La vulnerabilità unica
Capitolo 1: Adozioni ora in calo ma cresciute molto negli anni
Una delle prime evidenze storiche dell'adozione è il Codice di Hammurabi del II millennio a.C., una delle più antiche raccolte di leggi conosciute, che normava i diritti e i doveri degli adottanti e degli adottati. Nella legislazione della Roma antica, la finalità prioritaria dell'adozione era quella di assicurare a chi non aveva figli maschi un successore. Adottare significa scegliere per sé, scegliere per uno scopo (metafora pirandelliana dell'innesto).
Ad un'analisi superficiale, l'adozione può essere descritta come una situazione ideale per risolvere i problemi di tutte le parti coinvolte: genitori si libera di un figlio indesiderato, altri che lo desiderano lo avrebbero e il bambino abbandonato troverebbe nuova famiglia che lo desira. Brodzinsky la descrive come un'esperienza stressante per entrambi e che richiede strategie adeguate di fronteggiamento o di coping per affrontarla. Presenta molti aspetti delicati ed è una realtà complessa. I bambini hanno modalità e risorse diverse per affrontare l'adozione: alcuni la vivono positivamente, altri provano emozioni negative. Le negative possono mettere in atto diverse strategie di coping: sostegno sociale, rifiuto o ritiro, controllo. L'evitare peggiora la situazione e porta allo sviluppo di maggiori problemi comportamentali.
Le ricerche psicologiche che si focalizzano sull'adozione sono state circoscritte da Palacios e Brodzinsky a tre filoni:
Primo orientamento di ricerca
Prende avvio negli anni '50 e raggiunge l'apice negli anni '90, presenta secondo i due alcuni punti di debolezza metodologica. Si trattava di ricerche descrittive che non prendevano in considerazione l'open adoption e gli aspetti determinanti delle adozioni contemporanee, caratterizzate sempre più da bimbi di altra etnia e più grandi. Fa derivare l'immagine che i bambini adottati da piccoli o da neonati fossero esposti a un rischio maggiore di incorrere nella loro vita in disturbi e disagi e di assumere condotte devianti. Si trattava di un'analisi su dati raccolti con campioni clinici. Occorre però contestualizzare in modo più ecologico il bambino che è stato adottato, tenendo in considerazione tante variabili.
Per tale ragione, oggi gli psicologi, per superare i limiti metodologici delle ricerche raggruppate in questo primo orientamento, hanno fatto ricorso alla tecnica della meta-analisi. Essa segnala ritardi per quanto riguarda la crescita fisica, l'attaccamento, la riuscita scolastica, lo sviluppo linguistico, l'adattamento. Il divario in tali campi può essere maggiore quando l'adozione avviene dopo il primo anno di vita. I bambini in adozione internazionale (contro quelli in adozione nazionale) presentano un migliore sviluppo e minori problemi comportamentali. Perché? L'adozione internazionale è più visibile per le caratteristiche somatiche diverse all'interno della famiglia, facilita la comunicazione rispetto ai temi dell'adozione; nell'adozione internazionale, la causa dell'abbandono è spesso legata a condizioni socioeconomiche svantaggiate della famiglia d'origine, mentre per quella nazionale possono essere connesse a problemi psichiatrici o di dipendenza patologica dei genitori biologici. I bambini che sono andati in adozione recuperano in tutti gli aspetti dello sviluppo rispetto ai coetanei che rimangono in istituto. La meta-analisi supporta anche l'idea di adozione come intervento efficace nella vita dei bambini. Può essere vista come una possibilità offerta al bimbo di sviluppare relazioni di attaccamento più sicure. Questo metodo non ha saputo dire il perché dei disturbi e delle difficoltà di adattamento.
Secondo orientamento di ricerca
Sviluppato dopo la caduta di Ceausescu nel 1989, ha concentrato la propria attenzione sui bambini istituzionalizzati in Romania, considerati come testimoni privilegiati di scandalose e drammatiche condizioni di istituzionalizzazione. Una ricerca longitudinale è quella inglese di Rutter e dell'English and Romanian Adoptees. Il campione era composto da 150 bambini romeni adottati in Inghilterra, osservati a 4, 6 e 11 anni. Tutti all'arrivo presentavano un ritardo severo sia fisico che psicologico. A 6 anni, a livello fisico, si erano normalizzati, ma la circonferenza cranica risultava al di sotto della media (indicatore di crescita cerebrale). Ad 11 anni permanevano disturbi di comunicazione sociale, apprendimento, attenzione/iperattività, attaccamento indifferenziato tra adulti familiari e non. La durata del periodo di permanenza in istituto risultava significativa solo se i bimbi erano stati adottati dopo i 6 mesi di vita.
Secondo Palacios, nessuna età può essere considerata predittiva della quantità o qualità del recupero successivo del bambino, ma la precocità dell'adozione può essere correlata ad un migliore risultato (anno di non adozione, 5 mesi di età mentale di ritardo). Nelle ricerche citate non erano prese in considerazione le sfere emotive e sociali per le quali i tempi di recupero potrebbero essere più dilatati, mancano anche le esperienze che precedono l'adozione. L'amore non può cancellare ciò che c'è stato prima ma garantire capacità di recupero, secondo Palacios.
Terzo orientamento di ricerca
Più recente, dal 2005 sistematizza tutte le variabili che influiscono sull'adattamento nelle famiglie dove sono stati adottati dei bambini. Brodzinsky parla di vulnerabilità unica: essere stati adottati non è condizione necessaria e sufficiente a costituire l'identità nella sua totalità, ma è un insieme dei vissuti adottivi e degli aspetti individuali della persona. Ognuno ha la sua storia personale, dove il pre e il post adozione hanno peso rilevante.
Il focus è su tre aree d'interesse:
- Processi interpersonali nel funzionamento delle famiglie adottive
- Problemi legati all'attaccamento
- Ruolo dei fattori genetici nell'adattamento dei bambini
Quella giudicata più attiva (da Palacios e Brodzinsky) è l'area della comunicazione: come, quanto e quando i genitori affrontano il tema dell'adozione con il figlio. Processo che si sviluppa nel tempo, in adolescenza svolge un ruolo determinante, può avere inizio sin dall'arrivo per non fargli perdere la memoria. Brodzinsky ritiene che fino a 7/8 anni il bambino ritenga piacevoli i racconti circa le sue origini, intorno a questa età inizierà a mostrare una comprensione più realistica delle complicazioni legate allo status adottivo. Potrebbe generare ansia, sensi di colpa, tristezza e rabbia.
Per quanto riguarda la seconda area, i processi dinamici implicati hanno documentato come mutano i modelli operativi interni dei bambini. Cruciale è la capacità della madre adottiva di decodificare i segnali del bambino e di rispondervi subito e in modo adeguato. In riferimento a quest'area di interesse si fa riferimento all'importanza di un supporto ulteriore alle famiglie adottive nel post adozione.
L'ultima area di interesse ha indagato i fattori biologici coinvolti nell'adattamento.
Comunicare le origini e implementare il patto adottivo
L'articolo 28 della legge 184/1983 sancisce l'obbligo per i genitori adottivi di informare il figlio sulle proprie origini. La ricerca psicosociale ritiene che sia opportuno farlo fin dalla tenera età per non far perdere la memoria del pre-adozione. Brodzinsky fa notare come l'apertura comunicativa sia il miglior predittore dell'autostima nei bambini che sono stati adottati e del loro adattamento psicologico, più dello stesso contatto diretto con la famiglia d'origine (structural openness). Padri e madri dovrebbero adottare un processo comunicativo circolare dove tutti sono coinvolti e dove gli adulti con consapevolezza e con cura accompagnano il figlio nella crescita e nella ricerca della propria identità di adottato.
Nella ricerca della propria identità, i bambini adottati faranno un doppio sforzo rispetto ai genitori in quanto devono capire chi sono e chi sono in relazione all'adozione. Assume molta importanza valorizzare il legame con il paese d'origine. Quando il dialogo non esiste, sensi di colpa, rabbia e frustrazione possono dilaniare le relazioni familiari, lasciando genitori e figli nella solitudine. Padri e madri andrebbero aiutati nel post adozione nei loro compiti di supporto e comprensione delle ragioni e delle motivazioni del figlio. Bisogna essere disponibili all'apertura, soprattutto quando il bambino esplicita il bisogno di sapere di più sulla propria provenienza. Ciò permette l'elaborazione del dolore senza aggiungere il senso di colpa al bimbo che teme di arrecare tristezza ai genitori.
Secondo Wrobel, esistono tre fasi di comunicazione:
- Genitori forniscono al figlio informazioni non richieste
- Rispondono alle domande del figlio
- I bimbi prendono il controllo nel cercare le informazioni che gli interessano
Dare la possibilità al figlio di riempire un po' il vuoto sostenendolo nelle ricerche delle proprie origini significa fargli acquisire un'identità personale e sociale armonica. Ogni commento negativo del genitore adottivo riguardo alla famiglia biologica del bimbo o riguardo al contesto in cui è nato, può essere deleterio.
Open adoption e openness in adoption
In alcuni studi risulta che solo un terzo degli adottati, a un certo punto della vita, cerca informazioni (femmine più interessate, di solito chi cerca ha più difficoltà di adattamento). Openness in adoption: apertura comunicativa in famiglia sulle tematiche inerenti le origini di chi è stato adottato. Open adoption: apertura nei confronti dei genitori biologici, in cui il contatto avviene tra la famiglia adottiva e i birthparents, direttamente o mediata dalle istituzioni. I due parametri di apertura possono integrarsi.
Brodzinsky enuclea alcune preoccupazioni circa l'open adoption: di indebolire il legame genitori adottivi-figlio, il timore che il contatto con le origini possa minare la famiglia adottiva generando incertezza, compromettendo il benessere emotivo e prolungando il dolore dei genitori biologici, di creare ansia e confusione per il bambino. Per alcuni significa non sentirsi in dovere di scegliere tra famiglia adottiva e biologica (soprattutto per 19enni). Più attenzione andrebbe data al padre.
Capitolo 2: La teoria dell'attaccamento
La Teoria dell'attaccamento (TDA) ha permesso di indagare le relazioni che si instaurano all'interno della famiglia tra i singoli membri e, dall'altro, le relazioni che il singolo e la famiglia sviluppano e intrattengono con l'esterno. Ha analizzato le relazioni familiari, non solo nelle famiglie biologiche, ma anche in quelle adottive. Bowlby fu il primo a richiamare l'attenzione sul ruolo della madre. Iniziatore e principale teorico di riferimento della TDA, egli affermò, in antitesi con le teorie psicoanalitiche del tempo, che il bambino nasce sprovvisto di una serie di comportamenti geneticamente predeterminati che svolgono un'importante funzione adattiva.
Tre concetti sono necessari da tenere connessi ma distinti nella TDA:
- Comportamento di attaccamento
- Sistema comportamentale di attaccamento
- Legame o relazione di attaccamento
Il comportamento di attaccamento viene definito come ogni forma di comportamento che tende ad ottenere o a mantenere la vicinanza con un altro individuo differenziato e preferito. Si manifesta nell'uomo con segnali quali: sorriso, pianto, vocalizzazione e da comportamenti di avvicinamento. Il sistema comportamentale di attaccamento è descritto come uno dei sistemi che regolano il comportamento del bambino, avente come obiettivo esterno quello di spingerlo alla ricerca di una vicinanza alla figura di attaccamento e come obiettivo interno, quello di indirizzarlo alla sicurezza. A questo si alterna il sistema esplorativo che lo motiva a esplorare l'ambiente. Il legame o relazione di attaccamento è definito come aspetto specifico della relazione fra bambino e adulto connesso con il mantenimento e la regolazione della sicurezza e della protezione. Si intende quella particolare relazione di lunga durata, emotivamente significativa, che si stabilisce tra il bambino e la persona adulta che si prende cura di lui a partire dalla nascita. Questa teoria rivelerebbe una predisposizione innata a sviluppare relazioni di attaccamento con figure di riferimento primarie.
Secondo Bowlby, il bambino è predisposto geneticamente a stabilire un legame di attaccamento con la madre biologica. Le separazioni, sia pur momentanee, dalla madre possono generare ansia e rabbia, dando origine a difficoltà nello sviluppo del bambino. Fa notare come i comportamenti dei bambini separati dalla madre o che l'abbiano perduta siano simili al lutto delle persone adulte. L'ontogenesi del sistema di attaccamento può essere suddivisa in quattro fasi:
- Preattaccamento: dalla nascita ai 2 mesi. Il piccolo manifesta comportamenti di attaccamento quali pianto, sorriso, segnali di discriminazione tra persone diverse.
- 2 mesi fino a 6/8 mesi: il bambino comincia a indirizzare in modo preferenziale i comportamenti di attaccamento verso la madre. Non compare ancora la protesta per la separazione e l'ansia è generata dall'essere lasciato solo.
- 6/8 mese fino ai 2 anni: si sviluppa l'attaccamento vero e proprio. Il bimbo manifesta sentimenti di ansia quando la madre si allontana, la segue, piange, compare la paura dell'estraneo.
- Dai 18 mesi in poi, caratterizzata dalla costruzione di una relazione reciproca tra madre e bambino che ha lo scopo comune di comunicazione e scambio affettivo.
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