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La teoria della mente

Il contributo della teoria della mente - Camaioni

La teoria della mente si pone come nuovo approccio per analizzare una delle componenti che caratterizza lo sviluppo della mente umana, ovvero attribuire stati mentali quali desideri, credenze, intenzioni, e prevedere o spiegare il comportamento sulla base di queste inferenze.

TOM è vista come:

  • Nuova fase della psicologia cognitiva che aveva trascurato come le persone costruiscono mentalmente la propria esperienza sociale.
  • Cambiamento di paradigma che vede il bambino non soltanto come costruttore di modelli mentali del mondo fisico ma anche costruttore di una conoscenza del mondo sociale.
  • Ponte perché propone un modello unitario in cui collocare e interpretare sia stati mentali epistemici (pensieri, ragionamenti) e non (emozioni, desideri).

Storia della teoria della mente

Nel 1978, Premack e Woodruff indagano la capacità degli scimpanzé di prevedere il comportamento di un umano in situazioni finalizzate a uno scopo, dimostrando che essi sono in grado di attribuire stati mentali all'uomo. Per la loro definizione, un individuo possiede una TOM se è capace di attribuire stati mentali a sé e agli altri e se sa predire il comportamento grazie ad essi.

Wimmer e Perner mettono a punto il paradigma sperimentale della falsa credenza, compito basato sul trasferimento inaspettato di un oggetto da posto x a y. Per rispondere, il bambino deve rendersi conto che il protagonista della storia ha una rappresentazione della realtà diversa dallo stato di cose effettivo e deve prevedere che il comportamento del protagonista sarà determinato dalla sua credenza e non dallo stato di cose.

Si comincia a indagare sulla comprensione del bambino di termini mentali come "volere" e "desiderare", vedendola come componente importante nello sviluppo di una teoria della mente.

Stato dell'arte

Le prime ricerche sulla teoria della mente si concentrarono su compiti di falsa credenza, apparenza-realtà e assunzione di prospettiva. È ancora aperto il dibattito tra i sostenitori della modularità della teoria della mente e coloro che modellizzano la comprensione della mente come una teoria dominio-specifica, come il risultato di simulazione o come vincolata allo sviluppo di meccanismi dominio-generali. Queste tre posizioni hanno in comune una visione costruttivista.

Chi crede alla modularità pensa che il bambino acquisisca maturando dei meccanismi modulari per processare l'informazione rilevante nel dominio della comprensione sociale. Per Leslie, vi sono il ToBy che identifica le cause di un movimento (se interne o esterne), il ToMM1 che identifica azioni compiute da agenti su oggetti e ToMM2 per computare le relazioni mentali tra agenti e proposizioni. Baron-Cohen propone un'architettura modulare che mette in evidenza la direzione dello sguardo per comprendere le intenzioni; vi sono tre moduli: il rilevatore di intenzionalità (interpreta gli stimoli in movimento in termini di due stati mentali primitivi: scopo e desiderio), il rilevatore della direzione dello sguardo (consente di interpretare gli stimoli in base a cosa una persona sta vedendo), e lo shared attention mechanism che, al contrario dei primi due, permette di rappresentare relazioni triadiche che coinvolgono il sé, un altro agente e un oggetto.

Autori come Gopnik, Meltzoff e Wellman sostengono invece che la teoria della mente si sviluppi nel bambino come una teoria scientifica (theory-theory); teoria che corrisponde a un sistema concettuale che impiega concetti come desideri e credenze all'interno di una rete coerente di spiegazioni casuali e generalizzazioni; stati mentali sono entità astratte non osservabili che spiegano e predicono comportamenti e interazioni sociali osservabili. La TOM come una teoria scientifica non è statica ma aperta al cambiamento, l'esperienza può falsificarla o ampliarla.

La teoria simulazionista

La teoria simulazionista postula che la comprensione della mente umana si fondi sulla diretta esperienza della vita mentale e sulla capacità di simulare l’attività mentale di un’altra persona. Questa capacità di assunzione di prospettiva si raffina nel tempo rendendo le inferenze dei bambini più accurate. Harris parla di un decalage temporale tra la più precoce comprensione dei desideri con quella più tardiva delle credenze; la nozione di desiderio si fonda sul comprendere l’altro come agente, quella delle credenze sulla comprensione della comunicazione e richiede competenza linguistica più alta.

Sviluppi precoci

Ricercatori si sono chiesti quali abbozzi di teoria della mente possiamo trovare nei primi due anni di vita. Moore identifica tre tipi di teorie che cercano una spiegazione. Le teorie modulariste parlano di maturazione di moduli che si attivano in determinati momenti dello sviluppo; la differenza tra architettura mentale di bambino e adulto sta tra disponibilità di minor numero di moduli. I modelli che si attivano precocemente forniscono l’input ai moduli con attivazione tardiva, ma sono condizioni necessarie ma non sufficienti perché ciò accada.

Le teoria costruttiviste dicono che la comprensione della mente si costruisce dal bambino e dalla sua esperienza del mondo sociale. Riconoscere l’intenzionalità delle proprie e altrui azioni ha un ruolo importante. Specifiche abilità che compaiono nel secondo anno di vita documentano primitiva capacità di leggere la mente. Camaioni ha analizzato la comunicazione intenzionale di tipo dichiarativo come forma iniziale di comprensione della mente; il bambino indica un oggetto o evento a un adulto alternando lo sguardo fra esso e l’adulto finché egli guarda nella stessa direzione, cercando di influenzare l’atteggiamento psicologico rispetto a un aspetto della realtà esterna. Nella richiesta invece è atteso un cambiamento dello stato del mondo; nella dichiarazione è un cambiamento nello stato mentale dell’altro. Questa componente risulta danneggiata nelle persone con autismo. La comparsa di questo tipo di comunicazione è resa possibile grazie alla comprensione che l’interlocutore è anch’esso un soggetto psicologico capace di mostrare interesse per aspetti della realtà e con il quale si possono condividere stati mentali.

Le teorie dell’imitazione danno ruolo centrale alla comprensione dell’equivalenza sé-altro come base per lo sviluppo di TOM. La capacità del bambino di imitare è fondamentale perché gli fa comprendere ciò che un’altra persona potrebbe sperimentare. Imitando, diviene capace di riconoscere l’equivalenza fra proprie azioni e azioni altrui, base per comprendere la natura degli stati mentali negli altri e anche relativi a oggetti nel mondo esterno.

Includiamo fra gli sviluppi precoci la sequenza di Wellman secondo il quale il passaggio rilevante nella comprensione infantile della mente è quello da una precoce comprensione dei desideri a una tardiva comprensione di credenze e desideri.

Costruzione di una teoria o costruzione sociale?

L'assunto alternativo all’acquisizione e costruzione personale di una teoria è quello che si tratti di una costruzione sociale. Grazie a un processo di acculturazione, il bambino si appropria di pratiche e norme sociali culturali della propria comunità che gli consentono di interpretare la propria e altrui esperienza in termini di stati mentali. Bruner in "Acts of Meaning" critica la rivoluzione cognitiva in psicologia per aver rinunciato a spiegare caratteristiche di conoscenza e cultura umana come la costruzione di significati, la capacità di interpretare l’azione in termini di agentività e intenzionalità in contesti culturali. Secondo la Feldman, la letteratura sulla TOM può reinterpretare lo sviluppo cognitivo umano in chiave culturale. La comprensione sociale per questo approccio avviene grazie alla partecipazione, senza possedere meccanismi deputati allo scopo. Questi ricercatori sono interessati a indagare come la teoria vari in funzione di diverse culture e contesti sociali. Sono state identificate esperienze sociali che possono facilitare o meno lo sviluppo di TOM (es. la dimensione della famiglia, l’avere o no fratelli). Altro quesito centrale è l’universalità dello sviluppo della TOM evidenziato in soggetti appartenenti alla società occidentale (risultati discordanti, in Perù non risolvono false credenze neanche all’adolescenza nel Camerun sì). La questione non è l’importanza dell’interazione sociale, ma se l’interazione sociale e la cultura sono all’origine della TOM.

La mancata scoperta di TOM nell'autismo

La mancanza o compromissione di una TOM potrebbe essere all’origine di alcuni deficit dell’autismo, come quello comunicativo, l’incapacità di mentalizzare, le difficoltà nel gioco di finzione. Secondo questa ipotesi, il nucleo dell’autismo consiste in un deficit dominio-specifico a carico del meccanismo meta-rappresentazionale, che compromette le rappresentazioni degli stati mentali lasciando intatto il resto. Le persone con autismo sono incapaci sia di attribuire stati mentali a sé e agli altri; studi hanno confrontato la capacità di ordinare in sequenza vignette che rappresentavano a) un evento fisico b) un evento basato su interazione sociale e c) evento che implicava interpretazione di stati mentali. I bambini autistici riuscivano nei primi due ma non nell’ultimo, mentre bambini con ritardo mentale o sindrome di Down rispondevano giusto come i bambini normali e anche bambini con ritardo linguistico (non legato alla carente comprensione linguistica degli autistici). Autistici non hanno difficoltà a comprendere eventi causali e comportamentali ma non riescono a connettere il comportamento agli stati mentali. Mancanza della TOM spiega anche le difficoltà con il gioco di finzione.

Nell’autismo troviamo anche deficit di capacità comunicative e di attenzione condivisa, non seguono la linea dello sguardo, non alternano sguardo tra adulto e oggetto interessante; sono abili nel fare richieste (con gesti di richiesta basati sul contatto) ma hanno difficoltà a produrre e comprendere l’intenzione dichiarativa del gesto di indicare, quando riescono con intenzione richiestiva. Vi è un decalage fra comparsa delle due intenzioni – ciò spiega la dissociazione nello sviluppo autistico.

Problemi aperti e futuro

Aperta diatriba fra chi sostiene organizzazione modulare e chi no. Ancora aperta anche quella fra chi sostiene una costruzione di una teoria invece che una costruzione sociale, quest’ultimi hanno richiamato l’attenzione sul processo di acculturazione, ma la posizione non spiega come il bambino possa acquisire norme e regole culturali semplicemente partecipando alla vita sociale. Secondo Astington e Olson essi acquisiscono concetti al fine di dare senso alle situazioni (sarebbero sia scienziati che ermeneutici).

Possibili direzioni di ricerca nel futuro potrebbero essere gli sviluppi tardivi (che cosa i preadolescenti, adolescenti e adulti sanno e comprendono circa la vita mentale rispetto a un bambino?). Per l’infanzia, secondo Flavell non scopriremo cose nuove, ma si affineranno le capacità di descrivere e spiegare. Inoltre la ricerca su stati mentali diversi dalle credenze è rimasta limitata. I progressi delle neuroscienze potrebbero contribuire a specificare i meccanismi cognitivi responsabili della coerenza centrale che caratterizza il ragionamento sugli stati mentali, o la base neuronale sulle differenze individuali legate a questo aspetto.

I precursori della teoria della mente - comprendere l’attenzione degli altri - Baron-Cohen

Come i bambini riescono a comprendere che sé e altri possiedono una mente e che stati mentali guidano l’azione umana? Vi sono due percorsi per capirlo: una via diretta (analizzare la comprensione dei diversi stati mentali da parte di bambini piccoli sperando di rintracciarne le origini) e una indiretta (studiare perché alcuni non riescono a sviluppare tale concetto) – questo percorso studia i bambini autistici.

La teoria della mente nel bambino autistico

I bambini autistici non sono in grado di attribuire stati mentali agli altri. Numerosi esperimenti hanno provato la presenza di un deficit di teoria della mente, cosa che potrebbe spiegare i problemi nell’interazione sociale e nella comunicazione visto che queste due abilità dipendono da quella di essere in grado di considerare stati mentali degli altri.

Vi sono stati due tentativi di spiegare il deficit in quest’area, uno cognitivo-computazionale (Leslie) e uno socio-affettivo (Hobson).

La teoria meta-rappresentazionale dell’autismo di Leslie

Leslie distingue tra rappresentazione primaria e meta-rappresentazione. Le prime funzionano come modalità di immagazzinamento delle informazioni letterali, mentre le seconde permettono di costruire descrizioni di eventi ipotetici, come descrizioni di oggetti di finzione. Esse hanno la forma di "Agente-Relazione Informazionale-espressione" dove l’agente è una persona e l’espressione è qualsiasi rappresentazione primaria distaccata dal suo normale riferimento alla realtà esterna. La RI si riferisce a qualsiasi stato intenzionale (stato mentale circa qualcosa) e rende l’espressione opaca, sospendendone le implicazioni di verità. Per Leslie la meta-rappresentazione è il meccanismo sottostante alla capacità di rappresentare gli stati mentali, permette lo sviluppo di TOM e la comparsa del gioco di finzione. Leslie ipotizza che un danno di questa capacità più rendere incapaci di TOM e di partecipare al gioco di finzione, spiegando questi deficit nell’autismo. Una serie di studi ha confermato la teoria di Leslie: le capacità basate su rappresentazioni primarie non risultano danneggiate nell’autismo, quelle basate su capacità rappresentazionale sono danneggiate.

Teoria socio-affettiva dell’autismo di Hobson

Hobson assume che dalla nascita i bambini siano coinvolti in relazioni personali e reciproche con gli altri. L’origine della reciprocità è la capacità dei bambini di percepire le espressioni delle emozioni di chi di prende cura di loro. Questa capacità è all’origine del fenomeno del "riferimento sociale", ovvero i bambini usano le espressioni dell’adulto per interpretare gli eventi nuovi. Riferimento sociale e capacità di fare richieste gestuali sono all’origine della capacità di interpretare la realtà dal punto di vista degli altri e di attuare giochi di finzione. L’incapacità dell’autistico di fare ciò sta nella sua incapacità di comprendere le emozioni degli altri.

Non è chiaro perché la comprensione delle emozioni possa permettere ai bambini di attribuire stati mentali non emotivi come le credenze. Non viene specificato attraverso quale meccanismo la comprensione di punti di vista alternativi produca lo sviluppo di una capacità simbolica. L’idea che nell’autismo sia presente un generale disturbo affettivo non è confermata dai dati di ricerca. Inoltre, bambini autistici sono in grado di comprendere che semplici emozioni sono conseguenza di situazioni e desideri.

Questioni filosofiche

Per Hobson l’esperienza percettiva ha ruolo importante nello sviluppo della conoscenza della mente altrui. Egli assume che non si possano inferire tali conoscenze, ma che siano percepibili direttamente. Per Leslie gli stati mentali si non possono essere inferiti, ma non sono direttamente osservabili per questo gli umani sviluppano una capacità di meta-rappresentazione. Una differenza fondamentale tra i due sta nel ruolo attribuito all’esperienza nello sviluppo di concetto di mente. Hobson vede l’esperienza percettiva come fattore necessario. Leslie vede che sviluppare capacità meta rappresentazionale è indipendente dall’esperienza percettiva (bambini ciechi, per Hobson, non sviluppano TOM).

I comportamenti di attenzione condivisa nell’autismo

Questi comportamenti sembrano verificarsi meno frequentemente nei bambini autistici rispetto ai non. Questi sono sguardo referenziale, gesti come indicare, dare, mostrare. Il deficit dell’attenzione condivisa potrebbe essere il più precoce deficit sociale identificato nell’autismo.

Questi comportamenti richiedono meta-rappresentazione? Per Mundy e Sigman i dati empirici confutano la teoria m-r perché emerge tra i 12 e 18 mesi d’età mentre i comportamenti di attenzione condivisa emergono prima dei 12 mesi. Secondo Hobson, i deficit di attenzione condivisa evidenziano incapacità di condividere o partecipare alle esperienze altrui. Leslie e Happé ritengono che tali comportamenti richiedano meta rappresentazione: i comportamenti di attenzione condivisa sono esempi di comunicazione ostensiva, che richiede una TOM. Visto che TOM richiede meta rappresentazione, conclusione ovvia.

Il gesto di indicare

Baron-Cohen conduce un esperimento su uno dei comportamenti di attenzione condivisa, esaminando comprensione e produzione dei due diversi usi funzionali dell’indicare: gesto indicativo proto-imperativo (indicare al fine di ottenere) e proto-dichiarativo (fine di commentare e fare osservazioni). Per il proto-imperativo non è necessario tenere conto degli stati mentali degli altri, mentre l’altro sì. Se i deficit dell’attenzione condivisa nei bambini autistici sono causati dall'incapacità di attribuire stati mentali agli altri, l’imperativo non sarà disturbato nell’autismo mentre il dichiarativo sì. I dati ottenuti da esperimento confermano l’ipotesi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher irislvcia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bosco Francesca.
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