Modulo 4. Le teorie psicodinamiche dello sviluppo
Il contributo di R. Spitz e M. Mahler
Spitz fu, infatti, tra i primi ricercatori a focalizzare la sua attenzione sulle primissime fasi dello sviluppo, al fine di comprendere i normali processi evolutivi che portano il bambino ad entrare in maniera sana in rapporto con l’ambiente esterno, e dunque i fattori ambientali che ne favoriscano uno sviluppo ottimale. Secondo Spitz lo sviluppo procede inizialmente dal fisiologico al psicologico per poi transitare dal narcisismo alle relazioni oggettuali (Vegetti Finzi 1986). Ciò significa che la nascita psicologica non coincide con quella biologica, così come veniva presupposto dalle teorie psicoanalitiche, ma si snoda in tappe successive.
Spitz afferma che le esperienze emotive del bambino sono sempre strettamente legate alle esperienze e alle circostanze ambientali. A tal proposito Spitz conia i termini di ospitalismo e di depressione analitica. Le formulazioni di Spitz sono al contrario strettamente legate ai contesti ambientali in cui queste si sono presentate. Con il primo designa infatti “il complesso delle perturbazioni somatiche e psichiche provocate sui bambini (durante i primi 18 mesi) da un soggiorno prolungato in un istituto ospedaliero in cui sono completamente privati dalla madre”; e con il secondo fa invece riferimento alla possibile conseguenza di una parziale privazione affettiva che si presenta in un bambino che aveva precedentemente goduto di una normale relazione affettiva.
In questi casi viene osservato un quadro clinico nel quale il bambino passa da un’iniziale tendenza a diventare lamentoso ed esigente, al successivo rifiuto del contatto con un aumento della tendenza a contrarre malattie, fino a raggiungere stati di evidente ritardo psicomotorio. Questa sindrome tuttavia può cessare qualora venga ripristinata la situazione originaria di accudimento materno (Spitz, 1973).
L’idea di base delle formulazioni di Spitz è che lo sviluppo del bambino sia l’esito di un incontro tra il bambino che non ha ancora un’individualità ma è portatore di un programma evolutivo che prevede determinate tappe, e la madre che ha già una sua individualità che influisce chiaramente e in maniera notevole sul suo sviluppo. Per quanto riguarda le tappe dello sviluppo psichico, l’Autore ritiene che esso proceda da una fase iniziale di totale indifferenziazione, attraverso tre tappe caratterizzate ciascuna da un organizzatore, sino a uno stadio in cui la percezione dell’oggetto predispone alla relazione con l’altro e all’integrazione della personalità:
- Stadio progettuale (0-3 mesi): è lo stadio dell’indifferenziazione tra mondo interno e mondo esterno.
- Stadio dell’oggetto precursore (3-8 mesi): tale stadio è contraddistinto dalla comparsa del primo organizzatore ovvero la risposta al sorriso che dimostra secondo l’Autore la raggiunta capacità del bambino di riconoscere il volto umano e che rappresenta il prototipo delle successive relazioni sociali.
- Stadio dell’oggetto libidico (8-15 mesi): è caratterizzato dalla comparsa del secondo organizzatore, ovvero l’angoscia dell’estraneo. Questo segnala la raggiunta capacità del bambino di riconoscere il volto materno e distinguerlo da quello dell’estraneo.
- Stadio della comunicazione semantica (dai 15 mesi in poi): è caratterizzato dalla presenza, in forma di gesti o di parole, del “no” del bambino, ovvero il terzo organizzatore che manifesta una capacità oppositiva e una facoltà di giudizio che confermano il passaggio a una maggiore strutturazione e organizzazione cognitivo-affettiva del bambino.
Il modello di sviluppo a stadi proposto da Spitz, pur trovando larghi consensi attorno alla nozione di organizzatore, ha suscitato notevoli perplessità per lo scarso rilievo che ha dato alle primissime esperienze dalla nascita.
Margaret Mahler è considerata come la prosecutrice ideale del contributo dato da Anna Freud alla ricerca psicoanalitica sullo sviluppo infantile poiché ha coniugato l’interesse per la psicoanalisi clinica con lo sviluppo di un’articolata metodologia per l’osservazione dei comportamenti di neonati e bambini piccoli. Riprendendo e sistematizzando l’opera di Spitz con un maggiore rigore metodologico, l’Autrice ha offerto importanti contributi alla psicologia dello sviluppo e alla psicopatologia ad oggi ancora molto riconosciuti.
Propone uno schema evolutivo per certi versi legato alla tradizione psicoanalitica di Freud e per altri ispirato al modello proposto da Spitz. L’assunto iniziale è che il bambino alla nascita non sia in grado di differenziarsi dalla madre ma che sia piuttosto immerso in una fase indifferenziata di natura esclusivamente biologica, superata la quale subentra la “nascita psicologica” vera e propria. Le fasi dello sviluppo sistematizzate dall’Autrice sono:
- Fase autistica normale: essa caratterizza il periodo che va dalla nascita alle prime 4 settimane di vita, dove il bambino, puro organismo biologico, non ha alcuna consapevolezza degli oggetti esterni e tanto meno è capace di mettersi in relazione con essi. In questa prima fase il bambino è spinto unicamente alla soddisfazione dei sui bisogni e alla riduzione della tensione.
- Fase simbiotica: dopo la quarta settimana, si verifica una maturazione fisiologica grazie alla quale il bambino acquisisce una certa sensibilità agli oggetti esterni. In questa fase il bambino vive sé e la madre come un tutt’uno, come “unità simbiotica”.
- Fase di separazione-individuazione: si svolge dal quarto mese sino ai tre anni di vita lungo due principali linee evolutive che sono tra loro complementari e reciprocamente interagenti, ovvero la separazione e l’individuazione. La prima consiste “nell’emergenza del bambino da una fusione simbiotica con la madre”, mentre la seconda riguarda “la conquista del bambino delle proprie caratteristiche individuali”. Tale fase è articolata in 4 sottofasi, che corrispondono ad altrettanti compiti evolutivi o obiettivi specifici per ciascun periodo dello sviluppo, ovvero:
- Differenziazione: va dai 4-5 mesi sino allo sviluppo della deambulazione e corrisponde allo sviluppo di un’attività percettiva rivolta verso l’esterno; tale sottofase è caratterizzata dalla comparsa nel bambino della consapevolezza della differenza tra sé e la madre.
- Sperimentazione: il bambino a seguito della maturazione fisiologica e alla conseguente acquisita capacità di camminare a carponi, procede verso la sperimentazione del mondo esterno, rivolgendosi però sempre alla madre che svolge la funzione di “rifornimento affettivo”. In questa sottofase è importante che il bambino acquisisca un’aspettativa fiduciosa rispetto alla disponibilità della madre che lo sostenga in questa fase di esplorazione e di conoscenza del mondo.
- Riavvicinamento: dai 15 ai 24 mesi; a partire da questa fase “la relativa mancanza di preoccupazione per la presenza materna (tipica della sottofase di sperimentazione), è sostituita ora dalla preoccupazione apparentemente costante di dove si trovi la madre e dal comportamento di riavvicinamento attivo ad essa”. La Mahler interpreta queste osservazioni ipotizzando che il bambino, ormai in grado di camminare e di correre, abbia maggiore consapevolezza del suo essere separato dalla madre e che proprio tale consapevolezza provochi un aumento dell’ansia di separazione. Il bambino in questa sottofase da un lato teme di perdere la madre ma al contempo è spinto dall’esigenza di separarsi da lei. Compito adattivo principale è dunque quello dell’integrazione dell’ambivalenza affettiva dal momento che la paura di perdere l’amore dell’oggetto suscita nel bambino sentimenti di rabbia accanto a quelli di amore. Ancora di più che nelle fasi precedenti, la capacità della madre di promuovere le competenze individuali e di sostenere le spinte di separazione del figlio, pur accogliendone amorevolmente i bisogni di riavvicinamento, appare fondamentale per il sano sviluppo del bambino. Nei casi in cui le madri non riescono ad adattarsi al distacco progressivo del figlio e alle sue richieste di autonomia e di vicinanza, si manifestano “segnali di pericolo” nel normale sviluppo del bambino, come un’intensificazione dell’angoscia di separazione o al contrario frequenti e imprevedibili comportamenti di allontanamento anche in situazioni di potenziale rischio.
- Costanza dell’oggetto o dell’individualità: coincide più o meno con il terzo anno di vita e comporta il raggiungimento di due compiti evolutivi fondamentali ovvero la conquista dell’individualità e della costanza oggettuale. Per costanza oggettuale l’Autrice si rifà al concetto di permanenza dell’oggetto introdotto da Piaget per descrivere la tappa dello sviluppo cognitivo in cui, all’incirca a 18-20 mesi, il bambino è in grado di rappresentarsi un oggetto fisicamente assente; tuttavia implica qualcosa di più “del mantenimento della rappresentazione dell’oggetto d’amore assente” perché implica “l’integrazione dell’oggetto buono e dell’oggetto cattivo in un’unica rappresentazione” e quindi l’interiorizzazione della madre simbiotica, intesa come “altro” che fornisce sicurezza e vitalità.
La teoria dell’attaccamento: J. Bowlby
John Bowlby (1907-1990), psichiatra e psicoanalista inglese, le cui teorizzazioni sono considerate oggi il punto di partenza della ricerca sulla relazione madre-bambino. La formazione di Bowlby fu, sin dall’inizio, complessa. Dopo la laurea in medicina nel 1933, iniziò il tirocinio in psichiatria degli adulti e successivamente il suo percorso analitico. Fin da questo periodo Bowlby cominciava a riconoscere l’influenza dell’ambiente nella genesi delle difficoltà psicologiche e a distaccarsi dalla teoria pulsionale freudiana-kleiniana, che enfatizzava unicamente il primato del mondo fantasmatico.
Nell’articolo intitolato “L’influenza dell’ambiente nello sviluppo delle nevrosi e del carattere nevrotico”, pubblicato nell’International Journal of Psycho-Analysis nel 1940, Bowlby propose un’originalissima teoria sulla genesi delle nevrosi, nella quale i fattori ambientali nei primi anni di vita erano considerati eziologici nello sviluppo nevrotico. Si riteneva che Bowlby avesse rinunciato alle pulsioni, all’Edipo, ai processi e alle fantasie inconsce, e che desse troppa enfasi a considerazioni evoluzionistiche a scapito di un pieno riconoscimento della complessità del funzionamento simbolico. Gradualmente Bowlby si allontanò dalla Società Psicoanalitica e la teoria dell’attaccamento venne a costituirsi come una disciplina a sé.
I primi lavori di Bowlby avevano dimostrato che i bambini che facevano esperienza della separazione o della privazione provavano, non meno degli adulti, profonde emozioni di dolore; avevano, inoltre, dimostrato che gli effetti a lungo termine di queste separazioni potevano essere disastrosi e condurre da adulti alla nevrosi o alla malattia mentale. Le sue prime ricerche si focalizzarono dunque a comprendere la natura del legame di attaccamento madre-bambino. Per farlo aveva a disposizione due corpus teorici: il primo era la psicoanalisi; il secondo la teoria dell’apprendimento.
Gli psicoanalisti affermavano che le relazioni sociali dell’uomo fossero mediate da istinti biologici che spingevano il soggetto ad interagire. Essi sostenevano la teoria della pulsione secondaria, secondo la quale l’amore nasce dal bisogno soddisfatto di cibo (Freud, 1938); secondo questa concezione, gli “altri” erano fattori accidentali che acquisivano importanza solo per mezzo di un legame con le pulsioni. Il bambino imparava, dunque, ad amare la madre in virtù del soddisfacimento delle sue esigenze fisiologiche. I teorici dell’apprendimento sostenevano, invece, che il comportamento di attaccamento potesse essere interamente spiegato mediante il condizionamento operante delle risposte sociali del bambino ad opera del rinforzo sociale da parte delle figure parentali.
Osservazioni sugli animali, come quelle di Lorenz (che dimostrò come l’imprinting nei pulcini delle oche potesse svilupparsi anche senza che i giovani animali ricevessero cibo) e agli studi di Harlow sulle scimmie Rhesus (che in una situazione sperimentale avevano dimostrato che nelle scimmie la necessità di contatto fisico è un bisogno primario e indipendente da quello relativo al soddisfacimento dei bisogni fisiologici), influenzarono la teoria di Bowlby.
Bowlby affermò quindi che il bambino costruisce una relazione con i suoi caregivers non perché spinto dalla fame o da altri bisogni fisiologici legati agli istinti, ma perché geneticamente predisposto a farlo; allo stesso tempo postulò che anche nei genitori vi sia una propensione innata ad accorrere con prontezza ai segnali del figlio, anch’essa esito dell’evoluzione. Definì, inoltre, l’attaccamento come la tendenza a cercare e mantenere la vicinanza e il contatto con uno o più individui chiaramente visti e identificati come potenziale fonte di sicurezza fisica e affettiva, che si caratterizzerebbe per: la costante ricerca fisica-emotiva del caregiver; per il fatto che quest’ultimo è vissuto come punto di riferimento in caso di disagio affettivo; per la sofferenza avvertita quando ci si allontana da questo; per la certezza della sua disponibilità in caso di bisogno; e dal fatto che tutti questi comportamenti sarebbero orientati verso uno specifico individuo.
I modelli operativi interni
Basandosi sulla concezione psicoanalitica di rappresentazione, intesa come “oggetti interni”, Bowlby ha descritto i modelli operativi interni (MOI) come rappresentazioni mentali del sé, degli altri e delle relazioni, costruite a partire dal primo anno di vita come esito delle relazioni reali con le figure di attaccamento. Secondo Bowlby, i MOI avrebbero la funzione di elaborare, regolare, interpretare e predire il comportamento, i pensieri e i sentimenti relativi all’attaccamento sia del proprio caregiver che di sé.
Indipendentemente dalla qualità della relazione, i modelli operativi interni forniscono al bambino una sorta di bozza approssimativa di ciò che è possibile aspettarsi nelle interazioni con le figure di attaccamento; sono costituiti da componenti sia consce che inconsce e, di conseguenza, si ritiene possano influenzare sia i processi mentali controllati in maniera consapevole sia quelli automatici e inconsci. Tali modelli interni sono definiti “operativi” in quanto permettono di organizzare percezioni, memorie e attese nei confronti dell’ambiente, e di organizzare il comportamento in maniera coerente con queste aspettative. Definiscono “le regole anche per la direzione e l’organizzazione dell’attenzione e della memoria, regole che permettono o limitano l’accesso da parte dell’individuo a certe forme di conoscenza del Sé, della figura di attaccamento e della relazione tra il Sé e la figura di attaccamento” (Main, 1985). I modelli operativi interni tendono, infatti, ad essere conservativi, nel senso che le nuove esperienze vengono assimilate all’interno di modelli esistenti più facilmente di quanto questi modelli vengano accomodati per adattarsi alle nuove esperienze.
Le rappresentazioni interne influenzeranno la costruzione stessa delle nuove esperienze, spingendo l’individuo a ricercare attivamente, sia pure a livello inconsapevole, persone, situazioni e relazioni che corrispondano alle sue aspettative affettive. Secondo i teorici dell’attaccamento, un individuo che sperimenta cure protettive e sensibili interiorizzerà un modello operativo della figura di attaccamento come amorevole, disponibile e attenta ai suoi bisogni, e, parallelamente, un modello complementare di sé come degno e meritevole di cure. Tale condizione rappresenta una situazione di coerenza tra gli aspetti cognitivi e quelli affettivi della realtà relazionale in cui il bambino è inserito. L’interazione con figure di attaccamento disponibili e responsive consentirà al bambino di costruirsi aspettative positive sulla disponibilità degli altri nelle situazioni di minaccia, una visione positiva di sé come competente e apprezzato dagli altri, e una maggiore fiducia nella ricerca di sostegno come strumento di protezione.
Al contrario, in condizioni di accudimento negative, l’individuo svilupperà non solo modelli operativi disfunzionali ma anche importanti incongruenze. Se, infatti, il bambino vive relazioni di attaccamento non soddisfacenti, se cioè la figura -o le figure- di attaccamento non sono adeguatamente protettive, potrà sviluppare una rappresentazione scissa di sé e dell’altro, in cui alcune parti saranno accessibili alla coscienza, mentre altre saranno difensivamente escluse. Ciò, secondo Bowlby, sarebbe il risultato dell’azione del meccanismo di esclusione difensiva, ovvero di un processo di esclusione selettiva per cui gli individui non processano tutte le informazioni allo stesso livello, ma ne escludono selettivamente alcune, allo scopo di focalizzare l’attenzione su quelle maggiormente importanti (Bowlby, 1973).
L’esclusione difensiva è finalizzata a prevenire percezioni, sentimenti e pensieri che potrebbero altrimenti causare un’insopportabile ansia e sofferenza psicologica. Tale meccanismo, sebbene abbia nell’immediato una funzione adattiva di autoprotezione, può, in seguito, interferire con il necessario aggiornamento dei modelli operativi interni. Può essere sufficiente un’esperienza di attaccamento caratterizzata da eccessiva freddezza per sviluppare dei modelli operativi interni in cui il bisogno di contatto e sicurezza rimanga insoddisfatto.
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