Capitolo 1: Che cos'è la resilienza
Il costrutto di resilienza psicologica indica la capacità degli individui di dimostrare appropriati livelli di competenza in seguito all’esposizione ad avversità e difficoltà significative. In termini generali, la resilienza psicologica si riferisce a tutti quei comportamenti di adattamento positivo che la persona mette in atto ogniqualvolta si trova a dover affrontare difficoltà significative che minacciano la sua incolumità fisica e/o psicologica.
Secondo gli autori, la capacità di riorganizzare in maniera positiva la propria esistenza dopo aver vissuto eventi stressanti o traumatici non può essere attribuita al talento particolare di pochi, ma a una fortunata sinergia tra risorse individuali e ambientali, il cui esito è un proficuo livello dell’adattamento. All’interno delle scienze psicologiche, il costrutto di resilienza viene introdotto negli anni Settanta. A Garmezy e Werner, e alle loro rispettive équipe di ricerca, si deve l’introduzione del termine resilienza nella letteratura psicologica di matrice evolutiva.
Garmezy iniziò la sua ricerca per comprendere se le psicosi schizofreniche erano trasmissibili di generazione in generazione. I risultati dimostrarono che gran parte dei figli dei pazienti schizofrenici non presenta alcuna forma di disagio psicologico. L’imprevedibilità di tali risultati catturò l’attenzione dell’autore, che decise di modificare il focus delle sue ricerche. La cosiddetta scienza della resilienza è piena di storie simili a quella appena riportata. La forte analogia dei risultati conduce gli studiosi a dirigere il proprio interesse verso l’identificazione di quei fattori e di quei processi che consentono ai bambini di fronteggiare con successo le situazioni negative, dando così vita all’attuale paradigma teorico sulla resilienza.
Le quattro ondate della scienza della resilienza
Secondo Masten e Wright, a partire dagli anni Settanta e fino ai nostri giorni, è possibile identificare quattro fasi o “ondate” nel percorso di consolidamento della scienza della resilienza. La prima ondata prende spunto dalle ricerche pionieristiche e cerca di rispondere alla domanda “Cos’è la resilienza?”. In questo contesto, gli autori investono energia nella ricerca di definizioni, di modalità di misurazione del costrutto e nell’individuazione delle caratteristiche personali e ambientali.
Nella seconda ondata, l’interesse dei ricercatori non è tanto quello di delineare in modo minuzioso i fattori o le variabili connesse al funzionamento resiliente quanto quello di focalizzare i processi ad esso sottostanti. La domanda che ci si pone riguarda come le diverse caratteristiche individuali e ambientali interagiscono nel determinare la resilienza.
La terza ondata è diretta a testare l’efficacia di modelli di intervento che mirano a potenziare le risorse e i fattori di protezione correlati alla resilienza. La quarta ondata è ancora in corso. L’obiettivo in questa fase è cercare di pervenire a una comprensione complessa dei processi che sottostanno alla resilienza nel corso dello sviluppo, integrando le conoscenze già acquisite con le recenti scoperte nel campo della genetica, dello sviluppo neurocomportamentale e della statistica.
Rischio psicosociale, fattori di protezione e vulnerabilità
Il costrutto di resilienza nasce all’interno del quadro teorico offerto dalla psicopatologia dello sviluppo e si ricollega ad altri concetti chiave presenti in questo ambito di ricerca, quali quelli del rischio psicosociale, fattori di protezione e vulnerabilità.
L’espressione rischio psicosociale proviene dalla letteratura medica ed epidemiologica americana degli anni ’50, dove viene impiegato per identificare gli agenti eziopatogenetici, ossia tutti quei fattori individuali e ambientali che predispongono gli individui verso l’insorgenza di una specifica patologia, come la schizofrenia, la depressione ecc. In modo più specifico, diversi autori definiscono i fattori di rischio come l’insieme delle condizioni esistenziali dell’individuo e del suo ambiente che comporta una probabilità di morbosità mentale superiore a quella che si osserva nella popolazione generale.
Obiettivo di numerose ricerche condotte in questo campo è quello di operare una classificazione accurata dei fattori di rischio cui si accompagna un interesse per la verifica del loro potere predittivo. Le caratteristiche identificate comprendono diverse dimensioni, che vanno da quelle biologiche a quelle sociali. Tali dimensioni sono state raggruppate dai ricercatori in quattro categorie:
- Caratteristiche interne e problemi di salute del bambino.
- Fattori familiari.
- Variabili caratteristiche dell’ambiente sociale in cui vive il bambino (come la povertà ecc.).
- Eventi occasionali che possono costituire una minaccia vitale per il bambino o per la sua famiglia.
I fattori di rischio possono essere suddivisi in distali e prossimali. I primi esercitano un’influenza indiretta e la loro presenza non è sufficiente a generare danni o conseguenze negative; piuttosto, agiscono innescando reazioni a catena. I fattori prossimali interessano in maniera diretta la vita del bambino e hanno ricadute immediate sul piano dell’adattamento (es. maltrattamento, deficit fisici ecc.). Negli ultimi decenni gli studiosi si sono focalizzati sul concetto di rischio cumulativo, definito dall’aggregazione di più indicatori di rischio e di esperienze di vita stressanti associate a un’elevata probabilità di sviluppare esiti disadattivi e problemi comportamentali.
Masten e Obradović introducono la nozione di gradienti di rischio (risk gradients) per indicare la relazione proporzionale tra fattori di rischio e probabilità di manifestare problemi di adattamento. Infatti, se si calcola il numero di fattori di rischio cui una persona è esposta e si correla con diverse misure del funzionamento psicologico e sociale, si può osservare una curva crescente in cui a maggior numero di eventi negativi corrisponde una più elevata incidenza di problemi psicologici e comportamentali. Però le ricerche mettono in luce come alcuni soggetti possono essere considerati al di là del gradiente (off the gradient), nel senso che il loro adattamento è migliore o peggiore rispetto a quanto ipotizzato sulla base del loro livello di rischio.
A partire dagli anni ’80, la maniera deterministica di concepire il rischio, caratteristica delle ricerche di cui abbiamo parlato, viene superata e sostituita da un’ottica probabilistica e interazionista. In questa prospettiva, si afferma che lo sviluppo comporta un processo di interazione reciproca tra individuo e ambiente, attraverso un rapporto di reciproca causalità. Partendo da tali presupposti, il rischio è considerato un processo circolare complesso, che coinvolge i percorsi della dimensione individuale, le modalità delle relazioni interpersonali e i contesti di riferimento ambientale e può prevedere esiti positivi o negativi.
In questa nuova prospettiva, l’attenzione dei ricercatori si focalizza sui fattori di protezione e di promozione (attualmente è più corretto dire promozione), quelle variabili individuali o ambientali in grado di impedire o mitigare l’azione negativa esercitata dalle fonti di rischio, e di canalizzare la direzione di una traiettoria verso l’adattamento. Anche i fattori protettivi possono essere distinti in diverse categorie:
- Fattori personali, ossia le competenze cognitive, relazionali, emotive che rendono gli individui in grado di affrontare in modo efficace le richieste e i cambiamenti della vita quotidiana.
- Fattori legati alla famiglia del bambino, come il calore e la coesione familiare.
- Fattori legati alla comunità in cui il bambino vive, come la qualità della rete sociale di cui gode.
- Fattori legati al sistema educativo e alla scuola.
Però bisogna anche tenere conto di un certo grado di variabilità interindividuale: ciò che costituisce una risorsa per alcuni individui può non esserlo per altri. Secondo Menesini, all’interno della letteratura psicologica il concetto di fattori protettivi è andato evolvendosi dalle prime definizioni degli anni ’80 alle formulazioni più recenti. Le prime si focalizzano sul valore “protettivo” delle variabili considerate, che svolgono un’azione di contrasto rispetto ai fattori di rischio, contenendone i potenziali effetti negativi. Le seconde utilizzano il costrutto in maniera più ampia per riferirsi a processi che espletano contemporaneamente diverse funzioni:
- Un’azione diretta mirata a diminuire i problemi o i disturbi che insorgono nel corso dello sviluppo, che viene definita compensatoria o dell’effetto principale, in cui si ipotizza che i fattori protettivi possano neutralizzare direttamente l’esposizione ai fattori di rischio.
- Un’azione “a cuscinetto” o “a tampone”, che consiste nell’interagire con i fattori di rischio per diminuirne l’effetto negativo. In questo caso si ipotizza l’esistenza di un effetto di moderazione, per cui le risorse protettive hanno un’influenza migliorativa o tamponante in relazione ai livelli di rischio cui è esposta la persona.
- Un’azione che consiste nel mettere a disposizione dei soggetti nuove opportunità e occasioni, come nel caso della possibilità di frequentare adulti significativi.
- Un’azione ancora più generale, che si riferisce alla promozione del benessere individuale e dell’autostima degli individui.
Le prime due funzioni sono finalizzate a contrastare l’azione dei fattori di rischio, le ultime due sono orientate più in generale a potenziare le risorse del soggetto e incoraggiare il suo adattamento. I fattori di protezione agiscono sia in condizioni di avversità che in condizioni di assenza di minacce. I fattori di resilienza agiscono solo in condizioni di avversità.
Il concetto di vulnerabilità
Un ulteriore costrutto riferibile a questo ambito di indagine è quello di vulnerabilità. Malaguti sostiene che “il concetto di vulnerabilità ha aperto la strada al concetto di resilienza”. In ambito psicologico, l’interesse per la vulnerabilità nasce all’interno dell’approccio clinico-patologico, che la considera una predisposizione o inclinazione a sopperire al peso di circostanze avverse, come eventi altamente stressanti o traumatici, manifestando forme di patologia e disturbi psicologici. Questa predisposizione deriva dall’interazione fra caratteristiche individuali e condizioni ambientali.
Il ruolo della ricerca è quello di analizzare i processi intrapsichici e i contesti patogeni che determinano tale fragilità. Anthony, uno dei pionieri delle ricerche sulla vulnerabilità, ricorre a un’efficace metafora, quella delle tre bambole (3 bambole, 1 acciaio, 1 plastica, 1 vetro. Inferendo un colpo di martello avranno reazioni diverse). Lo studio del concetto di vulnerabilità è andato trasformandosi nel corso degli anni portando i ricercatori ad affermare che: a) esso non coincide con il concetto di rischio; b) si riferisce a un processo il cui esito è determinato dall’azione di più variabili, di natura interna ed esterna agli individui.
I concetti di stress ed evento traumatico
Il termine stress si riferisce in generale a eventi o situazioni che mettono in difficoltà un organismo. Questo concetto è stato elaborato nel XVII secolo grazie al lavoro di Hooke. L’autore distingue fra i termini load, stress e strain: load si riferisce al peso (o carico) cui viene sottoposta la struttura, stress è la tensione che viene esercitata dal peso, mentre strain fa riferimento alla deformazione della struttura creata dall’interazione tra carico e stress. Selye offrì un contributo importante che mostra come gli organismi biologici presentano reazioni e modificazioni fisiologiche in condizioni di difficoltà. L’autore utilizza il termine stress per indicare una risposta aspecifica a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente. Selye postula l’esistenza di un processo che si articola in tre fasi (allarme, resistenza, esaurimento) ed è avviato dall’azione di alcuni fattori denominati stressors che attivano specifici mediatori ormonali.
All’interno delle scienze psicologiche diverse ricerche hanno mostrato in maniera evidente che situazioni traumatiche, così come alcune condizioni che caratterizzano la vita ordinaria delle persone, possono essere causa di sofferenza e disturbi psicologici più o meno permanenti. In questo contesto, lo stress si definisce come un processo interattivo che coinvolge la persona e il suo ambiente e in cui l’individuo valuta di non possedere le risorse psicofisiche necessarie per affrontare una determinata situazione (definizione elaborata da Lazarus).
Quando si parla di evento traumatico, ci si riferisce a una condizione fisica, psicologica o sociale estrema, intensamente stressante, che può produrre evidenti effetti sulla mente e sul comportamento, che prendono il nome di disturbo postraumatico. Tuttavia, le osservazioni cliniche e le indagini empiriche hanno mostrato che esistono persone che possono manifestare disturbi postraumatici anche se non sono state testimoni di eventi oggettivamente estremi; allo stesso tempo, sono emersi casi opposti, in cui individui esposti a livelli molto elevati di stress non manifestano segni di trauma psicologico. In tale prospettiva, il concetto di evento traumatico viene oggi collegato a una valutazione soggettiva, piuttosto che alle caratteristiche oggettive degli eventi affrontati.
La resilienza: ambiti di studio
Il campo in cui tale tradizione di ricerca ha preso forma è quello dello studio della trasmissione intergenerazionale delle forme psicopatologiche. In tale contesto, gli autori si sono occupati di analizzare le caratteristiche interne o le condizioni esterne che consentono ai figli di genitori affetti da varie forme di psicopatologia o di dipendenze patologiche di crescere in maniera competente e di mostrare un buon funzionamento psicosociale. In secondo luogo, il loro interesse è stato finalizzato a studiare i meccanismi e i processi che regolano l’interazione tra tali fattori.
Oltre alla psicopatologia dei genitori, le ricerche sulla resilienza si sono dedicate e continuano a dedicarsi all’analisi dell’impatto che diversi tipi di difficoltà significative hanno sulle vite di bambini e adolescenti. In questa prospettiva, gli ambiti più studiati dai ricercatori sono i seguenti:
- Povertà e condizioni economiche svantaggiate
- Guerre e conflitti armati
- Separazione e divorzio dei genitori
- Maltrattamento
- Morte dei genitori
- Catastrofi naturali e atti di terrorismo
- Problemi di salute ed esperienze medico-ospedaliere
- Immigrazione e appartenenza a gruppi minoritari
- Esposizione a molti eventi stressanti
- Resilienza educativa o accademica. Con questo termine si intende l’abilità di bambini e adolescenti di andare incontro al successo scolastico anche se devono fronteggiare situazioni negative. Quindi questi studi si focalizzano esclusivamente sugli esiti scolastici.
- Resilienza adolescenziale
Implicazioni pratiche del concetto di resilienza
L’avvento della scienza della resilienza ha permesso di raggiungere due obiettivi. Il primo riguarda la maggiore chiarezza che si è fatta circa i meccanismi e i fattori che proteggono gli individui dall’impatto di circostanze stressanti. Il secondo è diretta conseguenza del primo e concerne le indicazioni per la progettazione di azioni preventive e la riformulazione degli obiettivi, dei modelli teorici, degli strumenti di misurazione e delle metodologie adottate.
La tendenza attuale degli studi sulla resilienza guarda soprattutto a valorizzare la dimensione positiva della persona, enfatizzando gli aspetti legati allo sviluppo delle capacità o alla qualità del benessere, per sostenere i punti di forza individuali e potenziare il sistema delle risorse. I programmi di intervento, organizzati intorno a queste finalità, hanno un ulteriore merito che è quello di essere più coinvolgenti verso genitori o insegnanti.
I primi studi sulla resilienza erano focalizzati esclusivamente sulla rilevazione del disagio, la cui assenza era considerata un indicatore di adattamento. Col passare del tempo ci si è resi conto dell’importanza di valutare la competenza, intesa come l’acquisizione dei compiti evolutivi tipici di una determinata fase dello sviluppo, così come la qualità dei contesti sociali in cui è inserito il bambino o l’adolescente.
I risultati delle ricerche sulla resilienza indicano diverse strategie di intervento che possono essere vagliate dai progettisti per prevenire i problemi psicologici e favorire il benessere psicosociale. Esse possono essere suddivise in tre grandi categorie:
- La prima è focalizzata sul rischio (risk-focused) e include gli interventi che tentano di eliminare o ridurre il livello di esposizione alle avversità nel corso dello sviluppo.
- La seconda comprende le strategie che mirano ad accrescere la quantità e la qualità delle risorse protettive (asset-focused) a disposizione di bambini o di adolescenti.
- La terza è orientata al processo (process-oriented) e include strategie che cercano di mobilitare o di potenziare il funzionamento dei processi adattivi più importanti per i bambini.
Alcuni tipi di intervento possono rientrare in più di una categoria perché fanno parte di programmi complessi.
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