Il bambino capovolto
Intercorporeità
Partendo da una citazione de La persona sacra di Simone Weil, viene messo in luce che è sacro nell'essere umano aspettarsi che gli si faccia del bene. Il tutto chiaramente permeato da quella che sembra essere la virtù della giustizia che diviene guida sicura per la verità: è vero ciò che è giusto, nel momento in cui agiamo rispettando il nucleo inviolabile di chi ci è prossimo.
Eppure viene citata una serie di stati e di date in cui la modalità di maturità surrogata (GPA = gestazione per altri) è stata giudicata come degna di esser attuata, oltretutto con l'approvazione di molte menti della comunità scientifica che si occupa dello sviluppo del bambino (N.B.: il primo bambino viene al mondo tramite la pratica in questione per la prima volta nel 1986).
Le obiezioni di Giampaolo Nicolais
Le obiezioni mosse da Giampaolo Nicolais sono in relazione alle diverse letture del tema:
- Prima lettura: si rifà all'ideologia del desiderio, in particolare al fatto che esso, in questo caso ci riferiamo al diventare genitori, è unanimemente condiviso da coppie eterosessuali con problemi di fertilità, da coppie omosessuali per ovviare all'infertilità, nonché da genitori singoli, tutti nella misura di superare quello che si pone nelle loro vite come un limite e un ostacolo al desiderio più grande di diventare genitori. È stato proprio il fatto di esser così condiviso come mezzo per raggiungere la felicità che è stato legittimato: se è per il bene, a ciascuno deve esser garantita la massima libertà di raggiungere la propria felicità come meglio ritiene. L'obiezione mossa da Nicolais in questo caso è che la pratica di maternità surrogata non coinvolge solo il genitore prossimo a diventare tale, ma anche il nascituro.
- Seconda lettura: quella dei bioeticisti della Fondazione Veronesi, i quali segnalano la "moralità intrinseca della disponibilità alla gestazione per altri", facendo passare la pratica della maternità surrogata come un estremo atto di altruismo, in quanto "incarna quei valori di solidarietà che ispirano e vincolano l'umana convivenza. [...] paragonabili per dimensione altruistica ad altre pratiche biomediche o sociali solidali e altamente meritevoli, quali per esempio la donazione di organi da vivente, la donazione di sangue o quella di gameti, o, ancora, il baliatico".
In psicologia, nell'ambito soprattutto della teoria della selezione di gruppo, l'altruismo ha altra accezione: la rinuncia o il sacrificio personale comportano nel medio - lungo termine benefici maggiori per il gruppo rispetto all'attivazione di comportamenti egoistici. Sulla base di questa definizione, ma anche sulla base di semplici ragionamenti, è facile arrivare a capire che la maternità surrogata, e ciò che ne concerne, ha poco a che vedere con tutto quel che riguarda donazione di sangue, di organi, ecc. Tendiamo, in definitiva, a definire "oltremodo e irragionevolmente, come già detto," altruistica" un'azione che, a un livello più profondo, avvertiamo come il suo contrario.
La critica principale a questa lettura richiama la reificazione della religione dell'Io: "giacché innanzitutto la maternità surrogata è la più evidente espressione di quel progetto (di vita, di genitorialità, di famiglia) di cui ci convinciamo di essere artefici: sono io a decidere quando, sono io a decidere come, sono io a decidere chi. E quindi sono (D)io - la nuova religione, appunto".
Lettura transumana e considerazioni finali
L'ultima critica riguarda la lettura transumana della cosa, che in un certo senso ingloba le precedenti. Un Progetto che si rispetti, come quelli di avere un figlio in questo caso, non può avere limitazioni come quella del primato della fecondità carnale, poiché escluderebbe coppie eterosessuali non fertili, coppie omosessuali e genitori singoli. È qui che si parla di trans - umanesimo, andare anche oltre questo limite umano per ottimare il raggiungimento dello scopo primario del Progetto, motivo per cui la pratica della maternità surrogata è considerata legittima ed accettabile.
MA: "disgiungere la vicenda intrauterina da quella post natale vuol dire, innanzitutto, annullare la vicenda corporea del neonato e della madre, separandoli non solo l'uno dall'altra, ma anche dalla loro caratterizzazione psichica. Per noi umani, non è tanto il periodo gravidico a contare in sé - diverse altre specie ne hanno di analoghi, differenziandosi soltanto per la durata della gestazione - quanto il modo in cui il feto e la madre gestante entrano in una relazione inter corporea e mentalizzante".
Se tutte le argomentazioni vertono sul "fare del bene", che sarebbe ciò a cui aspira il famoso progetto, è il caso di interrogarci su cosa si intenda per "bene". L'autore sostiene che "il bene del bambino è il vero che sappiamo di lui". Facendo un focus del periodo che va dal concepimento alla nascita sarà bene evidente che nei casi che rientrano nella normalità le madri fanno di tutto per consentire al bambino uno sviluppo ottimale, già da quando è ancora un feto. Ma bisogna prestare attenzione al fatto che quel bambino è tale solo perché è in relazione intercorporea con quella mamma, e questo ci riporta al primato della relazione intrauterina che si instaura tra i due, supportati da numerosi studi e scritti.
Dialogo intercorporeo e identità
Il dialogo intercorporeo che ha luogo durante la gravidanza è la matrice costitutiva della nostra identità, il suo sviluppo nel corso del tempo rappresenta il canale fondamentale attraverso cui possiamo conoscere ed entrare in contatto con l'altro, ed essendo costituito prima di tutto da processi biologici, è un vero e proprio dato di fatto, per questo non riconducibile a giudizi connotati posticciamente o negativamente.
Il fatto che sia inutile imporre alle madri gestanti di non instaurare un legame di attaccamento con il feto è dimostrabile se si prendono in analisi la riprogrammazione sull'embrione esercitato dall'endometrio, le influenze di natura nutrizionale ormonali e metaboliche alle quali il feto si adatta, e la regolazione della trascrizione del genoma embrionale. I meccanismi molecolari intercellulari modificano l'espressione genetica dell'embrione, per questo, la natura trasformativa del dialogo inter corporeo madre-bambino è bidirezionale: entrambi membri della diade producono modificazioni permanenti nell'altro.
Teoria dell'attaccamento e lo sviluppo del bambino
Da un punto di vista ancor più psicologico è necessario citare la teoria dell'attaccamento formulata da Bowlby intorno agli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, termine con cui descrive la dinamica che lega il più debole all'altra persona percepita come più forte e più saggia. È facilmente traslabile la teoria dell'attaccamento in una situazione in cui le due persone coinvolte nella relazione sono il bambino e la madre, poiché nonostante il bambino nel corso del suo sviluppo sarà portato a sviluppare vari legami di attaccamento con varie figure accudenti, come ribadisce Bowlby, al vertice di questa piramide di relazioni si trova la figura primaria, ovvero la madre biologica. È stato dimostrato da diversi studi che l'attaccamento prenatale è fortemente predittivo dell'atteggiamento materno e della qualità del rapporto tra la madre e il bambino anche dopo la nascita, questo dimostra che l'attaccamento verso il feto sia un predittore significativo dello sviluppo complessivo del bambino nel primo anno di vita.
Da quando, nella seconda metà del Novecento, si è instaurata la concezione di "neonato competente", sono stati condotti una serie di studi a favore di questa tesi e che sostengono che sin da questo periodo esso dimostri la sua propensione ad essere orientato verso l'altro. Per esempio a poche ore dalla nascita il bambino è in grado di imitare alcune espressioni della madre, come anche di riconoscere la voce della propria rispetto a quella di qualcun'altra (inoltre è anche in grado di riconoscerne il latte). In generale si ritiene che questa serie di "capacità" volte all'interazione con l'altro siano la conseguenza di processi che originano nel periodo prenatale. Infatti, altri studi condotti in questo periodo dimostrano che la frequenza cardiaca del bambino all'udire la voce della madre può sia aumentare che diminuire, nel primo caso a significare un'attivazione preferenziale, nel secondo un meccanismo di abituazione e orientamento verso la voce materna. Questa in generale si può definire percezione transmodale, ossia l'abilità propria del neonato di riconoscere, attraverso una singola modalità sensoriale, un oggetto che è familiare mediante un'altra modalità sensoriale. Questa percezione chiaramente si protrae anche oltre la nascita, e questo è stato dimostrato con esperimenti che mettevano il neonato nella condizione di udire la voce della madre, ma proveniente da un altoparlante posto in posizione diversa rispetto a dove ella si trovasse. Questo provocava in lui pianto, come anche quando si aspetta di sentire, a livello tattile, un oggetto che vede ma che non riesce a raggiungere. Nella fase che Sterne, nel suo Il mondo interpersonale del bambino, definisce "del sé emergente" (quella da 0 a 2 mesi) emerge la sua percezione amodale. Questa percezione secondo Sterne permette al bambino di collegare tra loro le sue esperienze, percependole in modalità sensoriali. Il tutto, bisogna ribadirlo, è frutto di tutta una serie di processi come il dialogo intercellulare ed intrauterino tra mamma e bambino, poi lo sviluppo di capacità fetali di matching intersensoriale, fino al riconoscimento e alla preferenza della figura materna. È quindi, in definitiva, una capacità innata a creare quella diade che è il timbro identitario di quel bambino.
Filoni di ricerca sullo sviluppo dei bambini
I più grandi filoni di ricerca sullo sviluppo dei bambini vanno in due principali direzioni: l'osservazione delle traiettorie di sviluppo dei bambini stessi, e poi l'eventualità di problematiche psicologiche nelle madri surrogate dopo la cessione del loro bambino.
Nel primo caso sono state studiate le traiettorie di sviluppo di bambini dalla nascita fino ai sette anni in un campione che comprendeva sia coloro che venivano concepiti naturalmente, sia coloro che venivano concepiti da maternità surrogata, sia coloro che nascevano da donazione di ovuli. I risultati di questi studi dimostrano delle traiettorie positive di sviluppo in tutti e tre gruppi, oltretutto con livelli di calore di qualità dell'interazione percepita superiori nei casi di bambini nati da madri surrogate.
Per quanto riguarda il secondo filone i risultati dimostrano che anche le madri surrogate hanno gli stessi livelli di autostima, depressione e soddisfazione coniugale delle madri non surrogate.
Il problema di questi studi, come dice anche l'autore del libro, è che hanno delle grandi falle metodologiche: per esempio in uno degli studi follow-up le interazioni vengono in prima istanza studiate tramite interviste alle madri stesse, di seguito attraverso osservazioni video registrate. Tutto ciò va affiancato alla giustificazione che viene data alla pratica della maternità surrogata, per cui si rinuncia all'inviolabilità degli universali dello sviluppo. Il fatto che ci professiamo buoni ed altruistici ci dà pieno titolo di farci dèi creatori, e, in quanto tali, ci sentiamo giustificati a superare i nostri limiti biologici, mentre per quanto riguarda il bambino ci convinciamo che viene al mondo solo nel momento in cui cominciamo ad amarlo.
La pratica della maternità surrogata capovolge il bambino e la sua verità, poiché il bambino, al contrario di quanto appena descritto, non nasce nel momento in cui cominciamo ad amarlo, ma inizia a formarsi in un dialogo intrauterino che diviene, sempre per il desiderio di somigliare a dèi creatori, superabile. Quello che conta sembra dimostrare che il bambino cresca senza ostacoli, e che nella pratica della surrogazione, la madre gestante...
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