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Stili cognitivi e stili di apprendimento

Capitolo 1 - L'intelligenza

1.1 Introduzione

Lo studio delle differenze individuali accompagna da sempre l’indagine psicologica ed ha interessato diverse sfere: quella emotiva, quella affettiva, quella motivazionale, ma soprattutto quella intellettuale e quella legata alla personalità. Nell’area cognitiva ci si è interessati, attraverso i test d’intelligenza, della misurazione e rilevazione di differenze quantitative, basandosi inizialmente sul livello generale di intelligenza e, poi, con l’approccio fattoriale, su diversi fattori o abilità.

A partire da studi che consideravano l'intelligenza come un’unica abilità generale, si è assistito ad un proliferare di teorie che hanno, subito, enfatizzato l’importanza di diverse sotto-abilità specifiche e, successivamente, spostato l’attenzione da differenze quantitative, legate alla presenza o mancanza di una specifica abilità, a differenze qualitative, legate a differenti modalità nell’elaborazione dell’informazione. Così, il concetto di “abilità” è passato in secondo piano, superato da quelli di “strategia”, “attitudine”, “preferenza” e “stili diversi” che caratterizzano ognuno di noi.

La prova dell’esistenza di differenze qualitative nei processi cognitivi si ottiene osservando che individui, simili per capacità intellettive generali, affrontano certi compiti in modo diverso. Ad esempio, a livello percettivo alcune persone osservano maggiormente certi elementi dell’ambiente e talune altri: chi si sofferma sui dettagli, chi sull’insieme, chi sui colori, chi sulle figure, chi sulle parole ecc. Per quanto riguarda il ragionamento vengono messi in atto diversi modo di procedere: sistematici, globalistici, visualizzanti, legati alla formulazione di ipotesi, all’utilizzo del pensiero ad alta voce ecc. A livello di metodo di studio, sono molte le strategie che possono essere usate dagli studenti: riassumere, parafrasare, ripetere, sottolineare, preparare schemi ecc.

L’analisi delle differenze individuali ci consente di esaminare i processi percettivi, conoscitivi e di interazione con il mondo in maniera molto più articolata di quanto non sia possibile basandosi solo su modelli che fanno riferimento ai tratti di personalità o a teorie unifattoriali dell’intelligenza.

Secondo l’analisi di Boscolo (1986), la ricerca delle differenze individuali è stata affrontata secondo tre approcci principali:

  • L’approccio psicometrico, con la predisposizione di test che potessero fornire strumenti validi per ordinare gerarchicamente gli esseri umani confrontando le prestazioni misurate tramite analisi di tipo quantitativo.
  • L’approccio cognitivista, con lo spostamento dell’attenzione dalle misurazioni quantitative dei tratti individuali allo studio qualitativo dei processi della prestazione intelligente.
  • L’approccio degli stili cognitivi, che si interessò sia dei tratti individuali e della loro misurazione, che dell’analisi qualitativa delle modalità attraverso cui i soggetti elaborano l’informazione.

A questi tre approcci se ne aggiunge un quarto, definito dei sistemi di simboli e delle intelligenze multiple Gardner (1983), che concentrò l’attenzione sui sistemi di simboli umani, sul valore degli studi biologici, sui livelli della creatività e sulla varietà dei ruoli evidenziati nella società umana.

1.2 Da una intelligenza a più intelligenze

La definizione più condivisa di intelligenza è quella che la vede come la capacità di apprendere dall’esperienza, utilizzando i processi meta cognitivi per migliorare l’apprendimento e aumentare la capacità di adattamento all’ambiente circostante, a seconda dei contesti sociali e culturali. Una domanda che ci si pone è se le abilità mentali siano tra loro correlate o indipendenti. Si tratta di decidere se l’intelligenza umana assuma il carattere di un’unica qualità generale o se sia una collezione di abilità distinte. Un problema mai risolto è relativo anche alla contrapposizione tra strutturalismo/funzionalismo e innato/acquisito. Ci si interroga, infatti, se debbano essere messi in primo piano la struttura dell’intelligenza o i suoi processi e se alla base del comportamento intelligente vi sia il patrimonio genetico della persona o se, invece, siano più importanti le caratteristiche acquisite o un qualche tipo d’interazione tra questi fattori.

Nel corso degli anni si sono fatti strada due tipi di approcci allo studio dell’intelligenza: quello fisiologico e quello culturale. Il primo, fisiologico, sostiene che l’efficienza neurale potrebbe essere connessa all’intelligenza e come prova a favore porta il metabolismo del glucosio durante le attività mentali. Infatti, alcune ricerche dimostrano che un’intelligenza elevata sarebbe correlata con livelli ridotti del metabolismo del glucosio, cioè cervelli “più intelligenti” consumerebbero durante l’esecuzione di uno stesso compito cognitivo una minor quantità di zucchero rispetto a cervelli “meno intelligenti”, ne deriva che i soggetti più intelligenti possono aver appreso un uso più efficace del proprio cervello. Un’altra prova a favore riguarda gli studi effettuati sulla specializzazione emisferica condotti su pazienti che avevano subito delle lesioni cerebrali. È stato dimostrato che i due emisferi avrebbero delle funzioni diversificate, più precisamente l’emisfero sinistro sarebbe specializzato per l’elaborazione di informazioni analitiche, mentre l’emisfero destro assolverebbe funzioni non verbali. I culturalisti, invece, affermano che l’intelligenza non può essere compresa al di fuori del suo contesto, che può essere inteso a diversi livelli: da quello ristretto dell’ambiente familiare a quello più ampio di una cultura. Inoltre, sostengono che l’intelligenza sia fortemente legata alla cultura, al punto di ritenere che sarebbe la cultura stessa a definire la natura di una prestazione intelligente e a spiegare come alcune persone abbiano prestazioni migliori rispetto ad altre persone in compiti che vengono valorizzati proprio da quella determinata cultura.

In una prima fase, gli studi si focalizzarono sulle misurazioni delle variazioni individuali nei processi percettivi e sensoriali. Galton è stato uno dei primi a misurare sistematicamente l’intelligenza. Egli riteneva che le basi biologiche delle differenze intellettive tra le persone risiedessero nella velocità e accuratezza dei processi nervosi, cioè nella velocità e nella precisione con cui le persone rispondono a stimoli ambientali. Nei suoi laboratori eseguiva misurazioni tramite test psicofisici, come ad esempio, della capacità di discriminazione sensoriale, della discriminazione di pesi, della sensibilità ai toni e dei diversi aspetti relativi alla forza fisica. Il primo approccio psicometrico di Binet e Simon, affrontò le differenze individuali col metodo della correlazione, che consiste nel rilevare e analizzare le variazioni già esistenti e non manipolabili tra gli individui. L’intelligenza venne considerata come un tratto o un insieme di tratti, misurabili, caratteristici di un individuo nella sua interazione con l’ambiente. Con la diffusione dell’uso del QI si passò ad una fase in cui prevalse il testing, cioè la misurazione delle abilità mentali in funzione predittiva del successo scolastico o professionale.

Da un’intelligenza composta di molteplici processi si passò ad una concezione unitaria, soprattutto grazie all’influenza dello psicologo cognitivo Spearman, il quale, attraverso il metodo dell’analisi fattoriale, individuò un fattore g di intelligenza, che sarebbe presente in ogni abilità e che sarebbe misurato da ogni compito in un test. Spearmen dimostrò una correlazione positiva tra i diversi test, ovvero i soggetti che avevano ottenuto un punteggio alto in un test tendevano a conseguire punteggi alti anche negli altri test. Questa correlazione tra i diversi test si poteva spiegare ipotizzando una sottostante comune abilità mentale, un singolo fattore che definì g o intelligenza generale; più è elevato il valore del fattore g, più un individuo risulta intelligente. Ma poiché la correlazione tra i test non risultava mai perfetta, Spearman introdusse il concetto di abilità specifica. In dipendenza dal fattore g vi sono, quindi, altri fattori secondari e specifici (detti fattori s) come l’abilità spaziale, linguistica, aritmetica. Pertanto, la prestazione di una persona al test sarebbe influenzata sia dal livello di intelligenza generale sia dalla sua abilità specifica per quel tipo di test. Da una sovraordinata abilità, legata all’intelligenza generale, dipendono delle sotto-abilità misurate da test specifici (s). Ciò è spiegato dal fatto che la capacità rappresentata dal fattore generale determina le prestazioni in tutti i compiti intellettuali, mentre ciascuna delle capacità rappresentate dai fattori specifici è preposta ad un solo compito. Quindi, si tratta di una concezione gerarchica dell’intelligenza, in cui il fattore g è il fattore dominante e i fattori s sono ausiliari e di completamento.

Thurstone ipotizzò un nuovo modello strutturale d’intelligenza, secondo il quale certe attività mentali hanno in comune un fattore primario che le distingue da altri gruppi di attività mentali. Individuò dei raggruppamenti di test tali per cui i test entro ciascun gruppo erano altamente correlati con i test al di fuori di quel raggruppamento. Quindi, assunse che le abilità mentali individuate da raggruppamenti diversi fossero tra loro indipendenti e misurate da compiti diversi, e le definì abilità mentali primarie. Non più, dunque, un concetto sovraordinato di intelligenza generale, ma piuttosto un insieme articolato di abilità primarie, che nel 1938 identificò in sette: comprensione verbale, fluidità verbale, abilità aritmetica, visualizzazione spaziale, memoria associativa, rapidità di percezione e ragionamento.

Guilford 1967 introdusse il modello della “struttura dell’intelletto” secondo il quale l’intelligenza può essere intesa come un parallelepipedo, in cui ogni abilità specifica è il risultato della combinazione di tre dimensioni indipendenti: le diverse operazioni, i contenuti e i prodotti. L’intelligenza sarebbe, quindi, il risultato della combinazione di queste 3 variabili.

  • Operazioni: cinque modalità con cui si realizza il processo cognitivo che corrispondono alla cognizione, alla memoria, al pensiero convergente, al pensiero divergente e alla valutazione.
  • Contenuti: quattro diverse caratteristiche delle informazioni elaborate dall’attività cognitiva: possono essere uditive, visive, simboliche e comportamentali.
  • Prodotti: risultato delle risposte richieste, come le unità, le classi, le relazioni, i sistemi, le trasformazioni e le implicazioni.

Cattel 1971 afferma che l’intelligenza generale comprenderebbe due sotto-fattori principali: l’abilità fluida (velocità e precisione del ragionamento astratto) e l’abilità cristallizzata (conoscenze accumulate e vocabolario).

Vernon 1971 operò una distinzione generale tra le abilità pratico-meccaniche (intervengono nella soluzione dei problemi quotidiani) e quelle verbali-scolastiche (abilità verbale e pensiero astratto).

Carroll 1993 propone un modello gerarchico dell’intelligenza a tre strati: il primo comprende molte abilità specifiche e ristrette (ortografia e velocità di ragionamento); il secondo comprende varie abilità generali (intelligenza fluida e cristallizzata, apprendimento, memoria, percezione visiva e uditiva); il terzo consiste in un’intelligenza unitaria e generale, simile al fattore g.

In seguito si sviluppò, da parte dei teorici del cognitivismo, una forte critica ai test d’intelligenza, che mise in rilievo i limiti di questi strumenti, volti a valutare soprattutto una conoscenza “cristallizzata”, e disapprovò il concetto stesso di intelligenza vista come abilità scolastica generale di tipo accademico che trascurava di prendere in considerazione la capacità di adattamento, la comunicazione, la perseveranza, ed inoltre non diceva nulla sui processi mentali tramite i quali si risolvono i problemi. Piaget (1928-1952) quello che importava non era tanto la precisione delle risposte del bambino a questo o a quell’item ma le linee di ragionamento, i processi mentali, le teorie ingenue cui fa ricorso per spiegare i fenomeni del mondo o per risolvere i problemi che incontra. Per questo le conclusioni erronee cui i bambini spesso pervengono assumono una particolare rilevanza al fine di comprendere le modalità individuali di funzionamento della loro mente.

La ricerca si concentrò, dunque, sui processi cognitivi che possono rendere conto delle variazioni individuali spostando l’interesse sul comportamento intelligente, con le sue manifestazioni e il suo significato ecologico, e sull’analisi delle abilità e attitudini che vennero interpretate in termini di meccanismi di base di elaborazione dell’informazione. Quindi, si parla di un’intelligenza costituita da componenti di elaborazione dell’informazione in cui l’unità di analisi è un’operazione in tempo reale su un particolare tipo di rappresentazione mentale. L’attenzione fu volta all’esecuzione dei compiti considerati rappresentativi dell’essere intelligente, alle modalità attraverso cui le abilità mentali possono essere modificate con l’istruzione, alla costruzione di misure fondate sulla nuova teoria dei processi cognitivi e alle funzioni esecutive di “meta componenti”. Si assiste così a un proliferare di studi che vedevano delle analogie nel funzionamento tra l’uomo e il computer. Questo approccio, definito Human Information Processing, ha come oggetto di studio l’uomo, inteso come un sistema di elaborazione dell’informazione, e presuppone un’analogia tra il modo in cui le persone pensano e il modo in cui i software per computer eseguono operazioni per risolvere i problemi. Questi ricercatori prevedono l’esistenza di vari depositi di memoria e di processi che spostano le informazioni da un comparto mentale ad un altro; descrivono l’intelligenza in termini di funzioni intrinseche della mente, spiegando le differenze individuali nei punteggi ottenuti ai test d’intelligenza ricorrendo alle differenze relativi ad alcuni o a tutti i processi mentali previsti dal modello. Vengono considerati fattori importanti per l’intelligenza la velocità e la precisione dell’elaborazione dell’informazione. Lo scopo è quello di descrivere i vari passaggi dell’elaborazione mentale, cioè i processi cognitivi da cui scaturisce un qualsiasi atto di intelligenza. L’intelligenza viene pertanto descritta non in termini di fattori astratti, ma di funzioni intrinseche della mente.

È iniziato, poi, un filone di ricerche che considera l’intelligenza un costrutto complesso e in interazione continua con l’ambiente. Questi nuovi approcci si sono diffusi soprattutto ad opera di due autori: Sternberg e Gardner.

1.3 La teoria triarchica di Sternberg

L’autore con il termine intelligenza intende l’abilità della mente di regolare i suoi processi d’ordine inferiore, in modo da aumentare le possibilità di risolvere i problemi. Attribuisce questa abilità di regolazione ad un complesso di processi mentali, definiti meta-componenti, che dirigono l’attività globale della mente. Le meta-componenti definiscono la natura del problema da risolvere, decidono se vale la pena o no di trovare una soluzione, selezionano le componenti inferiori necessarie per trovarla, controllano l’ordine in cui tali componenti vengono attivate, seguono passo passo i progressi verso la soluzione e decidono quando il problema si può considerare risolto. Secondo questa teoria, l’intelligenza comprende tre aspetti, relativi alla relazione tra intelligenza e:

  • Mondo interno dell’individuo;
  • Esperienza;
  • Mondo esterno.

Sternberg parla, quindi, di tre forme di intelligenza: contestuale, empirica e componenziale. L’intelligenza contestuale è la capacità di adattarsi al proprio ambiente. L’intelligenza empirica è la capacità di far fronte a nuovi compiti e di automatizzare l’esecuzione di compiti. Infine, l’intelligenza componenziale comprende la capacità di visione strategica della situazione, di esecuzione dei piani, e di apprendimento.

  • Come l’intelligenza si relaziona al mondo interno? La prima parte della teoria è centrata su tre componenti diverse ma interdipendenti dell’elaborazione dell’informazione: le meta componenti (processi esecutivi usati per pianificare, monitorare e valutare la soluzione del problema), le componenti della prestazione (processi di ordine inferiore usati per implementare i comandi delle meta componenti), e le componenti di acquisizione della conoscenza (processi usati per l’apprendimento della soluzione dei problemi). Tutte queste componenti sono interdipendenti.
  • Come l’intelligenza si relaziona all’esperienza? Ciascuno di noi affronta situazioni e compiti di cui abbiamo diversi livelli di esperienza. Man mano che un compito diventa più familiare, molti aspetti di esso diventano automatici. Un compito nuovo quindi pone delle richieste intellettive diverse da un compito per il quale sono state sviluppate procedure automatiche. Pertanto, i compiti nuovi richiedono maggiori sforzi intellettivi.
  • Come l’intelligenza si relazione al mondo esterno? Infine, la teoria triarchica sostiene che le varie componenti dell’intelligenza vengono applicate all'ambiente in maniera funzionale e adattativa.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

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