Psicologia generale
La psicologia è lo studio scientifico del comportamento e dei processi mentali. Permette di comprendere ciò che le persone fanno ma anche ciò che pensano, sentono, percepiscono, come ragionano, memorizzano, come e perché si emozionano e le attività neurobiologiche che consentono l’azione fisica e mentale.
Tipi di ricerca in psicologia
Esistono vari tipi di ricerca: la ricerca correlazionale, la ricerca dei casi singoli e gli esperimenti. A tal proposito, la neuropsicologia è una branca importante della psicologia che segue dei propri metodi diagnostici e riabilitativi.
La psicologia è uno studio scientifico che procede mediante dei metodi di acquisizione sistematici delle conoscenze: ipotesi, esperimento e conclusioni. Molte informazioni vengono da studi ed esperimenti animali, da studi su modelli animali del comportamento.
La mente e il comportamento
La mente è la nostra personale esperienza interiore di percezioni, pensieri, ricordi e sentimenti che danno forma ad un incessante flusso di coscienza. Il comportamento è un insieme di azioni osservabili compiute da una persona o da un animale. Esso dipende da un insieme di fattori: dalla genetica, dal sistema fisiologico più o meno attivato, dall’ambiente culturale, dalle esperienze, da uno stimolo specifico, da una storia clinica, dal nostro sistema cognitivo e molti altri fattori.
Perciò la psicologia collabora con la genetica, la biologia, l’antropologia, la sociologia etc. ed è una scienza multidisciplinare, perché l’oggetto di studio è complesso e risente di un insieme di fattori, oggetto di studio di altre discipline.
L’utilizzo di metodi scientifici ha permesso alla psicologia di trovare risposte valide e di intervenire nella professione utilizzando metodi teorici. L’art.1 dell’ordinamento della professione di psicologo permette l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, abilitazione e riabilitazione.
La psicologia generale
La psicologia generale è lo studio dei processi cognitivi che riguardano ogni momento della nostra vita: tutte le informazioni vengono filtrate dai processi percettivi ed attentivi e memorizzate. Le memorie costituiscono la base del ragionamento, del problem solving, quindi il sistema cognitivo consente di essere corretti nell’azione, di interagire con gli altri, di essere motivati, etc.
Le radici della psicologia
Il discorso sul comportamento è molto antico, già Platone e Aristotele si chiedevano l’origine delle idee. In particolare, Platone sosteneva l’innatismo, e cioè che certi tipi di conoscenza siano innati o connaturali, come la predisposizione all’apprendimento del linguaggio; al contrario, Aristotele riteneva che la mente del bambino fosse una tabula rasa su cui si scrivono le esperienze, e perciò sosteneva l’empirismo filosofico, secondo cui tutte le conoscenze si acquisiscono con l’esperienza.
Quanta parte abbiano natura e cultura nel determinare qualsiasi comportamento è ancora oggi oggetto di ampio dibattito. Quelli di Platone e Aristotele non prevedevano metodi scientifici, ma la filosofia da sempre si pone domande circa la natura dell’uomo.
Fondamentale è stato l’incontro con fisiologia e biologia, e cioè la possibilità di studiare il comportamento manifesto con i metodi scientifici della biologia e della fisiologia, della fisica e della chimica.
Il dualismo e gli empiristi
Il primo a sdoganare lo studio del comportamento dell’uomo, concepito prima come discendente da Dio e non soggetto a studio, fu Cartesio, che cominciò a discutere di due entità, una res cogitans che è la mente e una res extensa, l’aspetto materiale e dunque il corpo. Per Cartesio la mente restava spirituale, secondo le credenze del tempo, ma comunicava con il corpo attraverso una ghiandola, la ghiandola pineale.
Il corpo diventava oggetto di studio che poteva risentire dei metodi della fisiologia, e Cartesio fu uno dei primi a studiare i riflessi: il modello del riflesso spiegava come, davanti al calore del fuoco, l’energia trasmessa giungesse al cervello, il quale rilascerebbe un fluido che si diffonderebbe nei muscoli e ne provocherebbe il movimento.
La teoria non ebbe seguito, ma il veto posto dalla chiesa sullo studio dell’uomo venne meno ed il corpo ed i comportamenti potevano essere studiati attraverso metodi delle scienze naturali.
La base filosofica si ritrova intanto negli empiristi. Il filosofo francese René Descartes sosteneva che il corpo fosse costituito da sostanza materiale, e la mente da sostanza incorporea o spirituale. Secondo Thomas Hobbes, invece, la mente è ciò che il cervello fa, e perciò non c’è una ghiandola che connette corpo e cervello. Vi è dunque uno stretto rapporto tra mente e corpo, tra mente e cervello. Locke, anch’egli empirista, sosteneva che la conoscenza deriva dall’esperienza.
Secondo gli empiristi, dunque, mente e cervello non sono due entità distinte, la mente è il prodotto dell’attività cerebrale. Soprattutto Mill, empirista inglese, asserì che la mente è una funzione a base somatica, determinando una rottura con le idee basate sul dualismo mente/corpo.
Franz Joseph Gall portò agli estremi il discorso di identità tra funzione e substrato nervoso: pensava che cervello e mente fossero collegati, esaminò dei cervelli di animali ed esseri umani e trovò che l’abilità mentale aumentava con l’aumentare delle dimensioni del cervello, e diminuiva se il cervello aveva subito un danno.
Sviluppò così la teoria della frenologia, secondo la quale specifiche abilità e caratteristiche, dalla memoria alla capacità di essere felici, sono localizzate in specifiche aree del cervello, una teoria che si è poi rivelata corretta. Tuttavia, asserì anche che la dimensione delle protuberanze o delle rientranze del cranio riflettesse la dimensione delle aree cerebrali, e che tramite la palpazione fosse possibile stabilire le abilità di una persona. Ma le protuberanze del cranio non rivelano assolutamente nulla sulla forma del cervello sottostante, e la frenologia fu in breve tempo screditata.
Il biologo Marie Jean Pierre Flourens intanto conduceva esperimenti in cui asportava chirurgicamente parti specifiche del cervello di cani, uccelli e altri animali, e trovò che le loro azioni ed i movimenti differivano da quelli di animali con il cervello intatto. Dimostrò così che non tutte le aree del cervello servono a tutto, ma ci sono aree specializzate in determinate funzioni, e lo fece attraverso un metodo sperimentale.
Nel 1800 il neurologo Paul Broca poi lavorò su un paziente che aveva subìto una lesione in una piccola area del lato sinistro del cervello: era incapace di parlare, riusciva a pronunciare solo la parola tan, ma capiva tutto ciò che gli si diceva ed era in grado di comunicare a gesti. Comprese che il danno subìto da una specifica area del cervello comprometteva una specifica funzione.
Riuscì a visitare otto pazienti con lesioni nell’area frontale che manifestavano lo stesso disturbo, utilizzando il metodo di correlazione anatomo-clinica: ad un tipo di lesione neurologico corrisponde un tipo di disturbo. Asserì che il linguaggio è pluricomponenziale, ha una dimensione di produzione e una di comprensione, e la prima è localizzata nelle aree frontali.
Pochi anni dopo il neurologo Wernicke portò in conferenza dei casi analoghi: a seguito di lesioni delle aree posteriori, i pazienti avevano perso la capacità di comprendere il linguaggio, ma erano in grado di produrre linguaggi fluenti anche se poco informativi.
Broca e Wernicke furono i primi a dimostrare che è possibile studiare il cervello attraverso le patologie ed i disturbi.
Strutturalismo e funzionalismo
A metà del XIX secolo la fisiologia, ovvero lo studio dei processi biologici, in particolare del corpo umano, sviluppa metodi che consentivano di misurare la velocità degli impulsi nervosi.
Fu il fisiologo Hermann von Helmholtz a sviluppare questo metodo, addestrando i partecipanti al suo esperimento a reagire ad uno stimolo, cioè un input sensoriale proveniente dall’ambiente, applicato a parti diverse della gamba. Ne registrò i tempi di reazione, ovvero la quantità di tempo che impiegavano a rispondere ad uno specifico stimolo, e la differenza tra due tempi di reazione gli permise di valutare il tempo necessario perché un impulso nervoso arrivasse al cervello.
Gli scienziati infatti presumevano che i processi neurologici sottostanti agli eventi mentali dovessero essere istantanei, ma Helmholtz dimostrò il contrario, e che il tempo di reazione potesse essere un utile strumento per studiare la mente ed il cervello.
I fisiologi Weber e Fechner avviarono lo studio della percezione, individuando varie modalità (udito, vista, gusto, olfatto etc.), le soglie necessarie affinché uno stimolo venga percepito e come viene percepito l’intensità di uno stimolo. Formularono così una legge matematica che spiegava la percezione di intensità degli stimoli, mostrando che si è in grado di percepire la differenza di intensità tra due stimoli in base ad una legge matematica. L’individuo è in grado di percepire ad esempio la differenza tra 1kg e 2kg rispetto a quella tra 50 e 51kg. Quando l’intensità dei due stimoli è molto più elevata, la differenza di intensità è meno percepibile.
Il suo assistente Wilhelm Wundt, infatti, nel 1879 aprì all’Università di Lipsia il primo laboratorio dedicato esclusivamente agli studi psicologici, segnando la nascita ufficiale della psicologia come campo d’indagine indipendente. Wundt riteneva che la psicologia scientifica dovesse concentrarsi sull’analisi della coscienza, e cioè l’esperienza soggettiva che ogni individuo fa del mondo e della mente.
Sviluppò così, basandosi sui metodi dei chimici, un approccio che fu chiamato strutturalismo, ossia l’analisi degli elementi fondamentali che costituiscono la mente, che consisteva nello scomporre la coscienza in sensazioni ed emozioni elementari.
Ad ogni dato istante, ogni genere di cose naviga nel flusso di coscienza, e Wundt cercò di analizzare tutto in maniera sistematica utilizzando il metodo dell’introspezione, che implica l’osservazione soggettiva delle proprie esperienze personali.
In un esperimento si presentavano ai partecipanti degli stimoli, un suono o un colore, e si chiedeva solo di riferire le proprie introspezioni, dunque sensazioni e idee elementari. Studiando elementi semplici sarebbe stato possibile studiare sensazioni, inteso come insieme di percezioni, immagini, e dunque insieme di idee, e stati effettivi che producevano emozioni e sentimenti.
Iniziò così ad indagare la distinzione tra percezione e interpretazione di uno stimolo: i partecipanti venivano istruiti a premere un pulsante non appena udivano un certo suono, un gruppo di essi doveva concentrarsi sul suono prima di schiacciarlo, il secondo doveva solo concentrarsi sull’azione dello schiacciare il pulsante. Il primo gruppo reagiva con ritardo rispetto al secondo, che non doveva impegnarsi nell’ulteriore passaggio dell’interpretazione.
Lo studio dell’attenzione è stato proprio possibile grazie ai tempi di reazione: la risposta è più veloce quando lo stimolo è atteso, mentre si allunga se ci sono distrattori. Gli effetti dell’attenzione sulla percezione sono dunque stati studiati mediante i tempi di reazione.
Con Edward Titchener, che studiò presso Wundt, lo strutturalismo si diffonde nel Nord America, dove fonda il proprio laboratorio, ma l’approccio divenne sempre meno influente.
William James e il funzionalismo
Uno dei più importanti scettici dello strutturalismo fu William James, che nel 1875 tenne il primo corso di università americana ispirato alle idee di Wundt, con cui andava d’accordo su alcuni punti, ma dissentiva dalla visione che si potesse scomporre la coscienza in parti elementari separate.
Per James la coscienza era un flusso continuo e non un fascio di componenti distinte, perciò sviluppò un approccio che prese il nome di funzionalismo, ossia lo studio su come i processi mentali consentano alle persone di adattarsi al proprio ambiente, proponendosi di individuare quali funzioni svolgessero i processi cognitivi, e non la loro struttura.
James trae ispirazione dal principio della selezione naturale di Darwin, secondo cui anche il comportamento fosse ereditario, e perciò le caratteristiche utili alla sopravvivenza e alla riproduzione hanno maggiori probabilità di essere trasmesse alle generazioni successive. In questa prospettiva le abilità mentali devono essersi evolute in quanto adattive, perché aiutavano gli esseri umani a risolvere problemi, aumentando le probabilità di sopravvivenza. La coscienza doveva dunque assolvere a qualche funzione biologica importante.
La psicologia funzionalista di James attrasse numerosi seguaci nel Nord America, dove Stanley Hall nel 1881 aprì il suo primo laboratorio, concentrando la sua attività sull’età evolutiva e sull’educazione. Secondo Hall, durante lo sviluppo i bambini passano attraverso fasi che ricapitolano la storia evolutiva del genere umano.
Grazie a questi due esponenti, il funzionalismo divenne una delle più importanti scuole di pensiero nel Nord America.
Lo sviluppo della psicologia clinica
Nel XIX secolo alcuni psicologi, che svolgevano la loro attività all'interno di ospedali o di strutture sanitarie ambulatoriali, iniziarono a studiare persone con disturbi psicologici. Si resero così conto che spesso il miglior modo per capire come una cosa funziona è esaminarla quando si guasta.
I medici francesi Jean-Martin Charcot e Pierre Janet registravano dati osservando pazienti che presentavano una condizione allora chiamata isteria, caratterizzata da perdita temporanea delle funzioni cognitive o motorie, di solito in seguito a esperienze emotivamente sconvolgenti. Diventavano ciechi, paralizzati o perdevano la memoria, ma quando nei pazienti si induceva uno stato di trance mediante l'ipnosi (stato alterato della coscienza) i loro sintomi scomparivano, ed una volta usciti dallo stato di trance non avevano alcun ricordo di quanto era accaduto durante l'ipnosi e presentavano di nuovo gli stessi sintomi.
Nello stato normale di esperienza conscia, dunque, siamo consapevoli di un unico io o sé, ma Charcot, Janet ed altri clinici suggeriscono che il cervello possa creare molti sé consci, ma inconsapevoli dell’esistenza degli altri.
Queste osservazioni accesero l'immaginazione di un giovane medico di Vienna che aveva studiato con Charcot a Parigi nel 1885, Sigmund Freud, il quale, dopo la visita alla clinica di Charcot, tornò a Vienna e continuò a lavorare con pazienti isterici. Il termine isteria deriva dal greco hystéria, ovvero utero, perché si credeva che solo le donne nei soffrissero e si pensava che la causa fosse un “utero vagante”.
Freud teorizzo che all'origine di molti problemi dei suoi pazienti vi fossero esperienze infantili dolorose che la persona non riusciva a ricordare, e che il potente influsso esercitato da questi ricordi in apparenza perduti rivelava l'esistenza di una mente inconscia. Sviluppa così il determinismo psicologico, dottrina secondo la quale tutti i pensieri, emozioni ed azioni hanno delle cause.
Secondo Freud l’inconscio è la parte della mente che opera al di fuori della consapevolezza cosciente e tuttavia influenza le azioni, i pensieri ed i sentimenti consci. In base a questa idea Freud elaborò la teoria psicoanalitica, un approccio che sottolinea l'importanza dei processi mentali inconsci nel plasmare sentimenti, pensieri e comportamenti.
Inoltre, il cervello può creare molti sé: in particolare, la mente è suddivisa da tre strutture, l’Es (mente pulsionale, serbatoio di energia che premeva per manifestarsi), il Super-Io (insieme di regole acquisite nel corso dell’educazione) e l’Io (che doveva mediare tra le esigenze dell’Es, principalmente dominate dal piacere, e quelle del Super-Io).
Secondo questa teoria è importante far riemergere quelle prime esperienze e mettere in luce le ansie, i conflitti ed i desideri inconsci della persona. Sviluppò così una terapia dei disordini mentali che chiamò psicoanalisi, che ha come scopo quello di far emergere il materiale inconscio e portarlo al livello della consapevolezza cosciente, così da chiarire i disturbi psicologici che affliggono il paziente.
Gli psicoanalisti interpretavano così quello che i pazienti riferivano loro, in particolare i sogni, per accedere all’inconscio. La teoria psicoanalitica suscitò molte controversie, in quanto sosteneva che per comprendere pensieri, emozioni e comportamenti di una persona si dovessero esplorare le sue prime esperienze sessuali ed i suoi desideri sessuali inconsci, temi ritenuti a quel tempo troppo scabrosi.
Tuttavia, la maggior parte degli storici considera Freud uno dei due o tre principali pensatori del XX secolo. La psicanalisi ha prodotto il suo impatto più forte sulla pratica clinica, ma durante gli ultimi quarant'anni quell’influenza si è ridotta in misura considerevole.
Per Freud le persone erano ostaggi di esperienze infantili dimenticate ed impulsi sessuali primitivi, e il pessimismo intrinseco a tale visione risultava frustrante per quegli psicologi che della natura umana avevano una visione più ottimistica. Gli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale furono animati da uno spirito molto positivo, energico e ottimista e la visione freudiana non era al passo con lo spirito del tempo.
A ciò si aggiungevano le difficoltà di sottoporre a verifica le idee di Freud, e si iniziarono a nutrire forti perplessità su molti aspetti delle sue teorie. Psicologi come Abraham Maslow e Carl Rogers divennero i capifila di un nuovo movimento che...
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