Resilienza e vulnerabilità
Il termine resilienza fa riferimento anche a quei bambini e adolescenti che riescono ad affrontare le circostanze avverse in maniera costruttiva e che reagiscono positivamente ad esse raggiungendo livelli soddisfacenti di benessere psicologico e una buona qualità della vita.
Il termine resilienza è stato preso in prestito dalle scienze fisiche e ingegneristiche con cui si indica la capacità dei metalli di resistere agli urti e alle sollecitazioni dinamiche senza perdere la loro integrità. (Scienze fisiche: capacità di un corpo di resistere anche ad urti violenti; scienze ingegneristiche: proprietà di un materiale che recupera la sua forma originale dopo essere stato deformato sotto pressione.)
Il concetto di resilienza in psicologia
In maniera simile, nel campo della psicologia, il concetto di resilienza indica la capacità degli individui di mostrare appropriati livelli di competenza in seguito all’esposizione alle avversità e difficoltà significative. Il termine resilienza in psicologia fa riferimento a due grandi filoni: la psicologia della personalità in cui la resilienza veniva definita come tratto di personalità che riflette le caratteristiche delle scienze fisiche ovvero la plasticità e la flessibilità, e la psicopatologia dello sviluppo che è tipica di bambini che riescono a superare eventi traumatici.
Definizione di resilienza da parte di Luthar (2003): la resilienza psicologica si riferisce a tutti quei comportamenti di adattamento positivo che la persona mette in atto quando si trova ad affrontare difficoltà significative che minacciano la sua incolumità fisica e/o psicologica. Tuttavia, non si tratta di un termine recente in quanto deriva dal termine latino “resalio”.
Inoltre, la storia è ricca di racconti che parlano di bambini e adolescenti che riescono a sopravvivere in circostanze avverse e superare difficoltà raggiungendo importanti traguardi. Inizialmente, però, si pensava che la resilienza fosse un dono per pochi eletti. Negli ultimi decenni invece è stato messo in luce il carattere di ordinaria normalità del fenomeno. Infatti, la capacità di riorganizzare in maniera positiva la propria esistenza dopo aver vissuto eventi stressanti e traumatici non può essere attribuita al talento particolare di pochi ma a una sinergia tra fattori individuali e ambientali.
La scienza della resilienza
Nella scienza della resilienza si passa, infatti, da un focus sui sintomi a quello sulle competenze e da un focus sulla persona a quello sull’interazione ambiente per persona. Nelle scienze psicologiche il concetto di resilienza viene introdotto solo negli anni ’70, anche se la capacità di resistere ad eventi negativi era stato precedentemente oggetto di ricerche. Es.: scritti di Anna Freud su bambini che hanno vissuto esperienza di Seconda Guerra Mondiale.
L’introduzione del termine resilienza nella letteratura psicologica evolutiva è, perciò, ad opera di Garmezy e Werner. Nel 1973, Garmezy conduce studi sull'origine della schizofrenia. Le ricerche portano alla constatazione che una gran parte di figli di pazienti schizofrenici non presenta alcuna forma di disagio psicologico durante l’adolescenza o nella vita adulta, mostrando al contrario elevate abilità socio-emotive e scolastiche. Il focus delle ricerche viene quindi modificato e la resilienza diventa il nuovo fenomeno da esplorare attraverso indagini longitudinali chiamati Project Competence Programme.
Werner ha condotto uno studio sull'isola di Kauai per 30 anni. Scopo: analizzare fattori che favoriscono o impediscono l’adattamento nel corso dello sviluppo. Nelle prime fasi della ricerca gli autori classificano i soggetti in due categorie (alto rischio e basso rischio) in base a una serie di indicatori che rilevano l’esposizione a condizioni avverse. Un terzo dei partecipanti, inizialmente, viene definito ad alto rischio, considerando la presenza concomitante di una molteplicità di fattori. I partecipanti, quindi, vengono seguiti nel tempo attraverso diversi follow-up fino all’età di 40 anni.
Dai primi risultati emerge che più della metà della popolazione classificata ad alto rischio non presenta particolari problemi psicologici e comportamentali riuscendo ad ottenere riconoscimenti scolastici, lavorativi e successi all’interno della sfera interpersonale. Questa tendenza si conferma anche nelle rilevazioni successive, mostrando addirittura un ulteriore miglioramento. Molti dei bambini che presentavano problemi comportamentali in adolescenza andavano incontro a netto recupero nell’età adulta e, al momento dell’ultimo follow-up, esibivano relazioni coniugali soddisfacenti, carriere lavorative appaganti, rapporti sociali supportivi e un senso di cittadinanza attiva e responsabile.
Resilienza vs. invulnerabilità
La parola resilienza, inizialmente, viene associata a concetti quali quelli di invincibilità e invulnerabilità. Quindi, la capacità di affrontare con successo le avversità descrive una caratteristica interna di alcuni soggetti predestinati sin dalla nascita a poter sopportare qualsiasi evento negativo. A partire dagli anni ’80 si avvia un processo di riflessione scientifica del costrutto, in quanto viene criticata in particolare l’equazione tra resilienza e invulnerabilità alle esperienze sfavorevoli.
- Rutter: La pratica di utilizzare la resilienza come un sinonimo di invulnerabilità si rivela inadeguata per diversi motivi:
- Il termine invulnerabile rimanda all’assoluta resistenza al danno, mentre è più appropriato considerare la resilienza come un fenomeno graduale.
- Una tale definizione di resilienza corre il rischio di essere applicata indistintamente a tutte le situazioni, mentre i diversi fattori mobilitano ogni volta meccanismi protettivi diversi e quindi le risorse necessarie per essere resilienti variano al variare delle circostanze.
- L’invincibilità si riferisce a caratteristiche immutabili nel tempo, mentre la resilienza va incontro a cambiamenti evolutivi.
Rutter: La resilienza deve esser presentata come un processo dinamico che consente agli individui di reagire in maniera adattiva a situazioni stressanti, attivando meccanismi di coping che consentono di trasformare potenziali minacce al proprio adattamento in opportunità di crescita e sviluppo.
La resilienza secondo Masten e colleghi
Masten e colleghi identificano all’interno della letteratura tre diverse accezioni:
- Caratteristica individuale o un tratto di personalità che rende gli individui che lo possiedono invulnerabili alle circostanze avverse.
- Processo evolutivo che porta a un buon adattamento psicosociale anche in seguito a condizioni altamente stressanti o traumatiche.
- Risultato del processo, in termini di esiti adattivi.
Masten, Best e Garmezy (1990) osservano come il termine sia usato dagli psicologi e dagli psichiatri per riferirsi a tre tipi differenti di situazioni:
- Quando i bambini che nascono in condizioni di alto rischio vanno incontro a un adattamento positivo nel corso dello sviluppo (per indicare il processo che porta a un buon adattamento anche se si incontrano condizioni di vita avversa).
- Quando i bambini che in momenti successivi della loro vita vivono in situazioni stressanti acute mostrano un alto livello di competenza (capacità di resistere a circostanze stressanti acute → stress resistance).
- Quando bambini che sono esposti a grossi eventi traumatici mostrano segni di recupero psicologico (capacità di recupero da grossi eventi traumatici come guerra o abusi sessuali).
A partire dagli anni ’90 i ricercatori concordano nel ritenere il costrutto di resilienza come un processo dinamico che implica la manifestazione di competenza in circostanze avverse. Masten e Coatsworth (1998) definiscono la resilienza come un processo evolutivo che porta a una competenza osservabile all’interno di un contesto altamente problematico per l’adattamento e lo sviluppo. Sono necessarie due condizioni affinché si possa parlare di resilienza:
- Deve essersi verificata una reale condizione di pericolo per la salute dell’individuo, come un evento traumatico o l’esposizione a situazioni potenzialmente stressanti (esposizione a condizioni avverse).
- L’adattamento psicologico dei soggetti deve poter esser definito funzionalmente adeguato (adattamento positivo).
La scienza della resilienza nel tempo
La scienza della resilienza esaminando popolazioni di bambini esposti ad eventi avversi, come le psicopatologie familiari oppure condizioni economiche avverse, in presenza dei quali la probabilità di sviluppare problemi psicologici avrebbe dovuto essere molto elevata, gli autori constano l’esistenza di notevoli differenze individuali nelle traiettorie evolutive. La forte analogia dei risultati conduce gli studiosi a dirigere il proprio interesse verso l’identificazione di quei fattori e di quei processi che consentono ai bambini di fronteggiare con successo le situazioni negative, dando così il via all’attuale paradigma teorico sulla resilienza.
Quattro fasi della scienza della resilienza
Secondo Masten e Wright è possibile identificare quattro fasi nel percorso di consolidamento della scienza della resilienza:
- Si cerca di rispondere a “cos’è la resilienza?”. Gli autori ricercano delle definizioni, cercano di mettere a punto una modalità di misurazione del costrutto e individuano caratteristiche personali e ambientali che differenziano i bambini e gli adolescenti e che a parità di condizioni avverse mostrano uno scarso adattamento rispetto a quelli che esibiscono alti livelli di competenza.
- L’interesse dei ricercatori è quello di focalizzare i processi sottostanti al funzionamento resiliente. La domanda che ci si pone riguarda come le diverse caratteristiche individuali e ambientali interagiscono nel determinare la resilienza.
- Si vuole testare l’efficacia dei modelli di intervento che mirano a potenziare le risorse e i fattori di protezione correlati alla resilienza, come le abilità sociali e cognitive, i comportamenti di parenting dei caregivers e la disponibilità di relazioni sociali supportive. Appartenenti a questo gruppo sono le ricerche che valutano l’effetto di programmi per promuovere la competenza emotiva, sociale e cognitiva di bambini in età scolare, il coinvolgimento di bambini e adolescenti e le strategie di parenting efficace nei loro genitori.
- Ancora in corso. L’obiettivo è quello di cercare di comprendere i processi che sottostanno alla resilienza nel corso dello sviluppo, integrando le conoscenze già acquisite con le recenti scoperte nel campo della genetica, dello sviluppo neuro comportamentale e della statistica. Esplorano ad esempio il ruolo dei polimorfismi genetici come moderatori dell’impatto di rischio e dell’avversità sul benessere individuale e il ruolo della plasticità neurale nello sviluppo della capacità di fronteggiare in maniera efficace gli eventi stressanti.
Il costrutto di resilienza nasce all’interno della psicopatologia dello sviluppo e per questo si collega a concetti quali rischio psicosociale, fattori di protezione e vulnerabilità. Il concetto di rischio psicosociale definisce le difficoltà e le condizioni avverse che vengono indicate nella definizione di resilienza. Questo concetto proviene dalla letteratura medica dove viene impiegato per definire quei fattori ambientali e individuali che predispongono verso l’insorgenza di specifiche patologie. In maniera più specifica altri autori hanno definito i fattori di rischio come l’insieme delle condizioni esistenziali dell’individuo e del suo ambiente che comporta una probabilità di morbosità mentale superiore a quella che si osserva nella popolazione generale.
Stress e fattori di rischio psicosociale
Il termine stress si riferisce in generale ad eventi o situazioni che mettono in difficoltà un organismo. Questo concetto è stato elaborato da Hooke all’interno delle scienze fisiche, il quale ha introdotto anche i termini di load, stress e strain, il cui uso successivamente ha interessato anche le scienze mediche e psicologiche. Seyle mostra, invece, che gli organismi biologici presentano reazioni e modificazioni fisiologiche in condizioni di difficoltà. L’autore utilizza il termine stress per indicare una risposta aspecifica a qualsiasi richiesta dell’ambiente e postula l’esistenza di un processo che si articola in tre fasi: allarme, resistenza ed esaurimento. Questo processo è avviato dall’azione di fattori chiamati stressor, ovvero agenti o cause che determino lo stress.
Negli ultimi anni gli studiosi si sono resi conto che un’altra serie di stimoli di natura psicologica e sociale può indurre allo stress. All’interno delle scienze psicologiche diverse ricerche hanno mostrato che situazioni traumatiche, come guerre, abusi e catastrofi, o alcune condizioni che caratterizzano la vita ordinaria dell’individuo possono essere causa di sofferenza e disturbi psicologici più o meno permanenti. In questo contesto lo stress si definisce come un processo interattivo che coinvolge la persona e il suo ambiente, in cui l’individuo valuta di non possedere le risorse psicofisiche necessarie per affrontare una determinata situazione. Questa definizione evidenzia che la reazione allo stress dipende dal complesso di processi percettivi, cognitivi e affettivi che consentono al soggetto di valutare l’impatto emotivo degli eventi vissuti. Si introduce quindi il concetto di stress percepito, il quale sottolinea il carattere soggettivo del fenomeno.
Con il termine di evento traumatico ci si riferisce a una condizione fisica, psicologica o sociale estrema, intensamente stressante, che può produrre evidenti effetti sulla mente e sul comportamento, che prendono il nome di disturbo postraumatico. L’evento traumatico può essere considerato un agente patogeno costituito da un insieme di condizioni altamente negative. Questo concetto viene oggi collegato a una valutazione soggettiva, piuttosto che alle caratteristiche oggettive degli eventi affrontati. Un disturbo postraumatico può essere causato da diverse situazioni la cui gravità non è insita negli eventi stessi, ma nel significato che viene loro attribuito dagli individui e nei conseguenti vissuti emotivi che ne derivano.
Classificazione dei fattori di rischio
L’obiettivo di molte ricerche è di operare una classificazione dei fattori di rischio. Le caratteristiche identificate negli anni comprendono diverse dimensioni le quali sono state raggruppate in quattro categorie:
- Caratteristiche interne e problemi di salute del bambino: disabilità fisiche e mentali, episodi di sofferenza prenatale, nascita prematura, disturbi cognitivi, disturbi fisici o malattie gravi.
- Fattori familiari: presenza di disturbi psicopatologici o comportamentali di uno dei due genitori o in un parente prossimo, la separazione precoce e prolungata dal caregiver, l’assenza o il decesso di uno o entrambi i genitori, la presenza di litigi o violenze familiari, il divorzio o la separazione, il maltrattamento, l’alcolismo, la tossicodipendenza o la malattia cronica di uno dei genitori.
- Variabili caratteristiche dell’ambiente: povertà, disoccupazione, appartenenza a un gruppo etnico minoritario, segregazione sociale, alta frequenza di comportamenti antisociali e devianti nel quartiere di residenza, una scarsa qualità dei servizi sociali e di cura.
- Eventi occasionali: (possono costituire una minaccia vitale per il bambino o per la sua famiglia). Guerra, catastrofi naturali, torture o deportazione forzata.
Queste caratteristiche ed eventi sono associati ad un’alta probabilità che forme di disadattamento compaiano nel corso dello sviluppo. I fattori di rischio possono essere suddivisi in distali e prossimali.
- Distali: esercitano un’influenza indiretta e la loro presenza non è sufficiente a generare danni o conseguenze negative. Agiscono innescando reazioni a catena.
- Prossimali: interessano in maniera diretta la vita del bambino e hanno ricadute immediate sul piano dell’adattamento.
I fattori di rischio tendono a co-occorrere. Si parla, quindi, di rischio cumulativo, definito dall’aggregazione di più indicatori di rischio e di esperienze di vita stressanti associate a un’elevata probabilità di sviluppare esiti disadattivi e problemi comportamentali.
Masten e Obradovic (2006) introducono la nozione di gradienti di rischio (risk gradients) per indicare la relazione proporzionale tra fattori di rischio e probabilità di manifestare problemi di adattamento. Infatti, se si calcola il numero totale di fattori di rischio cui la persona è esposta e si correla questo indice con diverse misure del funzionamento psicologico e sociale (successo scolastico, lavorativo o competenza relazionale) si può osservare una curva crescente in cui a maggior numero di eventi negativi corrisponde una più elevata incidenza di problemi psicologici e comportamentali.
Gli esiti disadattivi mostrati dagli individui sembrano crescere in funzione dei livelli di rischio a cui sono esposti, anche se le ricerche mettono in luce come alcuni soggetti possono essere considerati al di là del gradiente (off the gradient), nel senso che il loro adattamento è migliore o peggiore rispetto a quanto ipotizzato sulla base del loro livello di rischio. Il concetto di rischio psicosociale rappresenta comunque una condizione di probabilità.
La concezione probabilistica e interazionista del rischio
Negli anni ’80 cambia il modo di pensare al concetto di rischio e viene adottata una concezione probabilistica e interazionista. Si afferma, quindi, che lo sviluppo comporta un processo di interazione reciproca, continua e dinamica tra individuo e ambiente, attraverso un rapporto di reciproca causalità. Il rischio è considerato un processo circolare complesso, che coinvolge i percorsi della dimensione individuale, le modalità delle relazioni interpersonali, i contesti di riferimento ambientale e può prevedere sia esiti negativi che positivi. Dunque, adattamento e disadattamento non si costituiscono come opposti, ma appaiono come due aspetti dello stesso processo evolutivo. I fattori di rischio costituiscono segnali e spie del...
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