Il crimine del bambino
Presentazione
Winnicott mise a fuoco l’origine interpersonale dell’odio e il ruolo giocato dai due partner nella relazione, offrendo un contributo importante per lo sviluppo della tecnica con i piccoli pazienti antisociali. Melanie Klain, sottolineò la normalità e l’universalità delle tendenze ormai criminali nel bambino. Il modello teorico di riferimento è quello pulsionale puro.
Diversamente da Winnicott, che considerava l’aggressività una degenerazione di aspetti pulsionali non aggressivi, la Klein concettualizzerà nei suoi scritti la pulsione separata, individuata e definita da Freud pulsione di morte, dotata di una spinta autonoma, e capace di manifestarsi fin dall’inizio della vita sotto forma di “impulsi e fantasie”.
La psicologia dell’Io, che poggia sulla teoria strutturale, ritiene infatti rilevante fin dall’inizio il ruolo dell’Io. Questa istanza si sviluppa, sulla base di una progressione maturativa innata, nel contesto di un ambiente empatico, prevedibile e supportivo, consentendo al bambino di differenziare e modulare le spinte pulsionali. La maggior parte dell’aggressività viene progressivamente trasformata e utilizzata secondo modalità egosintoniche e socialmente accettabili.
I bambini antisociali, debbono essere aiutati con specifiche tecniche. Redl ritiene indispensabile affrontare il trattamento con un intervento su diversi livelli, che comprende la strutturazione di un ambiente educativo, all’interno del quale può svolgersi anche la terapia individuale. Man mano che l’Io si rafforza, il bambino trova delle modalità nuove per affrontare le richieste delle parti più primitive e non trasformate della personalità. Questi autori credono nella possibilità di aiutare i bambini antisociali con la psicoanalisi.
Chi è delinquente?
Alcune cose che si leggono e si sentono su ciò che fanno i “delinquenti” sono così esorbitanti, i problemi che presentano sono così gravi che ovviamente rientrano nella patologia avanzata. Queste azioni non sono affatto paragonabili a quelle a cui pensa la maggior parte della gente quando grida che occorre fare qualcosa per prevenire il sorgere della “delinquenza nel nostro quartiere”.
I fatti che si leggono sui giornali sulle offese commesse da giovani incendiari, violentatori e sadici inveterati, o su giovani che improvvisamente si danno a orge omicide dopo essere rimasti repressi per anni dietro il paravento di una passività blandamente conformista. Quei giovani sono così malati che la “delinquenza” è un’etichetta troppo vaga per comprendere le azioni. Lo stesso vale per il “giovane teppista in divenire”, ben organizzato ma estremamente antisociale.
Per la maggior parte della gente il giovane che si trova coinvolto in una lotta di bande, in cui qualcuno finisce per essere seriamente ferito, o che culmina in un’irrefrenabile orgia di distruzione, è più grave del ragazzo che viene scoperto ad accumulare le matite rubate alla sorellina e seppellirle sotto l’albero preferito.
Tra le misure preventive clamorosamente invocate nei convegni sulla delinquenza, si sente spesso proporre ai genitori che devono fare di più per scoprire prontamente la delinquenza. Due significati del tutto diversi sono frequentemente confusi in questo clamore per una “scoperta precoce”.
Per “precoce” alcuni non intendono tanto il tempo, quanto i primi stadi del problema. Alcuni giovani che ora sono nei guai manifestarono effettivamente problemi nei primi anni di vita, problemi che i genitori potevano vedere e hanno sottovalutato. Ma in molti casi questi bambini avevano problemi perfettamente normali. Molte forme di “comportamento problematico” sono assolutamente tipiche di certe fasi dello sviluppo del bambino, e non sono collegate con un comportamento analogo che può manifestarsi a un’età successiva.
Alcuni giovani certamente “si sfrenano” quando hanno sedici anni, spesso apparentemente senza alcun motivo. Eppure le prime avvisaglie del problema, non stavano nella sfrenatezza bensì nel suo opposto: la prontezza alle lacrime e l’iperconformismo, la silenziosa sottomissione alle forme più sciocche di punizione, l’incapacità di comunicare e confessare o cercare aiuto quando erano in difficoltà e così via.
I genitori, dovrebbero essere chiaramente informati che neanche gli esperti avrebbero potuto sapere che cosa prevedere e che cosa fare. Un simile atteggiamento potrebbe incrementare la collaborazione tra specialisti e genitori. L’unica soluzione vera al problema della scoperta rimane la stessa di tutte le altre forme di malattia: tendere con tutte le proprie forze a una ricerca esaustiva e accurata.
Quando vi trovate improvvisamente a dovervi preoccupare per i vostri giovani, evitate, qualsiasi teoria per qualche tempo. Questo non è il momento di decidere quale parte esattamente del bagaglio delle vostre conoscenze meglio si adatti al vostro caso. Dovete guardare lui e quello che ha fatto abbastanza a lungo per sapere ciò che realmente avviene dentro di lui e intorno a lui. È meglio evitare per un certo tempo di entrare in discussioni sulla delinquenza e di leggere articoli di giornale su violentatori e assassini su episodi di vandalismo.
Si trovano nei pasticci più giovani i cui genitori si compiacevano troppo dei risultati superficiali conseguiti, che non giovani i cui genitori neppure tentavano di affrontare i problemi. I fatti reali sono più difficili da digerire. Ogni volta che un giovane afflitto da un problema grave mostra troppo frettolosamente un “cambiamento miracoloso”, dovete prima scoprire che cosa è avvenuto esattamente del suo problema. I miracoli, sono rari. Se i problemi del ragazzo spariscono appena dopo che gli si parla, lo si picchia o gli si è comprato un nuovo corredo da football, è il caso di nutrire qualche sospetto.
Molti genitori si vergognano di ammettere a sé stessi che i loro figli incominciano a manifestare caratteristiche delinquenziali, perché ancora presumono che la delinquenza colpisca solo i non privilegiati. La delinquenza può colpire dappertutto. Le famiglie dei genitori più coscienziosi, le classi degli insegnati più entusiasti possono essere colpite da attacchi di delinquenza per motivi a loro inspiegabili: non c’è di che vergognarsi; è solo indispensabile svegliarsi e incominciare a capire.
La sfida dei bambini che odiano
Che cos'hanno di tanto speciale i “bambini che odiano”? Tutti i bambini sviluppano sentimenti negativi anche verso le persone che amano e di cui hanno fiducia?
Questi bambini si distinguono dai loro coetanei meno disturbati per due caratteristiche. Sono bambini che non riescono a far fronte ai compiti della vita quotidiana senza divenire un inestricabile groviglio di pulsioni. E tra gli svariati impulsi che essi non sanno sottomettere e padroneggiare, spiccano, indipendentemente dallo sfondo sociale che forma la trama del loro ambiente di vita, le tensioni e gli impulsi che abbiamo classificato sotto il concetto di odio. Da questa loro incapacità di costruire una sintesi tra i loro impulsi interiori e un ordine sistematico delle cose, basato sui valori e sulla realtà, nasce la sfida che essi rappresentano per noi.
Lavorando a contatto con questi bambini abbiamo scoperto che ciò che non riescono a padroneggiare non è soltanto l'odio: di odio ne hanno in abbondanza; fiumi, oceani di odio che allaga incontrollato e incontrollabile il terreno della loro vita quotidiana.
Nell'esaminare lo stato in cui si trovavano nei momenti di disgregazione, abbiamo scoperto che quello che la psichiatra chiama il loro Io è affetto in molte aree delle proprie funzioni da una gravissima incapacità di svolgere i propri compiti. Con il termine Io, intendiamo quella parte della personalità che ha il compito di mantenerci in contatto con la “realtà” e ci aiuta a regolare l'espressione degli impulsi in modo che essa rimanga entro i limiti dettati da tale realtà.
Dove la questione viene complicata da esigenze etiche si ha la stessa cosa, solo resa più complicata dalla relazione esistente tra la coscienza morale e l'Io e tra queste due istanze e gli impulsi. È possibile ricostruire la mappa approssimativa dei compiti quotidiani dell'Io in cui questi bambini presentavano gravi carenze. Quasi ad aggravare la loro già enorme difficoltà nel fare fronte al loro Sé interiore corroso dall'odio, c'era una reazione in cui tutto si accumulava e tutto finiva: l'odio. L'odio si esprimeva come un impulso primario, fondamentale, che trascendeva di gran lunga qualunque idea di normalità; e si presentava come reazione secondaria di fronte all'insuccesso nello svolgere compiti che in sé stessi non avevano molto a che fare l'odio.
Questi bambini non sono capaci di fare fronte alla paura, all'angoscia o all'insicurezza senza cadere in forme di aggressività disorganizzata. Non sono in grado di fare fronte ai sensi di colpa provocati dal loro comportamento senza cadere in preda all'aggressività e senza ripetere di nuovo i medesimi atti che inizialmente avevano dato origine a quel senso di colpa. Se si trovano di fronte alla prospettiva di un'attività piena di piacere, non ne sanno cogliere l'intrinseca promessa di piacere e si rifugiano in un comportamento impulsivo distruttivo.
Essi sono terribilmente impazienti: qualunque cosa vogliano, bisogna dargliela immediatamente, e se non l'ottengono la loro tumultuosa ostilità si scatena di nuovo. Se si è gentili con loro, se li si circonda di affetto, di giocattoli e di buon cibo e di adulti disposti ad aiutarli, allora è come se pensassero che quel poco di ragionevolezza che sono riusciti a mantenere...
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