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La teoria della mente

Introduzione

La teoria della mente si propone come un nuovo approccio il cui compito è quello di analizzare la capacità della mente umana di attribuire stati mentali e, sulla base di essi, prevedere e spiegare i comportamenti propri e altrui. Essa è stata vista dai vari autori in 3 modi differenti:

  • Nuova fase della rivoluzione cognitiva, Astington & Olson. Ritengono che la psicologia cognitiva, sino ad allora, aveva trascurato o sottovalutato la questione di come le persone “mentalizzano” la propria esperienza sociale.
  • Cambiamento di paradigma rispetto alla psicologia piagetiana e postpiagetiana, Feldman. Tale cambiamento consiste nel vedere il bambino non solo come un attivo costruttore di modelli mentali del mondo fisico, ma anche come costruttore di una conoscenza del mondo sociale corrispondente a una teoria implicita dell’azione e dell’interazione umana.
  • Ponte attraverso le divisioni che hanno caratterizzato la ricerca sullo sviluppo cognitivo e sociale, Dunn. La teoria della mente propone un modello unitario all’interno del quale collocare e interpretare sia gli stati mentali epistemici sia quelli non epistemici. Essa, dunque, getta un ponte tra campi di indagine classicamente separati.

Sviluppo storico e paradigmi sperimentali

Nel 1978 i due primatologi Premack e Woodruff pubblicano un esperimento in cui indagano la capacità degli scimpanzé di prevedere il comportamento di un attore umano in situazioni finalizzate ad un preciso scopo, dimostrando che i primati sono in grado di attribuire stati mentali all’uomo. Essi definiscono la teoria della mente come la capacità che un individuo ha di attribuire stati mentali e di prevedere il comportamento in base ad essi.

Pochi anni dopo, Wimmer e Perner mettono a punto un nuovo paradigma sperimentale: il compito della falsa credenza. Gli esperimenti dimostrano che, prima dei 4 anni, i bambini falliscono il compito, dimostrando così di non essere in grado di attribuire agli altri conoscenze e credenze diverse dalle proprie.

Nel 1981, Bretherton e Wellman indagano la comprensione da parte dei bambini di termini mentali concettualizzandola come parte importante per la costruzione di una teoria della mente. Il movimento ha il suo lancio definitivo nel 1986, anno in cui si svolgono due importanti convegni: uno organizzato presso l’università di Toronto da Astington, Gopnik e Olson, l’altro organizzato presso l’università di Oxford da Harris.

Teorie modulariste

Da questo lato troviamo Baron-Cohen e Leslie i quali sostengono che, sulla base dello sviluppo neurologico, il bambino acquisisca una serie di meccanismi modulari dominio-specifici. Leslie postula l’esistenza di 3 moduli:

  • ToBy (Theory of Body Mechanism), compare a 3-4 mesi e identifica se ciò che si muove lo fa per forze interne o esterne;
  • TOMM1 (Theory of Mind Mechanism), compare a 6-8 mesi e identifica le azioni compiute da agenti su soggetti;
  • TOMM2 (Theory of Mind Mechanism), capace di computare le relazioni mentali tra agenti e proposizioni.

Baron-Cohen, per parte sua, propone un’architettura modulare che mette in evidenza l’importanza della direzione dello sguardo come base per comprendere le intenzioni proprie e altrui. Nella sua ricerca, prima del modulo vero e proprio TOMM, ve ne sono altri tre:

  • ID (Intentionality Detector)
  • EDD (Eye-Director Detector)
  • SAM (Shared Attention Mechanism)

Teorie non modulariste

Dall’altro lato vi sono autori come Gopnik, Meltzoff e Wellman i quali sostengono che la teoria della mente si sviluppi nel bambino in modo simile all’evoluzione storica di una teoria scientifica e suggeriscono la metafora del bambino come “piccolo scienziato”.

Infine, c’è la teoria simulazionista che postula che la comprensione della mente umana si fondi sulla nostra diretta esperienza della vita mentale e sulla capacità di immaginare noi stessi nella prospettiva di un’altra persona simulando la sua attività mentale. Il principale contributo a questa teoria viene fornito da Harris.

Estensioni della teoria della mente

Una delle estensioni più interessanti della teoria della mente standard è quella che riguarda gli sviluppi precoci (= abbozzi di teoria della mente individuabili nei primi 2 anni). Moore mette in relazione, con tre tipi di teorie, ciò che accade nei primi 2 anni di vita con il successivo padroneggiamento di una vera e propria teoria della mente:

  • Teorie modulariste. Maturazione di moduli che si attivano in determinati momenti dello sviluppo.
  • Teorie costruttiviste. La comprensione della mente propria e altrui si costruisce a partire dall’attività del bambino e dalla sua esperienza nel mondo sociale. Un ruolo fondamentale per comprendere le relazioni tra agenti e oggetti è giocato dall’intenzionalità delle proprie e altrui azioni. All’interno di queste teorie si collocano i lavori di studiosi come Russel, Frye e Camaioni.
  • Teorie dell’imitazione. Assegnano un ruolo cruciale alla comprensione dell’equivalenza sé-altro come base per lo sviluppo di una teoria della mente.

Infine, vi sono altri studiosi i quali sostengono che all’origine della comprensione della vita mentale vi sia un processo di acculturazione. Essi adottano dunque una prospettiva socio-costruttivista. Grazie a tale processo di acculturazione il bambino si appropria delle pratiche sociali e delle norme culturali tipiche della propria comunità che gli consentono poi di interpretare l’esperienza e di parlare degli stati mentali nel discorso con gli altri. Il bambino, in quest’ottica, non viene più visto come “piccolo scienziato”, ma come “piccolo ermeneutico” che interpreta la realtà sociale partecipandovi, senza possedere meccanismi deputati a tale scopo. I ricercatori socio-costruttivisti sono interessati a indagare la teoria della mente in funzione di culture e contesti sociali diversi. Per quanto riguarda le differenze intra-culturali sono state identificate particolari esperienze sociali e relazionali in grado di facilitare o meno lo sviluppo di una teoria della mente (dimensione famiglia, stile genitoriale, classe sociale, qualità dell’attaccamento); relativamente alle differenze interculturali, il quesito più importante è quanto sia universale lo sviluppo della teoria della mente in soggetti appartenenti alla cultura occidentale.

I precursori della teoria della mente: comprendere l’attenzione negli altri

Un problema centrale per la psicologia evolutiva riguarda la spiegazione di come i bambini giungano a comprendere di possedere una mente e che gli stati mentali guidano l’azione umana. Per affrontare questo problema, gli psicologi dello sviluppo si sono trovati a scegliere fra due possibili percorsi:

  • Via diretta: analizzare la comprensione di diversi stati mentali da parte di bambini piccoli
  • Via indiretta: studiare perché alcuni bambini non riescono a sviluppare il concetto di mente

In questo percorso indiretto rientrano gli studi sui bambini autistici. Numerosi esperimenti, infatti, hanno dimostrato che i bambini autistici non sono in grado di attribuire stati mentali agli altri. Tale deficit viene spiegato da due diverse teorie:

  1. Teoria meta-rappresentazionale di Leslie. Leslie postula l’esistenza di una distinzione tra rappresentazione primaria e meta-rappresentazione. La prima viene definita come la modalità di immagazzinamento delle informazioni letterali circa gli eventi della realtà, e comprende informazioni di cui il sistema necessita per la sua sopravvivenza nel mondo reale. La seconda, invece, permette al sistema di costruire descrizioni di eventi ipotetici. Le meta-rappresentazioni hanno la forma generale e speciale di “agente-Relazione Informazionale-espressione” in cui l’agente è una persona e l’espressione è una rappresentazione distaccata in cui quindi il normale riferimento alla realtà esterna è sospeso. La Relazione Informazionale si riferisce ad un qualsiasi stato intenzionale. Leslie, dunque, ipotizza che un danno alla capacità meta-rappresentativa possa generare sia l’incapacità di possedere una teoria della mente sia quella di partecipare al gioco di finzione. Secondo tale modello, dunque, nell’autismo si mantengono intatte le capacità basate sulle rappresentazioni primarie, mentre sono deficitarie quelle che richiedono una meta-rappresentazione.
  2. Teoria socio-affettiva di Hobson. Hobson assume che sin dalla nascita i bambini siano coinvolti in relazioni personali e reciproche con gli altri. All’origine di ciò c’è la capacità dei bambini di percepire le espressioni emotive di chi si prende cura di loro. Tale capacità è all’origine del riferimento sociale, cioè la capacità del bambino di utilizzare le espressioni facciali dell’adulto per disambiguare eventi nuovi. Sia la produzione di richieste gestuali sia il riferimento sociale sono alla base della capacità di interpretare la realtà dal punto di vista degli altri e di concepirla in modo diverso da come è realmente. È questa l’abilità alla base dei giochi di finzione. Secondo la teoria di Hobson, il fatto che i bambini autistici non siano in grado di comprendere gli stati mentali altrui e di attuare giochi di finzione, deriva dall’incapacità di comprendere e rispondere alle emozioni altrui.

L’attenzione condivisa nell’autismo

I comportamenti di attenzione condivisa sono meno frequenti nei bambini autistici. Tali comportamenti includono anche lo sguardo referenziale e gesti come il dare, il mostrare e l’indicare con il dito. Secondo Hobson, i deficit in questo campo riguardano l’incapacità di condividere e partecipare alle esperienze altrui. Egli condivide con Leslie e Happè l’ipotesi secondo cui alla base dei comportamenti di attenzione condivisa vi sia una meta-rappresentazione. Leslie e Happè vedono tali comportamenti come esempi di comunicazione ostensiva che richiede la presenza di una teoria della mente. Da ciò consegue logicamente che l’attenzione condivisa richiede necessariamente una meta-rappresentazione.

Per evidenziare i deficit rispetto a tali comportamenti nell’autismo, Baron-Cohen ha condotto uno studio sperimentale sul gesto di indicare, esaminando la comprensione e la produzione di due diversi usi funzionali di esso: gesto proto-imperativo e gesto proto-dichiarativo. Il primo implica un’interazione con l’altro di tipo fisico e non mentale, mentre il secondo richiede un’interazione mentale e non fisica. L’ipotesi da cui parte l’esperimento è che, se è vero che nell’autismo i deficit rispetto all’attenzione condivisa sono causati dall’incapacità di attribuire stati mentali, i bambini affetti da tale patologia avranno dei problemi in tal senso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

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