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Esame psicologia dello sviluppo

Alla base di questa disciplina, che pone l'enfasi sulle fasi dello sviluppo, c'è il fatto che esistono diverse fasi dello sviluppo umano che hanno delle specifiche caratteristiche che la psicologia dello sviluppo si incarica di comprendere e studiare. È su questa sottolineatura che noi oggi abbiamo uno sguardo sul bambino competente, e non più lo sguardo che c'era prima del '900 per cui sostanzialmente si riteneva che il bambino fosse un essere del quale si doveva tollerare che all'interno di una quindicina di anni diventasse un adulto.

Secolo della scoperta del bambino

Il ventesimo secolo è stato definito il secolo della scoperta del bambino, grazie alla psicologia, pedagogia, psicoanalisi Freudiana che hanno contribuito ad arricchire la nostra conoscenza delle tipicità delle fasi dello sviluppo infantile.

Quando parliamo di fasi di sviluppo infantile necessitiamo di uno sguardo scientifico ed etico assieme, convenzionalmente parliamo di avvio della vita umana dopo la nascita, ma in realtà la vita umana nasce con la fecondazione, dove avvengono già dalle prime ore cose tumultuose, velocissime, per cui è difficile dire che non è presente uno sviluppo.

Sviluppo intrauterino

Nello sviluppo intrauterino, quello che definiremo il bambino nato, cresce come mai il bambino nato crescerà nel resto della sua vita, questo concetto cardine della psicologia dello sviluppo contiene implicazioni non solo descrittive.

Dobbiamo immaginare che la psicologia dello sviluppo sia come un edificio che poggia su quattro pilastri fondamentali, quattro temi che si ritrovano ogni volta vengono affrontati ambiti di questa disciplina.

Dialettica nature/nurture

  • Nature: gli aspetti biologico, disposizionali, genetici.
  • Nurture: gli aspetti relativi all’allevamento, all’ambiente, alle pratiche di accudimento del bambino, a ciò di cui il bambino fa esperienza in termini di ambiente di riferimento.

Sulla tematica nurture, la psicologia si interroga da sempre.

Arnold Sumeroff, un autore fondamentale della psicologia dello sviluppo, che studia lo sviluppo umano nell'interdipendenza dei fattori nature/nurture, ci ha indicato come nel corso del secolo scorso ci siano stati dei passaggi, che in alcuni hanno indicato la pregnanza dei fattori nature, e altri anni in cui è stata più indagata la pregnanza dei fattori nurture.

Su questa dialettica si aprono tematiche infinite, tra cui il fenomeno degli asili nido svedesi dove, da qualche anno, si sta sperimentando una specifica forma di conduzione degli asili, in cui l'idea centrale è che, per contrastare la discriminazione di genere e gli aspetti che caratterizzano la violenza maschile nei confronti delle donne, se noi abituiamo i bambini ad essere chiamati fin da piccolissimi ad essere chiamati con un pronome neutro, che non li identifichi come maschio o come femmina, questo ridurrà, nel corso del tempo, gli elementi conflittuali tra i due generi, in Svezia questo pronome si chiama HEN e ci si riferisce ai bambini con questo termine.

L'idea è quella che depotenziando l'effetto linguistico, culturale, di atteggiamenti diversi nei confronti di maschi e femmine, tutto ciò funzionerà come fattore protettivo verso tutti gli aspetti di discriminazione e/o violenza di genere. Questa sperimentazione ha una fondamentale implicazione, quella che noi saremo, anche a fronte di due aspetti molto biologicamente determinati, come l'essere maschi o femmine, fortemente plasmabili e condizionabili da fattori nurture.

Sulla stessa linea ultimamente, in alcune scuole, per rendere più omogenei i processi di socializzazione precoce nei bambini e per non differenziarli troppo nella loro esperienza, per il fatto di avere due genitori dello stesso sesso si è proposto e si propone di indicare con la locuzione genitore 1 e genitore 2, i due genitori, piuttosto che chiamarli madre e padre, proprio perché da questo punto di vista, analogamente alla tematica svedese, si immagina di poter ridurre le disuguaglianze di genere.

Queste sono solo due delle varie tematiche importanti e più recenti per rilevare l'interdipendenza dei fattori nature/nurture nello sviluppo.

Attività e passività nello sviluppo

Il secondo dei quattro pilastri caratterizzanti la psicologia dello sviluppo è il modo in cui la psicologia dello sviluppo guarda al bambino, noto con la relazione possibile di attività e passività nello sviluppo. Questo riguarda il continuo chiedersi se il bambino sia fin dall’inizio un costruttore attivo della sua esperienza nel mondo e in particolare se sia un costruttore attivo dei suoi rapporti interpersonali.

Per capire meglio l’importanza di questo secondo pilastro occorre fare un passo indietro, richiamando quella che è stata definita all’interno del mondo psicoanalitico, la svolta relazionale in psicoanalisi del ‘900. Freud ha definito lo sviluppo nelle primissime fasi come uno sviluppo nel quale il bambino è sostanzialmente un essere fisiologico che ha bisogno di una regolazione dei suoi stati interni, fisiologici, ma che non è particolarmente interessato a una relazione con chi si prende cura di lui, se non a partire più o meno dal primo anno di vita.

In realtà tutta una serie di correnti, all’interno e fuori della psicoanalisi, in particolare la teoria dell’attaccamento ha chiarito in maniera inequivocabile come noi siamo interessati fin da subito alla relazione con chi si prende cura di noi, che siamo fin dall’inizio dei soggetti agenti, e quindi attivi nel determinare la qualità dei nostri rapporti interpersonali, e questo avviene già nello sviluppo prenatale, come testimoniano gli studi di Stefania Zoia sui feti durante la gravidanza.

La Zoia ha condotto un raffinatissimo studio sui feti gemellari, nel quale grazie alla partnership di un gruppo di ingegneri che si occupano di cinematica, ha potuto studiare i movimenti della mano nei feti gemellari, rilevando che ci siano dei movimenti non intenzionali, ma anche altri che specificatamente di avvicinamento verso il gemello, che hanno una qualità motoria diversa da tutti gli altri movimenti. Questo è stato letto come un aspetto proto intenzionale del gemello che attiva dei comportamenti volti al raggiungimento del contatto con il gemello nel liquido amniotico.

Alla luce di studi come questo siamo abbastanza legittimati a parlare di un bambino che non è passivo, ma che addirittura entra, secondo gli studi della Zoia, già nei primi mesi della sua formazione nel grembo materno come co-costruttore della relazione con l’altro.

Continuità e discontinuità

Il terzo pilastro della psicologia dello sviluppo è il tema della continuità e della discontinuità, il mare epistemico. Ciò che caratterizza la psicologia dello sviluppo è il riconoscimento del bambino come essere in evoluzione attraverso diverse fasi di sviluppo. La psicologia dello sviluppo contrasta la visione del piccolo umano come qualcosa di ancora incompleto, il bambino non è un adulto deficitario, ma qualcosa che si organizza e organizza le sue competenze, in modo coerente all’interno di alcune N fasi di sviluppo, quindi vedremo e ci interrogheremo spesso sulla sequenza a volte continua, altre discontinua dello sviluppo infantile.

Approccio olistico allo sviluppo

Il quarto pilastro, quello più recente nella psicologia dello sviluppo di tipo scientifico è quello dell’approccio olistico allo sviluppo. Approccio olistico vuol dire che esiste una reale provata e dimostrata scientificamente interdipendenza tra diversi domini dello sviluppo.

Ad esempio: nel momento in cui un bambino, ad un certo punto del suo sviluppo cognitivo, capisce meglio le modalità in cui le persone sono in relazione tra loro, comincia a chiarirsi molto meglio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, perché acquisisce la nozione del riferimento all’altro. Non solo apprende che è giusto bere acqua e sbagliato bere inchiostro, ma anche che i suoi atti provocano un effetto sugli altri. Questo è un esempio fra i tanti di interdipendenza tra diversi domini dello sviluppo.

Altre tematiche importanti

Ci sono poi tre tematiche molto importanti:

  • La modalità del cosiddetto iceberg, questa immagine che ci ha dato Freud del mondo psicoanalitico, come distinto tra modalità conscia e inconscia, dove la parte conscia è solo la punta dell’iceberg, ma la maggior parte di quest’ultimo, quella che si trova sotto l’acqua è la modalità inconscia. Il bambino, come tutti noi, ha un inconscio, vuol dire che esistono una serie di aspetti del funzionamento mentale di un bambino, di cui non è consapevole, ma che influenzano il suo comportamento. La maggior parte del nostro comportamento è determinata senza che noi ce ne rendiamo conto, questo non vuol dire che siamo esposti ad un comportamento animalesco, che non ha guida né riferimento, in realtà il funzionamento inconscio ha delle sue regole ben precise, ha una caratterizzazione molto chiara, esiste un continuo orientamento del nostro comportamento definito da attivazioni molteplici che sono però al di sotto della nostra consapevolezza, e questo funziona ed esercita effetti fin dalla primissima infanzia, in particolar modo nel passaggio intorno ai due anni, dove avviene la messa a regime del linguaggio verbale, il bambino comincia ad usare soggetto, verbo e oggetto, per cui riesce ad esprimere molto meglio i suoi contenuti interni e allo stesso tempo comincia però a non comunicare alcuni suoi aspetti interni, che prima dell’arrivo del linguaggio si sforzava di rendere decodificabili all’esterno, dando avvio ai processi di attribuzione di significato, che definiscono il suo funzionamento inconscio.
  • Altra tematica è il primato relazionale dello sviluppo, dopo Freud, grazie soprattutto alla teoria dell’attaccamento di John Bowlby, abbiamo scoperto che non esiste un noi senza l’altro, noi siamo in relazione già con le pareti intrauterine, che sono uno stress-test per il nascituro, per questo meno della metà delle gravidanze non arrivano a termine, all’inizio la parete intrauterina è molto respingente, testa il corretto bilanciamento tra DNA materno e paterno, questo offre un ulteriore lettura per l’approccio relazionale, siamo ancora un aggregato cellulare iniziale, già in relazione con l’altro che ci mette duramente alla prova. Il primato della relazione nello sviluppo è fondamentale per comprendere l’interdipendenza e l’approccio olistico, perché unisce diversi domini: biologico, affettivo, relazionale, cognitivo, della personalità.
  • Ultima tematica è quella che non esistono il bambino e lo sviluppo, ma esiste lo sviluppo del bambino X diverso dallo sviluppo del bambino Y. Bisogna operare utili generalizzazioni, esistono degli universali che caratterizzano le esigenze di base di un bambino a tutte le latitudini. La psicologia dello sviluppo è quindi ciò che conosciamo al meglio di un determinato bambino che vive in un determinato contesto. Il contesto è un costrutto psicologico da maneggiare con cura. Un aspetto centrale nell’esperienza del bambino è che il bambino non è mai isolato, il bambino non è isolato, neanche durante le fasi dello sviluppo intrauterino, quando è in un dialogo inter corporeo profondissimo con la madre, il bambino non è mai isolato dal suo contesto e da ciò che il suo contesto gli offre in termini di prospettiva futura.

Influenza delle aspettative di vita

In psicologia e in particolare nella tradizione psicoanalitica, noi siamo abituati a pensarci come il frutto della nostra storia passata, e questa è una lezione molto importante, ma allo stesso tempo siamo quello che un autore ha definito homo prospectus, un uomo allo stesso tempo frutto di esperienze passate che però organizza la sua esperienza in vista di ciò che ha davanti a sé. Noi organizziamo continuamente la nostra esperienza psichica in termini di aspettative, non ce ne rendiamo conto, ma facciamo delle cose, operiamo delle scelte, perché abbiamo un orizzonte di fronte a noi, al quale non siamo abituati a pensare e che riguarda molto più di quanto si possa immaginare i bambini e l’aspettativa di vita.

Quando parliamo dell’influenza di una serie di fattori che condizionano la nostra vita in termini prospettici, dobbiamo tenere in considerazione l’aspettativa di vita media dell’area geografica in cui viviamo. Anche i bambini organizzano la loro vita in riferimento all’aspettativa di vita ed hanno certamente delle aspettative che cominciano a formarsi, modellandosi sui loro caregivers, che organizzano la loro vita in modo molto diverso in base all’area geografica.

Il punto dell’aspettativa di vita è fondamentale, noi creiamo delle aspettative largamente inconsce che orientano il nostro sviluppo e ad esempio fanno in modo che assegniamo un certo valore ad una cosa piuttosto che a un’altra. L’aspettativa di vita delle donne è notoriamente superiore a quella degli uomini, Melanie Klein, darà una spiegazione molto interessante, sostenendo la maggiore forza psichica della donna che caratterizzerebbe anche la maggiore longevità.

Apprendimento e sviluppo

Non è possibile studiare lo sviluppo del bambino secondo un approccio relativistico assoluto, ad esempio nell’esperienza con i bambini maltrattati, possiamo notare come in una situazione di gioco, il bambino inaspettatamente non si allontana dal genitore abusante, anzi cerca l’interazione, in questo caso un approccio solo di tipo osservativo comportamentale, potrebbe farci sottovalutare la situazione, mentre la teoria dell’attaccamento, ci dice che lì c’è un corto circuito, perché il bambino è biologicamente pre-programmato per cercare la vicinanza di un genitore, che si prenda cura di lui, in questo caso il bambino si avvicina, perché terrorizzato, verso la fonte di sicurezza, in realtà quella fonte è anche fonte del terrore, per cui il bambino vive un continuo corto circuito, nel quale biologicamente si avvicina al caregiver per essere confortato, quest’ultimo non riesce a farlo e questo corto circuito si autoperpetua.

Nella psicologia dello sviluppo un’altra parola chiave è apprendimento, cioè il processo attraverso il quale le nostre esperienze producono cambiamenti relativamente duraturi nei nostri pensieri, sentimenti, comportamenti e questo apprendimento, all’interno dei processi maturativi, chiama fortemente in causa la nostra interazione con l’ambiente, noi cambiamo in risposta all’ambiente, in modo particolare in base alle azioni e reazioni delle persone che ci circondano.

Sviluppo normativo e idiografico

Per descrivere adeguatamente lo sviluppo è necessario focalizzare l’attenzione su: lo sviluppo normativo e lo sviluppo idiografico, esistono dei modelli tipici di cambiamento, come ad esempio il linguaggio, ed esistono variazioni individuali sui modelli di comportamento e questi sono gli aspetti idiografici, cioè specifici del singolo.

Ad esempio pensando al linguaggio, questo ha delle finestre in cui noi ci aspettiamo che le cose accadano ad un certo periodo dello sviluppo (aspetto normativo), sappiamo ad esempio che attorno ai 12 mesi i bambini dovrebbero lallare, attorno ai 18 mesi dovrebbero cominciare ad usare il verbo, e intorno ai 24 mesi dovrebbero cominciare ad usare soggetto, verbo e oggetto, ma esiste una variabilità individuale (aspetto idiografico), queste variazioni a volte possono essere notevoli e necessitano di una valutazione attenta e paziente, prima di segnalare il bambino alla neuropsichiatria.

Gli studiosi dello sviluppo cercano di capire quali importanti somiglianze ci sono tra gli esseri umani nell’età evolutiva e quali probabilità hanno di differenziarsi nel corso della vita, gli studi sui gemelli ci dimostrano come a partire da due individui geneticamente uguali, le traiettorie di sviluppo vanno poi componendosi in modo diverso.

Infine gli studiosi dello sviluppo sperano di ottimizzare lo sviluppo, applicando ciò che hanno imparato nel tentativo di aiutare le persone ad evolversi in direzioni positive, l’ottimizzazione dello sviluppo è uno dei compiti che le diverse generazioni si trasmettono nel tempo.

Psicologia dello sviluppo applicata

Una psicologia dello sviluppo applicata può:

  • Promuovere forti legami affettivi fra neonati difficili da accontentare e i loro genitori frustrati
  • Aiutare bambini con difficoltà di apprendimento
  • Aiutare bambini e adolescenti con scarse abilità sociali

A volte possono esserci bambini che non necessariamente hanno patologie ma aspetti temperamentali difficili, dormono poco, piangono spesso, questo ha un effetto sulla psiche e la tranquillità dei genitori e far conoscere loro qualcosa sulla psicologia dello sviluppo può aiutare.

Quindi la psicologia applicata verso l’ottimizzazione dello sviluppo, non si può parlare e non si dovrebbe augurare, esiste un livello necessario per lo sviluppo del bambino che è un certo grado di fallimento nella sua esperienza e nelle sue aspettative, un certo grado di fallimento e difficoltà permette al bambino di esercitare le sue capacità, la sua intelligenza, una sua possibilità di rimediare alle situazioni, rimediando alle quali sente di avere una conoscenza sua propria, di essere capace di incidere sulla realtà.

Lo sviluppo ottimale, inteso come non problematico, non esiste, lo sviluppo ottimale va inteso come uno sviluppo che realmente va incontro alle esigenze e alle capacità di ciascun bambino. Ci sono dei periodi del ciclo di vita che sono generalmente riconosciuti e indicati come tali all’interno di alcune fasce di età, questo è anche il motivo per il quale tecnicamente la psicologia dello sviluppo è di fatto la psicologia dello sviluppo dalla nascita alla morte, questa è una panoramica cronologica dello sviluppo umano da imprim...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cristianabusatti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello Sviluppo, infanzia e adolescenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Nicolais Giampaolo.
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