorso interno di costruzione dell’appartenenza alla famiglia è quello di

osservar come i bambini rappresentano la loro casa. Il legame adottivo deve essere capace di

accogliere anche il dolore. Emerge quindi un’altra legittimazione, quella per la propria ferita, sia

quella del figlio che quella dei genitori. Il lavoro della legittimazione del figlio, porterà alla

generazione di un figlio a tutti gli effetti, identico a tutti gli altri.

LA CONSULENZA TECNICA-PSICHIATRICA PER I PROVVEDIMENTI DI

INTERDIZIONE E INABILITAZIONE

L’art.414 del codice civile cosi afferma:

«(Persone che devono essere interdette).- Il maggiore di età e il minore emancipato, i quali si trovano in condizione di

abituale infermità di mente che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi, devono essere interdetti».

L’art.415:

«(Persone che possono essere inabilitate).- Il maggiore di età infermo di mente lo stato del quale non è talmente grave da

far luogo all’interdizione può essere inabilitato».

Cosa si intende per “infermità psichica”?

La prima radicale distinzione è quella tra la psichiatria come disciplina biologica oppure come

disciplina della intersoggettività che si ripropone di individuare, analizzare, descrivere i vissuti e le

esperienze interiori dei soggetti. Il codice civile è legato alla concezione della psichiatria come

disciplina medico-biologica: il concetto di infermità psichica è un concetto biologico per cui si

considera ogni fenomeno psichico, ogni esperienza psichica come conseguenza diretta di una alterata

funzione del cervello. Esistono delle anormalità psichiche sovrapponibili sia nella loro genesi che

nella loro evoluzione. La psichiatria clinica distingue in:

- Psicosi organiche, determinate da specifiche lesioni o alterazioni metaboliche a livello

cerebrale;

- Psicosi funzionali, come le esperienze schizofreniche e le esperienze depressive maggiori;

- Reazioni e nevrosi.

La diversa rilevanza psichiatrico-forense dei disturbi psichici

I sintomi collegati alle psicosi organiche sono i più scontati e sono caratterizzati da quadri clinici che

cambiano a seconda che siano ad insorgenza acuta oppure ad evoluzione cronica.

I disturbi psichici ad insorgenza organica acuta sono costituiti da un sintomo essenziale che è

tematizzato dal disturbo della coscienza, intesa come quella funzione psichica che ci permette di

orientarci nel tempo e nello spazio e che ha come substrato il concetto di vigilanza che è la premessa

fisiologica ai processi coscienziali più complessi. Nel caso in cui questi disturbi hanno invece una

evoluzione protratta nel tempo sono caratterizzati dalla presenza di un disturbo dell’intelligenza e

dalla trasformazione della personalità. Esistono quadri clinici che sono caratterizzati da disturbi del

circolo cerebrale che rientrano nel contesto di questi disturbi di origine cerebrale organica. I sintomi

delle esperienze psicotiche organiche sono ovvi e scontati, mentre i sintomi delle esperienze

psicotiche schizofreniche sono camaleontici. In tali circostanze non compaiono mai i disturbi della

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coscienza e dell’intelligenza. Ogni esperienza schizofrenica è caratterizzata dalla trasformazione del

contatto vitale con la realtà, dall’insorgenza di esperienze deliranti e allucinatorie, collegate con la

metamorfosi delle funzioni percettive e concettuali, cognitive. Ogni esperienza schizofrenica è

caratterizzata dalla emergenza di disturbi profondi di quella funzione psichica che è chiamata

coscienza dell’Io. In tale esperienza si assiste agli sconvolgimenti della vita affettiva e delle emozioni.

Le connessioni tra esperienze psicopatologiche e interdizione/inabilitazione

Oltre a esperienze che non consideriamo psicotiche, esistono le esperienze reattive/nevrotiche. Solo

partendo da questa articolazione della vita in queste tre categorie (psicosi, nevrosi, psicosindromi

cerebrali) è possibile comprendere qualcosa delle diverse realtà in cui sia psichiatria sia

nell’articolazione dei giudizi dei magistrati, si ha a che fare. La prima condizione che il codice

richiede è «l’infermità di mente»; la seconda è «l’abitualità» e quindi la «incapacità dei soggetti di

provvedere ai propri interessi». Se per infermità psichica si adottano i criteri rigidi di cui si serve la

medicina bisognerebbe dire che la schizofrenia e depressione psicotica non sono tali da poter essere

collocate nel contesto di una semplice definizione di infermità cioè di malattia intesa come lesione

organica che si esprime con una determinata varietà di sintomi. La psichiatria forense considera la

schizofrenia e la depressione (e la mania) come infermità psichiche in senso stretto. Ogni esperienza

schizofrenica ha una sua forma di insorgenza e diverse modalità di decorso. Nel momento in cui nelle

esperienze psicotiche si evidenzia l’integrità dello stato di coscienza cioè non sono presenti

compromissioni di natura neurologica, i fenomeni psicopatologici hanno una la loro dignità e

pregnanza che trova la loro genesi nello svolgimento di una vita, delle sue relazioni primarie. La

libertà di questi pazienti è rilevabile nelle loro storie (anamnesi) come osservando una tela in

controluce.

Le contraddizioni della psichiatria

Esistono delle schizofrenie ad esordio acutissimo che corrispondono al concetto di infermità della

mente ma che non hanno quella connotazione che il codice prevede, cioè la abituale infermità di

mente. Non tutte le esperienze schizofreniche possono essere considerate dell’entità cliniche e

permettono una collocazione automatica all’art. 414 e/o 415. Esistono esperienze che cambiano

totalmente il modo di vivere, di sentire e anche di morire di pazienti ma che non hanno la persistenza

nel tempo.

La esperienza schizofrenica che è considerata la più sconvolgente, la più problematica ha delle

contraddizioni, antinomie, che a volte la fanno considerare come esperienza psicotica in cui viva

insieme all’area psicotica anche un’area extrapsicotica che permette al paziente di confrontarsi con

la propria sofferenza senza distruggersi. La schizofrenia è una entità astratta mentre ogni paziente ha

una sua propria modalità di viverla. Esistono delle forme di schizofrenie molto acute che però si

esauriscono in un paio di settimane, e altre schizofrenie che rappresentano eventi unici che non si

ripetono più e che quindi sono lontane dalla definizione di infermità della mente ma che persistono a

lungo nel tempo. In queste diverse depressioni, esistono delle condizioni psicologiche che fanno

rientrare il discorso nel contesto dell’interdizione. Esistono depressioni che chiamiamo esistenziali

che non possono essere caratterizzate come espressioni di una sofferenza psichica, che non hanno a

che fare con la psichiatria come clinica. Solo ascoltando i pazienti e cercando di rendere ogni

relazione peritale più vicina ad un colloquio che tenga conto della dignità della persona, solo nella

misura in cui i psicologi e i psichiatri forensi, medico-legali sappiano riempire di contenuti umano

quegli incontri, si potranno cogliere gli aspetti psicologici e eventualmente patologici. È lasciato

all’ambito peritale, più del clinico, la valutazione di tali capacità: devono essere descritti con

un’aggiunta specifica che analizzi anche la consapevolezza giuridica oltre che la consapevolezza di

malattia. Esistono condizioni psicologiche particolari che per la loro perdita di contatto col mondo,

per la pervasività dell’esperienza delirante persecutoria, o dell’esperienza di colpa, diventano

pericolose o di valenza aggressiva. Questo tipo di esperienza psicotica compromette la persona malata

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dove occorre procedere con una cura vera e propria, ma anche una tutela dei propri e altrui diritti

partendo innanzitutto dal diritto di esistere e di lasciar esistere. Tali esperienze psicopatologiche

hanno bisogno di metodi «assertivi» in cui alla perdita della libertà della persona malata si affianchi

l’assunzione della responsabilità di chi la cura ricorrendo anche a presidi di contenimento dei possibili

atti di pericolosità. Nel caso specifico occorrono oltre all’ospedale Psichiatrico Giudiziario, anche

comunità riabilitative a fianco delle comunità riabilitative già esistenti. È riconosciuto che esistono

delle condizioni specifiche della capacità di intendere e di volere. Il bisogno di essere colpevoli è un

bisogno di tutti, anche dei malati. La relazione di fiducia che avviene nella relazione terapeutica,

nell’accompagnare ogni persona nel cammino verso la cura, permette questa esperienza redentiva sul

piano dell’empatia, e riabilitativa sul piano del recupero della parte sana che si salva nella più grave

forma di psicosi.

Il paradigma del conoscere in psichiatria

L’atteggiamento dello psichiatra nei confronti di chi deve sottoporsi a perizia è un atteggiamento

informato, ad una distanza emotiva, ad una freddezza emotiva che consente di cogliere i modi

autentici di vita interiore del soggetto, le possibili simulazioni e dissimulazioni. In un contesto freddo

e apatico si ha poca conoscenza. Una delle esperienze psicopatologiche più sconvolgenti che

avvengono all’interno di una sindrome depressiva è quella caratterizzata dall’insorgenza di un

sentimento che è il sentimento di colpa. A volte capita che madri sconvolte dalle proprie colpe senza

fine tentano il suicidio e che portano con sé alla morta ricercata e desiderata il proprio figlio. È uno

dei problemi più diffusi nella depressione, vedere la propria esistenza come insostenibile,

intollerabile, priva di ogni significato, e si considera ogni vita, ogni esistenza senza significato. Ogni

esperienza depressiva corrisponde alla definizione di infermità mentale come considerata dagli

articoli; per cui se una depressione che chiamiamo psicotica, per distinguerla da quella esistenziale

che non può essere considerata come malattia, si estenda nel corso del tempo può assumere

dimensioni e confini da farla sovrapporre a quella che è la definizione che ne da l’art.414.

Interdizione e inabilitazione sono provvedimenti che possono essere cancellati e rimossi nella misura

in cui quella che sembrava un’esperienza psicotica caratterizzata da una evoluzione fatale nel corso

del tempo, si modifichi nel tempo e si possa trasformare fino a guarire. Una diagnosi di esperienza

psicotica schizofrenica o depressiva si può fare soltanto se non si rinuncia mai all’intuizione che ci

permette di cogliere quante maschere ciascuno di noi porta su di sé, quante maschere poi i pazienti

portano su di sé, sui loro volti segnati dalla sofferenza.

Riguardo l’handicap il problema non è di stabilire una condizione di infermità psichica, perché si sa

che esiste sempre, non è nemmeno quello di stabilire l’abitualità perché sia per definizione che per la

clinica l’handicap si estende nel corso del tempo. Il problema dell’handicap è di stabilire in che misura

questa infermità psichica abituale impedisca al soggetto portatore di handicap la cura dei propri

interessi, che è la terza dimensione, non più clinica, non più psicopatologica ma la più tecnica, quella

che rientra nell’ambito del giudizio del magistrato.

Le condizioni di applicabilità degli articoli 414 e 415 c.c.

Si potrebbe dire che tali articoli sono applicabili solo in caso di una malattia, una sofferenza organica

del cervello, o alla presenza di alcune condizioni psicotiche come la schizofrenia, la mia o la

depressione, ma che per la vastità dei sintomi che presentano possono essere analoghe a quelle che si

osservano nelle forme cliniche determinate da una lesione organica. Nella psichiatria clinica e forense

non sembra che una esperienza neurotica possa essere una condizione sufficiente per l’applicazione

di tali articoli. Mai una semplice condizione neurotica può essere considerata una condizione

sufficiente perché si possa applicare una interdizione. Le grandi esperienza neurotiche sono:

l’esperienza depressiva, quella ansiosa, isterica, ipocondriaca, anancastica. Sono queste le cinque aree

tematiche che sfiorano l’esistenza di ognuno di noi che possono assumere dimensioni profonde e che

possono costituire una condizione di sofferenza anche straziante, e che entrano in gioco sia nella

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valutazione di eventi di significato penale, sia nel concetto di eventi che riguardano i due articoli. Il

concetto di persistenza ha una durata assoluta, mentre il concetto di abitualità che è un concetto

giuridico, resto uguale anche quando il decorso della malattia sia interrotto da episodi che non

manifestino i segni della condizione di malattia. Le esperienze neurotiche sono caratterizzate dal

persistere nel corso del tempo; la condizione di abitualità è loro costitutiva e questo renderebbe le

esperienze neurotiche come possibili fattori che stiano a fondamento di quelle che sono le condizioni

che il codice prevede per la interdizione. Ci si può trovare di fronte ad alcune sindromi

ossessive/anancastiche che riprendono il dilemma tra la mancanza di una condizione di malattia in

senso stretto e la contemporanea presenza della compromissione dell’autonomia.

La novità dell’amministrazione di sostegno-legge n.6/2004

La figura dell’Amministratore di sostegno viene scelta nella prospettiva del welfare mix,

identificando negli operatori della rete sociale dei validi collaboratori al percorso di cura svolto da

referenti clinici (DSM) per quei pazienti spesso esposti a rischio di inadeguata amministrazione

patrimoniale, o non sempre consenzienti ai percorsi di cura proposti. Il DSM e gli uffici Tutela delle

Asl, collaborano per il rafforzo della compliance alle cure e ai trattamenti soprattutto nei pazienti

resistenti nel percorso delle cure stesse.

La natura dilemmatica delle consulenze tecniche psichiatriche

Una psichiatria che vuole proporre risposte univoche ed omogenee ai quesiti degli articoli (88 e 89 e

414 e 415) e che enunci proposizioni univoche, non può essere ricondotta a basi scientifiche assolute

e rigorose. Tali tesi si scontrano con l’esigenza di concretezza di applicabilità pratica richiesta dai

magistrati. Ogni perizia dialettica viene accettata di meno perché si presta poi a contestazioni,

piuttosto che le perizie assiomatiche che non possono mai essere perizie scientificamente valide

perché prescindono dal concetto di complessità. Il quesito che permette di slegare i nodi complessi

del discorso trovando una risposta chiara, cambia in base alla formazione dello psichiatra che viene

scelto per esprimere un giudizio. Qualsiasi quesito, che il magistrato propone ai psichiatri che non

abbiano una disponibilità dialettica trova risposte semplici, semplificatrici, che crea una disparità tra

il magistrato che di solito ha una cultura superiore rispetto a quella dei medici e degli psichiatri e gli

psichiatri che hanno la tendenza a dare risposte semplificate.

Come si procede, in altri paesi, alla articolazione delle consulenze tecniche d’ufficio?

In Italia la discrezionalità del magistrato è assoluta, i tempi a cui il paziente è sottoposto sono brevi.

Anche in Italia si dovrebbe arrivare ad usare i metodi che usano questi paesi europei: una persona

deve essere esaminata nel contesto di un confronto molteplice nel contesto anche dei singoli atti che

compongono una giornata; un conto è vedere un soggetto in una stanza isolata con il personale di

sorveglianza che lo osserva e un’altra cosa è osservarlo in ospedale. È difficile dialogare quando

qualcuno ci osserva e ci controlla. A meno che non esista un rapporto di fiducia assoluta che

dovrebbe esserci tra magistrato e consulente, in cui gli spazi vuoti vengono riempiti dalle

interpretazioni del magistrato.

L’ermeneutica

È importante una alleanza tra psicologia, psichiatria infantile e psichiatria cosi da offrire ai giudici le

angolazioni più complete e concrete. Utilizzare formulazioni diagnostiche più rigide non aiuta i

pazienti, né tantomeno i magistrati da un lato e psicologi e psichiatri dall’altra. In psichiatria deve

sempre essere presente la globalità e la complessità della realtà psicopatologica e umana. 50

LA VALUTAZIONE DEL DANNO ALLA DIMENSIONE PSICHICA DELLA

PERSONA

La valutazione del danno: una sfida per la psicologia

Uno dei più recenti temi peritali, riguarda la valutazione del danno alla persona da parte della

psicologia. È stata introdotta dalla Corte Costituzionale n.184/1986 che facendo riferimento alla

lesione dell’integrità psico-fisica in sé e per sé considerata, apriva la strada a una accezione più

completa e olistica dell’uomo, del risarcimento monetario a lui spettante per le violazioni non solo

del corpo ma anche della psiche. La quantificazione del danno è un obiettivo richiesto dal diritto che

consiste nell’esprimere la gravità del danno riportato dal soggetto su una scala percentuale. Lo scopo

è quello di una quantificazione economica del danno subito da una persona. Il risarcire

economicamente una malattia è l’unico modo che la società civile può escogitare, risarcendo

ovviamente anche le spese che possono aiutare la persona a migliorare e superare almeno in parte la

malattia. Per far si che uno psicologo si muova in tale contesto, è importante che conosca bene i

presupposti giuridici e medico-legali di questa materia che sono molto specifici ma anche in continua

evoluzione.

L’inquadramento giuridico del danno alla persona

Il risarcimento del danno è condizionato nell’ordinamento civile dal sistema c.d. bipolare, ossia dalla

suddivisione tra danno patrimoniale disciplinato dall’art.2043 c.c., e danno non patrimoniale

disciplinato dall’art.2059. Il primo è il risarcimento di qualsiasi danno ingiusto cagionato da fatto

doloso o colposo, mentre il secondo limita il risarcimento del danno patrimoniale solo nei casi

determinati dalla legge, appare evidente che si deve ragionare per esclusione, che mentre il danno

non patrimoniale può essere risarcito solo nei casi tabellati, mentre quello patrimoniale può essere

risarcito in tutti i casi in cui vi sia una condotta contra ius. Il danno patrimoniale viene definito atipico,

quello non patrimoniale tipico. Il danno non patrimoniale è risarcibile solo in determinati casi previsti

dalla legge. Il danno non patrimoniale, prima definito danno morale, di natura temporanea, quasi

esclusivamente laddove il danno fosse stato causato da reato in quando l’art.185 c.p., sulle restituzioni

e risarcimento del danno, prevede al II comma la risarcibilità del danno patrimoniale o non

patrimoniale da parte del colpevole del reato. Ciò era una limitazione perché comportava solo il

risarcimento del danno patrimoniale cioè del lucro cessante (le perdite economiche e reddituali) o del

danno emergente, e non il danno morale. Per un equità di trattamento la Corte Costituzionale ha

introdotto nel diritto vivente il danno biologico risarcibile nel caso di un’attività illecita, anche non

penalmente rilevante che viola il diritto alla salute. Il danno esistenziale nasce per colmare il vuoto

risarcitorio che solo il danno biologico non poteva sopperire: risarcisce il danneggiato per tutte quelle

cose che prima faceva e ora non fa più.

Il danno non patrimoniale, è danno immateriale e aredittuale che riguarda la persona nel suo intimo,

sia in relazione alla salute, sia in relazione alla sua personalità, sia in relazione alla formazione civile

che è il matrimonio e quindi la famiglia: laddove viene inciso un diritto degno di tutela, in primis i

diritti costituzionali, il conseguente danno deve essere risarcito senza la limitazione imposta dal rinvio

dell’art.2059. Il danno non patrimoniale può essere risarcito per le conseguenze che l’offesa penale

ha arrecato nel caso di calunnia, diffamazione, ingiuri; mentre dove non esiste lesione fisica o psichica

è compreso il risarcimento anche del danno non patrimoniale da sofferenza morale. La lesione fisica

comporta sofferenza non solo per la lesione ma anche per le terapie più o meno invasive che il

soggetto danneggiato deve affrontare; oltre questo omnicomprensivo contenendo in sé tutti quegli

aspetti che la lesione del rilevante interesse della persona ha causato. L’opera del consulente

psicologo è utile anche per impedire che lo stesso danno sia risarcito sotto duplice denominazione.

51

Dal presupposto giuridico alla definizione clinica

È necessario distinguere tra una dimensione di malattia e di permanenza dei postumi del danno subito,

caratteristici del danno biologico di natura psichica, e una dimensione di sofferenza psicologica, di

diminuzione della qualità della vita che sono caratteristiche di una forma di danno, rinominato come

esistenziale o non patrimoniale. Il danno biologico di natura psicologica, consiste in una patologia

psichica che insorge dopo un evento traumatico e di natura dolosa o colposa, che si manifesta

attraverso sintomi e che si stabilizza a seconda del tipo di evento, in un periodo variabile da uno a

due anni. Il danno esistenziale è la compromissione della qualità della vita normale del soggetto o

uno stato di disagio psichico che non si configura come un quadro clinico patologico. La differenza

tra queste due tipologie si configura con la presenza o meno di una condizione sintomatologica

coerente e stabile, inquadrabile in una categoria diagnostica, che permette di definire il quadro della

malattia rispetto al quadro della sofferenza.

Dalla definizione alla metodologia della valutazione

Partendo dalla definizione del danno si possono evidenziare i punti che costituiscono l’oggetto della

valutazione e poi valutare la metodologia diagnostica opportuna. Non ci sono riflessioni importanti

sui metodi specifici della valutazione in psicologia giuridica, ma solo approcci singoli e specifici su

alcune aree applicative. In particolare, la valutazione su abuso e maltrattamento sui minori ha

riferimento metodologico internazionale imprescindibile, che si presente al professionista con metodi

e strumenti chiaramente esplicitati. In altri campi della psicologia giuridica non c’è una metodologia

cosi convalidata, mentre sarebbe auspicabile che si implementasse.

Che cosa deve essere valutato?

Innanzitutto deve essere valutato se c’è un danno, e quale ne sia la qualificazione, cioè se si tratta di

una vera e propria malattia, inquadrabile come danno biologico, o se si tratti di una sofferenza o

diminuzione della qualità della vita, inquadrabile come danno non patrimoniale. Nel caso di

accertamento di uno stato psicologico deve essere indicata una diagnosi, riferendosi ai manuali

internazionali (DSM-IVTR, ICD 10). Gli elementi fondamentali da accertare qualora non siano

esplicitati nel quesito sono: il nesso causale e l’esclusione della simulazione, Il requisito giuridico e

medico-legale centrale nella valutazione del danno è l’esistenza di un nesso causale tra evento e

danno. Altro fattore è la storia del soggetto e una ricostruzione precisa della storia del soggetto tra

evento e valutazione, intesa anche come ricostruzione di una storia clinica. Il nesso causale è

importante per il diritto, poiché il soggetto che ha provocato il danno è punibile e tenuto a risarcire

solo che ha effettivamente provocato (art.40 c.p.; 123 e 124 c.c.)

Nella valutazione del danno l’altro elemento che ha un ruolo fondamentale è il rischio

dell’enfatizzazione dei sintomi da parte del soggetto valutato, fino a una vera e propria simulazione

degli stessi, per motivi inconsapevoli o anche per un fine di ottenimento del risarcimento.

Gli strumenti per la valutazione del danno

- Colloquio clinico;

- Anamnesi individuale, familiare e lavorativa;

- Psicodiagnosi testistica;

- Eventuale documentazione clinica;

- La raccolta di eventuali testimonianze e riscontri documentali.

Il colloquio

Riguardo al colloquio, bisogna prestare attenzione a elementi specifici che caratterizzano il colloquio

in ambito forense, sia come il setting, sia la modalità di domande, sia come assenza di una domanda

di aiuto da parte del periziando, bisogna tener presente la necessità di concentrarsi nel colloquio sul:

rilevamento di elementi oggettivi; evidenziare una coerenza qualitativa/quantitativa tra la condizione

psicologica presentata dal soggetto e l’evento oggetto in causa; evidenziare elementi per rispondere

al nesso causale. 52

Il colloquio è il momento diagnostico più importante per valutare una convergenza tra i sintomi e gli

elementi non verbali della comunicazione del soggetto. Bisogna tener presente che i soggetti sono

spesso portati a rappresentare al CTU quello che il senso comune rappresenta come sintomi di un

disagio psichico. I soggetti rappresentano un quadro depressivo, ad esempio, con dei contenuti di

quello che il senso comune rappresenta come comportamenti e modalità di vita di un soggetto

depresso. Il modo sul piano verbale e non verbale, di descrivere tali sintomi, di ricordare episodi della

propria vita, permettono di tracciare una coerenza tra il vissuto del soggetto e il modo di comunicarlo.

La modalità della comunicazione non verbale, sia posturale che comunicativa, sono elementi molto

importanti che permettono di verificare che un soggetto soffra davvero di certi sintomi piuttosto che

li simuli.

L’anamnesi

L’anamnesi ha un ruolo centrale perché permette di inquadrare la sintomatologia lamentata dal

soggetto in contesto più ampio di vita e non solo nello specifico evento per cui vi è la causa civile.

La psicodiagnosi testistica

La psicodiagnosi nella valutazione del danno è il momento centrale che si basa sul colloquio e

sull’osservazione, ma anche sula testistica. Il ruolo del testista di solito è svolto dagli psicologi, sia

perché l’uso dei test è specifico di tale categoria professionale, e sia perché la delega agli psicologi

dei test è fatta da psichiatri e medici-legali. I test utilizzati nella valutazione del danno devono essere

scelti in base alla sintomatologia dimostrata dal periziando e osservata nel colloquio. Vengono usati

strumenti generali come il Rorschach, l’MMPI-II. Accanto a questi test possono essere utilizzate

anche scale di valutazione di alcuni aspetti psicopatologici, come l’ansia, la depressione. A fronte di

un deficit cognitivo devono essere utilizzati anche test come la WAIS o il test di Bender. Il test di

Rorschach in ambito forense rimane un test fondamentale della valutazione peritale grazie alla sua

capacità di analisi della struttura di personalità. Il test MMPI-II è molto rilevante nella valutazione

del danno in quanto test psicometrico che permette risultati quantitativi e che ha scale cliniche utili

per la diagnosi. Anche il test Wartegg è un test proiettivo che viene usato sempre più in queste

valutazioni, perché essendo un test di disegno, dove vengono valutati sia il contenuto disegnato che

la modalità del tratto, diminuisce il rischio della simulazione.

Riguardo all’uso delle scale, invece, sull’inquadramento dei quadri sintomatologici, bisogna

considerare un rischio di questi strumenti. Essendo utilizzati molto in ambito clinico, presuppongono

l’utilizzo di domande dirette e mirate, e per tale motivo non si possono usare solo questi test di

autovalutazione per elaborare la diagnosi in ambito di danno psichico.

Il criterio principale è di utilizzare una batteria psicodiagnostica articolata su più strumenti, per

diminuire al minimo il rischio della simulazione e aumentando l’oggettività della valutazione.

L’eventuale documentazione pregressa, le testimonianze ed altre documentazioni

Riguardo alla documentazione presentata dal soggetto, bisogna tener presente che la situazione della

valutazione del danno psichico, è diversa dal danno fisico. Non è solito chiedere aiuto in casi lievi

come la morte di un congiunto, ma anzi si ricorre all’aiuto dello psicologo nelle situazioni più gravi.

In alcuni contesti, il fatto di rivolgersi ad uno psicologo è visto come un segno di anormalità, come

una soluzione strana. Il fatto che una persona si rivolga a uno specialista dopo un evento non è un

elemento probatorio sul fatto che esista o no un danno, poiché dipende da molte variabili che sono

individuali e sociali non solo dalla gravità delle conseguenze. È importante che valutando il danno

psichico si tenga presente l’eventuale documentazione esistente tra evento e momento della

valutazione, senza subordinazione a essa.

La casistica prevalente e le nuove forme di danno

Il fenomeno del mobbing ha aperto un vero e proprio cambiamento di prospettiva nella dinamica tra

datore di lavoro e lavoratore e sulla modalità di tutela di quest’ultimo. 53

Un nuovo fonte di crescente interesse giuridico e psicologico è il contesto familiare, in cui si possono

avere situazioni di mobbing familiare, di violenza, di stalking, dove oltre ad un accertamento della

responsabilità penali e civili si delineano anche i profili di un danno e il suo risarcimento.

La quantificazione del danno tra difficoltà epistemologiche e necessità giuridica

Il momento più complesso della valutazione del danno sembra non essere quello dell’accertamento e

della dimostrazione, ma quello della sua traduzione in termini percentuali. È un passaggio

obbligatorio del tecnico che valuta il danno, poiché la sua valutazione peritale non si può concludere

con una descrizione della condizione del soggetto, ma deve giungere a quantificarla in una

percentuale che descrive quanto ha inciso sulla personalità del soggetto coinvolto. Per il magistrato,

l’avvocato e l’assicuratore questo numero percentuale è la traduzione monetaria del danno. Ciò

avviene attraverso delle tabelle, basate sulla percentuale di danno e sull’età. La liquidazione del

danno, con il numero percentuale messo a disposizione dal tecnico, diventa oltre che rapida anche

giusta. Le linee guida presentano dei range, anche molto ampi. Sono linee guida che partendo dalla

diagnosi sul caso indicano dei parametri di gravità e dei range, dove collocare la quantificazione del

singolo caso. Tra le scale proposte come linee guida di valutazione nella prassi forense vi sono:

- La proposta di Brondolo e Marigliano che si riferisce al DSM del quale riporta un elenco di

sintomi che rientrano nelle casistiche prevalenti di danno. Colloca questi sintomi in scala di

gravità a cui corrispondono dei range di gravità.

- La proposta di Buzzi e Vanini, la scala è elaborata sulle categorie diagnostiche del DSM, per

ogni tipologia di disturbo vengono distinti diversi livelli di intensità e per ognuno viene

indicato il range di punteggio possibile nell’arco di 5 punti.

- La proposta di Pajardi, Macrì e Merzagora Betsos, fa riferimento al DSM ma non è

imprescindibile per usare la griglia, che è basata sul concetto di funzionamento del soggetto

in una o più aree della vita e l’usura di risorse di adattamento. Indica i livelli di incidenza del

danno di crescente gravità, e il clinico ha un certo margine di scelta della percentuale in base

alla sua valutazione della gravità della condizione psichica del soggetto.

OSSERVAZIONE E VALUTAZIONE DEI DETENUTI

Valutare in un contesto altamente specifico

La valutazione di un individuo all’interno degli Istituti di pena in Italia è una questione complessa.

Bisogna chiarire che in linea teorica, gli istituti penitenziari per adulti in Italia si distinguono in:

istituti di custodia preventiva per soggetti in attesa di giudizio, Istituti per l’esecuzione delle pene per

i condannati in via definitiva, Istituti per l’esecuzione delle misure di sicurezze per soggetti giudicati

come pericolosi socialmente, e infine dovrebbero esistere i Centri di osservazione che aiuterebbero a

mettere in condizione gli operatore penitenziari di valutare il soggetto e di poter comunicare tale

valutazione più approfondita alla Magistratura di Sorveglianza. Il Tribunale di Sorveglianza decide

riguardo alle misure alternative, ovvero: Affidamento in prova al servizio sociale o affidamento

terapeutico, Detenzione domiciliare, Semilibertà e Liberazione anticipata. Gli psicologi operano nelle

carceri italiani come «expert ex art.80», nata con l’introduzione dell’art.80 nell’Ordinamento

Penitenziario che prevede la possibilità di avvalersi di «esperti» tra i quali i psicologi. L’ osservazione

scientifica della personalità è il compito principale degli psicologi nei carceri, oltre al «trattamento»

che è riservato solo ai detenuti condannati e agli internati. Gli elementi essenziali della Società

Penitenziaria sono: la tipica tendenza a deformare la realtà amplificando la portata dei fenomeni e

filtrando gli avvenimenti attraverso una cultura che riconosce come propri gli elementi più appetibili;

il secondo elemento specifico della vita «sociale» nelle carceri e della sub-cultura carceraria è la

tendenza alla autotutela del gruppo. 54

È importante porre attenzione al singolare contesto «culturale» in cui, vengono osservati e valutati i

soggetti. Due sono le variabili da prendere in considerazione nel momento della valutazione e

dell’osservazione di questo:

1) La mancanza di libertà e quindi la dimensione di coazione e di ristrettezza. La società

penitenziaria è originata da un atto di violenza che consiste nella privazione della libertà

personale di alcuni soggetti da parte dello Stato. Questa mancanza di libertà tende a distorcere

e modificare ciò che si pensa realmente rispetto a ciò che l’individuo ci comunica. L’adesione

a tale codice di comportamento e la coatta condivisione dell’originario atto di violenza da

parte dello Stato sono le uniche cose che tengono coesa la società penitenziaria.

2) La variabile tempo, il tempo è percepito dal soggetto «ristretto», un tempo falsato e poco

veritiero dal punto di vista della vita quotidiana ed esterna. La variabile tempo è molto

importante quando si vogliono valutare le risorse presenti nel soggetto carcerato, delle risorse

che lo possono mettere in condizioni di intraprendere un percorso di cura e riabilitazione.

L’art.1 O.P. statuisce che: «il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve

assicurare il rispetto della dignità della persona» e aggiunge che «il trattamento è improntato ad

assoluta imparzialità senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e

sociali». La scienza criminologica suggerisce di procedere all’osservazione dei soggetti prestando

attenzione al rapporto tra personalità e adattamento, all’ambiente, con specifica attenzione alle

seguenti condizioni:

- Il disadattamento, visto come difficoltà o incapacità del soggetto a costruire e mantenere nel

tempo rapporti con l’ambiente.

- L’antisocialità, opposizione attiva del soggetto all’ambiente.

- La delinquenza, intesa come opposizione all’ambiente e alle sue norme esplicitamente sancite.

L’anamnesi e lo studio del fascicolo del detenuto sono parte importante della valutazione dei tre

aspetti appena citati. L’osservazione e la valutazione del grado di disadattamento in carcere fa

riferimento ai rapporti con i familiari e alla loro costanza nel tempo, ma è anche importante osservare

i rapporti tra i detenuti nel carcere. L’antisocialità riguarda la valutazione del comportamento in

relazione al rispetto delle regole sociali e comunitarie dell’istituto penitenziario. La valutazione della

delinquenza invece riguarda l’osservare l’adesione del soggetto alle norme, esplicitate

dall’Ordinamento Penitenziario disciplinato dalla legge 26 luglio 1976, n.354 «Norme

sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà».

Valutazione della personalità ed uso dei test nelle strutture detentive

Obiettivi possibili, della valutazione del detenuto nel contesto carcerario sono:

1) La stesura di ipotesi trattamentali, un progetto rieducativo e di riabilitazione intra o extra

murario.

2) La valutazione del rischio suicidario

3) Comunicazioni al Giudice di Sorveglianza, qualora richieste, in relazione allo stato di salute

mentale ed alla personalità del soggetto detenuto. Valutazione utilizzata per decidere se

concedere eventuali permessi.

4) Valutazione della personalità del detenuto finalizzata ad una CTU, ma in questo caso valgono

le regole di buona prassi da seguire in tutte le CTU.

In questo caso si parla di diagnosi forense che ha come obiettivo appurare uno stato di mente

legato all’impunibilità o meno dell’individuo. In questa valutazione bisogna sempre tener conto

della mancanza di libertà e della variabile del tempo e valutare come il detenuto adotti una serie

di meccanismi di difesa ben collaudati che vanno dall’iper-adattamento alla capacità di mostrarsi

iperseduttivo. In questi casi è difficile distinguere tra la verità dei contenuti comunicativi e il

desiderio di manipolazione. I test possono costituire un valido aiuto valutativo se teniamo presenti

le variabili di disordine affettivo, emotiva e relazionale. L’utilizzo dei test nelle carceri non è una

prassi diffusa perché hanno una valenza prettamente terapeutica. La pena detentiva, come tale,

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Folieadeux94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia giuridica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Pajardi Daniela Maria.

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