Mente e cervello, capitolo 1: discorso sull'anima
Origini della psicologia
Il termine psicologia deriva dal greco e significa è stato coniato nel rinascimento, non nasce nell’antica Grecia (neologismo). L’uomo acquisisce il linguaggio (che è una caratteristica specie-specifica, ovvero specifica della specie umana) circa 50 milioni di anni fa; sulla base dei reperti archeologici che sono stati ritrovati si ipotizza che le capacità cognitive dell’uomo siano diventate quelle che sono adesso circa 30.000/40.000 anni fa. Un altro indizio di un’evoluzione cognitiva nell’uomo risale a 10.000 anni fa, quando, da predatore quale era, comincia a praticare l’agricoltura; quest’ultima richiede un tipo di capacità cognitiva molto complessa e rappresenta una grande evoluzione per i nostri antenati. Dunque possiamo ipotizzare che nella stessa epoca sia avvenuta una riorganizzazione a livello cerebrale.
Il rapporto tra mente e religione
Premessa: l’interesse per lo studio della mente non è esclusivo della psicologia, nasce già con i filosofi (filosofia greca classica). Cartesio concepisce la mente e il corpo come entità separate e inventa il meccanismo di senso comune che accentra in sé le informazioni provenienti dai vari organi di senso. Grazie al materiale depositato nel senso comune, si possono produrre immagini, pensieri, idee astratte. Cartesio quindi sovrappone quello che i filosofi chiamano ontologia, cioè lo studio di ciò che esiste, alla psicologia, cioè i modi della mente di produrre idee.
Quando si diffonde la religione cristiana, questa tendenza a interrogarsi sul funzionamento della mente umana subisce una battuta d’arresto: per il cristianesimo, lo studio della mente umana doveva rientrare tra le discipline che si occupano di temi religiosi (era, ad esempio, oggetto di studio della teologia), dunque si approcciava a determinate tematiche partendo da un punto di vista diverso.
Nascita della psicologia come scienza
Fino al 19 secolo non c’erano ancora le condizioni perché la psicologia diventasse una disciplina scientifica vera e propria, in quanto non aveva ancora un metodo. A partire da allora cominciano a crearsi le condizioni perché la psicologia possa diventare una disciplina scientifica, in questo un ruolo fondamentale lo gioca Charles Darwin. Mentre il cristianesimo aveva visto l’uomo come un’emanazione divina, con l’idea di evoluzione Darwin riporta l’uomo nella dimensione naturale; con Darwin poniamo le condizioni affinché l’uomo e i suoi processi cognitivi possano essere studiati al pari degli altri fenomeni naturali. A questo punto la psicologia acquisisce un metodo scientifico, dunque diventa una disciplina scientifica a tutti gli effetti.
Contributo di Darwin
Darwin partì dalla constatazione di tre fatti. Il primo fatto è l’osservazione che le piante e gli animali possono generare più discendenti di quelli in grado di vivere in un dato ambiente, quindi vi è una potenziale crescita esponenziale delle popolazioni. Secondo fatto: le popolazioni sono relativamente stabili. Terzo fatto: le risorse dell’ambiente sono limitate. Ne consegue che le risorse limitate dell’ambiente producono in natura una competizione. Quarto fatto: i caratteri individuali presentano piccole variazioni da una generazione all’altra. Quinto fatto: la prole tende ad assomigliare ai genitori. Sesto fatto: queste variazioni sono governate dal caso.
La teoria dell’evoluzione nasce come una serie d’ipotesi, a partire da osservazioni sistematiche, e spiega la lunga storia naturale della specie umana. La psicologia generale spiega il prodotto di questa fase dell’evoluzione, e cioè il comportamento dell’uomo contemporaneo. Il comportamento di una persona non è determinato solo dalla lunga storia evolutiva, ma anche dalla storia delle culture in cui l’uomo vive. L’uomo crede di essere padrone del suo destino, vede cause dove non ci sono, farmaci dove ci sono intrugli, e queste sono tutte ottime credenze per sopravvivere in ambienti ostili e misteriosi.
La nascita della psicologia sperimentale
1879: è considerato l’anno ufficiale della nascita della psicologia, in quanto Wundt fonda a Lipsia il primo laboratorio di psicologia, nel quale si adotta per la prima volta un metodo sperimentale per lo studio dei processi psichici. Wundt adotta come metodo quello della misurazione dei tempi di reazione e dell’introspezione, dunque ciascuno psicologo faceva degli esperimenti osservando se stesso invece di realizzarli sugli altri partecipanti.
Il metodo sperimentale si basa anche sull’introduzione del concetto di variabile, la cosiddetta variabile indipendente e dipendente.
- Esempio: quanto incide l’alcol alla guida
- Variabile indipendente: l’alcol, la manipolo io
- Variabile dipendente: le prestazioni alla guida, varia al variare della variabile indipendente
La mia ipotesi è che quelli che hanno bevuto 3 bicchieri sono quelli che hanno le prestazioni peggiori.
La storia della psicologia
Una volta accertato che l’uomo fa parte della natura, bisogna trovare il metodo per studiarlo. Se ci si mette a studiare come un uomo ragiona, o si emoziona, può succedere che il fenomeno osservato sia influenzato dai processi di osservazione. Per questo motivo i primi psicologi sperimentali provarono a esaminare se stessi. Questo metodo, chiamato introspettivo, è sufficiente per isolare solo alcuni aspetti del funzionamento della mente umana. Per reazione ai limiti del metodo introspettivo, gli psicologi provarono un’altra statua e nasce così il comportamentismo.
Nascita del comportamentismo
“La psicologia dal punto di vista di un comportamentista” nasce nel 1913 in America, quando Watson pubblica un lavoro che introduce il comportamentismo. Un precursore dei concetti del comportamentismo è Pavlov, che fa una serie di esperimenti, tra cui uno molto famoso con un cane: egli si rese conto che quando il cane vedeva del cibo iniziava a salivare (stimolo incondizionato, risposta incondizionata), dunque inizia ad accompagnare la presentazione del cibo al suono di una campanella (stimolo condizionato); il cane inizia ad associare il suono della campanella al cibo e dunque, quando sente il suono della campanella, anche senza cibo, inizia a salivare.
Questa scuola di pensiero punta allo studio dei comportamenti direttamente osservabili (il comportamento è definito da Watson come “insieme delle risposte muscolari e ghiandolari”). Watson sosteneva che si potesse studiare scientificamente solo ciò che potesse essere direttamente osservabile. Essa non studia né la mente né la coscienza in quanto sono inconoscibili (i comportamentisti si riferivano a questi usando il termine “black box”).
Viene utilizzato un metodo sperimentale:
- Stimolazione ambientale = variabile indipendente
- Comportamento prodotto/risposta allo stimolo = variabile dipendente
Sulla base di quanto appena detto possiamo affermare che il comportamentismo critica l’introspezione, in quanto:
- Si basa sul tentativo di guardare all’interno della “black box”, l’introspezione modifica l’oggetto osservato e influenza l’esito.
- I dati raccolti da questo metodo non possono essere verificati da altri ricercatori e, perché un metodo possa essere scientifico, l’esperimento deve poter essere replicato.
Altra critica che non osservano i comportamentisti:
- Il metodo dell’introspezione non permette di studiare i processi mentali che non emergono alla coscienza in quanto, essendo inconsci, non sono osservabili.
L’inconscio può essere inteso in un senso freudiano, ovvero quella parte della nostra psiche nella quale vengono portati alcuni contenuti ai quali noi non possiamo accedere se non con sogni o modi simili; oppure può essere inteso come inconscio cognitivo, cioè una serie di processi mentali ai quali noi non accediamo e di cui non siamo consapevoli, ma che hanno un peso e contribuiscono alle nostre abilità cognitive (per esempio la percezione).
Limiti del comportamentismo e nascita del cognitivismo
Tuttavia lo stesso comportamentismo radicale presenta dei limiti metodologici, dato che si riduce a mettere in rapporto stimoli e risposte osservabili. Finita la seconda guerra mondiale vi furono due cambiamenti importanti: da un lato gli psicologi sentivano i limiti delle metodologie basate sullo studio dei rapporti tra stimoli e risposte, dall’altro comparvero i computer. Il computer da un lato è uno strumento utile per pianificare ed eseguire esperimenti, registrare dati, dall’altro può anche servire come modello del funzionamento della mente umana. Dunque le eventuali somiglianze e le differenze ci possono far capire meglio come funziona la mente umana. La diffusione dei computer influenza molto la nascita del cognitivismo. Negli anni ’50 nasce la psicologia cognitiva, un’altra corrente psicologica nata come una critica al comportamentismo:
- Critica l’idea che la psicologia debba studiare esclusivamente i rapporti stimolo-risposta.
- Critica l’idea della “black box”, in quanto i cognitivisti vogliono comprendere e studiare scientificamente la mente umana.
Un momento chiave per la nascita del cognitivismo è il 1959, quando Chomsky (linguista) scrive una recensione di un libro di Skinner (verbal behaviour), nel quale quest’ultimo cercava di spiegare l’acquisizione del linguaggio sulla base del condizionamento, che viene considerato come un processo di apprendimento. Chomsky ha, in un certo senso, criticato i metodi di apprendimento del comportamentismo, riportando all’attenzione la mente e i processi cognitivi.
La psicologia cognitiva rientra nel programma delle scienze cognitive: esse sono una serie di discipline che hanno come obiettivo quello di studiare la mente umana con un approccio interdisciplinare, usando più prospettive che poi convertono sullo stesso punto. Esse sono: psicologia, linguistica, neuroscienze, filosofia, intelligenza artificiale e antropologia.
Scienze cognitive di seconda generazione
Negli ultimi anni si è iniziato a parlare di scienze cognitive di seconda generazione; distinguiamo le scienze cognitive di prima e seconda generazione:
- Prima generazione: hanno l’idea di mente disincarnata, non si dà importanza al corpo.
- Seconda generazione: si ritengono fondamentali i processi legati alla percezione e al corpo.
Tutte le nostre attività mentali hanno un contenuto: pensiamo sempre a qualcosa. Un compito fondamentale della psicologia cognitiva è specificare i modi con cui questi contenuti sono rappresentati internamente. La rappresentazione è uno stato fisico che trasmette informazione. Le rappresentazioni presentano due aspetti: il formato e il contenuto (* # un asterisco a sinistra di un cancelletto= stesso contenuto ma diverso formato).
All’inizio la psicologia cognitiva si era dedicata allo studio delle rappresentazioni mentali e degli algoritmi per manipolarle. La neuropsicologia, cioè lo studio delle basi neurali di tali operazioni, era una disciplina separata. Negli ultimi vent’anni queste discipline hanno cominciato a interagire e i due livelli di analisi, operazioni mentali e basi neurali, collaborano sempre di più per capire il funzionamento dell’insieme mente/cervello.
I mattoni del cervello
Le cellule che formano i vari organi hanno caratteristiche specifiche, dalle quali dipendono le peculiarità funzionali di quell’organo. Il cervello è composto da due tipi di cellule: neuroni e cellule gliali.
I neuroni sono le unità elementari dalle quali dipendono le funzioni mentali. Il neurone è formato da un corpo cellulare nel quale vi è il nucleo e altri organi cellulari. Il corpo cellulare si prolunga in molte appendici brevi, dette dendriti, e in un’appendice molto più lunga, detta assone. La sostanza che costituisce il corpo cellulare è circondata da una membrana che le impedisce di disperdersi e la separa dall’ambiente. Il cervello umano contiene circa 25 miliardi di neuroni. I neuroni formano una rete e non si toccano mai. I punti dove le membrane di due neuroni arrivano quasi a toccarsi si chiamano sinapsi. Dunque il cervello è costituito da neuroni indipendenti, che si collegano fra loro, per mezzo delle sinapsi, ma non si congiungono.
Caratteristiche del neurone
Il neurone:
- È un’unità anatomica: le membrane di due neuroni adiacenti sono sempre separate.
- È un’unità funzionale: ogni neurone viene influenzato dall’attività elettrica dei neuroni con i quali comunica attraverso le sinapsi.
- È un’unità genetica: tutti i neuroni originano da un’unica cellula progenitrice, il neuroblasto.
- È un’unità trofica: il taglio dell’assone produce la degenerazione della sua parte a valle e della sua parte a monte.
Come funzionano i neuroni
Gli impulsi nervosi provenienti dai neuroni a monte (quelli che occupano una posizione precedente in una catena di neuroni) raggiungono i dendriti e vengono trasmessi lungo l’assone dei neuroni a valle. Grazie alla depolarizzazione la permeabilità della membrana aumenta, ciò consente il passaggio di ioni dall’esterno della membrana all’interno. La membrana poi si ripolarizza, dunque il segnale si sposta lungo l’assone, passando da un neurone all’altro. Grazie ai neurotrasmettitori l’impulso supera lo spazio sinaptico, i neurotrasmettitori depolarizzano la membrana del dendrite del neurone a valle, ciò consente all’impulso nervoso di percorrere lunghe catene di neuroni.
Ciò che può variare trasmettendo informazioni è soltanto la frequenza delle depolarizzazioni, la frequenza degli impulsi. L’informazione trasmessa dai neuroni è perciò codificata nella loro frequenza di scarica, quindi nella frequenza dei loro impulsi, rilevabile attraverso i microelettrodi. Quando un neurone modifica la sua frequenza di scarica rispetto a una condizione di confronto, si dice che il neurone è attivo.
All’interno e all’esterno del neurone si trovano degli ioni, atomi aventi cariche elettriche positive o negative.
In stato di riposo il neurone è polarizzato, poiché le cariche elettriche al suo interno vanno a costituire un polo negativo. Il loro potenziale, denominato potenziale di riposo, è di -70mV (millivolt) rispetto all’esterno.
L'attivazione del neurone, grazie al passaggio dei neurotrasmettitori, determina il cambio dello stato di polarizzazione del neurone stesso. A seconda del neurotrasmettitore si può avere:
- Depolarizzazione o potenziale postsinaptico eccitatorio (PPE): vi sono più cariche positive all’interno del neurone.
- Iperpolarizzazione o potenziale postsinaptico inibitorio (PPI): vi sono ancora più cariche negative all’interno del neurone.
Tuttavia, il singolo potenziale postsinaptico eccitatorio non è sufficiente per l’attivazione del neurone: perché ciò accada, è necessario che la somma di tutti i potenziali postsinaptici, provenienti da altri neuroni presenti nel network, che arriva al segmento iniziale dell’assone sia sufficiente per depolarizzare la membrana del neurone fino alla soglia di eccitazione, che equivale a -65mV.
Lo stesso principio vale per le iperpolarizzazioni. Tale somma può avvenire:
- Nello spazio: il neurone riceve più impulsi in diversi dendriti.
- Nel tempo: il neurone riceve più impulsi nello stesso dendrite ma in diversi momenti.
I potenziali postsinaptici sono dunque risposte graduali: il grado di depolarizzazione o iperpolarizzazione della membrana da essi determinato è proporzionale all’intensità del loro segnale.
Il segnale elettrochimico inviato dal neurone, una volta attivatosi, prende il nome di potenziale d’azione. Esso non è graduale, o c’è o non c’è. I potenziali d’azione determinano un’inversione del potenziale di membrana (si passa da -65 mV a +50 mV) velocissima (1ms) e transitoria. Dopo questa “esplosione” il neurone torna al potenziale di riposo (-70 mV).
Cellule gliali
Fino a pochi anni fa si è creduto che la funzione delle cellule gliali fosse semplicemente quella di fornire un sostegno ai neuroni. Negli ultimi anni si è dimostrato che esse partecipano alla trasmissione di informazione, inviando e ricevendo segnali dai neuroni. Ci sono quattro tipi di cellule gliali e due di esse emettono prolungamenti ricchi di mielina, una sostanza che agisce da isolante. La guaina mielinica circonda l’assone o lo isola e i fenomeni di depolarizzazione e ripolarizzazione della membrana si verificano solo in corrispondenza delle interruzioni nella guaina mielinica. Per gli assoni che posseggono la guaina mielinica si parla di fibre mieliniche, e hanno una maggiore velocità di trasmissione dell’impulso nervoso; per gli assoni che non la posseggono si parla di fibre amieliniche. La distinzione tra sostanza bianca e sostanza grigia nel cervello è legata al colore della mielina, che è bianca, e che infatti manca nella sostanza grigia.
Sistema nervoso
I fasci di assoni sono chiamati tratti nel sistema nervoso centrale e nervi nel sistema nervoso periferico. I raggruppamenti di corpi cellulari sono chiamati nuclei nel sistema nervoso centrale e gangli nel sistema nervoso periferico. Il sistema nervoso presenta tre assi principali: l’asse antero-posteriore, l’asse dorso-ventrale e l’asse medio-laterale. Il sistema nervoso è composto di due parti principali: il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema nervoso periferico (SNP). Il SNC è contenuto dentro la scatola cranica, che contiene l’encefalo, e dentro la colonna vertebrale, che contiene il midollo spinale. Il SNP è divisibile in sistema nervoso somatico (SNS) e sistema nervoso autonomo (SNA). Il SNS interagisce con il mondo esterno ed è composto.
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