Resilienza e vulnerabilità psicologica nel corso dello sviluppo
Introduzione
Il libro resilienza e vulnerabilità psicologica nel corso dello sviluppo si focalizza su tutte quelle persone, in particolare bambini e adolescenti, che riescono ad affrontare le situazioni avverse in maniera costruttiva e che reagiscono positivamente ad esse, raggiungendo livelli sorprendentemente soddisfacenti di benessere psicologico e una buona qualità della vita.
Il concetto di resilienza è stato ripreso dal campo delle scienze fisiche e ingegneristiche, dove gli oggetti inanimati hanno la capacità di resistere a sollecitazioni dinamiche senza perdere la loro integrità. In maniera simile il termine resilienza psicologica indica la capacità degli individui di mostrare appropriati livelli di competenza in seguito all'esposizione ad avversità e difficoltà significative.
Lo scopo del volume è quello di ricostruire l'iter storico attraverso cui il costrutto si è affermato nelle scienze psicologiche e quello di offrire un quadro aggiornato dei recenti sviluppi, teorici ed applicativi, della ricerca sulla resilienza psicologica nel corso dello sviluppo.
Struttura del volume
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Il primo capitolo mira a introdurre l'oggetto di interesse; viene descritto il quadro storico, scientifico e culturale in cui si è affermato il costrutto di resilienza in psicologia. Inoltre vengono illustrati alcuni concetti chiave come quelli di fattori di rischio, fattori di protezione e vulnerabilità psicologica. Infine l'attenzione si sposta su tutte le conseguenze che l'introduzione del costrutto in psicologia ha comportato sul piano della progettazione e della realizzazione di politiche sociali di prevenzione del disadattamento e del malessere individuale.
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Nel secondo capitolo vengono esaminate le definizioni della resilienza psicologica più ricorrenti nella letteratura di riferimento attuale. Si parte dalle definizioni generali per arrivare a quelle specifiche e operative. Vengono descritti da un lato i fattori individuali dall'altro le risorse ambientali e contestuali che supportano le persone nel fronteggiare le circostanze avverse. Infine viene presentato il modello organizzativo-evolutivo di Wyman e colleghi (1999).
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Il terzo capitolo si focalizza sulle modalità di valutazione della resilienza in bambini e adolescenti. Inizialmente l'analisi si sofferma sulle questioni relative alla misurazione delle condizioni avverse, quindi vengono descritti gli strumenti di misura specifici, ovvero le scale, costruite allo scopo di fornire un indice complessivo della capacità di fronteggiare eventi avversi. Poi si passa alla considerazione delle questioni inerenti la valutazione dell'adattamento psicosociale positivo.
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Il quarto capitolo si concentra ad analizzare le relazioni esistenti tra resilienza e adattamento psicosociale. Si parte dalla chiarificazione delle differenze che esistono tra il termine resilienza, adattamento positivo e competenza. Infine vengono analizzati le relazioni tra resilienza, competenza e adattamento in diversi casi particolari di popolazioni a rischio come i figli di genitori affetti da forme di psicopatologia, i bambini maltrattati oppure i figli di genitori separati.
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Il quinto capitolo presenta la prospettiva della Translational Research ovvero la ricerca traslazionale, utile per guidare la traduzione dei principi teorici sviluppati dalla ricerca di base in programmi di intervento, per giungere a definire una serie di linee guida per la progettazione di azioni mirate a promuovere la resilienza di bambini e adolescenti. Un focus particolare è diretto al concetto di Evidence-Based Programs, ovvero i programmi basati sull'evidenza empirica la cui efficacia è certificata da studi attendibili. In conclusione vengono evidenziati alcuni punti critici associati all'adozione del modello della ricerca traslazionale e degli Evidence-Based Programs nel campo della resistenza psicologica.
Capitolo 1: Che cos'è la resilienza
La resilienza: un costrutto tra scienza e mitologia
Per resilienza psicologica vengono definiti tutti quei comportamenti di adattamento positivo che la persona mette in atto ogni volta che si trova a dover affrontare difficoltà significative che minacciano la sua incolumità fisica e/o psicologica.
Il concetto di resilienza inizialmente nella mitologia veniva associato ad un fenomeno straordinario, come una sorta di magia. Infatti, in numerosi racconti e storie del genere umano (es. Mowgli) la capacità di sopravvivere a circostanze avverse era vista come un attributo individuale ereditario fin dalla nascita, come un dono riservato a pochi eletti. Studi psicologici hanno in qualche modo sfatato questo mito evidenziando il carattere di ordinaria normalità del fenomeno. Infatti, secondo gli autori la capacità di riorganizzare in maniera positiva la propria resilienza non può essere attribuita al talento di pochi, ma a una fortunata sinergia tra risorse individuali e ambientali il cui esito è un proficuo livello di adattamento.
Attualmente la resilienza viene considerata come un normale processo di sviluppo che si verifica in alcune condizioni per effetto delle interazioni tra risorse esterne ed interne agli individui. Il concetto di resilienza è stato introdotto in psicologia negli anni '70 attraverso gli studi di Garmezy, dalle cui ricerche risulta che gran parte dei figli di pazienti schizofrenici non presenta alcuna forma di disagio psicologico durante l'adolescenza o nella vita adulta, anzi sviluppano in maniera altamente competente le proprie abilità.
L'introduzione del concetto di resilienza si deve anche agli studi di Werner che, con una ricerca su bambini hawaiani classificati ad alto rischio, mostra come quest'ultimi in realtà riuscivano a manifestare forme di competenza in ambito relazionale, accademico e lavorativo e quindi che non avevano nessun problema nelle fasi di vita successiva. Esaminando popolazioni di bambini esposti a eventi avversi, come episodi di psicopatologia familiari oppure condizioni economiche sfavorevoli, in presenza dei quali la probabilità di sviluppare problemi psicologici sarebbe dovuta essere molto elevata, gli autori constatano l'esistenza di notevoli differenze individuali nelle traiettorie evolutive, inclusi molti casi inaspettati di adattamento altamente positivo.
Tutti questi risultati hanno condotto gli studiosi a dirigere il proprio interesse verso l'identificazione di quei fattori e processi che consentono ai bambini di fronteggiare con successo le situazioni negative. Quindi grazie a queste scoperte si deve l'interesse verso il fenomeno e la conseguente nascita della scienza della resilienza, che si è sviluppata in quattro fasi o ondate:
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Si inizia da un approccio puramente descrittivo; in cui si ricercano gli attributi personali e le risorse esterne associati alla resilienza nei bambini considerati a rischio.
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Superata la prima fase, i ricercatori studiano come le differenze individuali e ambientali interagiscono nel determinare la resilienza.
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La terza ondata è diretta a testare l'efficacia di modelli di intervento che mirano a potenziare le risorse e i fattori di protezione correlati alla resilienza, come le abilità sociali e cognitive degli individui, i comportamenti di parenting dei loro caregivers e la disponibilità di relazioni sociali supportive.
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La quarta ed ultima fase ha come obiettivo quello di arrivare a una comprensione complessa dei processi che sottostanno alla resilienza nel corso dello sviluppo integrando le conoscenze già acquisite con le recenti scoperte nel campo della genetica, dello sviluppo neurocomportamentale e della statistica.
Rischio psicosociale, fattori di protezione e vulnerabilità
Al concetto di resilienza si legano alcuni concetti-chiave come quello di rischio psicosociale, fattori di protezione e vulnerabilità.
Il rischio psicosociale indica gli agenti eziopatogenetici, ossia tutti i fattori individuali e ambientali che predispongono gli individui verso l'insorgenza di una specifica patologia come la schizofrenia o la depressione. I fattori di rischio comprendono quattro categorie:
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Le caratteristiche interne e problemi di salute del bambino, come la disabilità fisiche e mentali, nascita prematura o disturbi cognitivi/fisici.
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I fattori familiari, come la presenza di disturbi psicopatologici o comportamentali in uno dei genitori o in un parente prossimo, la separazione precoce e prolungata dal caregiver, l'assenza o il decesso di uno o di entrambi i genitori, violenze familiari, divorzio, maltrattamento.
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Variabili caratteristiche dell'ambiente sociale in cui vive il bambino, come la povertà, la disoccupazione.
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Gli eventi occasionali che possono costituire una minaccia vitale per bambino e la sua famiglia come le guerre, le catastrofi naturali ad esempio terremoti, maremoti, alluvioni.
Inoltre i fattori di rischio possono essere suddivisi in:
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Distali: che esercitano un'influenza indiretta sull'individuo e la loro presenza non è sufficiente a generare danni o conseguenze negative, piuttosto agiscono innescando reazioni a catena che influenzano indirettamente gli esiti evolutivi del bambino (ad esempio, condizione economica svantaggiosa).
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Prossimali: interessano in maniera diretta la vita del bambino e hanno ricadute immediate sul livello e la qualità dell'adattamento (ad esempio, episodi di maltrattamento fisico o psicologico, di deficit fisici o cognitivi).
I fattori di rischio non agiscono singolarmente ma co-occorrono, motivo per cui gli studiosi, negli ultimi decenni, si sono focalizzati sul concetto di rischio cumulativo definito dall'aggregazione di più indicatori di rischio e di esperienze di vita stressanti associate a un'elevata probabilità di sviluppare esiti disadattivi e problemi comportamentali. Viene introdotta la nozione di gradienti di rischio (risk gradients) per indicare la relazione proporzionale tra fattori di rischio e probabilità di manifestare i problemi di adattamento. Si può notare che gli esiti disadattivi mostrati dagli individui sembrano crescere in funzione dei livelli di rischio a cui sono esposti, però le ricerche mettono in luce, anche, come alcuni soggetti possono essere considerati al di là del gradiente (off the gradient), nel senso che il loro adattamento è migliore o peggiore rispetto a quanto ipotizzato sulla base del loro livello di rischio.
Il concetto di rischio psicosociale descrive una condizione di probabilità e che esiste una differenza tra il rischio potenziale, ovvero le possibili conseguenze negative che possono essere associate a una determinata condizione, e il rischio reale ovvero gli esiti disadattivi a cui va effettivamente incontro una persona che è stata esposta a un determinato fattore di rischio. Partendo dal presupposto che lo sviluppo comporta un processo di interazione reciproca, continua e dinamica tra individuo e ambiente, il rischio è considerato come un processo circolare complesso, che coinvolge i percorsi della dimensione individuale (come lo sviluppo cognitivo e lo sviluppo emotivo-affettivo e le caratteristiche di personalità), le modalità delle relazioni interpersonali (con i familiari e con i pari) e i contesti di riferimento ambientale e può prevedere sia esiti negativi che positivi. Quindi l'adattamento e il disadattamento non sono considerati come opposti ma appaiono come due aspetti, due possibili esiti, dello stesso processo evolutivo; i fattori di rischio costituiscono segnali o spie della probabilità che un comportamento, nel corso del tempo, possa trasformarsi in problematico.
I concetti di stress ed evento traumatico
Il termine stress si riferisce in generale a eventi o situazioni che mettono in difficoltà un organismo. Hooke era interessato ad analizzare la capacità delle strutture create dall'uomo (come i ponti) di sostenere i carichi pesanti e resistere a eventi naturali come terremoti, tempeste e altre forze potenzialmente distruttive. Egli distingue fra i termini:
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Load: si riferisce al peso o carico cui viene sottoposta la struttura
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Stress: è la tensione che viene esercitata dal peso
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Strain: fa riferimento alla deformazione della struttura creata dall'interazione tra il carico e lo stress
Selye (1976) mostra come gli organismi biologici presentano reazioni e modificazioni fisiologiche in condizioni di difficoltà; utilizza il termine stress per indicare una risposta aspecifica a qualsiasi richiesta proveniente dall'ambiente. Postula l'esistenza di un processo che si articola in 3 fasi:
- Allarme
- Resistenza
- Esaurimento
ed è avviato l'azione di alcuni fattori denominati stressors (o stressori) che attivano specifici mediatori ormonali. Gli stressors sono gli agenti o le cause che determinano lo stress e, nelle prime ricerche, coincidono con fattori esterni di natura fisica o chimica. Poi, grazie allo spostamento dell'attenzione degli studiosi dagli organismi animali a quelli umani, ci si è resi conto che un'altra serie di stimoli di natura psicologica e sociale può indurre lo stress.
Le ricerche hanno mostrato in maniera evidente che situazioni traumatiche (come le guerre, gli abusi o le catastrofi naturali) così come alcune condizioni che caratterizzano la vita ordinaria delle persone (ad esempio le relazioni sociali, le malattie o le richieste del contesto scolastico) possono essere causa di sofferenza e disturbi psicologici più o meno permanenti.
In questo contesto lo stress si definisce come un processo interattivo che coinvolge la persona e il suo ambiente e in cui l'individuo valuta di non possedere le risorse psicofisiche necessarie per affrontare una determinata situazione. Questo evidenzia che la relazione allo stress dipende dal complesso di processi percettivi, cognitivi e affettivi che consentono al soggetto di valutare l'impatto emotivo degli eventi vissuti.
L'evento traumatico si riferisce a una condizione fisica, psicologica o sociale estrema, intensamente stressante, che può produrre evidenti effetti sulla mente e sul comportamento, che prendono il nome di disturbo post traumatico. L'evento traumatico può essere considerato un agente patogeno costituito da un insieme di condizioni altamente negative. All'inizio il termine rimandava ad avvenimenti di natura oggettivamente gravi e straordinari come le violenze fisiche, i disastri naturali, le guerre, le torture ed incidenti; poi le indagini empiriche degli ultimi decenni hanno mostrato che esistono persone che possono manifestare disturbi post traumatici anche se non sono state testimoni di eventi oggettivamente estremi; allo stesso tempo sono emersi casi opposti ovvero in cui individui esposti a livelli molto elevati di stress non manifestano segni di trauma psicologico. In questa prospettiva il concetto di evento traumatico viene oggi collegato a una valutazione soggettiva, piuttosto che alle caratteristiche oggettive degli eventi affrontati.
I fattori di protezione e di promozione sono quelle variabili individuali o ambientali in grado di impedire o di limitare l’azione negativa esercitata dalle fonti di rischio e si può fare la direzione di una traiettoria di sviluppo dell'individuo verso l'adattamento. I fattori protettivi possono essere distinti in diverse categorie:
- Fattori personali: ossia le competenze cognitive, relazionali, emotive e comunicative, definite dall’OMS come life skills, che rendono gli individui in grado di affrontare in modo efficace le richieste e i cambiamenti della vita quotidiana.
- Fattori legati alla famiglia del bambino: come il calore e la coesione familiare, lo stile educativo adottato dai genitori, la qualità delle relazioni con i genitori e altri parenti.
- Fattori legati alla comunità in cui il bambino vive: come la qualità della rete sociale di cui gode, l'opportunità di impiegare il tempo libero in attività significative, di assumere responsabilità personali e di realizzare il proprio Sé.
- Fattori legati al sistema educativo e alla scuola: come la soddisfazione per l'esperienza scolastica, l'offerta di strutture scolastiche adeguate e l'offerta di metodi e contenuti didattici innovativi.
Bisogna anche tenere conto di un terzo grado di variabilità interindividuale il che significa che un fattore può risultare protettivo o no a seconda della situazione. Ad esempio un fattore può giocare un ruolo di protezione in alcune circostanze negative, come il divorzio dei genitori, ma non in altre situazioni a rischio, come il maltrattamento. Infine, la persona non dispone sempre degli stessi fattori nella sua vita ma il loro uso varia in relazione alla fase di sviluppo in cui soggetto si trova.
I fattori hanno funzioni diverse come ad esempio per contrastare l'azione dei fattori di rischio:
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Attraverso un'azione diretta mirata a diminuire i problemi o i disturbi che insorgono nel corso dello sviluppo, definita compensatoria o dell’effetto principale, in cui i fattori protettivi neutralizzano o controbilanciano l'esposizione ai fattori di rischio, favorendo la comparsa di esiti positivi, indipendentemente dal livello di rischio.
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Attraverso un'azione a cuscinetto o a tampone, che consiste nell'interagire con i fattori di rischio per diminuirne l'effetto negativo. In questo caso si ipotizza l'esistenza di un effetto di moderazione, per cui le risorse protettive hanno un'influenza migliorativa o tamponante in relazione ai livelli di rischio cui è esposta la persona.
Un fattore protettivo può anche assolvere a entrambe le funzioni mostrando sia un effetto principale e sia effetto cuscinetto. Inoltre, possono svolgere altre due funzioni che sono orientate più in generale a potenziare le risorse del soggetto:
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