Insegnanti e bambini - Idee e strumenti per favorire la relazione
Cap 1 Una scheda anamnestica per conoscere i propri allievi
1.1 Introduzione
L’insegnante quando incontra un bambino per la prima volta deve essere consapevole del fatto che quel bambino è unico e irripetibile: la psicologia e la pedagogia possono aiutare a capire meglio i suoi bisogni e a organizzare il lavoro in modo da rispettare i suoi ritmi e le sue potenzialità.
Bradley sosteneva che la psicologia fornisse solo “immagini dell’infanzia” e che non fosse in grado di chiarire fino in fondo cosa sia l’infanzia. Le ricerche in ambito psicologico considerano separatamente i diversi aspetti dello sviluppo, anche se il bambino è costituito da tutti questi aspetti nello stesso momento che interagiscono tra loro: non è quindi possibile valutare lo sviluppo cognitivo senza tenere conto di quello emotivo, affettivo, relazionale e sociale perché essi si influenzano a vicenda.
Il bambino è quindi una realtà molto complessa, diversa da quella dell’adulto. Gli adulti hanno difficoltà a mettersi nei panni dei bambini perché hanno acquisito troppe informazioni e padroneggiano l’ambiente in modo automatico. Il bambino invece deve sempre superare ostacoli dovuti alla sua fragilità fisica e alla sua completa ignoranza. I cognitivisti sostengono che il bambino inizialmente possiede dei riflessi e dei “programmi” attraverso i quali decodificare le informazioni (viene paragonato ad un computer nuovo che ancora non possiede dei dati).
Va inoltre ricordato che il bambino fino ad un anno, un anno e mezzo, non è neanche consapevole di avere un volto, dimostrato dalle ricerche sul riconoscimento allo specchio. La nostra idealizzazione dell’infanzia ci porta a non considerare la sofferenza dell’essere “troppo piccoli per quasi tutto”.
Bisogna tuttavia accostarsi alla psicologia con occhi critici, restando aperti alla scoperta e alla sperimentazione sul campo. La ragione per cui questo libro cercherà di offrire semplici indicazioni su come condurre una ricerca nella scuola dell’infanzia e di mettere a confronto approcci diversi per permettere agli insegnanti di formarsi un proprio punto di vista, il più documentato e autonomo possibile.
1.2 Una scheda che aiuti a conoscere gli allievi
Una delle competenze che gli insegnanti dovrebbero coltivare è quella di guardare i bambini con curiosità, per sapere chi sono, da dove vengono, che bisogni hanno, quali capacità e quali problemi. Questa curiosità è doverosa in quanto è necessario orientare gli interventi didattici in modo personalizzato. Tuttavia l’insegnante non è uno psicologo, e non dovrà quindi fare interpretazioni o valutazioni del comportamento che esulino dal rapporto educativo. Gli insegnanti devono basare il loro lavoro sull’osservazione diretta e indiretta del bambino per adattare le scelte educative ai bisogni individuali.
Scheda anamnestica contiene informazioni sulla nascita, le condizioni di vita in famiglia, i legami di attaccamento primari e secondari, l’ambiente, le abitudini e le competenze cognitive. Molte di queste informazioni sono protette dalla legge sulla privacy e non possono essere ottenute con un’intervista o con domande dirette; tuttavia attraverso il quotidiano confronto con i genitori è possibile ottenere la loro fiducia e acquisire tutte le conoscenze utili a un’educazione personalizzata.
Questa scheda rappresenta una sorta di traccia da seguire in modo flessibile e da tenere “nel cassetto” per confrontarsi continuamente con la realtà individuale dei bambini e delle loro famiglie. Non è esaustiva e può in ogni momento essere modificata dagli educatori in base ai loro obiettivi e alle loro esigenze. Le osservazioni vanno quindi ripetute nel tempo e confrontate con i dati registrati precedentemente, per poter offrire un feedback sul lavoro svolto.
- Storia del bambino: nascita, allattamento, svezzamento, alimentazione, paure, controllo sfinterico, asilo nido, malattie ecc.
- Relazioni familiari: genitori, padre, madre, religione, provenienza, nonni, altre figure ecc.
- Area relazionale a scuola: quando è con altri bambini, ama trascorrere del tempo da solo.
- Habitat domestico del bambino: abitazione, dove dorme, ritmi sonno-veglia, come gioca, animali, tecnologie.
- Osservazioni dirette del comportamento infantile a scuola:
- Area cognitiva-linguaggio, egocentrismo, pensiero intuitivo, competenza emotiva ecc.
- Percezione: visiva, olfattiva, uditiva, tattile, gustativa.
Cap 2 Le relazioni significative per i bambini di età prescolare
Berry Brazelton e Stanley Greenspan sottolineano il fatto che i bambini hanno bisogno di sane relazioni affettive per svilupparsi armonicamente e che lo sviluppo cognitivo comincia dalle prime cure, grazie all’interazione con le figure di attaccamento. Questo principio secondo i due autori è in pericolo a causa della società sempre più orientata a rapporti impersonali e a una concezione della natura umana concreta e materialistica.
“[... siamo] più interessati al cervello che alla mente e alla biologia e alla genetica più che all’esperienza [...] accade ora che concepiamo il funzionamento umano come una serie di comportamenti e di sintomi organizzati da tracciati genetici e biochimici differenti.”
È importante che psicologi, pediatri, psichiatri e educatori siano sempre più consapevoli di dover continuare a curare e a migliorare l’ambiente in cui crescono i bambini per non incorrere nelle pericolosissime aberrazioni educative, cui fanno cenno i due autori. Bisogna evitare la contrapposizione fra le varie aree di ricerca e tendere sempre più a un’integrazione consapevole, in modo che le scoperte delle neuroscienze possano essere utilizzate al meglio dai clinici e dagli educatori.
La tesi riproposta da Brazelton è che le “relazioni permettono al bambino di imparare a pensare” e che “le emozioni sono gli artefici, le guide e gli organizzatori interni delle nostre menti”. Se questo è vero diviene fondamentale la presa di coscienza delle componenti relazionali ed emotive dell’apprendimento. I rapporti con gli altri sono determinati dall’immagine che noi abbiamo di noi stessi e da quella che attribuiamo agli altri. Impostare bene una relazione è importante soprattutto nell’ambito scolastico.
Alla base di un buon lavoro educativo non ci sono solo le competenze teoriche dell’insegnante, ma soprattutto la sua capacità di costruire un adeguato contesto relazionale. Non sempre è facile modificare il proprio comportamento, le proprie modalità espositive o le proprie esigenze, tenendo conto degli interlocutori e del contesto. Affinché questo sia possibile è necessario “sapere di sé” ; “conosci te stesso” - Socrate. Metacognizione delle relazioni è un passo fondamentale per il miglioramento del contesto educativo.
Uno dei problemi più difficili della scuola è, infatti, quello di costruire un clima emotivo atto a favorire i processi di apprendimento. La scuola dovrebbe offrire occasioni di crescita globale, in cui sia stimolato il desiderio di sapere non per se stesso ma finalizzato al cambiamento personale e sociale nella direzione di una sempre più positiva integrazione. Il legame fra processi cognitivi e affettivi è riconosciuto da sempre, ma nella pratica viene frequentemente privilegiato lo sviluppo cognitivo a scapito di quello emotivo-relazionale.
Il sapere di sé facilita e incide sul comportamento e questo ha effetti non solo sulle relazioni ma anche sull’apprendimento degli allievi. Per arrivare ad una migliore presa di coscienza delle relazioni è fondamentale muoversi in tre direzioni parallele:
- Analisi del contesto educativo come sistema.
- Lavoro dell’insegnante su se stesso.
- Lavoro dei bambini su se stessi.
Non dobbiamo poi limitarci all’analisi del rapporto insegnante-bambino perché nell’ambiente scolastico si stabiliscono reti complesse di interazioni e di rapporti: fra colleghi, fra insegnanti e genitori, fra insegnanti e personale ausiliario ecc. Tale sistema relazionale condiziona pesantemente il buon andamento del lavoro con i bambini, talvolta anche molto di più di quanto i singoli possano pensare.
Partendo dunque da una riflessione sull’ambiente scolastico, sulle proprie e altrui modalità di lavoro, bisogna individuare opportune strategie osservative e didattiche per migliorare lo stato delle cose. Ciò sembra essere di particolare rilevanza nella scuola dell’infanzia dal momento che l’età dei bambini non consente loro una rielaborazione relazionale delle esperienze. È di fondamentale importanza che gli insegnanti creino un sistema di fiducia con i bambini e che riescano a dare a ciascuno il riconoscimento e il sostegno di cui ha bisogno.
È anche importante creare un clima di collaborazione fra compagni e fra allievi e insegnanti, ma, per attuare questo intento bisogna insegnare ai bambini a coordinare il proprio punto di vista con quello degli altri. I dati delle ricerche dimostrano che nel contesto scolastico il disagio infantile è molto diffuso e in ogni classe vi è un numero piuttosto alto di bambini che presentano difficoltà nel rapporto con gli altri e nei processi di apprendimento.
Parte di queste difficoltà sono riconducibili alla provenienza di alcuni allievi da culture diverse, altre a difficoltà individuali (handicap, problemi familiari), altre ancora a problemi specifici (obesità, eccessiva timidezza ecc). Per questi motivi bisogna stimolare il riconoscimento e l’accettazione della diversità come potenzialità e non come limite.
2.1 La famiglia
La famiglia rappresenta un luogo di mediazione e incontro tra bisogni e relazioni sociali. Dovrebbe soddisfare bisogni di attaccamento e bisogni culturali e favorire lo sviluppo dell’autonomia. Secondo l’approccio interattivo la famiglia viene definita come unità autonoma di persone interagenti, ponte tra l’individuo e la società. La teoria sistemica ha considerato la famiglia in una prospettiva ecologica, come un sistema avente tutte le proprietà della teoria generale dei sistemi in cui si pone particolare attenzione agli scambi interattivo-comunicativi e al comportamento osservabile nel “qui e ora”.
Da un punto di vista sociologico la famiglia è un mediatore aperto e dinamico sia in relazione agli individui che la compongono, sia nei confronti dell’ambiente sociale. La famiglia è un sistema sociale vivente che svolge compiti fondamentali:
- Socializzazione primaria dei figli.
- Soddisfacimento dei bisogni di intimità e supporto interni alla famiglia: quello coniugale (relazione vista nei suoi aspetti affettivi e di intimità piuttosto che nei suoi aspetti di impegno e di patto) e quello parentale-filiale (implica la differenza di generazione e la conseguente responsabilità dei genitori verso i figli).
Gli studi sulla famiglia partono da approcci differenti:
- Approccio psicoanalitico - Famiglia: è considerata come sfondo dello sviluppo intrapsichico. La famiglia deve permettere all’individuo di costruire un proprio Sé, ben individuato e separato. I diversi autori come Freud, Winnicott ecc hanno dato molta importanza alla figura materna, soprattutto nelle prime fasi della vita. Lo sviluppo dell’individuo è considerato da un punto di vista biologico e si snoda attraverso fasi rigide e predeterminate.
- Approccio sistemico - Famiglia: è considerata come un sistema dinamico e aperto in cui ogni membro è circolarmente in comunicazione con ogni altro membro; si analizza soprattutto la comunicazione e l’interazione reciproca. Non è possibile isolare l’individuo dal contesto in cui vive; ciascuna azione del singolo si riversa sull’intero sistema modificandolo.
- Approccio transazionale - Famiglia: è un luogo di transazioni in cui il bambino impara a sviluppare le potenzialità fondamentali di intimità, consapevolezza e spontaneità. Ognuno di noi si esprime attraverso 3 stati dell’io: Bambino (adattato e naturale), Adulto (razionale), Genitore (affettivo e normativo).
- Approccio evolutivo - Famiglia: entità dinamica a livello temporale, psicologico e sociale. Si evolve nel tempo e passa attraverso diverse fasi nelle quali si possono rilevare cambiamenti significativi volti a svolgere specifici compiti evolutivi.
- Approccio relazionale simbolico - Famiglia: è un’organizzazione specifica e unica che lega e tiene insieme le differenze originarie e fondamentali dell’umano, quella tra i generi, tra le generazioni e tra stirpi e che ha come obiettivo e progetto intrinseco la generatività.
2.2 La relazione madre-bambino
Gli studi di Bowlby hanno definito la madre come figura d’attaccamento primario, enfatizzando il ruolo della madre biologica. La relazione madre-bambino ha basi biologiche più determinanti di quella paterna. I comportamenti delle madri tendono ad avere molti aspetti in comune, mentre quelli paterni sono attribuibili soprattutto a fattori socio-culturali.
La madre vive un rapporto simbiotico con il proprio bambino durante la gravidanza (essendo predisposta geneticamente alla gestazione). Molte ricerche sulla vita prenatale hanno dimostrato che il bambino in utero è sensibile agli stimoli che provengono dal corpo della madre e stabilisce con lei un precocissimo legame basato su segnali, quali l’odore, la voce e su continui scambi ormonali.
L’interesse verso il bambino in utero, il neonato e le loro competenze è nato dall’esigenza dei cognitivisti di comprendere meglio di quale corredo siamo dotati prima che l’ambiente agisca modellandolo. La madre è divenuta così la prima fonte di informazioni e il più importante filtro tra il bambino e il mondo e ora abbiamo avuto la conferma empirica del fatto che i primi tempi di vita sono fondamentali per uno sviluppo adeguato.
Accanto alle figure di attaccamento primario vi sono anche quelle secondarie che giocano un ruolo importante. Bowlby 1973 - Attaccamento: termine che fa riferimento alla concettualizzazione dello sviluppo proposta dall’autore. A partire dai principi dell’evoluzione e della selezione naturale, utilizzando i metodi dell’etologia animale, egli cercò di rintracciare il significato biologico del legame che si instaura tra il bambino e chi si prende cura di lui.
L’attaccamento viene considerato il risultato di un sistema di schemi comportamentali a base innata, che sembrerebbe essersi evoluto fino a divenire parte del patrimonio genetico della specie umana in quanto meglio di altri si è rivelato cruciale ad assicurare la sopravvivenza degli individui.
Per questo sistema è possibile postulare una motivazione intrinseca, che fa capo al bisogno del piccolo di contatto sociale, e che è molto diversa da quella sottostante ad altri sistemi, come quello che regola il comportamento sessuale, il comportamento alimentare o il comportamento esplorativo.
I teorici dell’attaccamento si oppongono sia ai teorici dell’apprendimento (leggono i comportamenti di attaccamento in termini di dipendenza da un adulto, determinata da una serie di rinforzi e stimoli ambientali) sia a quelli della pulsione e della libido (riconducono tutti i comportamenti all’impulso sessuale e li spiegano con il bisogno di scaricare l’energia psichica accumulata).
La natura della relazione di attaccamento è determinata dalla sensibilità materna ai segnali del piccolo e della sua prontezza nella risposta. Sensibilità e responsività fanno percepire la madre come “base sicura” da cui il bambino potrà partire per esplorare il mondo. Quando il genitore non è in grado di rappresentare una base sicura per il bambino, il legame di attaccamento di configura come insicuro - ansioso.
Ainsworth 1978 - Strange situation è una procedura sperimentale che permette la classificazione dei diversi tipi di attaccamento. La situazione prevede che bambino, madre e un estraneo interagiscano in una situazione ad hoc.
8 episodi di 3 minuti circa in cui il bambino sperimenta alcune separazioni e successive riunioni con la madre. Fasi osservate per mezzo di uno specchio unidirezionale.
- Madre e bambino entrano in una stanza e familiarizzano con il nuovo ambiente.
- Bambino gioca e si muove alla presenza della madre.
- Entrata di un estraneo che si avvicina gradualmente alla madre e poi al bambino.
- La madre lascia da solo il bambino con l’estraneo.
- Rientra la madre, riunione coppia madre-figlio, estraneo esce.
- La madre esce lasciando il bambino da solo.
- Entra l’estraneo e si avvicina al bambino.
- Torna la madre e prende in braccio il bambino mentre l’estraneo esce.
Indici utilizzati per individuare il tipo di legame:
- Il comportamento del bambino in presenza di un estraneo con cui viene lasciato solo.
- Il modo con cui egli reagisce al ricongiungimento con la madre.
L’autrice ha posto soprattutto attenzione al comportamento del bambino nel momento della riunione con la madre, riuscendo a distinguere quattro categorie di attaccamento.
- Attaccamento sicuro - Il bambino esplora l’ambiente in maniera attiva sia in presenza che in assenza della madre e al ricongiungimento accoglie la madre salutandola o cercando di farsi consolare nel caso abbia sofferto durante la separazione. Indice di un buon legame madre-figlio. A questo attaccamento corrisponde un caregiver positivo.
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