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Individui e contesti in psicologia di comunità

Introduzione

La psicologia di comunità ha un’ottica interdisciplinare e si propone di studiare i processi collocati tra l’individuo e il contesto. Non vuole conoscere i processi psicologici in sé ma il modo in cui sono modulati dal contesto e il significato che il contesto gli attribuisce. Vuole conoscere l’articolazione tra processi sociali e processi psicologici.

Il modello di uomo sottostante a quest’ottica è quello di soggetto attivo, un individuo in grado di costruire il mondo concretamente attraverso la sua attività pratica. Un soggetto attivo in un contesto, le cui azioni e pensieri sono il prodotto del contesto sociale, a sua volta modificato e condizionato dalle azioni dei soggetti. Bisogna studiare sia i soggetti che l’ambiente.

La psicologia di comunità presta attenzione alle possibili forme di intervento che possono essere realizzate per migliorare la qualità della vita delle persone, connettendo la ricerca all’intervento. Il benessere individuale è la risultante di un intreccio tra aspetti socio-contestuali e aspetti psicologici. È necessaria un’analisi sistemico-ecologica dei processi di interrelazione tra i diversi soggetti e oggetti che compongono il contesto.

Questa necessità è considerata un orientamento ideologico, una scelta valoriale (Rappaport). È un’ottica che studia la relazione tra esseri viventi e l’ambiente fisico, considerati nella loro interdipendenza. Inoltre, sia ambiente che individuo sono dei sistemi complessi, ovvero insiemi composti da parti che interagiscono, di cui l’insieme è qualcosa di più della somma delle parti. Le caratteristiche dei sistemi complessi sono:

  • Essi hanno molte parti differenti connesse tra loro.
  • Le parti interagiscono sia serialmente sia in parallelo, per effetti sequenziali o simultanei.
  • Essi hanno un’autorganizzazione spontanea.
  • Le strutture che emergono dall’autorganizzazione sono frutto dell’interazione fra le parti.
  • Essi non sono fissi, ma evolvono nel tempo, sono aperti e adattivi.

Pensiero sistemico: le proprietà delle parti di esso possono essere comprese solo studiando l’organizzazione del tutto, analizzare i fenomeni secondo questo paradigma vuol dire studiare le relazioni tra i fatti. Questo paradigma suggerisce di studiare i processi psicologici e sociali rispettando la loro complessità, dinamicità e circolarità.

Tuttavia è difficile trovare approcci metodologici in grado di studiare la complessa relazione tra sistema uomo e sistema contesto. Possiamo studiare singole parti presenti all’interno di questi sistemi con la consapevolezza che ciò che stiamo studiando è parte di un più complesso sistema. Una possibilità è quella di integrare modelli e teorie, uscendo dai confini disciplinari, che si sfumano per indicare la complessità dei fenomeni individuali e sociali e la necessità di integrare le due dimensioni (sociale e individuale).

La psicologia è ancora legata alla psicologia clinica, che nell’ambito dell’intervento si occupa della cura del disagio psichico. C’è una tendenza a patologizzare disagi che non necessariamente hanno origine patologica ma sono dati dagli eventi negativi dell’esistenza. Tendenza a patologizzare la vita quotidiana e a considerare i problemi solo in termini di deficit. Per Rappaport gli psicologi interessati all’azione sociale hanno bisogno di abbandonare il linguaggio di salute e malattia per assumerne uno legato all’azione collettiva sociale e politica. Il disagio psicologico non è espressione di un deficit individuale, ma il prodotto di un ambiente dannoso. Per passare a un’ottica diversa è necessario integrare una serie di antinomie: individualismo/collettivismo, prevenzione/promozione, sano/malato e individuo/contesto.

Città come comunità locale

Lo studio dell’ambiente inizia con la Human Ecology della Scuola di Chicago, che approfondisce il tema del rapporto tra ambiente e gruppi umani. Aspetto pregnante per il grande sviluppo delle aree urbane che al tempo interessava le principali città americane. Si sviluppa il concetto di comunità locale: comunità che assume una propria specificità attraverso la sua collocazione territoriale.

Oggi c’è una forte contrapposizione tra localismo e globalismo: tra processi di globalizzazione e rivendicazione delle identità locali. La dimensione locale è ancora viva: ignorarla vorrebbe dire non considerare le relazioni che connotano la vita delle persone né le strategie messe in atto dagli individui. L’idea di comunità locale permette di individuare un contesto concreto all’interno del quale i legami e le relazioni assumono forme specifiche e diventano elementi in grado di conservare il tessuto sociale e sviluppare forme di convivenza solidali, fiduciose, tolleranti.

Relazioni e azioni sono esperite all’interno di contesti; esse sono fondamentali per la riproduzione della vita sociale. Oggi si appartiene a comunità che trascendono la collocazione territoriale, ma rimane rilevante il rapporto con l’ambiente fisico che attraversa la vita di ognuno: il contesto residenziale dove abitano le persone e le città.

La città non è descrivibile solo in termini di strutture. Essa è trasformata dagli utilizzi che ne fanno le persone e dalle dinamiche sociali che esistono al suo interno. Essa è luogo depositario di oggetti simbolici rilevanti per l’identità del singolo e della comunità. Questi simboli, che hanno origine sociale e culturale, si esprimono nelle strutture fisiche, negli stili di vita, nelle cerimonie, nei rituali, nelle immagini e nei discorsi che parlano della città. Questi simboli esprimono il carattere della città e dei suoi quartieri: feste tradizionali, luoghi comuni, ecc. costituiscono un collante sociale. La condivisione di simboli unisce chi si riconosce in quella culturale e contribuisce a rinforzare la coesione, sempre con il rischio di diventare una comunità chiusa all’esterno e alienare l’out-group.

Città e individui: una prospettiva storica

La città è una forma di vita comunitaria a cui tendere. Poi: dibattito che riporta l’attenzione sulle forme di vita più ristrette. La città diventa oggetto di studio a seguito della Rivoluzione industriale, che ha provocato fenomeni migratori dalle campagne e verso il Nuovo Continente. Le città si sviluppano rapidamente e si perdono i legami sociali che facevano da collante nelle comunità rurali.

La vita in città è assimilata alla vita in società, contrapposta da Tonnies alla vita in comunità, una basata su legami di solidarietà, l’altra su legami utilitaristici. Ciò che contraddistingue la vita in comunità è una nostalgia per la vita rurale, contrapposta alla vita urbana: la città diviene non una comunità ma un’istituzione che governa la vita delle persone. Per Weber la città è un’istituzione che dovrebbe dare una direzione al corso degli eventi; l’appartenenza comune è una delle caratteristiche più rilevanti della città.

In America l’idea di comunità si sviluppa attorno alla dimensione localistica-territoriale: la comunità locale è alla base della vita in comune e si ha paura della sua frammentazione. Dewey: lo sviluppo industriale ha creato una grande società, che non è diventata una grande comunità; è necessario un recupero della comunità locale. Redfield: comunità come vita rurale sufficiente a sé stessa e basata sui rapporti faccia a faccia.

Escono le prime teorie che descrivono le caratteristiche dell’uomo urbano: per Simmel studiare le relazioni in città vuol dire studiare le relazioni nella società moderna. La sua analisi vuole capire il modo in cui la personalità si modifica nell’adattarsi alle forze esterne, come i contesti urbani formano caratteristiche specifiche dell’individuo che ci vive. La personalità dell’uomo urbano è caratterizzata da un atteggiamento blasé indifferente e scettico, dovuto alla necessità di proteggersi da un’intensificazione degli stimoli esterni che caratterizza la vita in città. Si tratta dunque di un meccanismo di difesa: il moltiplicarsi di contatti con persone diverse porta l’uomo ad assumere atteggiamenti indifferenti che si concretizzano in relazioni superficiali. Anche in Simmel ritroviamo la nostalgia per la vita rurale, contrapposta alla vita cittadina che è pura razionalità, caratterizzata da neutralità affettiva e rapporti d’interesse.

Per Hellbach i ritmi frenetici della vita urbana provocano uno stato di eccitabilità che può diventare nevrosi da eccitabilità. Per questo il cittadino vi reagisce attivando una vigilanza sensoria, meccanismo adattivo che permette all’individuo di rispondere all’ambiente cittadino. Per Wirth le caratteristiche della città (numero di abitanti, densità, popolazione eterogenea) condizionano le relazioni sociali: i numerosi contatti che la stretta convivenza rende obbligatori diventano superficiali, impersonali e frammentari. Questo è visibile negli atteggiamenti di indifferenza. Se aumentano i contatti esterni le persone sono costrette a modificare il modo in cui si relazionano con gli altri per immunizzarsi alle richieste altrui.

Wirth dà attenzione a come le caratteristiche urbane possono condizionare le relazioni tra le persone: tuttavia è riduttivo ricondurre le dinamiche sociali solamente a variabili quantitative come la densità e il numero di abitanti. La Human Ecology dice che i processi sociali sono governati dalle stesse leggi ecologiche alla base dei sistemi biologici. Secondo Park (analisi ecologica delle relazioni tra ambiente e abitanti) la città è la sua popolazione, come essa si distribuisce, un modo di essere di chi ci vive. La città è uno stato psichico, un insieme di atteggiamenti e sentimenti, non un insieme di individui e servizi. Essa assume il carattere dei gruppi che ci vivono, è un fenomeno relazionale.

Questa riflessione coinvolge anche progettisti e urbanisti e politici impegnati sul fronte dell’integrazione sociale all’interno dei contesti urbani che si stavano sviluppano. Nasce nella prima metà del 900 un interesse verso la rilevazione delle caratteristiche del contesto urbano che possono favorire i legami sociali e facilitare i processi di integrazione e convivenza. Nascono numerosi progetti di edilizia (città giardino, nuclei abitativi verdi con accesso a tutti i servizi) che dimostrano l’interesse per individuare soluzioni all’emarginazione sociale attraverso l’edilizia, con l’idea che lo spazio urbano possa favorire i legami sociali. L’edilizia popolare ha invece creato dei ghetti dove convivono singoli o famiglie problematiche, si crea una forte coesione interna e c’è difficoltà nelle interazioni con altri gruppi esterni.

Potenzialità e limiti delle città

L’analisi della relazione tra lo spazio urbano e il tipo di vita e relazione sociale si sviluppa tra chi è responsabile dell’assetto delle città (urbanisti, politici, progettisti). Lo spazio urbano viene analizzato nelle sue caratteristiche strutturali e organizzative.

In particolare, si analizzano le dimensioni ideali di una città. Per Mumford la grandezza è funzione delle relazioni sociali. Limitazioni della grandezza e della densità della popolazione sono necessarie per un effettivo scambio di relazioni sociali. Limitativa un’analisi che attribuisce importanza solo all’organizzazione dello spazio: per indurre cambiamenti sociali non è sufficiente attuare cambiamenti nell’organizzazione dello spazio.

Mumford: è necessario un piano regolatore che dia attenzione alla promozione di forme di partecipazione e associazionismo. Un progetto di città è innanzitutto un problema sociale. La città ha un grosso potenziale: essa è uno strumento di vita collettiva e un simbolo della comunanza di scopi che in essa nasce. Egli contrappone il passivo regime agricolo con l’attivismo della città, in modo opposto rispetto agli autori precedenti.

La città è dotata di elementi attivi che incrementano gli scambi locali e stimolano associazione e cooperazione. Essa è un organo di trasmissione sociale: l’eredità culturale di una regione attraverso la città si fonde con quelle nazionali, razziali, religiose. Non è la città in sé a produrre frammentazione dei legami, è la città chiusa in sé. Se la città è una comunità aperta localmente situata, in essa converge la storia del luogo e le risorse vengono usate per un bene comune.

Lo studio delle relazioni sociali nei contesti urbani ha trovato luogo nella network analysis: essa ha per oggetto di studio le relazioni tra persone. Le interazioni sociali hanno un ruolo nella costruzione di una città: essa è costituita anche da relazioni. Il modello di network, che mette alla base dell’analisi l’intreccio dei legami interpersonali, permette di studiare la città come insieme di network sociali, non come aggregato di persone.

I contesti urbani favoriscono i contatti e le relazioni o portano a una loro frammentazione? Oggi sembra che l’assetto strutturale e sociale delle città vada a minare le relazioni sociali. Si assiste alla distruzione di caratteristiche rilevanti della vita comunitaria e a un crescente senso di insicurezza personale, che si traduce in sfiducia, allentamento dei legami, crisi dei rapporti di vicinanza, con ripercussioni sul benessere collettivo.

Sono dimostrati gli effetti negativi di un’elevata densità della popolazione:

  • Milgram: le eccessive richieste esterne provocano nel cittadino una condizione di sovraccarico che lo porta a escludere gli stimoli non essenziali ai propri bisogni, così non vengono considerate le esigenze dei soggetti con cui non si hanno relazioni significative.
  • Latanè e Darley: gruppo allargato favorisce la diffusione di responsabilità.
  • Hall: la qualità del comportamento sociale diminuisce quando le persone sono inserite in spazi che limitano la distanza personale. Quando troppe persone invadono lo spazio di vita si prova anonimato, chiusura nella propria sfera privata, indifferenza verso l’esterno.

Gli aspetti positivi della vita urbana: stimoli intellettuali e culturali variegati, maggiori disponibilità economiche, assunzione di ruoli differenti, relazioni diversificate, maggior accessibilità ai servizi. Molti trovano nei quartieri e nei rapporti di vicinato una risposta alla frammentazione sociale. Nelle città convivono risorse, potenzialità e criticità: per comprendere la qualità della vita nella città è necessario un approccio interdisciplinare per comprendere i suoi multipli livelli.

Legami sociali e partecipazione nei contesti urbani

Negli anni '50 alcune analisi dimostrano che la contiguità spaziale promuove sentimenti di appartenenza. La comunità locale permane e trova espressione nel quartiere e nei rapporti di vicinato. L’abitante è coinvolto nella comunità rappresentata dall’area in cui risiede, all’interno della quale le relazioni sono significative e solidali, organizzate in solidi network.

Cooley: nelle comunità avviene una fusione delle individualità nella vita comune. Questo sarebbe possibile nel vicinato. Il gruppo di vicinato è un’entità sociale mossa da ideali sociali. Cruciale è arrestare il processo di deterioramento di queste istituzioni, intervenendo per rinforzare il senso di appartenenza e stimolare forme di partecipazione al governo del territorio stesso.

Le indagini che si sono concentrate sulle reti di vicinato hanno individuato all’interno del contesto urbano forme di convivenza che permettono l’integrazione e la cooperazione. Se la città porta alla dissoluzione delle relazioni bisogna individuare sotto unità urbane che favoriscano le relazioni: che permettano una vita all’interno di una comunità locale, caratterizzata da comuni scopi. Questa unità è la neighborhood unit, la piccola comunità di quartiere che fa nascere un sentimento di appartenenza al gruppo in chi ci vive.

L’idea risale agli anni '20/'30, in Italia fu ripresa negli anni '60/'70. In Italia, con la nascita di teorie sul decentramento, i quartieri diventano un canale di partecipazione politica. Il quartiere così considerato assolve una serie di funzioni:

  • Una urbanistico-organizzativa: riguarda la forma e l’organizzazione interna del quartiere.
  • Una relativa a partecipazione e socializzazione, per sviluppare un senso di appartenenza.
  • Una relativa al decentramento dei servizi, per superare il problema delle periferie, zone urbane decentrate e privi di servizi. Bisogna progettare quartieri che contengano servizi.

Il quartiere può fornire occasioni di integrazione dell’individuo nella comunità in cui vive e nella sua città. Questa integrazione può essere facilitata attraverso forme di partecipazione. La partecipazione diretta nei quartieri delle città italiane è però fallita: aumentata la partecipazione per delega, rimangono esperti, addetti e rappresentanti, ma non i rappresentati. La partecipazione sociale non si esprime attraverso la delega, essa deve essere:

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher irislvcia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof De Piccoli Norma.
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