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! i comportamenti dannosi, riteneva necessario intervenire sulle credenze soggettive, agendo

con un sistema di premi e punizioni, con il fine ultimo di modificare le condotte del singolo.

anni 70-80 si sviluppa un approccio che potremmo definire fenomenologico e socio-

•! costruzionista alla salute, esso considera che i livelli culturali di riferimento concorrono alla

costruzione dei significati e alla costruzione che il soggetto ha nei confronti di certi

comportamenti.

anni 80-90 l’attenzione viene posta non solo ai fattori soggettivi e culturali che permettono di

•! giustificare o di inibire certe scelte comportamentali, ma anche a quelli ambientali e

contestuali secondo un approccio ecologico e costruttivista.

Per promozione della salute si intende anche un metodo che si propone di sviluppare

conoscenze, ma soprattutto competenze, d’intervenire sui contesti, di mobilitare le risorse

presenti nelle comunità territoriali.

La promozione della salute prevede il miglioramento di questa, mentre l’idea di prevenzione si

limita al mantenimento dello stato di salute presente.

Nell’ambito delle politiche sanitarie l’idea di promozione nasce alla metà degli anni 70.

Marc Lalonde : a fronte di un incremento della spesa pubblica a favore dei servizi sanitari e

destinati alla cura delle malattie, non si osservò un pari incremento del benessere, introdusse il

concetto di promozione della salute per sottolineare la necessità di allargare gli interventi a

favore della salute, considerando che essa dipenda dall’interazione di quattro fattori: quelli

biologici, ambientali, legati agli stili di vita individuali e legati alla qualità dei servizi sanitari.

L’organizzazione mondiale della sanità sancisce la necessità di una promozione della salute e di

una politica volta all’equità sociale nell’ambito di uno sviluppo sostenibile, con l’obiettivo quindi

di superare una prospettiva che vede nella cultura e nella cura medica l’unico obiettivo e

riferimento, a favore invece di una politica della salute che si propone di migliorare gli ambienti

in cui le persone vivono.

Promozione della salute definita dalla Carta di Ottawa come un processo che conferisce alle

popolazioni i messi per assicurare un più grande controllo sulla propria salute e per migliorarla.

Misure volte cambiare la situazione sociale, ambientale ed economica.

Necessità di un percorso di educazione alla salute volto a motivare i soggetti a cambiare

comportamenti e stili di vita, qualora questi risultassero dannosi per l’individuo. Partecipazione

attiva di soggetti e gruppi alla pianificazione e alla implementazione d’interventi volti al

benessere sociale e sottende ancora l’idea di politiche sociali che garantiscano standard di vita

soddisfacenti a tutta la popolazione mondiale, richiamando quindi i principi d’equità sociale che

anche altri avevano sottolineato come irrinunciabili.

paragrafo 5

Il concetto di malattia include i fattori biologici, la sfera morale, dei valori e dei significati, e

dev’essere visto anche negli aspetti soggettivi, rinunciando quindi ad una concezione di malattia

come dato oggettivo e inconfutabile.

La crescita e lo sviluppo di ciascun essere umano avvengono all’interno di un vasto numero di

contesti sociali specifici che hanno un impatto profondo sullo sviluppo stesso. E’ necessario

!

!

approfondire gli studi per conoscere l’incidenza che le strutture sociali possono avere sul

decorso esistenziale delle persone e poter dirigere al meglio questa evoluzione.

Moos : ha proposto uno schema concettuale che, studiando la transazione individuo-contesto in

un ottica sistemica, considera l’intreccio tra contesto, coping e adattamento.

Si noti innanzitutto la relazione reciproca tra l’ambiente e la persona, entrambi considerati

come sistemi.

Il sistema ambiente è costituito da condizioni relativamente stabili in specifici ambiti di vita, che

includono il clima sociale, gli stressor e le risorse. Egli considera come i contesti siano sì potenti

ma, allo stesso tempo anche fragili : essi sono infatti in grado di modificare alcune

caratteristiche peculiari delle persone, quali la loro empatia, l’onestà il concetto di sé, a ma

patto che mantengano certe caratteristiche. Una delle caratteristiche dei contesti sociali, e che

ne decreta anche e il loro potere, è il clima sociale, definibile in termini di: a) qualità delle

razioni personali (le dimensioni relazionali stimano la qualità e l’interdipendenza delle relazioni

interpersonali in un setting, rilevano il livello di impegno e di coesione e di supporto sociale); b)

direzione della crescita personale ( come l’indipendenza, il raggiungimento dei compiti e la

scoperta di sé; le dimensioni della crescita personale indicano le direzioni in cui un ambiente

incoraggia il cambiamento personale e lo sviluppo); c) livello di chiarezza, struttura e apertura

al cambiamento ( le dimensioni relative al mantenimento del sistema misurano quanto il setting

sia organizzato, la chiarezza delle sue aspettative, il controllo che garantisce, oppure al

contrario, che esso esercita per mantenere l’ordine prestabilito).

Queste caratteristiche dei contesti sociali avrebbero effetti sui singoli e sui gruppi in diversi

ambiti che caratterizzano la vita quotidiana : famiglia, luogo di lavoro, contesti educativi,

comunità.

Questa relazione tra bisogni dell’individuo e richieste dell’ambiente è espressa anche dal

concetto di “accordo psicosociale” di Murrell il quale afferma che il grado di benessere percepito

dal soggetto dipenda dalla congruenza tra tra aspettative e capacità del singolo da un lato e,

dall’altro, dalle richieste che provengono dai vari sistemi e dalle risorse rese disponibili.

Il modello di Moos prevede anche la presenza di un sistema personale che interagisce con

l’ambiente. Sottolineiamo qui l’idea di considerare il soggetto come un sistema aperto in

costante interazione con l’esterno.

Il sistema personale include le caratteristiche biogenetiche del soggetto e le risorse personali

quali le abilità cognitive e intellettuali, la fiducia in sé e la competenza sociale, l’ottimismo e

l’estroversione, l’impegno e le aspirazioni.

Il modello prevede anche l’esistenza di condizioni transitorie (es. nuovi eventi di vita)

congiuntamente con gli aspetti stabili dell’ambiente, possono fornire opportunità per sviluppare

l’apprendimento e la crescita della persona oppure il suo declino.

I dati oggettivi che sono la risultante del sistema ambientale e delle condizioni transitorie,

eliminato una valutazione cognitiva e le abilità di coping. La valutazione cognitiva che viene

fatta circa la situazione e circa le proprie capacità e competenze, volte al superamento della

situazione critica, ha un influenzamento diretto a livello sia cognitivo (la possibilità di rilevare

l’entità del problema) sia comportamentale (come la ricerca di aiuto e supporto).

Le frecce nel modello mostrano che questi processi sono interdipendenti e circolari; questo sta

a significare che ogni fase prevede la possibilità di un ritorno (feedback) da e verso una

qualsiasi delle altre dimensioni, e che le persone non sono influenzate da contesto in modo

!

!

deterministico, ma interagiscono a loro volta con l’ambiente, selezionando e adattandosi

attivamente ai contesti sociali che influenzano.

Fattori personali e contestuali agiscono in congiunzione con le competenze di coping nel

contribuire alla maturazione e al funzionamento psicosociale, che diventa parte del sistema

personale nel successivo stadio di sviluppo, così come i diversi ambienti sociali si influenzano

reciprocamente.

schema di Moos

paragrafo 6

Per qualità della vita s’intende il modo in cui le persone percepiscono la loro posizione nella vita,

nel contesto della cultura e del sistema di valori in cui vivono in relazioni con i loro scopi,

attese, norme e preoccupazioni.

Keyes : specificando che il benessere psicologico genericamente inteso non è in grado di

restituire l’idea di un soggetto in merito in un contesto, propone il concetto di “benessere

sociale”, definito come la valutazione delle proprie condizioni di vita e del proprio

funzionamento nella società. L’idea di benessere quindi non comporta solamente un’esperienza

soggettiva basata sull’autorganizzazione, su una valutazione positiva della propria vita e sul

proprio futuro, ma contempla anche il sentimento di far parte di un collettivo, in cui sia possibile

sperimentare positive relazioni sociali e intensi legami di reciprocità.

Gli aspetti psicosociali della salute evidenziano come il benessere sia costituito che da altre

dimensioni che non sono così facilmente quantificabili come alcuni parametri fisici. E’ noto infatti

che contesti sociali caratterizzati da alto livello di supporto, appartenenza, coesione,

cooperazione e fiducia contribuiscono al benessere sociale e individuale, mentre l’esistenza di

legami sociali deboli è alla base di molti problemi sociali.

Heller : evidenzia come gli interventi sociali e d comunità abbiano la necessità di porre una

maggiore attenzione alle strutture e al funzionamento dei ruoli sociali.

!

!

Maton : alla base delle cause dei maggiori problemi sociali vi sono gli ambienti sociali, e non i

deficit biologici e psicologici; povertà scarso supporto sociale, violenza sarebbero tra le cause

dei problemi sociali urbani quali fallimento scolastico, delinquenza, violenza giovanile. Se si

assume questo principio, ne deriva che per contrastare l’insorgenza di certe situazioni

problematiche sia necessario trasformare l’ambiente sociale.

Come aveva già rilevato Lewin, un cambiamento si affronta analizzando le resistenze che si

frappongono tra la situazione data e quella auspicata e lo stesso Lewin afferma come un

cambiamento implichi sempre un cambiamento di norme e di valori e che pertanto sia

necessaria una rottura dell’equilibrio facendo “scongelare” le norme esistenti e stabilizzare la

nuova situazione, “ricongelando” il nuovo sistema valorizzare, per creare un nuovo equilibrio.

Syme e Berkman : hanno rilevato che le classi sociali inferiori hanno un maggior percentuale di

mortalità , morbilità e disabilità su un vasto ambito di malattie, ma sono ancora largamente

sconosciti i motivi per cui le condizioni ambientali e sociali influenzano la mortalità, la morbilità

e il benessere psicologico.

L’ottica della prevenzione è stato uno degli aspetti messi in luce già dalla conferenza di

Swampscott, enfatizzando quindi modalità di intervento preventive piuttosto che limitare gli

interventi a un’ottica curativa.

L’ottica preventiva, in un contesto psicosociale, deve essere vista coni suoi limiti seppure

necessaria. Si tratta cioè di superare un’ottica basata sulla malattia, sul disagio, sul problema,

in quanto prevenire significa intervenire prima che il problema si ponga; essa sottende quindi

un’ottica che prevede la possibilità di un problema, come se il rischio fosse sempre dietro

l’angolo, ed è quindi necessario proteggerci, appunto prevenire la possibilità di incontrare un

problema.

CAPITOLO 4

Nel linguaggio comune, termini quali “devianza”! e “criminalità”! indicano comportamenti

inconsueti, qualificando come deviante un atto che viola una regola. Un comportamento anormale

indica un comportamento strano. Si può! definire un atto, o una persona come deviante o a-

normale poiché!esiste un modello di normalità.

La non normalità! o la stranezza caratterizza però! anche fenomeni creativi: è! da questi che

prendono le mosse nuove tendenze stilistiche nelle diverse forme artistiche.

L’aspetto connesso alla patologia si riferisce all’idea di malattia. I confini tra normalità! e a-

normalità!sono piuttosto labili e difficili da definire, per quanto il Dsm abbia cercato di risolvere il

problema scientifico della validità!e dell’affidabilità!diagnostica.

L’analisi fenomenologica rifiuta una distinzione a priori tra normale e patologico, rilevando che

una caratteristica intrinseca della malattia mentale è!proprio nel non poter essere spiegata e nel

resistere a ogni comprensione.

Comportamento deviante: è! quel comportamento che tende a violare le aspettative

istituzionalizzate di una data norma sociale.

L’eziologia della devianza è!stata affrontata da diverse scuole di pensiero:

Scuola classica(XVIII sec): considerava l’essere umano dotato di libero arbitrio e in grado

! di scegliere i propri comportamenti, quindi una condotta criminale era considerata

conseguenza di un calcolo di costi e benefici.

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! Scuola positiva(‘800): rifiuta l’idea del libero arbitrio e accoglie l’idea di un determinismo

! biologico, attribuisce a questo le cause del comportamento delinquenziale => Lombroso

Durkheim: fu tra i primi a considerare la devianza un fatto sociale, funzionale alla stessa

! evoluzione dell’organizzazione sociale.

Il comportamento deviante è!da intendersi in relazione al contesto in cui è!presentato.

I processi di categorizzazione e attribuzione di responsabilità! condizionano non solo il tipo

d’intervento prefigurato, ma ingenerano e rinforzano stereotipi e pregiudizi che sarebbero alla

base di un processo di etichettamento sociale.

Una prospettiva interessante con cui guardare ai comportamenti a-normali è!quella proposta da

alcuni sociologi appartenenti alla Scuola di Chicago, detti neochicagos. Ci si riferisce alla

labelling theory o etichettamento sociale, che ha le sue radici nell’interazionismo simbolico.

L’approccio interazionista allo studio della devianza costituisce un superamento dell’ottica

struttural-funzionalista.

Il funzionalismo ha contribuito allo studio dei fenomeni devianti approfondendo 2 ordini di

questioni:

1.! Aspetti positivi della devianza: la devianza svolge un ruolo positivo nel mantenimento

dell’ordine sociale poiché!rafforza la coscienza collettiva. La devianza rinforza la solidarietà!

aggregando l’opinione pubblica attraverso l’individuazione di una condanna comune nei

confronti del deviante e permette di delineare i confini alla morale.

2.! Fenomeno dell’anomia: si considera che esso sia alla base della devianza intesa come

assenza di norme. Merton modificò! l’idea di anomia, considerandola coma una

conseguenza di un divario strutturale tra le mete che la società! propone e i mezzi

disponibili per il raggiungimento delle mete stesse. Questo divario produrrebbe una

tensione sociale permanente, la cui risposta può!essere di 2 ordini: conformismo o non

accettazione dell’ordine costituito, che si può! esprimere in innovazione o rinuncia.

L’innovazione consiste nel perseguire fini accettabili, ma con mezzi illegittimi, mentre la

rinuncia consiste nel rifiutare sia i fini sia i mezzi convenzionali.

3.! Un'altra possibilità!prevista dal modello Merton!è!la ribellione, intesa come sostituzione,

sia delle mete sia dei mezzi, con mete e mezzi alternativi.

I teorici dell’etichettamento rifiutano l’idea che la devianza sia una qualità!intrinseca di un certo

modo di agire o di un modo di essere. Essi, considerando la devianza un processo

d’interpretazione, ritengono che la variabile importante sia l’opinione pubblica.

Questo approccio riscosse molto successo in America negli anni ’60.

La labelling theory è!una prospettiva tesa a sensibilizzare, p un modo criticare e spiegare gli abusi

del potere. Essa s’interroga sui motivi per cui certe persone sono stigmatizzate più!

frequentemente di altre, attribuendo a questo fenomeno la causa all’origine della devianza.

Secondo Becker, la devianza è!creata dalla società, ovvero i gruppi sociali creano la devianza

stabilendo le regole la cui infrazione costituisce la devianza e le persone vengono etichettate

come outsiders. Egli ritiene che tutti gli individui vivano degli impulsi devianti, ma non

necessariamente questo significa che tutti agiranno in modo deviante.

Matza considera che tutti siano legati al sistema dei valori dominanti. È!attraverso delle tecniche

di neutralizzazione che i soggetti bloccano o sospendono la loro adesione ai valori dominanti. La

stabilizzazione della devianza sarebbe causata da un processo di etichettamento sociale.

L’idea in base alla quale il deviante è!considerato un soggetto in grado d’azione autonoma risale

a Lemert. Egli non considera solamente le reazioni sociali alla devianza, ma anche le reazioni

!

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che il processo di etichettamento può!avere sull’individuo. Questi, nel momento in cui compie un

atto deviante, non valuta le conseguenze che questo atto potrà!avere sulla propria immagine.

Il percorso verso la devianza secondaria è!visto come un insieme di reazioni a catane che inizia

con un comportamento deviante che ingenera una serie di effetti a livello sociale che, a loro volta,

producono ulteriore comportamento deviante.

Lemert, Becker, Cicourel, Goffman e Matza sono riconosciuti tra i principali esponenti della

labelling theory . la devianza primaria si riferisce a un atto temporaneo che si discosta da certi

valori/norme. La devianza secondaria sarebbe il prodotto di un processo d’etichettamento in base

al quale una persona viene considerata e riconosciuta come deviante.

Un comportamento deviante diventa un caso di devianza secondaria nel momento in cui le

agenzie di controllo sociale creano esse stesse la devianza attribuendo il titolo di devianza a chi

si è!allontanato.

La teoria del’etichettamento si occupa di indagare la costruzione di significato dell’atto deviante

e le relative conseguenze. Il suo limite risiede nel fatto che si tratta di un modello teorico che non

approfondisce l’origine di un atto deviante. Questo modello teorico focalizza la riflessione

sull’ambiente circostante.

Goffman aveva introdotto il concetto di istituzioni totali e aveva condotto un’analisi di critica

sulle istituzioni chiuse che limitano o impediscono qualsiasi tipo di scambio e contatto con il

mondo esterno. 5 differenti tipi d’istituzioni totali:

1.! Quelle che tutelano soggetti incapaci;

2.! Quelle che tutelano soggetti incapaci, ma che rappresentano allo stesso tempo un pericolo

per gli altri;

3.! Quelle che hanno la funzione di proteggere la società, rinchiudendo persone che

potrebbero minacciare l’ordine sociale;

4.! Quelle create per svolgervi una certa attività;

5.! Luoghi completamente staccati dal mondo.

Le caratteristiche che le accomunano sono istituzioni all’interno delle quali le persone vivono tutti

gli aspetti della loro vita, le attività! sono obbligatorie e tutte le attività! sono strutturate e

organizzate in modo rigido e regolare. Tra il gruppo dei controllori e gli internati c’è!una scarsa o

nulla mobilità!sociale.

Le istituzioni totali espropriano il soggetto di autonomia e privacy e questo ha a sua volta delle

ripercussioni sull’identità!delle persone. Sono persone disempowered, cioè!private della possibilità!

di determinare qualsiasi azione.

L’esperimento noto come “la prigione di Stanford”(Zimbardo) ha ulteriormente dimostrato come

il contesto, assieme al ruolo, modifichi profondamente i comportamenti delle persone.

Per quanto riguarda le strutture penitenziarie, è!noto quanto esse risultino inefficaci sia da un

punto di vista preventivo che riabilitativo. L’esperienza carceraria andrebbe a consolidare e a

rendere più! saliente l’identità! deviante. Il sistema penale sta oggi attuando nuove modalità!

d’intervento: rieducativo e riparativo(risanare il conflitto fra le parti).

Nell’ambito della giustizia minorile sono state individuate ulteriori alternative alla detenzione, il

cui obiettivo è!da un lato quello di evitare i rischi di una stigmatizzazione causata da un contatto

con le strutture penali, dall’altro di contribuire all’educazione del minore attraverso

un’acquisizione di responsabilità!e favorire percorsi di socialità. Questa modalità!costituisce una

forma innovativa d’intervento basata sulla destigmatizzazione e sulla responsabilizzazione del

minore.

!

!

Tali interventi innovativi, esprimono la necessità!di contrastare il comportamento del deviante.

Il comportamento anormale è!il risultato di una interazione dinamica tra le persone e il contesto

sociale. Negli anni ’50/60 vi è! una critica che riguarda le modalità! diagnostiche utilizzate, ma

soprattutto i metodi di cura. La carriera morale del malato mentale è!determinata dall’essere

ospedalizzato.

Goffman osserva che quando il soggetto viene dimesso dall’istituzione totale, dimentica molto

facilmente le limitazioni subite e non fa fatica a riprendere le abitudini precedenti. Egli sarebbe in

grado di riconquistare un proprio ruolo, ma spesso ciò!gli è!ostacolato dal contesto sociale. Una

volta che un soggetto viene ricoverato perderà! per sempre la propria posizione: è! la

stigmatizzazione.

La devianza è!uno status sociale creato in risposta a una richiesta di conformità!sociale.

Szasz attribuisce una rilevante responsabilità!al processo diagnostico come possibile causa di

stigmatizzazione sociale. Anche Hollingshead e Redlich sfidano l’idea di una neutralità!sociale

delle pratiche psichiatriche e propongono una modalità!alternativa d’intervento che non generi

quel fenomeno stigmatizzato definito biasmo della vittima. Nel momento in cui il problema verrà!

riconosciuto come una patologia individuale, ne deriveranno forme di trattamento che mirano a

un cambiamento del singolo.

Ryan ritiene che nel momento in cui le stesse vittime accettano la definizione dei problemi

esclusivamente in termini individuali, contribuiscono a rinforzare il processo di biasimo.

Sarebbe opportuno promuovere azioni di cambiamento che coinvolgano istituzioni, contesti

sociali.

Si possono individuare delle prospettive con cui la teoria dell’etichettamento ha considerato la

malattia mentale: una più!estrema e radicale: considera come la malattia mentale cronica possa

essere creata semplicemente nell’ambito della violazione di norme secondo un processo di causa-

effetto per cui s’innesca il processo d’etichettamento che stabilizza il disturbo psichico secondo la

disabilità!sociale.

Scheff si è!occupato della malattia mentale e ipotizza che in certe circostanze l’atto o gli atti di

rottura delle regole possono portare una persona all’attenzione pubblica. Se un atto di devianza

primaria segue una risposta sociale, il soggetto integrerà!il ruolo deviante.

La definizione di sé! come deviante viene ulteriormente rinforzata qualora il soggetto venga

affidato a una struttura deputata alla cura. Questo genera un meccanismo d’autocategorizzazione

di malato mentale rinforzata da soggetti. Il potere dell’esperto condiziona non solo pensieri e

atteggiamenti, ma anche comportamenti eticamente dubbi.

Gli studi di Milgram confermano quanto le condizioni ambientali possano colpire e condizionare

ancora più!facilmente soggetti che presentano una fragilità!di base.

Le persone che vengono trattate dal sistema psichiatrico hanno rotto quelle che Scheff definisce

regole residuali, cioè!quelle norme sociali che permettono di definire la qualità!di una condotta e

la cui violazione permette di definire quel comportamento come bizzarro o strano. La malattia

non esiste se questa non ha conseguenze sociali.

Le variabili che concorrono alla stabilizzazione della devianza nel sistema sociale. Sheff identifica

le seguenti:

•! Visibilità! del comportamento: quando la rottura delle regole è! evidente e pertanto

riconosciuta come tale che si produrrà!un etichettamento sociale. Il ricovero costituisce un

ulteriore elemento che rinforza la devianza secondaria. Coloro che sono ricoverati

presentano sintomi più!gravi e maggiormente persistenti nel tempo rispetto a coloro che

invece non sono stati costantemente in contatto con le strutture sanitarie.

!

! •! Il potere e lo status sociale dell’attore sociale: comportamenti bizzarri messi in atto da

una persona di potere e di prestigio difficilmente vengono considerati reazioni patologiche

che necessitano di un intervento psichiatrico.

•! Il livello di tolleranza: assunto da una comunità!nei confronti del comportamento deviante.

•! La disponibilità!di regole non devianti alternative: Scheff fa riferimento a situazioni in cui

il comportamento particolare produce un aumento di status del soggetto.

Sheff pone attenzione alla persistenza dello stigma che accompagna l’ex paziente anche quando

viene dimesso dalla struttura psichiatrica. Lo stigma contribuisce a mantenere la persona nel

ruolo di paziente. La possibilità!di ricostruirsi un nuovo ruolo sociale rischia di essere pregiudicata

dal suo passato e questo può! contribuire a cronicizzare il problema mentale, che significa

stabilizzare definitivamente la carriera di deviante.

La teoria dell’etichettamento sociale non è! stata esente da critiche ed essa non è! in grado di

spiegare alcuni fenomeni discordanti rispetto a questo teorizzato. Un altro aspetto che la teoria

non considera è!il diverso decorso che assumono differenti disturbi. I teorici dell’etichettamento

non pongono attenzione al comportamento iniziale, ma solamente alle conseguenze che

l’etichettamento produce.

Diagnosi: l’attribuzione a un certo comportamento disadattivo una categoria diagnostica sulla

base di un’analisi scientificamente accertata.

L’ottica costruttivista ritiene che le diagnosi psichiatriche siano nella mente degli osservatori e

non sempre esprimiamo una sintesi reale delle caratteristiche mostrate dai soggetti osservati.

Rosenhan fece un esperimento: Egli si chiese se gli elementi che conducono alla formulazione

di una diagnosi che si collocano nel soggetto sofferente, ed è! quindi possibile formulare una

diagnosi che rileva un disfunzionamento oggettivo del soggetto. Egli intende rilevare se persone

senza problemi particolari, ricoverate presso un ospedale psichiatrico, vengono riconosciute dal

personale sanitario come sane e quale diagnosi e trattamento viene loro riservato. Una volta

individuate le istituzioni ospedaliere, il finto paziente telefonava all’ospedale per un

appuntamento. I soggetti descrivono la loro vita reale, mentendo solamente sui sintomi e

modificando il loro nome e la loro professione. Sulla base del colloquio, il personale sanitario

procedeva alla formulazione della diagnosi. Una volta ricoverati, i soggetti cessarano

immediatamente di simulare qualsiasi sintomo d’anormalità; i rapporti clinici degli infermieri

confermarono che i pazienti si dimostravano collaborativi e non mostravano alcun tipo di disturbo.

Il loro comportamento, dagli altri pazienti era diverso perché!loro scrivevano frequentemente,

annotando le loro osservazioni circa la vita in reparto.

Il comportamento dei pseudopazienti era talmente normale al punto che alcuni ricoverati

espressero qualche perplessità, mentre la loro attività! di scrittura veniva vista dal personale

infermieristico come una manifestazione comportamentale del disturbo. I soggetti furono dimessi

con remissione, ovvero al soggetto è!stata riconosciuta una qualche patologia e questa etichetta

gli resterà.

Secondo Rosenhan il non riconoscimento di sanità!dei pseudopazienti è!dovuto a un errore tipico

dei medici, che tendono a definire malata una persona sana piuttosto che viceversa.

Questo esperimento dimostra come il fenomeno dell’etichettamento in riferimento alla malattia

mentale origina all’interno della stessa struttura preposta a valutare e diagnosticare il

comportamento. Ciò! che provoca il processo d’etichettamento è! il contesto specifico che

contribuisce alla costruzione sociale della realtà.

L’etichetta di matto o schizofrenico è!così!potente da annullare la salienza di altre caratteristiche.

!

!

Un problema sociale esiste quanto è!costruito socialmente. L’approccio funzionalista ritiene che il

problema sociale esista nel momento in cui questo equilibrio viene minacciato o non rispettato;

l’approccio normativo non considera la disorganizzazione o disfunzione della società!come criterio

per riconoscere un problema sociale. Secondo l’approccio oggettivo, un problema sociale sussiste

qualora le condizioni obiettivamente date non possono essere ignorate. L’approccio soggettivo

considera che la realtà!viene percepita dai soggetti.

CAPITOLO 5

Stress: nome attribuito a ogni agente o stimolo dannoso che, agendo sull’organismo, ne provochi

una reazione capace talora di dare origine a manifestazioni morbose. Questo termine è!nato nel

XVII secolo nell’ambito delle scienze fisiche. Lo stress sarebbe esercitato da un carico e la bontà!

della struttura sarebbe determinata dalla sua capacità!di sopportare questa tensione.

Selye, nel 1956 studiò!la risposta fisiologica a ciò!che minaccia l’omeostasi dell’organismo. Queste

riflessioni si rifanno ai primi lavori di Bernard, secondo cui gli organismi viventi regolano il loro

ambiente interno in risposta all’ambiente esterno, e a quelli di Cannon, a cui dobbiamo la

definizione di omeostasi. Selye chiamò!stress la risposta fisiologica e stressor la causa esterna

fonte di stress. Nel 1956 formulò!la General Adaptation Sindrome(GAS), cioè!sindrome generale

d’adattamento, un modello teorico che prefigura 3 stadi:

•! Fase di allarme: preparazione dell’organismo affinchè! siano attive le risorse preposte

all’attacco o alla fuga.

•! Fase di resistenza: se l’attacco o la fuga hanno successo l’omeostasi dell’organismo viene

ripristinate.

•! Fase d’esaurimento: l’organismo è!seriamente compromesso e non riesce più!a rispondere

in alcun modo a nessuna richiesta.

Lo stress non è! necessariamente un fenomeno da evitare, a questo proposito si distingue in

distress(stress cronico) ed eustress (indica una condizione caratterizzata da sensazioni positive

e gratificanti => stress momentaneo).

Il modello Selye non considera gli aspetti psicologici, l’interesse del suo lavoro risiede nel

dimostrare modalità!di risposte fisiologiche a eventi esterni.

Più!recentemente lo stress è!considerato invece come una transazione tra la persone e l’ambiente:

noto è! il modello transazionale proposto da Lazarus, secondo cui l’individuo non risponde

passivamente agli stimoli.

Classicamente gli eventi stressanti vengono distinti in normativi, si riferiscono a eventi che fanno

parte della vita di molte persone(eventi naturali, scelti e programmati), e non normativi, si

riferiscono a eventi rari o inattesi. Un’ulteriore classificazione di eventi stressanti distingue tra

eventi esterni, cioè!provenienti dall’ambiente, ed eventi interni, connessi a una fase particolare

della vita.

Tutti gli eventi stressanti prefigurano un cambiamento, una fase di passaggio da una condizione

esistenziale a un’altra. Si riferiscono a situazioni che mettono alla prova la capacità!d’adattamento

del soggetto.

Coping: sta ad indicare un processo adattivo che impegna il soggetto nel superamento di una

situazione stressante, in modo da eliminare, ridurre o tollerare la situazione stessa. I primi studi

sul coping risalgono agli inizi degli anni ’60, quando la psicologia comincia a occuparsi dei processi

che guardano all’essere umano in modo attivo. Nell’ambito degli studi sul coping è!necessario

distinguere tra:

•! Strategie di coping: le modalità!con cui un soggetto affronta la situazione.

!

! •! Stili di coping: considerati tendenza stabili di personalità.

•! Risorse di coping: tutto ciò!a cui il soggetto può!fare riferimento per affrontare la situazione

problematica.

Il coping è!considerato strettamente legato al contesto. Lazarus distingue tra un coping volto a

modificare la situazione problematica e uno indirizzato a trasformare le reazioni emotive

conseguenti allo stress. In presenza di un evento potenzialmente portatore di stress, il soggetto

valuta la situazione, giudicandone la gravità!e anche le possibilità!e le risorse di cui dispone per

affrontare la situazione. Una successiva e ulteriore fase di valutazione ha inoltre la finalità! di

verificare l’efficacia dei risultati e decidere i successi processi di azione.

Stimulus-based: la frequenza o l’intensità!dello stressor.

Response-based: la difficoltà!di misurare lo stress in quanto processo.

Le ricerche stimulus- based si sono sviluppate in particolare negli anni ‘60/70 con l’obiettivo

d’individuare le situazioni esistenziali più!stressanti(cambiamento e nuovo adattamento).

Holmes e Rahe hanno sistematizzato uno strumento per misurare lo stress, la SRE(Schedule of

recent experience); esso permette di misurare lo stress ottenuto dal soggetto sulla base del

numero di esperienze che il soggetto dichiara d’aver vissuto in un certo arco di tempo facendo

riferimento alle 43 situazioni contenute nel test. Il limite di questo strumento è!stato soprattutto

quello di non considerare la variabilità! estrema che poteva esserci all’interno delle numerose

occasioni stressanti previste. Gli autori hanno successivamente modificato la SRE in SRRS(social

readjustment rating scale) che pesava ciascun evento sulla base del riadattamento o

cambiamento necessario percepito dal soggetto.

Vi sono state numerose critiche nei riguardi di questi strumenti e s’individuano 2 blocchi tematici:

uno interessato a studiare le cause sociali e ambientali che provocano malattia, disagio, stress;

l’altro interessato a studiare le capacità! e le risorse individuali di cui il soggetto dispone per

superare situazioni di stress.

La relazione tra stress e malattia non è! semplice da rilevare, ma essi possono avere delle

ripercussioni serie sulla salute, sia mentale sia fisica.

Quindi approfondire lo studio delle situazioni di vita, delle diverse esperienze sociali e delle diverse

risorse a cui i soggetti, individuali e collettivi, possono avere accesso distinguendo gli stressor

causali(coinvolgono i gruppi sociali), dagli stressor sistematici(sono legati all’allocazione sociale

e/o alle esperienze dei gruppi sociali).

Alcuni dati sembrano dimostrare che elevati livelli di distress e disordine psicologico osservati in

persone di basso status possono essere attribuiti alla loro grande esposizione a eventi di vita

stressanti.

Crisi: ogni rapido cambiamento o evento che il soggetto non può!evitare; è!cioè!una situazione

che si impone al soggetto e che altera in qualche modo le sue condotte. La crisi pertanto indica

solamente aspetti ed eventi negativi, ma la risoluzione di una crisi può!portare a un miglioramento

generale delle condizioni esistenziali e a un’acquisizione di competenze.

Agli inizi del XX secolo Jasper definisce la crisi un momento di cambiamento improvviso, da cui

l’individuo può! uscire trasformato positivamente, oppure può! scivolare verso una totale

decadenza. Una situazione di crisi può!risvegliare vecchi problemi personali.

Essa mette alla prova non solo le risorse materiali, fisiche o psicologiche del soggetto, ma anche

quelle dei suoi familiari e di coloro che compongono la sua rete di sostegno sociale.

La teoria di crisi ha origine con Lindeman, che fu chiamato a intervenire con i parenti e conoscenti

di molte vittime di un incendio in una discoteca di Boston. È!attraverso questo esperimento che

rilevò!che le persone dovevano affrontare un grande lavoro per elaborare il distacco dalle persone

!

!

decedute, per riadattarsi all’interno di un contesto anch’esso provato dai numerosi decessi e

formare nuovi attaccamenti e relazioni. Lo stato acuto di una fase di crisi dura al massimo un

paio di giorni. In ogni caso si può!affermare che siamo in presenza di uno stato di crisi se la

situazione di turbamento persiste per un lasso di tempo relativamente breve. Esso a sua volta è!

divisibile in 2 fasi: l’impatto iniziale, cioè!il riconoscere di essere di fronte a una situazione che

richiede una risposta e l’emergere della tensione, fase in cui il soggetto mette in atto le sue

abituali strategie di problem solving.

L’intervento sulla crisi ha la finalità! di ridurre i danni di eventi stressanti e assume alcune

caratteristiche particolari: è!un intervento focalizzato sul problema; è!astorico, nel senso che non

analizza la storia profonda del soggetto; è!un intervento limitato nel tempo.

Oggi il concetto di crisi rientra all’interno di una definizione più!generale di stress e di stressful

life events.

Stressor traumatici: sono quegli eventi che eludono i meccanismi attraverso cui normalmente

interpretiamo le nostre reazioni, ordiniamo le nostre percezioni del comportamento altrui e ci

creiamo schemi di interazione con la realtà.

Essi si possono differenziare sulla base della durata e della scansione temporale:

a)! Eventi con una durata limitata nel tempo;

b)! Stressor sequenziali che hanno un effetto cumulativo;

c)! Condizioni che portano il soggetto a subire un’esposizione prolungata allo stimolo.

Gli studi che si sono occupati dell’impatto che le esperienze ad alto rischio di stress hanno sulle

persone risalgono agli inizi del ‘900.

Shock da proiettile: disturbi psichiatrici che si ritenevano fossero causati da una prolungata

esposizione ai bombardamenti.

Alle reazioni provocate da eventi bellici viene data l’etichetta di disordine da stress post-

traumatico, la cui definizione compare nel 1980 nel DSM.

Un’esperienza traumatica va a minare il senso di sé!del soggetto e la prevedibilità!del mondo;

essa è!spesso caratterizzata da reazioni quali senso d’impotenza e d’inadeguatezza e anche di

minaccia per la vita del soggetto.

Lo stesso Dsm-IV rileva che soggetti sottoposti a certe condizioni d’instabilità!sociale e di conflitto

civile presentano percentuali più!elevate di disturbo post-traumatico da stress.

In Italia si designa l’ottica psicologica interessata a questo tema con il nome di psicologia delle

emergenze(società!italiana di psicologia delle emergenze). Essa si pone come specifica finalità!

quella di preservare innanzitutto l’equilibrio psichico delle vittime, dei parenti e dei soccorritori

dell’azione psicolesiva degli eventi shock.

Disastro: “cattiva stella”; essa è!diventata d’uso comune a partire dal XVI secolo, quando una

diffusa credenza astrologica attribuiva la causa dei maggiori eventi a fattori esterni all’essere

umano e alla natura. Oggi questo termine è!utilizzato per descrivere differenti fenomeni, e non

solo le calamità!naturali, ma anche le catastrofi provocate dalla tecnologia e dalle industrie e le

guerre.

La percezione di poter controllare la situazione è!un fattore che riduce o elimina la percezione di

stress e disagio e che permette più!facilmente al soggetto d’individuare le strategie di coping più!

adatte. Disastro naturale= mancanza di controllo; disastro tecnologico= perdita di controllo.

Le tipologie di disastro ci interessano nella misura in cui possono incidere sui diversi modi con cui

soggetti e individui rispondono a stress estremi. Le persone differentemente coinvolte vengono

distinte in vittime di primo grado(individui direttamente interessati), vittime di secondo

!

!

grado(soggetti che sono stati coinvolti indirettamente)e vittime di terzo grado(i soccorritori e le

varie figure professionali che intervengono nelle operazioni d’aiuto).

Prevenzione primaria: si riferisce a interventi rivolti agli operatori preposti a intervenire in

situazioni particolari. Adeguata formazione.

Prevenzione secondaria: s’intendono gli interventi volti a identificare il problema e a limitare i

danni.

Prevenzione terziaria: contempla gli interventi volti a eliminare o ridurre il rischio di una

invalidità!sociale cronica.

Il soccorritore incontra delle situazioni che creano reazioni emotive profonde; identificazione con

le vittime, senso d’impotenza e di colpa, la paura dell’ignoto e le reazioni fisiologiche sarebbero

tra le principali cause di stress del lavoro di soccorso.

Diverse sono le fasi che connotano l’intervento e ciascuna di esse impegna differentemente i

soccorritori, a livello sia pratico sia psicologico. Silverstein ha individuato le seguenti:

•! Prodromi: avvertimento e la preparazione dell’evento, ridurre l’impatto dello shock.

•! Cataclisma: gli operatori del soccorso sono concentrati nel prepararsi ai loro rispettivi

compiti e ruoli;

•! Soccorso: fase caratterizzata da operazioni di salvataggio molto dure. Il blocco delle

emozioni in questo caso costituisce un meccanismo protettivo che permette ai soccorritori

di continuare a operare.

Utile a tal fine è!anche una sorta di solidarietà!reciproca tra pari, che può!sostenere il morale delle

persone:

•! Recupero: in questa fase l’aspetto principale da considerare per gli operatori del soccorso

è!un’appropriata assistenza psicologica volta a prevenire l’insorgenza di disturbi psicologici

importanti. In Italia solo ora si sta affacciando la necessità!di una preparazione psicologica

che aiuti i soccorritori a far fronte alle emozioni vista la gravità! delle situazioni che

incontreranno.

Nella fase successiva alla manifestazione dell’evento catastrofico, uno degli obiettivi principali

dell’intervento psicologico a favore delle vittime di un disastro è!quello di prevenire la comparsa

di disturbi che rischiano di diventare cronici.

L’incidenza della depressione successiva a una tragedia dipende sia da fattori individuale sia

collettivi. I soggetti a maggior rischio di depressione sono coloro che nel corso della prima

settimana successiva all’evento, hanno messo in atto strategie di evitamento e d’intrusione.

Turnbull e McFarlane sottolineano che gli individui traumatizzanti cercano aiuto, non terapia e

hanno bisogno di sentirsi liberi, guidati e responsabilizzati per poter realizzare con successo il

loro compito.

Locus of control: contribuisce o meno alla pianificazione, e conseguente messa in atto, di

strategie tra il soggetto e il contesto.

La percezione della causalità!dell’evento non è!irrilevante: una cosiddetta tendenza fatalistica nei

confronti degli eventi porta il soggetto verso un’attitudine passiva o di impotenza appresa.

Ottimismo irrealistico: è! una percezione illusoria d’invulnerabilità! personale, cioè! l’idea di

essere fortunati e d’andare incontro a un futuro più! roseo rispetto ad altre persone. Esso,

introdotto da WEinstein nel 1980, è!sostanzialmente un bias cognitivo a favore del Sé!secondo

cui si ritiene che i risultati positivi accadranno molto più!probabilmente a se stessi che ad altri,

mentre si ritiene che i risultati negativi accadranno molto più!probabilmente ad altri. (svantaggio=

sottovalutazione del rischio)

Anche l’ottimismo irrealistico, come il fatalismo, può!costituire pertanto un ostacolo all’azione.

!

!

Molti studiosi sono concordi nel considerare il coping un processo di mutamento. Nel caso di

eventi traumatici, le strategie di evitamento sono funzionali nella fase iniziale in quanto avrebbero

una funzione protettiva. Questa strategia, se protratta nel tempo, perde il suo valore funzionale,

diventando invece un ostacolo a una possibilità!di reagire alla situazione.

Le reazioni della collettività!non possono prescindere dalle fasi stesse del disastro, che sono state

così!individuate da Cattarinussi e Pelanda:

•! Fase d’impatto: accadimento vero e proprio;

•! Fase d’emergenza: è!caratterizzata dai primi interventi di soccorso volti a ripristinare la

funzionalità!di base della comunità;

•! Fase di ricostruzione: insieme di strategie messe in atto da diverse agenzie e

organizzazioni per ricostruire la comunità.

Un’ulteriore distinzione può!essere fatta specificando le reazioni emozionali e le risposte della

comunità(secondo il center for mental health services):

•! Fase eroica: i soggetti sono spinti a mettere in atto azioni eroiche e riconoscono nei

familiari e nei gruppi di soccorso risorse sociali indispensabili;

•! Fase della luna di miele: emozioni derivate dall’aver condiviso esperienze forti e difficili

con altri e di essere riusciti a superarle.

•! Fase di disillusione: i sentimenti di condivisione che caratterizzano i legami tra le persone

nella fase precedente s’indeboliscono ed emergono sentimenti di rabbia e delusione

conseguenti a una carenza percepita nelle azioni di soccorso.

•! Fase di ricostruzione: le emozioni negative vengono sostituite dalla consapevolezza della

necessità!di agire direttamente per risolvere i problemi.

La comunità! nel suo insieme ha necessità! di essere supportata lungo tutto il processo della

ricostruzione. L’aiuto prestato da amici, familiari e il sostegno emotivo che da essi può!derivare

costituiscono una protezione dal trauma.

L’attaccamento al gruppo si consolida quanto più!è!minacciato dall’esterno(come diceva Freud nel

1926). Un pericolo esterno risalda e solidifica i legami gruppali, riuscendo talvolta a stemperare

conflitti interni a favore di un obiettivo comune sovraordinario.

Un altro fattore protettivo è!costituito dall’inserimento in un tessuto culturale forte e consolidato.

I soggetti maggiormente inseriti nel tessuto culturale di riferimento usufruiscono di una rete di

supporto più! significativa e sono anche maggiormente dotati di strumenti e risorse volti a

prevenire un evento traumatico.

Il tessuto culturale fornisce ai soggetti non solo sostegno sociale, ma anche strumenti per una

costruzione, o rafforzamento, dell’identità!sotto forma di norme e valori condivisi e per il supporto

a una capacità!progettuale che rischia di essere pesantemente minacciata.

I bisogni psicologici delle vittime entrano in conflitto con le esigenze della rete sociale. Questo

può!accadere perché!diversi sono i significati che le persone attribuiscono all’evento.

Il modo con cui una comunità!e le agenzie formali rispondono al disastro può!costituire una fonte

significativa di stress.

Interventi da parte di esperti esterni alla comunità!rischiano di non cogliere i bisogni e le necessità!

della comunità! stessa, creando un sentimento di perdita di controllo sulla situazione, con la

percezione di un abbandono da parte delle istituzioni. I disastri possono infatti stimolare la

coesione all’interno di una comunità, ma solamente se l’appartenenza a essa resta intatta.

Un forte senso di comunità!può!portare a una chiusura della comunità!stessa al punto da rifiutare

interventi esterni; McFarlane utilizza il concetto di membrana del trauma per descrivere una

sorta di schermo psicologico che i sopravvissuti erigono al fine d’allontanare i ricordi del trauma;

!

!

questo può!portare anche all’esclusione di coloro che non hanno vissuto direttamente il disastro,

ritenuti incapaci di comprendere l’esperienza dei sopravissuti.

Seconda violenza(Symonds): una tendenza, da parte dei parenti o di altre fonti di sostegno

sociale, a evitare le vittime incolpandole per l’accaduto. Le vittime di secondo livello vivrebbero

una profonda paura di subire un problema analogo.

Uno sguardo psicosociale ai disastri e alle catastrofi costituisce uno stimolo per ripensare agli

strumenti concettuali e teorici dell’intervento psicologico.

Un evento traumatico come un disastro coinvolge persone, gruppi e comunità!da diversi punti di

vista, pertanto anche lo stesso intervento richiede un’analisi e differenti modalità! d’azioni per

riparare, se possibile e là!dove possibile, le diverse ferite che il disastro ha provocato.

In una situazione d’emergenza come quella che caratterizza un disastro, dove sono coinvolti interi

gruppi e intere comunità, è!necessario considerare molteplici forme d’intervento.

CAPITOLO 6

Controllo: sottende l’idea di un soggetto attivo che può!dirigere attivamente la propria vita, cioè!

di un soggetto che può!condizionare il corso degli eventi che accompagnano l’esistenza. L’idea di

libertà!non può!prescindere da un’assunzione di responsabilità!nei confronti del proprio agire e

dalle conseguenze che questo arreca.

Solo alla fine degli anni ’50e ’60 che cominciano a svilupparsi gli interessi attorno al concetto di

controllo, promossi soprattutto dalla nascente psicologia cognitiva in concomitanza con gli

sviluppi della cibernetica. La cibernetica(colui che pilota) è! la scienza che studia i processi di

controllo nei vari sistemi, regolati da meccanismi di retroazione e autoregolazione. L’essere

umano, attraverso meccanismi di feedback che sottendono i processi cognitivi, guida la propria

azione attraverso un monitoraggio costante, al fine di valutare se il suo agire mantiene una sorta

di coerenza interna che ne garantisca il buon esito finale e opera un confronto costante tra aspetti

personali interni ed esterni.

I numerosi modelli teorici che si svilupparono nei primi anni ’60 erano volti a dimostrare che i

meccanismi di controllo avrebbero la funzione di attivare, mantenere o interrompere, una attività!

in corso.

Il modello Tore di Miller, Galanter e Pribran, loro considerano il feedback e il controllo come

unità!base del comportamento.

Il concetto di controllo troverà!un ulteriore slancio teorico grazie allo studio delle metacognizione,

cioè!la conoscenza che il soggetto ha delle proprie conoscenze e il controllo che egli esercita sul

proprio sistema cognitivo attraverso meccanismi di retroazione e autoregolazione.

La coscienza può! essere studiata nei suoi aspetti neurobiologici, ma è! distinta in un genere

semplice, che Damasio chiama coscienza nucleare, e in uno complesso, definito coscienza

estesa; la prima sarebbe un fenomeno biologico semplice che attiene a tutti gli esseri viventi e

consiste in un senso del Sé! limitato al qui e ora; la seconda è! invece un complesso sistema

biologico, con vari livelli di organizzazione, che si evolve nel corso della vita.

La coscienza non è! solo una forma di consapevolezza, ma esprime la relazione profonda che

l’uomo ha con se stesso.

I meccanismi di controllo sull’azione agiscono in 3 momenti distinti:

•! Nel momento precedente l’azione, le fasi fondamentali sono:

1)! Fissazione del compito: un compito viene scelto tra altri possibili in un dato momento e questo

fa sì!che buona parte delle risorse cognitive;

!

!

1)! Pianificazione dell’attività: la fissazione d’obiettivi e la elaborazione di piani per la

realizzazione del compito.

•! Alla fine del process, il controllo della realizzazione del compito ha lo scopo d’effettuare una

valutazione dei risultati conseguiti e di mettere eventualmente in discussione la

rappresentazione della situazione sulla cui base sono state decise le differenti operazioni.

•! Durante il corso dell’azione possono essere messi in atto degli ulteriori meccanismi di verifica

e automonitoraggio relativi allo svolgimento delle varie fasi.

La valenza e la forza della decisione dipendono inoltre dalla importanza che il compito assume

per la persona, cioè! la motivazione ad assolvere quel tipo d’impegno, e da una valutazione

cognitiva circa la possibilità!di raggiungere efficacemente l’obiettivo prefissato.

Kuhl ha distinto le caratteristiche soggettive dell’individuo in:

•! Orientamento all’azione: il controllo dell’azione è! basato sulla valutazione d’aspetti

specifici dello stato attuale, futuro e sulla rilevanza dell’esistenza di un’eventuale

discrepanza tra essi.(i soggetti mettono in atto meccanismi di protezione dell’intenzione e

sono focalizzati sull’obiettivo)

•! Orientamento allo stato: si riferisce a un’attività!cognitiva fine a se stessa, focalizzata sulle

situazioni passate, presenti e future. (sono più!soggetti a un’oscillazione tra le diverse

alternative e tra le diverse intenzioni e il passaggio all’atto sarebbe pertanto impedito od

ostacolato)

Un corpus considerevole di ricerche ha dimostrato che la capacità!delle persone di ottenere e

mantenere un senso di controllo è!essenziale per la propria evoluzione.

L’efficacia del controllo personale è! sostanzialmente una illusoria positiva considerata un

indicatore di salute mentale e benessere.

La percezione di controllo porta il soggetto a considerare che quanto accade alla propria vita sia

dovuto alle sue azioni e alla possibilità!che egli ha di realizzare strategie volte al raggiungimento

degli scopi previsti.

Bandura ha specificato le aspettative verso il Sé!in aspettative verso il risultato e aspettative di

efficacia: le prime si riferiscono alla valutazione che il soggetto fa circa la probabilità! che un

determinato comportamento porti a certi risultati, le seconde si riferiscono alla percezione che

l’individuo ha di poter o meno eseguire il comportamento richiesto per produrre i risultati attesi.

Al fine di mantenere un senso di controllo anche in situazioni di avversità!vengono messe in atto

una serie di strategie che favoriscono sia il controllo primario che quello secondario: il primario è!

il vero e proprio controllo sulla situazione presente; quello secondario si riferisce a strategie

attivate al fine di modificare le proprie cognizioni e garantire un senso di controllo.

Il controllo agisce come un mediatore cognitivo tra situazioni problematiche di vita e gli effetti

che questi possono produrre.

In diversi contesti clinici si è!evidenziato come l’indebolimento del controllo costituisce uno degli

aspetti legati ai disordini legati allo stress e all’ansietà.

Un eccessivo senso di controllo può!avere degli effetti negativi quando si sovrastima la propria

capacità!di controllare gli eventi e quindi il soggetto rischia di assumere comportamenti rischiosi

o dannosi. Controllare una situazione stressante può!aumentare lo stress stesso, invece di ridurlo.

Efficacia personale: l’agente attivo del proprio destino in quanto portatore di agentività, cioè!

della capacità!di far accadere gli eventi che anticipa e decide.

Il modello teorico proposto da Bandura intende spiegare le origini delle convinzioni d’efficacia

personale, la loro struttura e funzione, i processi attraverso i quali esse operano e i loro molteplici

effetti, sia a livello individuale sia a quello collettivo. Egli individua 4 processi che contribuiscono

alla costruzione dell’autoefficacia:

!

! •! Successi;

•! Esperienze vicarie: il confronto delle proprie prestazioni con quelle di altre persone scelte

come termine di paragone possono contribuire alla definizione del senso d’autoefficacia

personale;

•! Persuasione verbale;

•! Reazioni fisiche ed emotive.

Autoefficacia:! è! un complesso processo di valutazione delle proprie azioni e delle proprie

competenze, che può!essere diretto o condizionato da aspetti cognitivi sia interni che esterni.

A livello cognitivo la percezione d’autoefficacia influenza la scelta degli obiettivi personali e

condiziona la prefigurazione dei piani e delle strategie messe in atto per il raggiungimento

dell’obiettivo previsto.

L’autostima incide direttamente sul processo di problem solving.

Motivazione: definisce un orientamento verso un oggetto-meta valutato personalmente;

concorrono a questo orientamento diversi processi quali: pulsioni e istinti.

La motivazione alla riuscita dipenderebbe sia dall’individuo sia dalla situazione.

A partire dagli anni ’70 si sono sviluppati alcuni modelli teorici che intendono studiare i

meccanismi cognitivi che starebbero alla base della motivazione.(modello di autovalutazione della

motivazione alla riuscita Heckhausen) La motivazione sarebbe la risultate di 3 processi in

interrelazione:

a)! Confronto del risultato con uno standard;

b)! Attribuzione del risultato;

c)! Sentimento di soddisfazione o d’insoddisfazione.

Gli individui motivati al successo si pongono obiettivi realistici, invece coloro che sono motivati

all’insuccesso si pongono obiettivi poco realistici.

Una mancanza di empowerment sarebbe caratterizzata da 3 deficit:

1.! Deficit motivazionale: incapacità! di riprendere il controllo della situazione attraverso

l’azione.

2.! Deficit cognitivo: impedisce al soggetto di percepire il nesso tra le proprie azioni e i risultati

delle stesse;

3.! Deficit motivazionali: reazioni che vanno dalla paura sino a veri stati di depressione.

Le convinzioni d’autoefficacia influenzano l’attribuzione causale e le aspettative circa il risultato,

condizionano cioè!la valutazione che il soggetto fa circa le cause di un successo e la probabilità!

d’ottenere un certo risultato.

Un altro processo cognitivo che determina la motivazione è!costituito dalla rappresentazione e

percezione degli obiettivi, ma operano attraverso processi cognitivi di autoregolazione e confronto

cognitivo.

Bandura fa riferimento a un processo ciclico tra efficacia e situazione: la percezione

d’autoefficacia deriva da esperienze precedenti che sono legate al successo, al confronto con gli

altri, ma tale percezione farà! scegliere al soggetto certe situazioni che non presuppongono

l’acquisizione di competenze che il soggetto riconosce di non possedere.

Teoria sociale-cognitiva: considera la stretta interdipendenza tra comportamento, elementi

cognitivi e ambiente assumendo che la persona è!sia prodotto sia artefice del proprio ambiente.

Il senso d’autoefficacia non è!da confondere con l’autostima: il primo si riferisce a giudizi che il

soggetto formula circa le proprie capacità! personali, il secondo invece esprime un giudizio di

valore personale.

Le azioni dei soggetti avvengono attraverso relazioni sociali, coinvolgendo Sé!sociali impegnati in

azioni sociali.

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher universitaria2312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Giovannini Dino.

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