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Riassunto esame Psicologia generale, prof. Gerbino, libro consigliato Psicologia generale. Dalla mente al cervello, a cura di Legrenzi, Papagno, Umiltà

Riassunto per l'esame di Psicologia generale della prof.ssa Gerbino, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Psicologia generale. Dalla mente al cervello, a cura di Legrenzi, Papagno e Umiltà. Gli argomenti trattati sono tratti dai capitoli da studiare ai fini dell'esame indicati sulla pagina della docente e sono i seguenti: 1) Mente e cervello; 2) Percezione;... Vedi di più

Esame di Psicologia generale docente Prof. M. Gerbino

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combinare le caratteristiche. Tutti gli stimoli presenti nel campo visivo sono processati

simultaneamente per determinare se uno di essi possiede la (unica) caratteristica che

è oggetto dell’operazione di selezione. Quando il bersaglio è definito da una sola

caratteristica il tempo di risposta è rapido e gli errori sono molto pochi. Se l’uncia

caratteristiche che definisce il bersaglio è il colore giallo, il bersaglio è individuato

altrettanto rapidamente quando è mescolato a 5, 10, 15 o più stimoli di altro colore. La

situazione cambia radicalmente quando il bersaglio è definito dalla combinazione di

due caratteristiche. Se il bersaglio è un cerchio rosso, allora deve intervenire

l’attenzione che opera in serie, spostandosi sui vari stimoli, fino a quando il bersaglio è

individuato oppure tutti gli stimoli sono stati processati. Il punto cruciale dell’ipotesi di

Treisman è che le singole caratteristiche che costituiscono gli oggetti sono processate

in parallelo e senza la mediazione dell’attenzione (in modo preattentivo). L’attenzione

è necessaria solo quando le singole caratteristiche devono essere combinate per

formare un oggetto. La combinazione delle singole caratteristiche avviene in serie e

richiede l’attenzione.

Il destino dell’informazione non rilevante L’attenzione spaziale e l’attenzione

selettiva permettono di selezionare l’informazione rilevante per lo svolgimento di un

compito e di sottoporla a un processamento particolarmente efficiente. Nel caso

dell’attenzione spaziale, la base per la selezione è la posizione nello spazio. Nel caso

dell’attenzione selettiva, una caratteristica non spaziale dello stimolo è scelta perché è

rilevante per il compito, a scapito di tutte le altre caratteristiche dello stimolo. E’ lecito

domandarsi quale sia il destino dell’informazione non scelta, dell’informazione, cioè,

che non è rilevante per il compito. A questo proposito esistono due posizioni teoriche

contrapposte: l’ipotesi della selezione precoce e l’ipotesi della selezione tardiva. La

prima sostiene che il processamento dell’informazione non selezionata è interrotto

molto presto o, addirittura, non inizia neppure. La seconda sostiene che il

processamento dell’informazione non selezionata è praticamente completo.

Effetto Simon Questo effetto fu descritto per primo da J. Richard Simon nel 1969.

Esso consiste nel fatto che i TR sono più rapidi quando stimolo e risposta sono dalla

stessa parte del corpo rispetto a quando lo stimolo compare da una parte e la risposta

deve essere eseguita dalla parte opposta. Ciò dimostra che l’informazione sulla

posizione dello stimolo, pur non essendo rilevante, ha un effetto sulla risposta.

Effetto Eriksen Questo effetto fu descritto per la prima volta da Barbara Eriksen e

Charles Eriksen nel 1974. Il compito consiste nel discriminare due lettere bersaglio,

per esempio S e T, premendo due pulsanti, uno assegnato alla lettera S e l’altro

assegnato alla lettera T. Le due lettere bersaglio sono presentate, su uno schermo, una

alla volta, al centro di una stringa di cinque lettere, due delle quali fiancheggiano la

lettera bersaglio a destra e due la fiancheggiano a sinistra. Le consegne mettono bene

in chiaro che l’unica lettera che conta per lo svolgimento del compito è quella

centrale. Si possono avere tre condizioni sperimentali: una condizione congruente,

nella quale lettera bersaglio e fiancheggiatori sono identici (per esempio, TTTTT), una

condizione incongruente, nella quale bersaglio e fiancheggiatori richiedono risposte

diverse (per esempio, SSTSS) e una condizione neutra, nella quale i fiancheggiatori

sono diversi dai due bersagli e perciò non richiedono mai una risposta (per esempio,

OOTOO). L’effetto Eriksen si manifesta con TR più lenti nella condizione incongruente

che nella condizione congruente. L’interpretazione è che l’informazione non rilevante è

processata e influenza la risposta data in base all’informazione rilevante.

Effetto Stroop Questo è uno degli “effetti” più noti in psicologia e la sua prima

descrizione risale a John Stroop nel 1935. Gli stimoli sono parole che denotano un

colore, “rosso”, “giallo”, “verde” e “blu”, scritte in colori diversi, rosso, giallo, verde e

blu. La parola e il colore possono essere congruenti (condizione congruente) oppure

incongruenti (condizione incongruente). Al posto della parola possono esserci delle

stringhe di lettere senza senso, che costituiscono la condizione neura. Il compito dei

soggetti è di pronunciare a voce alta il nome del colore e si registrano i TR per la

risposta vocale. In un tipico compito Stroop, l’informazione rilevante è il colore. Il

significato della parola è, invece, l’informazione non rilevante. Il risultato che si ottiene

è che i TR sono più rapidi nella condizione congruente che nella condizione

incongruente. L’effetto Stroop è attribuibile alle difficoltà che incontra l’attenzione

selettiva a sopprimere l’informazione non rilevante, che tende a innescare una

risposta, la lettura, che, in una persona alfabetizzata, è diventata automatica. Il

compito Stroop ci dice che l’attenzione selettiva ha funzionato, ma l’informazione non

rilevante è stata processata al punto da modulare la risposta all’informazione

rilevante, il colore; rendendo la risposta più rapida quando c’è congruenza fra colore e

parola, e soprattutto, rallentandola quando c’è incongruenza fra colore e parola.

Effetto Navon Questo effetto fu descritto per la prima volta da David Navon nel

1977. In una situazione sperimentale tipica, al soggetto sono presentate, su uno

schermo, lettere grandi (livello globale) composte di lettere piccole (livello locale). Sia

a livello globale sia a livello locale, le lettere possono essere, per esempio, delle H e

delle S. Si creano così quattro combinazioni fra i due livelli, globale e locale: due sono

condizioni congruenti (una H globale formata da H locali, oppure una S globale formata

da S locali) e due condizioni incongruenti (una H globale formata da S locali, oppure

una S globale formata da H locali). Il soggetto ha a disposizione due pulsanti, uno per

la risposta alla lettera H e un altro per la risposta alla lettera S. Quando la consegna è

di tenere conto del livello globale, il livello globale è l’informazione rilevante che viene

selezionata dall’attenzione, mentre il livello locale è l’informazione non rilevante.

Quando la consegna è di tenere conto del livello locale, l’informazione locale è

l’informazione rilevante che viene selezionata dall’attenzione, mentre il livello globale

è l’informazione non rilevante. L’effetto Navon, detto anche “effetto del vantaggio del

livello globale”, è scomponibile in due effetti indipendenti. Il primo è che i TR sono più

rapidi quando il livello rilevante per la risposta è quello globale piuttosto che quello

locale. Il secondo effetto è che, nel caso d condizioni incongruenti, si osserva un

effetto di interferenza asimmetrico. Quando il livello rilevante è quello locale, la

presenza di una lettera incongruente a livello globale provoca un netto rallentamento

del TR medio. Quando il livello rilevante è quello globale, la presenza di lettere

incongruenti a livello locale non produce un rallentamento. È chiaro che, nel compito

Navon, il fuoco dell’attenzione tende a dirigersi sul livello globale.

Processamento senza attenzione? Nel compito Simon, l’attenzione si orienta

verso la posizione spaziale nella quale è comparso lo stimolo. Nel compito Eriksen,

l’attenzione si estende ai fiancheggiatori. Nel compito Stroop, colore e parola

compaiono nella stessa posizione. Nel compito Navon, l’attenzione si dirige

inizialmente sul livello globale per poi passare sul livello locale. Se si impedisce al

soggetto di muovere l’attenzione verso lo stimolo, l’effetto Simon scompare. Se i

fiancheggiatori sono allontanati dalla lettera bersaglio, così che l’attenzione sia

limitata a essa, l’effetto Eriksen scompare. Se l’attenzione è attratta da un distrattore

che compare improvvisamente alla periferia del campo visivo, oppure la parola è

allontanata dal colore, l’effetto Stroop diminuisce o scompare. Se si induce il soggetto

a distribuire in modo uniforme l’attenzione fra livello globale e livello locale, l’effetto

Navon diventa asimmetrico.

“Priming” negativo il termine “priming” è di solito impiegato per indicare un

effetto di facilitazione: per esempio, la risposta a uno stimolo è più rapida quando lo

stimolo che lo ha preceduto ha certe caratteristiche. Nel caso del priming negativo,

invece, la risposta a uno stimolo è rallentata a causa delle caratteristiche dello stimolo

che l’ha preceduto. La spiegazione che si propone per il priming negativo è che la

caratteristica non rilevante della prima configurazione sia stata elaborata e poi sia

intervenuto un processo di inibizione che ha permesso di selezionare senza problemi la

risposta corretta. Il processo di inibizione, però, continua per un certo tempo e i suoi

effetti emergono quando quella stessa caratteristica diventa rilevante per la risposta.

“Change blindness” Una delle conseguenze più clamorose del fallimento

dell’attenzione è la cosiddetta cecità per il cambiamento (“change blindness”),

l’incapacità di rilevare un cambiamento eclatante nella scena visiva. Il fenomeno della

change blindness dimostra che noi non prestiamo attenzione a tutti gli elementi di una

scena visiva e che gli elementi ai quali non prestiamo attenzione non sono percepiti

coscientemente.

“Attentional blink” Anche nel caso dell’ammiccamento attentivo (“attentional

blink”), uno stimolo presente nel campo visivo non viene rilevato per un fallimento

dell’attenzione. Al soggetto è presentata, sullo schermo di un computer, una serie di

stimoli, ciascuno per poche decine di millisecondi. Ogni serie contiene due bersagli,

che il soggetto deve rilevare. Il primo bersaglio può essere una lettera di colore

diverso. Il secondo bersaglio può essere un numero nero. Può accadere che il secondo

bersaglio non venga rilevato. Infatti, il secondo bersaglio non viene mancato se è

presentato molto vicino al primo, ed è, perciò, processato insieme ad esso, quando

l’ammiccamento dell’attenzione non è ancora cominciato; oppure se è presentato

relativamente distante dal primo, quando il processamento del primo è terminato ed è

pure terminato l’ammiccamento dell’attenzione. Quando l’attenzione è impegnata nel

processamento del primo bersaglio, non è disponibile per il processamento del

secondo, che, perciò, non viene percepito coscientemente.

4. Quando è il cervello a fallire

L’attenzione può fallire in condizioni normali e, quando ciò accade, viene a

mancare la rappresentazione cosciente di una porzione della realtà esterna. La

mancanza della rappresentazione di una parte della realtà esterna è molto esagerata

nei pazienti affetti da una sindrome, l’eminegligenza spaziale unilaterale o, per

brevità, “neglect”, che è caratterizzata da un deficit di attenzione (spaziale), a causa

del quale la metà (in genere la metà sinistra) della realtà (visiva, acustica, tattile) non

viene rappresentata a livello cosciente. La causa del neglect è di solito una lesione del

lobulo parietale inferiore, un’area della corteccia che presiede all’orientamento

dell’attenzione nello spazio. Quando a questi pazienti si chiede di copiare una figura,

per esempio una casa, oppure di produrla sulla base della memoria, il paziente

riproduce solo la parte destra, trascurando la parte sinistra. Se si presenta un foglio

con disegnati molti elementi, e si chiede di marcarli tutti, il paziente marcherà solo

quelli posti nella metà destra e trascurerà quelli posti nella metà sinistra. I pazienti

affetti da neglect presentano deficit immaginativi oltre che percettivi. Ciò fu

dimostrato per la prima volta da Edoardo Bisiach e Claudio Luzzatti nel 1978.

5. La rappresentazione non cosciente

L’attenzione non può orientarsi verso sinistra e la mancanza dell’attenzione

rende impossibili anche le fasi iniziali del processamento dell’informazione che da

questa parte dello spazio proviene. L’evidenza empirica dimostra, invece, che, in

assenza di attenzione, il processamento dell’informazione è completo e che la

rappresentazione percettiva si forma ma non ha accesso alla coscienza. L’attenzione

non è necessaria per il processamento dell’informazione, è necessaria perché le

rappresentazioni, che sono il risultato di questo processamento, diventino coscienti. In

conclusione, i pazienti con neglect dimostrano che l’informazione è processata anche

quando la mediazione dell’attenzione può essere esclusa a causa del loro gravissimo

deficit attentivo. L’informazione è processata in assenza di attenzione fino alla

produzione di rappresentazioni di grado elevato (categorie) e ha anche accesso ai

sistemi di risposta. Non raggiunge, però, il livello di coscienza.

6. Le risorse attentive

La selezione permette di separare ciò che è rilevante per svolgere l’azione in

corso da ciò che non è rilevante. Selezionare l’informazione rilevante a spese di quella

non rilevante permette di migliorare il processamento della prima. L’aspetto intensivo

dell’attenzione richiede di prendere in considerazione le cosiddette risorse attentive.

Infatti, l’efficienza del processamento cognitivo dipenderebbe dalla quantità di risorse

attentive (dette anche risorse di processamento) disponibili. Se i due compiti che

devono essere eseguiti contemporaneamente condividono, per l’esecuzione, uno

stesso meccanismo, è sempre impossibile mantenere l’efficienza a un livello

paragonabile a quello che si raggiunge quando i due compiti sono eseguiti

separatamente, in sequenza. È praticamente impossibile masticare e parlare

contemporaneamente, perché entrambe le attività dipendono dallo stesso

meccanismo (gli stessi muscoli). È molto difficile ascoltare musica mentre si segue una

conversazione, perché entrambe le attività richiedono l’uso delle vie acustiche. Questi

sono esempi di interferenza strutturale causata dalla competizione per meccanismi

periferici. L’interferenza strutturale può insorgere, però, anche quando i due compiti

competono per l’accesso a meccanismi centrali. In particolare sono stati descritti

esempi di interferenza strutturale causati dalla competizione per componenti della

memoria di lavoro oppure dalla competizione per il meccanismo di selezione della

risposta. Per esempio, risulta molto difficile mantenere in memoria a breve termine un

numero telefonico non memorizzato per il tempo necessario a comporlo se, allo stesso

tempo, la nostra memoria a breve termine è occupata da altra informazione. Pensate a

che cosa accade se, appena dopo che avete letto il numero da comporre, qualcuno

inizia a pronunciare numeri ad alta voce. L’interferenza non è periferica perché si

verifica fra informazione visiva (il numero letto) e informazione acustica (i numeri

ascoltati). E’, però, ancora di tipo strutturale (ma centrale) perché le due informazioni

competono per una struttura centrale, la memoria di lavoro, nella quale convergono.

Un caso ancora più interessante si incontra quando i due compiti da eseguire

contemporaneamente non competono per l’accesso ad alcun meccanismo comune.

Guidare un’automobile e ascoltare un notiziario radiofonico sono due compiti che non

richiedono alcun meccanismo comune. Si può, perciò, escludere un’interferenza

strutturale. La situazione sarebbe ben diversa se la guida fosse accompagnata dal

seguire un notiziario televisivo (si avrebbe un’interferenza strutturale periferica) o

dalla necessità di mantenere in memoria di lavoro le indicazioni del navigatore (si

avrebbe un’interferenza strutturale centrale). Tuttavia, un pilota principiante è

costretto a trascurare il notiziario se vuole guidare in modo efficiente. Dunque,

l’interferenza da doppio compito si verifica anche quando non ci sono le condizioni per

un’interferenza strutturale. Il fenomeno viene generalmente attribuito al fatto che i

processi mentali richiedono, per essere eseguiti, l’impiego di una certa quota di risorse

attentive. Il compito che riceve la quota di risorse sufficiente per un’esecuzione

ottimale viene detto “compito primario”. Il compito che riceve solo la quota residua di

risorse e che, perciò, non sarà eseguito in modo ottimale, viene detto “compito

secondario”.

Processi automatici e processi controllati La prestazione di un soggetto umano

in un gran numero di compiti si modifica profondamente con l’esercizio. Con il protrarsi

dell’esercizio, la prestazione infatti diventa più facile e migliora drasticamente: intere

sequenze di azioni si svolgono in modo fluido e rapido, senza la necessità di farle

precedere da decisioni coscienti e senza impegno attentivo. Gli errori diventano molto

rari. Gli effetti dell’esercizio sulle prestazioni sono così clamorosi da avere indotto

molti studiosi a sostenere l’esistenza di due modi di processamento dell’informazione,

qualitativamente diversi: il processamento automatico e il processamento controllato.

Il processamento automatico è rapido, non impegna la memoria a breve termine e non

richiede l’impiego di risorse attentive. Poiché non richiedono risorse attentive e non

sono soggetti ai limiti di capacità della memoria a breve termine, più processi

automatici possono svolgersi simultaneamente, senza causare fenomeni di

interferenza, né strutturale né da risorse. Non sono iniziati volontariamente e neppure

possono essere interrotti volontariamente; una volta iniziati, si svolgono

inevitabilmente fino al compimento. Il processamento controllato è lento, è soggetto ai

limiti di capacità della memoria a breve termine e richiede l’impiego di risorse

attentive. A causa dei limiti di capacità della memoria a breve termine (interferenza

strutturale) e dell’interferenza da risorse, non è possibile svolgere

contemporaneamente due (o più) processi controllati. Essi producono l’impressione di

essere continuamente sotto il controllo diretto del soggetto e di potere essere iniziati e

interrotti volontariamente. Il ruolo cruciale svolto dal processo controllato è di

assicurare il massimo di flessibilità alle nostre azioni. In assenza di processi controllati,

il nostro agire sarebbe limitato ad attività stereotipate, non adattabili alle mutabili

richieste dell’ambiente nel quale ci stiamo evolvendo.

7. Le basi neurali dell’attenzione

È possibile orientare l’attenzione senza muovere gli occhi o altre parti del corpo,

ma, normalmente, ciò non avviene. Perciò è stata proposta da Rizzolatti e colleghi una

teoria, che è diventata nota come teoria premotoria dell’attenzione spaziale, secondo

la quale i meccanismi neurali che presiedono all’orientamento dell’attenzione

coincidono con i meccanismi neurali che presiedono alla programmazione dei

movimenti oculari. La posizione nello spazio verso la quale lo sguardo si dirige,

acquisisce un grado elevato di salienza, che noi descriviamo con il termine di

attenzione. Questa accresciuta salienza della posizione nello spazio verso la quale si

dirigono gli occhi si verifica indipendentemente dal fatto che il movimento oculare sia

programmato e poi eseguito, o solo programmato ma non eseguito. Dunque, lo

spostamento dell’attenzione è la conseguenza automatica della programmazione del

movimento oculare. Va, tuttavia, tenuto presente che, secondo studiosi autorevoli,

Posner fra tutti, i circuiti neurali dell’orientamento dell’attenzione e dei movimenti

oculari non coincidono. È certo che, quando l’attenzione è diretta su una posizione

nello spazio, il processamento dell’informazione proveniente da quella posizione

diventa più efficiente. Il fatto che l’attenzione abbia l’effetto di rendere più efficiente il

processamento dell’informazione rilevante per il compito che si sta svolgendo, e meno

efficiente il processamento dell’informazione non rilevante, permette di integrare i tre

aspetti dell’attenzione: l’orientamento, la selezione e l’impegno mentale (risorse

attentive).

CAPITOLO 4 – EMOZIONI

L’emozione segnala che è avvenuto un cambiamento nell’ambiente, esterno o

interno, e che tale cambiamento è stato percepito soggettivamente come saliente.

L’emozione può essere definita come un processo interiore scatenato da un evento

emotivamente significativo che si manifesta come esperienza soggettiva,

comportamento espressivo, comportamento motivato, cambiamento corporeo. Nei

tempi antichi, le emozioni erano oggetto di studio prevalentemente da parte dei

filosofi; essi ne sottolineavano soprattutto il carattere di passione, il lato motivazionale

e la loro capacità di determinare il comportamento. In seguito, con Darwin le emozioni

diventano la forza centrale che sta alla base della sopravvivenza dell’individuo e della

specie. A partire dal XIX secolo, l’interesse verso le emozioni è diventato molto più

scientifico e Darwin per primo sottolineò il ruolo adattativo delle emozioni. Darwin

asserì che le emozioni, non soltanto aiutano gli individui a comunicare fra loro, ma

servono appunto anche alla sopravvivenza. Darwin sostenne anche che le emozioni

negli animali sono omologhe a quelle negli esseri umani, promuovendo così l’uso della

ricerca sugli animali per capire le emozioni nell’uomo. Un altro aspetto interessante

individuato da Darwin fu che esiste un gruppo di emozioni fondamentali o di base che

si accompagna a espressioni facciali simili nelle differenti culture; quindi Darwin

suggerì che tale universalità dell’espressione emozionale implicasse un’esperienza

emozionale comune.

1. La risposta emotiva riflessa

Lo stadio iniziale di una risposta emotiva è sostanzialmente un output motorio

riflesso, diverso dall’attività motoria cui diamo inizio volontariamente. Il sistema

motorio deputato al controllo delle risposte emotive reagisce invece automaticamente

e involontariamente. La risposta scheletrica involontaria include una serie di

manifestazioni comportamentali specie-specifiche che coinvolgono cambiamenti

rapidi, riflessi involontari nell’espressione facciale, vocale, nella postura e nei

movimenti del corpo, messi in atto a scopo di sopravvivenza. Accanto alla risposta

muscolo-scheletrica, vi è una risposta vegetativa che comprende modificazioni

fisiologiche e ormonali. I segnali che scatenano le risposte vegetative hanno origine

nell’ipotalamo, una struttura responsabile della regolazione dell’ambiente interno,

posta essenzialmente al centro del cervello e connessa all’amigdala, il principale

grilletto (trigger) per le emozioni. Questi segnali sono comunicati tramite due vie: il

sistema nervoso autonomo, che agisce rapidamente attraverso il controllo neuronale,

e il sistema endocrino, che agisce più lentamente attraverso gli ormoni. Il sistema

nervoso autonomo controlla la muscolatura liscia che non è sotto il controllo volontario

o cosciente. Comprende tre branche: il simpatico, il parasimpatico e la componente

enterica (che controlla la muscolatura del tratto digerente). La maggior attività del

simpatico rispetto al parasimpatico determina l’attivazione corporea e rappresenta

l’indicatore universale di una risposta emotiva. L’attivazione include il rilascio di

adrenalina nel sangue, l’aumento della frequenza cardiaca, la contrazione dei vasi

sanguigni con aumento di pressione arteriosa, l’aumento della frequenza respiratoria,

l’aumento della secrezione delle ghiandole sudoripare e la riduzione della produzione

di saliva, la dilatazione della pupilla, la piloerezione, il rilassamento della vescica,

l’inibizione dei movimenti del tubo digerente. Il sistema endocrino che è controllato

dall’ipofisi, una ghiandola situata in prossimità dell’ipotalamo, è costituito da un

insieme di ghiandole che rilasciano ormoni in grado di aumentare l’azione del sistema

nervoso autonomo. Tutte queste manifestazioni sono quelle che rappresentano

l’attivazione fisiologica.

2. James-Lange: la teoria periferica delle emozioni

Dieci anni circa dopo Darwin, William James sostenne, nell’articolo intitolato

“Che cosa è l’emozione?”, che le emozioni non sono altro che l’esperienza di un

insieme di modificazioni corporee che si verificano come risposta a uno stimolo

emotivo. Secondo James, le sensazioni soggettive potevano essere considerate

essenzialmente dati grezzi e come tali studiato. James avviò una collaborazione con un

fisiologo, Carl Lange, con cui condivideva la convinzione che le sensazioni e le

emozioni fossero secondarie a fenomeni fisiologici. Questa collaborazione portò a

formulare una teoria sull’elaborazione delle emozioni, che è nota come teoria di

James-Lange. James propose che la percezione di quello che chiamava un “evento

eccitante” determinasse direttamente una risposta fisiologica e l’interpretazione

cognitiva di tale risposta fosse il fenomeno indicato come emozione. Per spiegare le

diverse esperienze emotive, James propose che le differenti emozioni riflettessero le

nostre interpretazioni di stati fisiologici diversi. In altre parole, non aumenta il battito

cardiaco perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché aumenta il battito

cardiaco. L’evento emotigeno determinerebbe una serie di reazioni vegetative e la

percezione di queste modificazioni fisiologiche sarebbe alla base dell’esperienza

emotiva. Il punto centrale di questa teoria si è mostrato molto più problematico di

quanto James avrebbe potuto immaginare. Infatti, questa teoria fu contestata da

Cannon con tre argomenti principali: i visceri hanno una risposta troppo lenta per

essere la causa delle esperienze emotive, la separazione totale chirurgica dei visceri

dal cervello negli animali non compromette il comportamento emotivo, l’attività

vegetativa non è in grado di differenziare i diversi stati emotivi.

3. Cannon-Bard: la teoria centrale

Walter Cannon riteneva che le risposte fisiologiche da sole non potessero

spiegare le esperienze emozionali soggettive. Le sue critiche nascevano dagli studi

svolti con Philip Bard sugli effetti delle lesioni cerebrali sul comportamento emotivo dei

gatti. I gatti decorticati, cui cioè era stata rimossa la corteccia, reagivano

immediatamente con attacchi di rabbia inappropriati e male indirizzati. Poiché la

rimozione della corteccia non eliminava le emozioni, significava che James e Lange

avevano torto. Inoltre, Cannon riteneva che le risposte fisiologiche fossero troppo lente

e spesso impercettibili e come tali non potessero probabilmente spiegare la

percezione soggettiva cosciente dell’emozione, che invece è relativamente rapida e

intensa. La sua obiezione primaria era che la teoria di James-Lange disobbediva alla

neuroanatomia funzionale. In base alle ricerche condotte da Cannon e dal suo allievo

Bard, l’ipotalamo è la struttura cerebrale coinvolta nelle risposte emotive agli stimoli e

tali risposte sono inibite dalle regioni corticali di origine più recente dal punto di vista

evoluzionistico. I segnali nervosi provenienti dall’ipotalamo sarebbero in grado di

indurre le manifestazioni espressivo-motorie delle emozioni e di determinare gli

aspetti soggettivi dell’esperienza tramite le connessioni con la corteccia cerebrale.

Così Cannon riteneva che non fosse anatomicamente possibile per gli eventi sensoriali

scatenare una risposta fisiologica prima che vi fosse una percezione cosciente. In altre

parole, gli stimoli emotigeni dovevano provocare simultaneamente sia la componente

fisiologica sia l’esperienza stessa dell’emozione.

4. La teoria dei due fattori o teoria cognitivo-attenzionale

Schachter fece tesero delle evidenze empiriche di un medico spagnolo,

Maranon, il quale, dopo aver iniettato a circa 200 pazienti ospedalizzati adrenalina

chiese loro come si sentivano. La maggioranza rispondeva che si sentiva “come se”

avesse paura, ma in realtà non l’aveva. Stanley Schachter quindi suggerì che le

reazioni fisiologiche contribuivano all’esperienza emozionale facilitando una

valutazione cognitiva focalizzata di un evento fisiologicamente attivante e questa

valutazione era quella che definiva l’esperienza emotiva soggettiva. In altre parole, le

emozioni erano il risultato di un processo a due stati: in primo luogo si produceva

l’attivazione fisiologica come risposta a uno stimolo e, in secondo luogo, l’elaborazione

cognitiva del contesto in cui lo stimolo era occorso. Per evidenziare che l’esperienza

emotiva è una funzione di due processi indipendenti, cioè l’attivazione fisiologica e il

contesto, la teoria è stata indicata con il nome di teoria dei due fattori. Sempre

collegata a questa teoria, vi è anche l’ipotesi dell’attribuzione erronea: l’intensità

dell’esperienza emotiva diminuirebbe se il soggetto è indotto ad attribuire

erroneamente la propria attivazione fisiologica a cause non emotive.

5. La teoria della valutazione cognitiva

Uno psicologo americano, Richard Lazarus, si spinse oltre, ritenendo che le

emozioni fossero il risultato di una valutazione cognitiva e che il ruolo di questa

valutazione fosse calcolare quanto ogni specifica situazione sia favorevole o

sfavorevole rispetto agli obiettivi a breve e a lungo termine dell’individuo. Esistono

cioè fattori di predisposizione e stili cognitivi che portano a valutazioni diverse della

stessa situazione e conseguentemente a una diversa esperienza emotiva. Ciò

dimostrava in primo luogo la predominanza della cognizione sull’emozione, ma anche

il potere delle abilità cognitive nell’evocare o smorzare le esperienze emozionali,

gettando con ciò le basi per la terapia cognitivo-comportamentale. Le teorie di questo

tipo non contrappongono più le emozioni ai processi razionali, ma pongono in evidenza

l’intreccio fra emozioni e processi cognitivi. Pertanto, le emozioni originano come

risposta al significato di una data situazione. Non sono attivate dall’evento in sé, ma

dal significato e dal valore che l’individuo attribuisce a quell’evento. Zajone sostenne

che le emozioni sono preminenti e indipendenti dalla cognizione. Egli dimostrò quello

che chiamò semplice effetto di esposizione. Questo effetto si riferisce al fatto che le

persone preferiscono stimoli cui sono già state esposte più di una volta, anche se non

hanno un ricordo esplicito della precedente esposizione. Significa che la preferenza

emotiva per qualcosa che avviene senza la consapevolezza di aver elaborato questi

stimoli in precedenza e quindi non è possibile esercitare un controllo su ciò che si

prova. Alla fine, i due ricercatori erano d’accordo sul fatto che per provare emozioni è

necessario elaborare l’informazione sensoriale.

6. Le emozioni di base

Darwin propose che vi fosse un numero limitato di emozioni primarie. Questo

concetto fu ripreso da Ekman che individuò sei espressioni facciali di base delle

emozioni: gioia, collera, paura, disgusto, tristezza, sorpresa. Ciascuna di esse è

caratterizzata da un unico insieme di movimenti dei muscoli facciali e la capacità di

compierli sembra innata. Queste espressioni sono universali e simili per aspetto, entità

e interpretazione in tutte le culture. Ogni emozione primaria è distinguibile o

differenziabile in modo affidabile dalle altre emozioni sulla base del suo tipico pattern

di attivazione cerebrale. Il comportamento emotivo innato può essersi sviluppato nel

corso dell’evoluzione solo in virtù del suo valore funzionale per l’adattamento. Le altre

emozioni sono miste o secondarie o complesse e derivano da una combinazione delle

emozioni di base.

7. L’approccio dimensionale

L’approccio dimensionale, a differenza del precedente che considera le emozioni

come entità distinte, classifica tutta la varietà di stati emozionali su scale specifiche

che tengono conto della valenza e dell’attivazione. Dietro a ogni emozione vi è un

interesse dell’individuo; la conseguenza che un evento ha su questo interesse

determina la rilevanza emotiva dell’evento, lo rende significativo per quell’individuo in

quel particolare momento della sua vita. Esistono però altre dimensioni possibili da

prendere in considerazione. I due approcci dimensionali principali sono il modello

circolare e la distinzione approccio-fuga.

Il modello circolare “attivazione” è il termine utilizzato per le modificazioni

fisiologiche che hanno luogo nel corso di un’esperienza emotiva. L’intensità della

reazione emotiva può essere valutata dalla forza di tali risposte. La valenza, d’altra

parte, è l’aspetto soggettivo, positivo o negativo, della risposta emotiva a uno

specifico oggetto o evento. Entrambe le dimensioni possono essere messe su una

scala. Il modello circolare colloca l’attivazione su un asse e la valenza sull’altro.

Utilizzando queste dimensioni dell’esperienza emotiva, il modello circolare crea un

grafico in cui indicare un intervallo di stati emotivi. Le emozioni sono codificate

secondo il loro grado di attivazione e piacevolezza. Le diverse emozioni cadono in uno

schema circolare. Le dimensioni dell’attivazione e della valenza possono essere

rappresentate in maniera distinta nel cervello.

La distinzione approccio-fuga Il secondo approccio cosiddetto dimensionale è

rappresentato dalla distinzione attacco-fuga. Secondo questo modello, le emozioni

possono essere classificate lungo la dimensione della motivazione, ossia la

propensione all’azione. Il tipo di azione evocato dalle emozioni è ovviamente diverso.

Vi sarebbe un’asimmetria cerebrale nella rappresentazione della tendenza

all’approccio-fuga.

8. La valutazione

La valutazione di un evento di basa necessariamente su un qualche livello di

conoscenza dello stesso, altrimenti non saremmo in grado di giudicarne la rilevanza

per i nostri scopi. Gli eventi emotigeni appartengono nella maggior parte dei casi a un

numero ristretto di categorie. Certi tipi di eventi sono prototipici di certe emozioni. La

prototipicità di questo legame evento-emozione implica che determinati eventi

provochino sempre quel tipo di emozione e quindi siano assimilabili a schemi

concettuali.

9. L’espressione delle emozioni

Gli esseri umani esprimono le emozioni attraverso numerosi canali, quindi

l’emozione si manifesta esteriormente attraverso tonalità della voce, espressioni

facciali e comportamenti motori; a ogni emozione corrisponde un ben preciso quadro

espressivo.

Espressione facciale Secondo l’ipotesi considerata “standard o globale”, le

espressioni facciali sono forme unitarie, universalmente condivise, fisse, specifiche per

ogni emozione e controllate da programmi neuromotori specifici. Le espressioni facciali

mostrano in modo involontario, spontaneo e immediato, l’emozione provata. A ogni

emozione corrisponde una ben precisa configurazione del volto. Nello studio delle

espressioni facciali vanno distinti due livelli: quello molecolare, rappresentato cioè dai

movimenti dei singoli muscoli facciali, e il livello molare, cioè la configurazione finale

derivante da tutti questi movimenti minimi. Ekman e Friesen hanno individuato 44

azioni muscolari facciali visibili, minime e indipendenti, chiamate unità di azione

(action units). Secondo la teoria neuroculturale di Ekman, ogni emozione attiva uno

specifico programma facciale affettivo attraverso una serie di istruzioni codificate dal

sistema nervoso. Tuttavia, rispetto a questo, i processi cognitivi possono intervenire

per produrre modificazioni dell’espressione naturale e spontanea. Tali modificazioni,

generate dalle convenzioni culturali, sono state chiamate regole di manifestazione

(display rules), poiché consentono di apparire adeguati al contesto sociale sotto il

profilo emotivo. Tali regole sono: l’accentuazione, cioè l’aumento dell’espressione,

l’attenuazione, cioè l’opposto del precedente, ma neutralizzazione o negazione, la

simulazione o mascheramento. Una teoria alternativa all’ipotesi standard e alla teoria

neuroculturale è la concezione ecologica comportamentale, secondo la quale le

espressioni facciali sarebbero segnali per comunicare con l’interlocutore e

manifestargli i propri interessi e le proprie intenzioni, acquisendo così un valore

sociale. A una stessa emozione possono corrispondere diverse espressioni facciali e a

un’espressione facciale possono corrispondere esperienze emotive diverse. Inoltre, il

contesto ricopre un ruolo importante nella comprensione delle espressioni facciali.

Espressione vocale L’espressione vocale rimane un canale primario per esprimere

le emozioni durante la vita. Le emozioni sono trasmesse attraverso la prosodia, cioè

l’intonazione, ma anche attraverso l’intensità dell’eloquio. Hughlings-Jackson osservò

che i pazienti con grave compromissione del linguaggio conservano tuttavia la

capacità di comunicare emozioni attraverso la voce e quindi suggerì che l’emisfero

destro svolgesse tale funzione. La specializzazione emisferica destra negli aspetti

emotivi del linguaggio è stata confermata da studi successivi.

10. La regolazione delle emozioni

La capacità di utilizzare le proprietà vantaggiose delle emozioni e la capacità di

annullarle, o ridurle, è la chiave per una vita equilibrata. Quest’ultima capacità è

definita regolazione delle emozioni (coping). La regolazione delle emozioni è quindi un

processo fondamentale per il benessere fisico e psichico dell’individuo, perché esprime

la sua capacità di adattarsi alle norme della società e di sintonizzare le proprie

aspettative e azioni con quelle degli altri. La capacità di controllare l’espressione delle

emozioni, soprattutto di quelle negative, si sviluppa nei primi anni di vita e ha

particolare importanza per determinare un comportamento sociale appropriato e

adattivo. Ci sono varie modalità attraverso cui la regolazione emotiva può aver luogo.

In generale si può agire in maniera proattiva, minimizzando lo scatenarsi di emozioni

negative, o in maniera reattiva, attenuando queste emozioni internamente, una volta

che sono comparse, oppure sopprimerle o modificare il comportamento emotivo

esplicito. Fra le teorie più complete sulle strategie di regolazione delle emozioni vi è

quella descritta da James Gross e colleghi. Secondo il modello elaborato da questi

autori, la gestione delle proprie esperienze emotive avviene attraverso cinque

strategie: 1) l’evitamento volontario delle situazioni di stress o sgradevoli dal punto di

vista emotivo; 2) la modificazione attiva di una situazione che provoca attivazione; 3)

il volontario distoglimento dell’attenzione dagli aspetti emotivamente salienti di una

situazione; 4) la rivalutazione cognitiva; 5) la soppressione di risposte affettive

esplicite. Fra queste, la rivalutazione cognitiva è la più studiata. La rivalutazione

cognitiva consiste nella capacità di vedere una certa situazione in una luce diversa,

più positiva. Secondo il modello di Gross, le due modalità attraverso cui può aver

luogo la rivalutazione cognitiva sono la reinterpretazione e il distanziamento. La

reinterpretazione cognitiva sembra essere il modo più efficace di regolare le emozioni

perché corregge il contesto interno dell’esperienza emotiva e allo stesso tempo riduce

l’intensità delle emozioni mostrate esternamente. In anni recenti sono comparsi

numerosi studi che indagano le basi neurofisiologiche e neuroanatomiche di questi

processi di regolazione. Gran parte di questo interesse ha tratto vantaggio dalle

tecniche di neuroimmagine funzionale. Alcuni pattern di coattivazione indicano che la

corteccia prefrontale esercita un certo grado di controllo sul trigger emotivo, cioè

l’amigdala.

11. Il lessico e il processo emozionale

Ogni cultura ha elaborato il proprio lessico emozionale in base al quale gli

individui riescono ad assegnare un nome alle proprie esperienze emozionali. I termini

specificano sempre qualcosa rispetto al tipo di esperienza emozionale. Il lessico può

anche indicare l’intensità, il grado di attivazione fisiologica, la tendenza all’azione, cioè

la motivazione. Le parole che esprimono emozioni si comportano come una categoria

a parte nel linguaggio, indipendente sia dalle parole concrete sia da quelle astratte. Le

componenti che sono state descritte (valutazione, risposte fisiologiche ed espressive,

preparazione all’azione) costituiscono il nucleo del processo emozionale. L’esperienza

emozionale, però, ha un’architettura più complessa che include una struttura

intenzionale, cioè l’insieme di piani che il soggetto sviluppa per far fronte all’evento.

Le emozioni si differenziano per il decorso temporale. Alcune, come la paura, hanno un

chiaro inizio e una chiara fine, l’intensità è costante e vi è un’unica tendenza di azione.

In altri casi, come per la tristezza, l’intensità può essere fluttuante e la tendenza

all’azione effettiva può essere presente solo in alcuni momenti. L’intelligenza

emozionale è la capacità di percepire ed esprimere le emozioni, regolandole sia per ciò

che concerne se stessi sia negli altri. Inoltre, rappresenta anche la capacità di

utilizzare le emozioni per facilitare la soluzione di un problema, nel ragionamento, nel

prendere decisioni, nella creatività.

12. Misurazione delle emozioni

Il metodo più utilizzato per manipolare le emozioni consiste nel presentare

stimoli che evocano emozioni. Presentando stimoli che producono un’esperienza

emozionale, i ricercatori possono esplorare l’impatto che l’esperienza emozionale ha

sul comportamento fisico e mentale e sulle risposte mentali.

Misurazione diretta Probabilmente la tecnica più comune per determinare lo stato

affettivo di una persona è ascoltare quanto riferisce l’individuo stesso. Questa è una

forma di misurazione diretta in cui i partecipanti, in maniera esplicita, riportano le loro

reazioni emozionali, l’umore o l’attitudine. Tuttavia, è un metodo che risente delle

convenzioni culturali e che si basa sull’introspezione.

Misurazione indiretta Un modo di valutare indirettamente le emozioni è di

domandare al partecipante di scegliere fra diverse opzioni possibili. Un secondo

metodo indiretto è l’inibizione o la facilitazione di un comportamento. L’emozione può

influenzare le nostre azioni e di conseguenza la rapidità con cui rispondiamo inibendo

o facilitando il comportamento. Un’altra tecnica di valutazione indiretta fa uso della

psicofisiologia, lo studio della relazione fra stati mentali e risposte fisiologiche. Uno

degli aspetti principali in cui le emozioni differiscono da altri processi mentali è che le

emozioni generalmente provocano modificazioni sostanziali nel nostro stato fisico.

Un’emozione può essere misurata anche con le risposte riflesse e i movimenti dei

muscoli facciali. Le due principali misure sono comunque la conduttanza cutanea e

l’incremento del battito delle palpebre (ammiccamento). La risposta di conduttanza

cutanea è un indicatore dell’attivazione del sistema nervoso autonomo. La risposta

alla conduttanza cutanea si misura ponendo due elettrodi sulle dita del soggetto; gli

elettrodi fanno passare una piccola quantità di corrente elettrica attraverso la pelle. Si

misurano le modificazioni nella resistenza della cute dovute alle variazioni di

sudorazione. Il riflesso di trasalimento, cioè la risposta che segue a uno stimolo

improvviso che ci sorprende, come un forte rumore inatteso, è un’altra variabile che

può essere misurata. Il trasalimento è un riflesso che può essere potenziato, facilitato,

quando siamo in uno stato emotivo negativo.

13. Emozioni e memoria

In generale si ritiene che le prestazioni migliorino all’aumentare dell’attivazione

fino a raggiungere un livello massimo oltre il quale cominciano a declinare, seguendo

un andamento a campana. Questo fenomeno è noto dal 1908 come legge di Yerkes-

Dodson, dai due autori che lo descrissero per primi. Secondo la legge di Yerkes-

Dodson, se lo stato di attivazione è tale per cui ci troviamo nella parte ascendente

della curva a campana, il nostro ricordo sarà migliore, mentre se ci troviamo in una

condizione che si colloca lungo la parte discendente, il ricordo sarà ridotto. Tuttavia, un

modello più recente, Deffenbacher, suggerisce l’esistenza di due variabili predittive

sulla prestazione: l’ansia cognitiva (cioè la paura) e l’ansia somatica (la percezione

cosciente dell’attivazione fisiologica. Studi recenti hanno dimostrato che i dettagli

periferici degli eventi stressanti non sono ricordati altrettanto bene rispetto ai ricordi

neutri. Il restringimento dell’attenzione durante gli eventi che provocano attivazione

impedisce, infatti, la codificazione, cioè la registrazione iniziale, delle informazioni

periferiche o contestuali.

14. Emozioni e attenzione

Gli eventi a contenuto emozionale sono distraenti. L’emozione quindi cattura la

nostra attenzione e rende difficile rispondere a stimoli che non suscitano in noi

particolari emozioni. L’emozione potrebbe attirare l’attenzione o mantenerla,

impedendole di rivolgersi ad altro. I risultati hanno suggerito che le emozioni

trattengono l’attenzione e rendono difficile staccarsi dallo stimolo emozionale per

focalizzarsi su aspetti non emozionali del compito. Le emozioni, tuttavia, possono

anche facilitare l’emozione. L’effetto dipende dal compito specifico.

CAPITOLO 5 – MEMORIA

La memoria a breve termine (MBT) è una forma di memoria che permette di

trattenere un’informazione per pochi secondi, cioè il tempo necessario a espletare un

certo compito, per esempio comporre un numero di telefono. Tuttavia, la MBT non è

altro che uno dei moltissimi sistemi di memoria. La memoria non è un sistema

unitario. Già dalla fine del XIX secolo James propose una distinzione fra una memoria

primaria temporanea e una secondaria più durevole nel tempo. Nonostante ciò, nella

metà del XX secolo, l’opinione dominante all’interno della psicologia sperimentale era

quella di un singolo sistema di memoria. Nel 1949 Donald Hebb propose nuovamente

una concezione della memoria a due componenti; egli sostenne che potessero esistere

due tipi di memoria, ma MBT, dipendente da un’attività elettrica temporanea nel

cervello, e la memoria a lungo termine (MLT) rappresentata da modificazioni

neurochimiche più durature. Il concetto di una memoria unitaria è stato

definitivamente superato negli anni ’60, quando è stata proposta una prima

distinzione tra sistemi anatomo-funzionali che sottendono la MBT e sistemi che invece

sottendono la MLT. La prova più evidente a sostegno di questa dissociazione è la

presenza di due tipi di pazienti neuropsicologici, persone, cioè, che in seguito a un

danno cerebrale presentano uno o più disturbi cognitivi. Un danno a livello temporale

mediale o diencefalico tipicamente si associa a un problema generale di

apprendimento e rievocazione di nuove informazioni sia verbali sia visive; tali pazienti,

però, sono in grado di ripetere sequenze di cifre immediatamente dopo la

presentazione (è il cosiddetto “span” di cifre). Vi sono invece pazienti con un

comportamento opposto, associato a un danno delle regioni perisilviane di sinistra,

cioè le aree che circondano la scissura silviana. Tali pazienti sono in grado di ripetere

solo una o due cifre immediatamente dopo la presentazione, ma la capacità di

apprendere e rievocare nuove informazioni a distanza di tempo è normale. Questa

doppia dissociazione suggerisce in modo molto netto l’esistenza di due processi

separati.

1. Il modello modale

Grande influenza ebbe il modello di Richard Atkinson e Richard Shiffrin, che

divenne famoso come modello modale. Questo modello assumeva tre tipi distinti di

memoria. La componente più breve era rappresentata da una serie di sistemi

sensoriali che includevano una memoria sensoriale visiva, a volta chiamata memoria

iconica, e il suo equivalente sistema per l’immagazzinamento sensoriale acustico, la

memoria ecoica. Si riteneva che l’informazione fluisse da sistemi paralleli di memoria

sensoriale verso un singolo magazzino a breve termine. Quest’ultimo agiva come una

memoria di lavoro a capacità limitata, il magazzino a breve termine, che poteva

conservare le informazioni, ma anche manipolarle; per questo era considerato

responsabile sia della codificazione dell’informazione nella MLT sia del successivo

richiamo. La capacità limitata del magazzino a breve termine quindi interagiva con la

capacità maggiore del magazzino a lungo termine. Di conseguenza, l’apprendimento a

lungo termine dipendeva da entrambi i magazzini, a breve e a lungo termine. L’oblio,

secondo il modello di Atkinson e Shiffrin, avveniva per sostituzione delle vecchie

informazione da parte di nuove. In seguito, emersero due problemi: il primo

concerneva l’apprendimento, in quanto il modello proponeva che trattenere le

informazioni nel magazzino a breve termine fosse sufficiente per trasferirle in quello a

lungo termine; più a lungo l’informazione veniva trattenuta, più alta era la probabilità

che fosse trasferita, con il risultato di un miglior apprendimento. Gli stimolo che sono

elaborati solo in termini di aspetto fisico sono ricordati poco, mentre quelli che sono

ripetuti e quindi se ne elabora il suono, sono ricordati meglio e infine quelli che sono

codificati secondo il loro significato consentono la prestazione migliore. Craik e

Lockhart, su questa base, formularono la teoria dei livelli di elaborazione. In sostanza,

secondo questa teoria, il grado di apprendimento a lungo termine dipende dalla

profondità e ricchezza della codificazione en on dalla durata della permanenza nel

magazzino a breve termine, come avevano sostenuto Atkinson e Shiffrin. Un secondo

problema del modello modale riguardava i dati neuropsicologici. Se il magazzino a

breve termine è uno stadio cruciale nell’apprendimento a lungo termine, allora i

pazienti con un deficit del sistema di immagazzinamento a breve termine dovrebbero

mostrare anche una compromissione nella MLT, cosa che invece non succede.

2. La memoria sensoriale

Il magazzino visivo è uno dei sistemi di memoria sensoriale coinvolti nella

percezione del mondo esterno. Un esempio è rappresentato dal persistere di una

luminosità anche dopo che la luce è stata spenta, il che implica che è stata

immagazzinata. La natura di questo immagazzinamento è stata studiata da George

Sperling nel 1960.

3. La memoria di lavoro

Nel 1974 Alan Baddeley e Graham Hitch hanno suggerito di sostituire al

concetto unitario di MBT proposto da Atkinson e Shriffrin quello di un sistema più

complesso, a tre componenti, cui hanno dato il nome di memoria di lavoro, per

enfatizzare la sua importanza funzionale nei processi cognitivi, piuttosto che la

semplice capacità di immagazzinamento. Memoria di lavoro è perciò il termine che

indica un sistema cognitivo che permette il mantenimento temporaneo e la successiva

elaborazione di informazioni nel cervello; comprende un sistema di controllo

attenzionale, l’esecutivo centrale, e due sottosistemi ausiliari, il circuito fonologico e il

taccuino visuospaziale. Il circuito fonologico manterrebbe l’informazione verbale in un

magazzino temporaneo; esso include 1) un magazzino che mantiene la traccia di

memoria per pochi secondi, e 2) un processo attivo di ripasso subvocale, il cosiddetto

ripasso articolatorio. Quest’ultimo dipenderebbe tanto da una vocalizzazione esplicita

che da un’articolazione implicita. Il taccuino visuospaziale, invece, serve per

mantenere temporaneamente e manipolare le informazioni visive e spaziali. Il ripasso

avviene probabilmente coinvolgendo i movimenti oculari. Robert Logie ha proposto di

distinguere una componente visiva, che agisce come un magazzino passivo dove sono

temporaneamente mantenute le informazioni relative a pattern visivi statici, e una

componente spaziale, che agisce come un meccanismo di ripasso interattivo, che

rinfresca l’informazione dinamica sui movimenti e le sequenze di movimenti.

L’esecutivo centrale, infine, è un sistema di controllo che disporrebbe di un

quantitativo limitato di capacità di elaborazione generale. Più di recente è stata

introdotta una quarta componente al modello, il “buffer” episodico. Quest’ultimo

consisterebbe in un magazzino multimodale a capacità limitata, una specie di

interfaccia fra codici diversi che integra le informazioni provenienti dai due

sottosistemi (visuospaziale e verbale) con quelle provenienti dalla MLT e sarebbe

accessibile consapevolmente. Differisce dalla MLT perché l’informazione è comunque

di natura temporanea. Il buffer episodico sarebbe importante per il raggruppamento

(chunking) dell’informazione in MBT. Il chunking trarrebbe vantaggio dalla presenza di

conoscenze precedenti da utilizzare appunto per raggruppare l’informazione in modo

più efficiente e con ciò favorire l’immagazzinamento e il richiamo.

Memoria a breve termine verbale o circuito fonologico La MBT verbale

occupa una parte relativamente piccola della memoria di lavoro. Si tratta di un

magazzino a capacità limitata, in cui la traccia mnestica è temporanea e quindi è

persa rapidamente. Il materiale è codificato secondo le sue caratteristiche fisiche.

Comprende due componenti: un magazzino fonologico “passivo” e un ripasso

articolatorio “arrivo”. Ciascuna delle due componenti della MBT determina un effetto

specifico: informazioni che hanno un suono simile si confondono nel magazzino

fonologico e sono ricordate in maniera meno efficiente rispetto a stimoli che hanno

caratteristiche fisiche diverse. Il fenomeno per cui gli stimoli fonologicamente simili si

confondono nel magazzino a breve termine è chiamato effetto di somiglianza

fonologica. Il ripasso articolatorio è responsabile invece di un altro effetto, l’effetto di

lunghezza delle parole. Stimoli verbali lunghi sono ricordati meno bene rispetto a

stimoli verbali brevi che impiegano meno tempo per essere ripassati. La capacità della

MBT verbale si misura con lo span verbale, che consiste nel numero di stimoli verbali,

non correlati, che un soggetto è in grado di ripetere correttamente nello stesso ordine

immediatamente dopo la presentazione. Lo span è dato dalla lunghezza della

sequenza maggiore che un individuo è in grado di ripetere. La MBT verbale è implicata

nell’apprendimento di parole nuove, sia quando un bambino impara le parole della

lingua madre, sia quando un adulto apprende parole di una lingua straniera. Il

magazzino fonologico è rappresentato nella parte inferiore del lobo parietale sinistro,

che prende il nome di giro sovramarginale. Il ripasso articolatorio avrebbe sede nella

parte inferiore e posteriore del lobo frontale di sinistra, indicata come area di Broca.

MBT visuospaziale o taccuino visuospaziale Si tratterebbe di un sistema

necessario a mantenere e manipolare immagini visive, utile quindi quando ci si serve

delle immagini per l’apprendimento. Il nostro mondo visivo comprende oggetti o forme

di un certo aspetto, con una precisa collocazione nello spazio, ma tali oggetti possono

cambiare posizione nel tempo. Ciò suggerisce che possiamo distinguere componenti

visive statiche e componenti dinamiche. Le informazioni riferite a pattern visivi statici

sarebbero immagazzinate nel “visual cache”, mentre i pattern spaziali dipenderebbero

dall’ “inner scribe”. Le componenti visive e spaziali sono state messe in relazione con

il sistema di immagine visiva e con la rappresentazione e pianificazione del

movimento. A livello generale sembra che più spesso siano lesioni dell’emisfero destro

a essere associate a deficit di memoria visuospaziale.

Modelli di memoria di lavoro “a processi incassati” Negli anni ’90 sono stati

proposti modelli alternativi di memoria di lavoro, contrapposti a quelli “a magazzini”. Il

modello a magazzini più autorevole è il modello di Baddeley e Hitch. I modelli unitari

considerano che le informazioni siano immagazzinate solo in una MLT. Risorse

attentive di capacità limitata manterrebbero queste rappresentazioni attivate fino a

che sono utili per lo svolgimento di un compito in atto. La memoria di lavoro è quindi

concepita come la parte attivata dalla MLT e per questo è considerata “incassata”

all’interno della MLT.

4. La memoria a lungo termine

La MLT è anch’essa frazionabile in componenti separate. La distinzione più

evidente è quella in due classi generali, memoria esplicita (o dichiarativa) e memoria

implicita (o non dichiarativa). La prima comprende le forme di MLT che in genere sono

rievocate consapevolmente e quindi descritte ad altri come ricordi di eventi, fatti, idee.

La memoria non dichiarativa riguarda forme non consapevoli di memoria, che si

esprimono attraverso una modificazione del comportamento senza una rievocazione

esplicita. La memoria esplicita, a sua volta, può essere distinta in due sistemi separati,

la memoria episodica e la memoria semantica. La prima si riferisce alla capacità di

rievocare eventi specifici ricordandone i dettagli: è retrospettiva quando coinvolge il

ricordo di eventi passati ed è prospettica quando riguarda il ricordo di eventi futuri. La

memoria semantica è invece conoscenza generica del mondo. Un tipo particolare di

memoria episodica è la memoria prospettiva, cioè la memoria per il futuro, il ricordarsi

di fare le cose. I compiti di memoria prospettica hanno tre caratteristiche. La prima è

la presenza di un intervallo tra il formarsi dell’intenzione di fare qualcosa e

l’opportunità di portare a termine il piano. Le altre due sono la mancanza di un

esplicito elemento che richiami il ricordo al momento giusto e la necessità di

interrompere un’attività per realizzare l’intento. La memoria prospettiva comprende

intenzioni basate sul tempo e intenzioni basate su un evento. Tuttavia, il richiamo di

intenzioni basate sul tempo e sull’evento di solito richiede l’interruzione di un’attività

in corso e ciò comporta un carico particolare sulle risorse attenzionali, mentre

l’intenzione basata sull’attività non richiede interruzione, dato che dobbiamo fare

qualcosa prima o dopo aver fatto qualcos’altro.

5. Come si forma il ricordo

La prima fase dei processi di memoria consiste ovviamente nel formarsi dei

ricordi, cioè nell’apprendimento di nuovi eventi o fatti. L’informazione deve essere

acquisita. Questo avviene attraverso tre fasi che interagiscono tra loro e che sono

indicate come: codifica, consolidamento e richiamo. Ciascuna di queste fasi coinvolge

precise strutture neurali. La codifica è la registrazione iniziale dello stimolo in entrata e

comprende vari processi mediante i quali l’informazione è trasformata in una traccia

mnestica. Qualsiasi forma di memoria comincia quindi con una fase di codifica. Anche

le emozioni giocano un ruolo nei processi di apprendimento. Le strutture cerebrali

coinvolte nella codifica sono la parte mediale del lobo temporale e il lobo frontale. Un

secondo fattore è la profondità di elaborazione dell’informazione. All’elaborazione

partecipano aree cerebrali in misura diversa, ma in generale la codifica profonda che

permette un ricordo a lungo termine dell’informazione coinvolge la corteccia frontale

sinistra e la parte mediale dei lobi temporali. Attenzione ed elaborazione sono

importanti per codificare il materiale in memoria e dipendono entrambe, in parte,

dall’attività delle aree prefrontali. Ne consegue che un danno a queste strutture

compromette il ricordo perché i processi di attenzione e di elaborazione sono alterati.

Una struttura in particolare nel lobo temporale mediale, che prende il nome di

ippocampo, lega i molteplici aspetti dell’informazione in una rappresentazione

mnestica integrata. Il terzo fattore che influenza la codifica è l’apprendimento

distribuito. Nel 1880 un filosofo tedesco, Hermann Ebbinghaus, ebbe l’idea,

rivoluzionaria per l’epoca, che la memoria potesse essere studiata sperimentalmente e

cominciò a testare se stesso. Provò a vedere qual era il suo apprendimento di

sequenze di sillabe senza senso, che potevano essere pronunciate ma non avevano

alcun significato. Durante l’apprendimento evitava accuratamente di fare associazioni

con parole note e si auto-testava sempre alla stessa ora del giorno. Questo

noiosissimo esperimento servì a dimostrare che la quantità di materiale appreso

dipende dal tempo che si dedica all’apprendimento. Tuttavia, il tempo totale

necessario per l’apprendimento non è costante, perché il tempo dedicato il primo

giorno permette di risparmiare quello successivo. La fase successiva del processo di

apprendimento è costituita dal consolidamento. Una volta codificate, le informazioni

attraversano una fase in cui diventano più stabili e (forse) indipendenti dal lobo

temporale mediale. Il consolidamento si riferisce all’idea che i processi neurali, dopo la

registrazione iniziale dell’informazione, contribuiscono all’immagazzinamento

permanente del ricordo. Tuttavia, l’opinione che i ricordi, una volta consolidati, siano

indipendenti dal lobo temporale mediale e più precisamente dall’ippocampo, non è

accettata unanimemente. Esistono due teorie contrapposte: secondo il modello

standard, il consolidamento inizia quando l’informazione, registrata nella neocorteccia,

è trasformata in una traccia dall’ippocampo e dalle strutture correlate. Il legame in una

traccia di memoria coinvolge un consolidamento o coesione a breve termine che si

completa in pochi secondi o al massimo decine di minuti. A questo punto comincia un

processo di consolidamento a lungo termine. All’inizio l’ippocampo e le strutture

correlate sono necessari, ma poi il loro contributo diminuisce man mano che il

consolidamento procede. Secondo la cosiddetta teoria della traccia multipla invece,

l’ippocampo continuerebbe a essere necessario per la riattivazione delle tracce di

memoria e ogni volta che si riattiva una traccia mnestica si forma una nuova traccia.

Tuttavia, l’aspetto più importante nella memoria è poter accedere ai ricordi consolidati

attraverso il richiamo o recupero. Un’esperienza molto comune è quella di sapere

qualcosa, ma di non riuscire ad avere accesso all’informazione. Sicuramente

immagazziniamo molte più informazioni di quante riusciamo a rievocarne. Il richiamo

delle informazioni è un evento che può essere avviato da un singolo indizio.

Sicuramente è più facile richiamare informazioni “archiviate” in maniera ordinata. Il

metodo permette di ricordare anche parole che in un primo tempo si erano

dimenticate. In ogni caso la traccia e il suggerimento devono essere collegati in modo

che la traccia sia convertita in ricordo. Il concetto di suggerimento è stato introdotto

da Endel Tulving. I ricordi episodici sono codificati legando insieme i vari aspetti di un

evento in una rappresentazione integrata, cosicché un ricordo episodico consiste

nell’insieme di tratti connessi tra loro. Ciascuno di questi tratti può aprirci la strada

verso la rievocazione. La parte mediale del lobo temporale è cruciale per questa

integrazione di elementi. Il richiamo episodico però non richiede solo l’intervento del

lobo temporale mediale. Un importante contributo è dato dai lobi frontali. Le aree

prefrontali sono importanti nel pianificare la rievocazione, perché selezionano le

strategie adeguate per facilitare il richiamo. Infine, questa regione cerebrale è

importante nella valutazione o nel monitoraggio delle informazioni rievocate, permette

cioè di valutare la qualità e la quantità di ciò che si è ricordato. Tuttavia, esiste un altro

elemento rilevante, il contesto. Il fenomeno della dipendenza dal contesto è illustrato

in maniera chiara da un esperimento condotto su un gruppo di sommozzatori. Infine,

anche il tono dell’umore influenza la rievocazione. Abbiamo parlato di rievocazione

libera e di riconoscimento. Nel primo caso il compito del soggetto è richiamare

un’informazione appresa in precedenza; nel secondo si tratta della capacità di

giudicare come familiare un determinato stimolo. Nel 1985 Tulving ha distinto due tipi

di riconoscimento, identificati come ricordo (recollection) e conoscenza o familiarità:

quando uno stimolo comporta una rievocazione dell’episodio durante il quale è stato

appreso o comunque incontrato, si parla di ricordo (recollection); se invece non si è in

grado di evocare l’episodio di apprendimento, ma si sa solo di avere già incontrato un

dato stimolo, si parla di conoscenza o familiarità. La recollection è un processo più

lento, che richiede uno sforzo attivo da parte del soggetto; inoltre dipende dal livello di

attenzione al momento della codifica e del richiamo.

6. La memoria autobiografica

Con questa espressione ci si riferisce ai ricordi che riguardano noi stessi e i

nostri rapporti con il mondo che ci circonda. In realtà la memoria autobiografica non è

un sistema separato, ma include sia una componente semantica sia una episodica. La

memoria autobiografica quindi coinvolge entrambi gli aspetti della memoria

dichiarativa, rappresentati dagli eventi che ci sono capitati (memoria episodica) e dalle

informazioni su noi stessi (memoria semantica). La memoria autobiografica ha

un’importanza fondamentale per creare una rappresentazione del Sé, per le emozioni

e per l’esperienza dell’essere umano. Secondo Conway, i ricordi autobiografici sono

costruzioni mentali dinamiche transitorie basate su una conoscenza autobiografica di

base. Un elemento essenziale dei ricordi autobiografici è la struttura gerarchica,

rappresentata da una serie di eventi generali della vita, legati a un numero di temi

ampi, come il lavoro e le relazioni personali. Questi a loro volta si suddividono in

diversi periodi della vita. I periodi della vita identificano un inizio e una fine e il loro

contenuto comprende un numero di eventi generali, che possono includere individui o

luoghi oppure attività. Questi sono ancora espressi in maniera relativamente astratta

ma poi possono portare alla rievocazione di episodi specifici. Questi ricordi a loro volta

possono essere stati immagazzinati a un livello ancora più profondo contente

informazioni percettive dettagliate. Nel richiamare un evento, è proprio il dettaglio

sensoriale che generalmente ci convince che il ricordo è assolutamente corretto. Il

processo di richiamare questi dettagli e di riconoscerli come familiari è basato sulla

coscienza autonoetica, cioè la capacità di riflettere sui propri pensieri. L’accesso a

questi eventi dettagliati richiede alcuni secondi e non è immediato come l’accesso alla

memoria semantica. Cornway propone l’esistenza di un Sé di lavoro (working self). Il

Sé di lavoro comprende un insieme complesso di obiettivi, modula l’accesso alla MLT

ed è a sua volta influenzato dalla MLT. Il Sé di lavoro è un modo di codificare quello che

è, quello che è stato e quello che sarà, ma per essere efficace deve essere coerente

con la realtà circostante. Quando questo legame si perde, si verificano problemi come

le confabulazioni o i deliri.

7. L’oblio

Ancora una volta fu Ebbinghaus a studiare su se stesso come si dimenticano le

informazioni. L’oblio è rapido all’inizio ma gradualmente rallenta, con un andamento

logaritmico. Esistono due teorie tradizionali sull’oblio. La prima sostiene che le tracce

di memoria sostanzialmente “impallidiscono” o si deteriorano, diventando quasi

indistinguibili, come un dipinto che esposto al sole a poco a poco perde i suoi colori

originali. La seconda teoria suggerisce invece che l’oblio ha luogo perché le tracce

mnestiche sono oscurate dalle informazioni apprese successivamente, e cioè le nuove

informazioni interferiscono con le precedenti. I dati sperimentali fanno propendere per

questa seconda possibilità e cioè per il ruolo dell’interferenza. L’oblio di vecchie

informazioni causato dall’arrivo di nuove è chiamato interferenza retroattiva: il termine

“retroattiva” significa che il materiale nuovo sopravanza quello vecchio. Bisogna però

precisare che esiste anche l’interferenza proattiva o inibizione proattiva quando la

vecchia traccia lotta per riprendere il suo posto. Le due forme di interferenza ci

mostrano che le nostre esperienze tendono a interagire, con il risultato che

difficilmente il ricordo di un evento è completamente isolato da quello di altri.

Le illusioni di memoria L’oblio è un fenomeno familiare a ciascuno di noi, ma

esiste un altro aspetto più curioso: ricordi che ci sembrano chiari possono non esistere

o comunque essere distorti. Anche episodi eccezionalmente vividi, a forte contenuto

emozionale, non sono immuni da distorsioni. Lo studio delle illusioni percettive e

mnestiche in psicologia è iniziato alla fine del XIX secolo. Frederic Bartlett, in un

popolare libro del 1932 dal titolo Remembering, ha ipotizzato che, siccome non si

ricorda necessariamente tutta l’esperienza, ma solo l’argomento generale, la

rievocazione diventa un processo ricostruttivo organizzato per schemi o temi generali,

poi completati/riempiti con dettagli che possono anche essere sbagliati. In particolare,

i soggetti tendono a razionalizzare i ricordi: se un evento presenta degli aspetti non

ben strutturati, chi lo rievoca rende a organizzarlo secondo le proprie conoscenze. La

codifica verbale ha un ruolo cruciale sull’immagine visiva. I ricordi di eventi passati

sono costituiti da un insieme di tratti registrati attivamente durante la codifica.

Ricordare un certo evento coinvolgerà la riattivazione delle componenti che

costituiscono il ricordo desiderato. Se i tratti dell’evento sono legati in modo

inadeguato può esserci un deficit nell’identificare la fonte del ricordo: in questo caso il

soggetto non ricorda la situazione in cui l’evento è stato memorizzato. Il secondo

problema, al momento della codifica, è quello di mantenere le rappresentazioni di

eventi diversi distinte fra loro. Se la “forma complessiva” di ciascun evento non è

codificata in modo ben distinto da quella di altri, sarà difficile rievocare le informazioni

specifiche che servono a distinguere un evento da altri simili. Allora, durante la

rievocazione bisogna mettere a fuoco l’episodio specifico che si desidera richiamare.

Vi sono diversi fattori responsabili delle distorsioni nei ricordi. Tra questi vi sono i

cosiddetti effetti di relazione. Se voglio rievocare un ricordo, la memoria semantica ha

un effetto su quella episodica. Per esempio, un brano di prosa che presenti delle

incongruenze sarà reinterpretato in base alle conoscenze che una persona ha del

mondo, si avrà cioè un fenomeno di razionalizzazione. E’ possibile fare anche delle

implicazioni pragmatiche, per cui si ricordano informazioni mai presentate, che

potremmo avere implicitamente considerato come conseguenti all’evento. Una terza

possibilità è che si riconoscano come già esperiti eventi associati a quelli che si sono

effettivamente verificati. Tale tipo di risposta è indicata come IAR (risposta associativa

implicita). Un analogo meccanismo avviene per associazione percettiva, per esempio

con parole associate fonologicamente. Questi falsi riconoscimenti sono un errore nel

cosiddetto monitoraggio della risposta. Un altro meccanismo che distorce il ricordo è

l’interferenza. Quanto più due eventi a breve distanza sono simili, tanto più si

confonderanno fra loro. Al contrario del meccanismo precedente (effetto di relazione),

in questo caso è la memoria episodica a interferire su quella semantica.

L’apprendimento episodico (nomi nuovi appresi) interferisce con la memoria

semantica (nomi di personaggi famosi). L’immaginazione è un’altra fonte di

distorsione. Spesso per ricordare meglio si costruiscono immagini mentali. Tuttavia,

l’immagine può anche essere fonte di illusioni di memoria. Infine, il modo in cui sono

poste le domande è determinante nell’influenzare la rievocazione. Una rievocazione

libera, senza domande specifiche, è più esente da distorsioni rispetto a quando le

richieste sono specifiche. Un secondo meccanismo che provoca distorsioni è quando si

prova a rievocare più volte un evento che non si è mai verificato, perché aumenta la

probabilità che in futuro sia rievocato ancora, come se fosse realmente avvenuto.

Addirittura, si è osservato che è più probabile rievocare un evento che non si è mai

verificato di uno realmente accaduto, aumentandone il numero di rievocazioni. Nel

cercare di rievocare un evento si può anche procedere per tentativi. I fattori sociali,

infine, rappresentano un elemento che influenza i falsi ricordi. Per esempio, se si

somministrano delle prove di memoria a coppie di soggetti, i falsi riconoscimenti

effettuati da quello che risponde per primo, saranno confermati dal secondo. Questo

fenomeno è maggiore per i falsi ricordi che non per quelli veri. Esistono poi differenze

individuali nel produrre falsi riconoscimenti. I più esposti sono i bambini e gli anziani.

Componenti emozionali della memoria Le emozioni possono essere un fattore

importante per la memoria. Quando si domanda a un depresso di rievocare ricordi

autobiografici, tende a ricordare eventi infelici: più un individuo è depresso, più

rapidamente rievoca esperienze spiacevoli. Uno stimolo appreso con un certo umore è

ricordato meglio quando si è nello stesso umore. La valenza emotiva può essere una

caratteristica del materiale da ricordare o un tratto dello stato psicologico in cui si

trova chi deve ricordare. Alcune ricerche hanno dimostrato che gli stimoli a contenuto

emozionale tendono a essere rievocati meglio di quelli neutri, siano essi eventi, parole

o figure. Al momento della codifica, lo stato emotivo di chi si forma il ricordo può

interagire con il contenuto emozionale del materiale e influire su quanto sarà appreso.

Questo effetto è conosciuto come “apprendimento congruente con il tono dell’umore”,

quando il contenuto emozionale del materiale da apprendere è in accordo con lo stato

emotivo di chi apprende, ed è ricordato meglio rispetto alla condizione “Incongruente

con il tono dell’umore”, nella situazione opposta. Al momento della rievocazione ci

sono due effetti distinguibili: il primo coinvolge l’interazione fra lo stato emotivo

esistente al momento della codifica e lo stato attuale, quando si deve rievocare; gli

effetti di questa interazione sono noti come “rievocazione dipendente dal tono

dell’umore”. Il secondo effetto presente in fase di richiamo riguarda l’interazione fra lo

stato emotivo attuale e il contenuto emozionale del ricordo; l’effetto di questa

interazione è noto come “rievocazione congruente con il tono dell’umore”, quando il

contenuto emozionale dei ricordi, concordando con lo stato attuale, ne favorisce la

rievocazione. La rievocazione è incongruente con l’umore quando vi è contrasto fra

contenuto e stato emotivo al momento del richiamo. Di recente vi è qualche

indicazione che l’amigdala (un piccolo nucleo posto anteriormente all’ippocampo,

simile a una mandorla, da cui il nome) abbia un ruolo nella memoria emozionale, in

particolare nelle fasi iniziali di consolidamento. L’amigdala nell’uomo influenza

l’elaborazione di stimoli emotivi sia positivi sia negativi.

8. La memoria non dichiarativa

La memoria non dichiarativa opera in assenza di consapevolezza ed è testata

indirettamente, esaminando le modificazioni nel comportamento. Noi non sappiamo

descrivere i contenuti della nostra memoria non dichiarativa. Abbiamo imparato ad

andare in bicicletta, qualcuno a sciare o a giocare a tennis, ma l’apprendimento è

chiaramente diverso da quello che ci permette di ricordare i dettagli di una gita in

bicicletta o in montagna. Esistono numerosi sistemi di memoria non dichiarativa,

ciascuno con attributi unici e circuiti cerebrali specifici. Tali circuiti non comprendono il

lobo temporale mediale. Larry Squire identifica quattro tipi di apprendimento non

dichiarativo: 1) l’acquisizione di abilità o memoria procedurale; 2) gli effetti di priming;

3) il condizionamento; 4) l’apprendimento non associativo. Tra le forme di memoria

implicita o non dichiarativa, quella più studiata è la memoria procedurale, che

corrisponde alla capacità di acquisire abilità motorie o cognitive gradualmente,

attraverso la pratica. L’acquisizione di tali abilità è testimoniata da una maggior

accuratezza e velocità di esecuzione come risultato di ripetute esposizioni a una

procedura specifica. L’ultimo tipo di apprendimento implicito riguarda il modo in cui le

persone possono imparare a svolgere compiti piuttosto complessi, al punto di

dimostrare un certo grado di esperienza pur rimanendo incapaci di spiegare come

fanno a essere così migliorati. Un esempio è l’apprendimento della grammatica. I

bambini imparano le regole della grammatica molto prima di saper spiegare quali

siano queste regole. I pazienti con morbo di Parkinson o con malattia di Huntington

sono compromessi nell’apprendimento di vari compiti di memoria procedurale, anche

quando la memoria dichiarativa è relativamente intatta. L’effetto “priming” consiste

nel fatto che un’esposizione a uno stimolo facilita la sua tendenza a essere percepito o

elaborato più rapidamente la volta successiva. Il priming percettivo è quel fenomeno

per cui, se si presenta una parola scritta oppure un’immagine, la sua identificazione

successiva avverrà molto più rapidamente. Le regioni della corteccia cerebrale che

circondano le aree sensoriali primarie, che ricevono gli stimoli visivi, controllano il

priming per materiale visivo. Il priming può manifestare i suoi effetti anche in un

compito di decisione lessicale o di decisione su una figura: la decisione è più rapida

per gli stimoli che erano già stati presentati, rispetto a quelli nuovi. Oltre al priming

percettivo, esiste un priming semantico o concettuale. Anche il priming è preservato

nei pazienti amnestici. A livello operativo, le principali differenze fra apprendimento

procedurale e priming consistono nel fatto che mentre il primo è osservato dopo

numerose prove e non riguarda l’apprendimento di item specifici, il priming si osserva

dopo una singola sessione o comunque un numero limitato di prove e riguarda item

specifici, cioè quelli appena presentati. Un’altra forma, forse la più nota, di

apprendimento implicito è il condizionamento. Esistono diverse forme di

condizionamento.

Condizionamento classico Ivan Pavlov, un grande psicologo russo della seconda

metà del XIX secolo identificò il fenomeno del condizionamento classico.

L’esperimento più noto da lui condotto fu quello in cui un cane udiva il suono di un

campanello (stimolo condizionato) immediatamente seguito dalla presentazione del

cibo (stimolo incondizionato). La presentazione del cibo provocava la salivazione

(risposta incondizionata). Dopo un certo periodo in cui il suono del campanello era

associato alla presentazione del cibo, il suono da solo determinava la salivazione, cioè

una risposta condizionata identica a quella incondizionata prodotta dalla

presentazione del cibo. Questo fenomeno, il cosiddetto condizionamento classico,

comporta l’associazione ripetuta fra uno stimolo condizionato e uno incondizionato. Le

due condizioni principali per creare l’associazione fra stimolo e risposta sono la

contiguità temporale tra i due stimoli, cioè che siano presentati ravvicinati, e il fatto

che la connessione fra i due stimoli sia ripetuta un numero sufficiente di volte. Inoltre,

maggiore è la frequenza, maggiore sarà l’intensità della risposta condizionata; si ha

cioè un rafforzamento. Al contrario, se si omette di presentare lo stimolo

incondizionato, la risposta condizionata perde intensità e scompare: si ha cioè

estinzione. La risposta condizionata, tuttavia, può essere recuperata spontaneamente:

infatti tende a riapparire anche senza presentazione di uno stimolo incondizionato.

Infine, la risposta condizionata può essere generalizzata, perché può comparire anche

per un suono diverso da quello che ha determinato il condizionamento. Allo stesso

modo, si può evitare la generalizzazione, presentando la carne solo quando il suono

del campanello è di un certo tipo, mentre quando il suono è diverso il cane non riceve

carne. In quel caso l’animale impara a discriminare fra suoni diversi. Un’altra

caratteristica dei riflessi condizionati è il cosiddetto effetto Garcia, cioè il processo

attraverso cui un individuo acquisisce l’avversione per un dato sapore: se un animale

ingerisce un cibo che gli provoca malessere non lo assaggerà più; l’associazione

rimane per lungo tempo e indica una selettività dell’associazione. Il condizionamento

classico permette di comprendere certi comportamenti emozionali. Per esempio, se si

è stati vittima di un incidente automobilistico è facile sentirsi a disagio quando ci si

trova nel punto in cui ha avuto luogo l’incidente. L’associazione fra il luogo prima

neutrale e l’evento negativo provoca una risposta di attivazione e una sensazione di

nervosismo legata al luogo. Il condizionamento classico emozionale può manifestarsi

come condizionamento autonomo ed esprimersi con risposte corporee.

Alternativamente si può avere un condizionamento valutativo che si esprime

attraverso una proferenza o un’attitudine. Il condizionamento valutativo è una forma

di condizionamento pavloviano. Si tratta di una modificazione nella valenza di uno

stimolo (l’effetto), dovuta all’aver associato quello stimolo (lo stimolo condizionato)

con un altro positivo o negativo (lo stimolo incondizionato). Generalmente uno stimolo

condizionato diventa più positivo se associato a uno stimolo incondizionato positivo e

più negativo se avviene il contrario.

Condizionamento operante o strumentale Nel condizionamento operante i

legami dipendono anche dagli effetti conseguenti alla risposta (legge dell’effetto). Il

precursore dello studio di questo tipo di condizionamento fu Thorndike, il cui

esperimento consisteva nel chiudere un fatto in una gabbia da cui l’animale cercava di

uscire procedendo per tentativi ed errori; il metodo efficace per uscire dalla gabbia era

premere una leva. Il gatto, con il trascorrere del tempo, ripeteva le risposte corrette e

via via abbandonava quelle sbagliate e, dopo la prima volta, apriva la gabbia con

sempre maggiore rapidità. Skinner riprese le ricerche di Thorndike, sviluppandole

ulteriormente: se si chiude un animale in una gabbia in cui è presente una leva e il

premere la leva ha un effetto positivo (per esempio l’animale riceve del cibo) nel giro

di una decina di minuti l’azione diventerà sempre più frequente. Alternativamente

premere la leva può anche interrompere una situazione sgradevole, come la

somministrazione di una scossa elettrica. In entrambi i casi, premere la leva ha

prodotto un rinforzo, positivo nel caso in cui l’animale riceva del cibo, negativo nel

caso in cui cessi la scossa. In entrambi i casi quel particolare tipo di comportamento

dell’animale aumenta. Al contrario, se premere una leva ha una conseguenza

negativa, il comportamento diverrà sempre meno frequente e del tutto casuale, cioè

della stessa frequenza di altri comportamenti dell’animale. IN questo caso la

conseguenza ha agito da punizione. La conseguenza agisce da rinforzo, aumentando

la frequenza del comportamento se è positiva. Il rinforzo va distinto dalla punizione:

infatti, il rinforzo negativo, come quello positivo, ha lo scopo di aumentare la

frequenza di un comportamento. Al contrario la punizione consiste nel provocare una

situazione spiacevole con lo scopo di diminuire un comportamento. I rinforzi possono

essere di due tipi: primari e secondari. I rinforzi primari soddisfano i bisogni primari di

un soggetto, come la fame, la sete, il sonno, e così via. I rinforzi secondari, invece,

sono degli intermediari fra il comportamento e il rinforzo primario. Per esempio, il

denaro serve a procurarsi cibo e quindi è un rinforzo secondario. I principi del

condizionamento operante sono alla base di molti comportamenti umani. Per esempio,

alcuni comportamenti a contenuto emozionale sono appresi attraverso questo

meccanismo. Il condizionamento operante è utilizzato inoltre in molti trattamenti

neuropsicologici, come nei disturbi del comportamento dovuti a lesione del sistema

nervoso, in particolare della regione prefrontale, osservati in seguito a trauma cranico,

a danno vascolare o a tumore. Il comportamento è modificato tramite l’utilizzo di

rinforzi che favoriscono il comportamento adeguato o punizioni che riducono quello

patologico. Le tecniche di riabilitazione neuropsicologica sfruttano anche un altro

aspetto del condizionamento operante studiato da Skinner, la tecnica del

modellamento (shaping). L’esperimento di Skinner consiste nel dare del cibo

all’animale ogni volta che si avvicina alla parte della gabbia dove si trova la leva,

rinforzando così il processo di avvicinamento. In tal modo l’apprendimento della

risposta corretta avviene più rapidamente per successive approssimazioni. Skinner

addirittura considerò anche il linguaggio come determinato dal condizionamento

operante, costituito cioè da una serie di risposte operanti create nel bambino da

genitori, insegnanti e adulti più in generale.

Basi neurali Le basi neurali della ricompensa, cioè del rinforzo, sono rappresentate

da un sistema di neuroni che utilizza una sostanza (neurotrasmettitore) che si chiama

dopamina. I neuroni cosiddetti dopaminergici, che cioè producono la dopamina, sono

localizzati a livello della sostanza nera che si trova nel mesencefalo e rilasciano la

dopamina a livello dello striato.

Dal comportamentismo al cognitivismo L’apprendimento si realizza quando

compare un certo comportamento in risposta a un determinato stimolo. Tutto ciò però

non spiega quali processi siano alla base dell’apprendimento, cioè cosa intervenga fra

la presentazione dello stimolo e la risposta. Bisogna anche tenere conto di due aspetti:

il primo è rappresentato dalle pulsioni del soggetto che sarebbero in grado di

modificare il comportamento. Il secondo aspetto riguarda la possibilità che

l’animale/individuo si formi una rappresentazione mentale delle aspettative, cioè di

quello che si attende come conseguenza di quel particolare stimolo. Tale

apprendimento è definito apprendimento per segnali e si basa sull’aspettativa

dell’animale di trovare il cibo in quella posizione anziché in un’altra. Tolman ha

studiato anche un altro tipo di apprendimento, il cosiddetto apprendimento latente: si

tratta di un apprendimento senza rinforzo. Questo tipo di apprendimento è stato

dimostrato in un esperimento in cui un gruppo di ratti imparava a percorrere un

labirinto senza ottenere nessuna ricompensa per un certo numero di giorni. Quando

poi riceveva del cibo, il gruppo di ratti raggiungeva la meta addirittura più

rapidamente dei ratti che avevano ricevuto il rinforzo a ogni prestazione, a

dimostrazione del fatto che si era costruito una mappa cognitiva del labirinto. Questo

risultato indica quindi che l’apprendimento è un processo attivo di tipo cognitivo.

Quindi l’apprendimento avviene attraverso rappresentazioni mentali.

CAPITOLO 7 – FUNZIONI ESECUTIVE E COGNIZIONE MOTORIA

1. La sindrome frontale e le funzioni esecutive

Nel 1986 Baddeley introdusse il concetto di memoria di lavoro, che

comprendeva diverse componenti. Queste erano: due magazzini di memoria a breve

termine (MBT), uno dedicato all’informazione verbale e l’altro dedicato

all’informazione visuospaziale, due meccanismi di servizio che regolavano la durata

della permanenza dell’informazione nei magazzini di MBT e un esecutivo centrale.

L’espressione “funzioni esecutive” deriva da quella proposta da Baddeley. Tutte le

funzioni esecutive controllano lo svolgimento dei processi cognitivi, ma lo fanno in

modo diverso. Un aspetto delle funzioni esecutive è la loro dipendenza dai lobi frontali.

I lobi frontali sono suddivisibili in tre parti. La parte anatomicamente più posteriore,

che si trova subito davanti alla scissura centrale o del Rolando, è detta area motoria

primaria (BA 4). Qui sono rappresentati i muscoli del corpo (il cosiddetto omuncolo

motorio) e lesioni in questa parte provocano paralisi o paresi. Procedendo in avanti si

incontra l’area premotoria (BA 6) che svolge un ruolo cruciale nella programmazione

dei movimenti; movimenti che saranno poi eseguiti per l’intervento dell’area motoria

primaria. Anche le conseguenze legate a lesioni all’area premotoria provocano deficit


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicologia generale della prof.ssa Gerbino, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Psicologia generale. Dalla mente al cervello, a cura di Legrenzi, Papagno e Umiltà. Gli argomenti trattati sono tratti dai capitoli da studiare ai fini dell'esame indicati sulla pagina della docente e sono i seguenti: 1) Mente e cervello; 2) Percezione; 3) Attenzione; 4) Emozioni; 5) Memoria; 6) Funzioni esecutive e cognizione motoria.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del turismo
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gerbino Maria.

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