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La parola Depressione è un etichetta onnicomprensiva di qualunque stato d’animo negativo che

appiattisce la comprensione di questi stati emotivi e ne rende difficile l’identificazione, è un impoverimento

della capacità di capire il proprio vissuto emotivo e di comunicarlo e modificarlo. Un antidoto è chiedersi

quali parole servono a definire uno stato d’animo negativo. La depressione è considerato un male

inaccettabile e vergognoso che viene nascosto dall’alcol, iperattività e negli eccessi di varia natura. La

depressione è un rifiuto dell’imperfezione e un ripiegamento egocentrico e individualismo. Occorrerebbe

confrontarsi con i sentimenti negativi, comprendere cosa significano, quali suggerimenti ci rivelano e cosa

bisogna cambiare di noi e delle nostre relazioni.

Gli psicofarmaci favoriscono apertura mentale e serenità emotiva ma rischiano di diventare mezzi per

nascondere la depressione.

La depressione è un meccanismo difensivo pericoloso ma può diventare occasione di crescita perché ci

permette di vedere la realtà con lucidità senza cadere negli autofinanziamento,

Realismo depressivo: presente nella depressione lieve dove la persona valuta in modo obiettivo.

LA PERDITA E IL LUTTO

Il malato può essere paragonato a coloro che hanno subito lutti in quanto entrambi perdono.

Con il progredire della malattia consiglio trova a perdere di efficienza, capacità, funzionalità fisica,

autonomia e realizzazione personale e sociale.

L’accettazione della perdita non è lineare e indolore, ci sono difficoltà che possono portare alla negazione o

il rifiuto che si collega alla richiesta di comportarsi in modo normale e perfetto.

Non si troverà mai il superamento definitivo delle perdite in quanto espone a sentimenti di fallimento

perché gli equilibrio raggiunti crollano con facilità e alla perdita si aggiunge lo sconforto per non riuscire a

superarla.

La perdita non si supera totalmente ma se è ben elaborata non ci si spaventa se si ripresenta anche dopo

tanto tempo come ferite brucianti, ci permette di trovare nuovi adattamenti ed equilibri.

OTTIMISMO E FELICITÀ

Impotenza appresa: mancato controllo della propria vita che diventa un impotenza totale. Induce ad agire

con la convinzione che qualsiasi azione sia priva di senso, utilità.

La depressione è egocentrica, pessimistica e si riferisce alle proprie incapacità, non valorizzazione e non

ascrivere a proprio merito eventi positivi. La depressione può essere combattuta se si modifica i propri

modi di fare, le interpretazioni.

L’auto efficacia è il contrario poiché da valore e senso alla persona, distingue ambiti in cui sia possibile agire

efficacemente.

Il trattamento farmacologico è controproducente perché fa dipendere il benessere dal farmaco.

Illusioni positive: vere e proprie distorsioni su di sé e sulla valutazione del proprio stato di salute che

consentirebbero di mantenere l’ottimismo per il futuro e questo svolgere breve un ruolo positivo. Ma la

deforma a proprio favore è infantile e egocentrico. In questo modo non si determina buon adattamento e

sviluppo.

Ottimismo efficace: atteggiamento positivo, guarda i propri limiti con realismo e si conserva l’ottimismo su

quanto possiamo realizzare all’interno di questi vincoli. Operazione complessa a livello cognitivo ed

emotivo

Ottimismo creativo: capacità di modificare e trovare soluzioni a problemi inattesi che la malattia impone. È

un ottimismo flessibile, aperto alla realtà è alle sue sfide, capace di rispondere in modo creativo alle

difficoltà. L’adattamento flessibilità crea maggior equilibrio tra persona e ambiente,.

La felicità è il risultato di una crescita e di un attività di adattamento.

La speranza è il superamento dell’egocentrismo e della pretesa di conoscere e prevedere tutto.

Il malato non deve essere una persona che necessita esclusivamente aiuto ma deve anche sentirsi utile agli

altri.

IL PENSIERO LOGICO E QUELLO MAGICO

Il pensiero umano non è unitario.

Il pensiero logico dell’adulto è il punto di arrivo di un percorso di sviluppo neurofisiologico che risente della

cultura e scolarizzazione.

A 2 anni il bimbo è capace a richiamare alla mente ciò che non è percettivamente presente e comincia a

lavorare su questi pensieri, sono indici di questa capacità:

 L’imitazione differita, imitare un gatto visto il giorno prima

 Gioco simbolico o del far finta

 Comprensione e sviluppo del linguaggio

 Successivamente disegno

 Immaginazione

 Gioco fantastico

Il bambino pensa in modo egocentrico e legato alla realtà, pensa di agire direttamente con i propri pensieri,

parole e azioni sulla realtà; i suoi ragionamenti si basano su analogie e accostamenti percettivamente

rilevanti che possono dare luogo a errori di ragionamento. Questo pensiero è capace di intuizioni e

accostamenti inusuali che possono essere arbitrari sul piano logico ma che sono alla base per tutta la vita

del pensiero creativo.

Durante l’adolescenza, con lo sviluppo neurofisiologico e scolastico, si ragiona in modo astratto si fanno

ipotesi, deduzioni logiche.

La scienza usa il pensiero logico.

Il pensiero intuitivo collega i fenomeni in modo flessibile e ardito.

Il pensiero logico convive con il pensiero magico che è primitivo ed è caratteristico dei bimbi di 3-5 anni

dove non si pone distanza tra se e il mondo. A causa dell’egocentrismo il mondo esterno è rappresentato in

funzione delle proprie intenzionalità. Inoltre c’è un atteggiamento animata in cui le cose sono animate da

intenzionalità come le persone e poi c’è il realismo dove i pensieri, sogni sono dotate di realtà è di azione

propria ( un pensiero cattivo può fare del male fisico alla persona).

Nel pensiero magico si può incidere sulla realtà attraverso la partecipazione : si opera su un piano simbolico

per agire in modo efficace su un piano reale e si possono collegare fenomeni lontani e fisicamente

sconnessi.

Spesso le persone nella malattia ricerca ricorrono al pensiero magico che ha funzioni:

 Conoscitiva

 Difensiva e propiziatoria

Il pensiero magico indica regressione poiché il paziente non trova un adattamento soddisfacente.

Per rendere accettabili le azioni magiche vengono eseguite in modo ludico o trattate come

consuetudine sociale.

Il pensiero magico diventa un problema è porta ad abbandonare terapie consolidate per

avventurarsi in figure carismatiche.

L’uso del pensiero magico si riduce se le persone sono messe nella condizione di comprendere cosa

sta succedendo, se sono rassicurante, se trovano medici a cui affidarsi. Mettere il paziente al

centro del intervento terapeutico è l’unico modo per contrastare il pensiero magico.

RACCONTARE LA PROPRIA MALATTIA

Bruner: il racconto è un modo di conoscere la realtà è dare un ordine al mondo e alla propria storia.

Il racconto serve per ordinare, rendere comprensibili e comunicabili gli avvenimenti drammatici, inusuali e

inaccettabili che così facendo trovano un senso .

Serve a far rinascere l’ordine dove la malattia ha seminato caos.

Il linguaggio interiore è utile per ripensare alla propria esperienza, ordinarla e comprenderla ma non è

sufficiente perché gli manca un interlocutore esterno ovvero il punto di vista degli altri per vedere ciò che

noi non riusciamo a vedere.

Il confronto con altre persone può essere angosciante ma a volte può essere positivo.

IV LA RELAZIONE TERAPEUTICA

Nel trattamento dei malati cronici è fondamentale coinvolgerli nella comprensione e cura della malattia che

va gestita per anni nella sua quotidianità dove la collaborazione del paziente è fondamentale in quanto

attore della sua vita.

Il rapporto tra medico e paziente è continuativo e psicologicamente difficile poiché i malati cronici non

guariranno e miglioreranno mai ma con il tempo tendono a peggiorare. In questo rapporto continuativo ci

sono momenti gratificanti e altri difficili.

Da parte degli operatori sanitari ci sono diversi atteggiamenti:

 Ruolo del salvatore

 Ruolo del divorzio

 Atteggiamenti cinici e distaccati che in genere abbandona questo lavoro

Per prendersi cura dei malati cronici bisogna aver pazienza, tolleranza alla frustrazione, capacità di mettersi

nei panni degli altri, stabilire con il malato relazioni significative e paritarie, costruire alleanze terapeutiche

durature e resistenti.

La reciprocità è fondata sulla comune umanità degli attori della relazione , riconosciuti come persone degne

di rispetto, inoltre c’è cooperazione per lo stesso fine ovvero il benessere del malato. In questo rapporto gli

operatori sanitari mettono a disposizione la loro competenza mentre il malato collabora.

La cooperazione permette il trattamento e lo sviluppo personale del malato nelle migliori condizioni

consentite dalla malattia.

La comunicazione tra medico e malato è un atto di cooperazione in cui si fa una costruzione comune di

significati condivisi, non conta solo ciò che è detto ma anche il modo in cui viene detto, sia a livello verbale

che non verbale, così come le condizioni in cui la comunicazione si realizza.

FIDUCIA

Il malato cronico e il medico devono stabilire un rapporto di fiducia.

La fiducia si costruisce con il tempo ed è il rivolgersi al medico nella convinzione che egli con competenza e

responsabilità, secondo scienza e coscienza possa agire nel migliore dei modi a vantaggio del paziente

affinché questo collabori.

La fiducia ha le radici nelle prime esperienze infantili con le figure di attaccamento e cresce e si affina nel

corso dello sviluppo diventando selettiva, è indispensabile nella vita sociale in cui richiede reciprocità e

responsabilità.

Nella relazione terapeutica il malato firma un consenso che rappresenta un riconoscimento formale della

responsabilità di entrambi.

Il paziente ottiene atteggiamenti positivi se è trattato in modo equo e preso in considerazione.

L’accesso a internet ha ampliato la possibilità di avere informazioni sulle terapie con il rischio di ricevere

informazioni infondate e sbagliate, quindi il malato rischia lo smarrimento o diviene vittima di terapie

fasulle. Per questo motivo è importante un solido rapporto con il medico in cui si crea un rapporto di

collaborazione e non di imposizione nel quale le resistenze e rifiuti vanno accettati.

EMPATIA

L’empatia è :

 la capacita di condividere le emozioni altrui

 Partecipazione emotiva consonante e appropriata, frequente in tutte le relazioni significative

(amore e amicizia )

 Componenti cognitive: capacità di riconoscere e distinguere in modo corretto e differenziato le

emozioni espresse da un’altra persona, attraverso il corpo, la parola e rappresentarsi i suoi stati

d’animo diversi e vissuti diversi da i suoi.

L’empatia è diversa dal contagio emotivo.

Il contagio emotivo è l’assenza di una differenziazione tra se e altro e provoca una condivisione affettiva

automatica e involontaria, non implica la discriminazione degli stati emotivi altrui e non comporta la

consapevolezza della natura vicaria della propria condivisione; ha il suo fondamento neurofisiologico nei

neuroni a specchio (comportamenti imitativi e automatici).

Il contagio non è limitato all’infanzia, dove ha un ruolo utile e importante nella relazione madre – bambino,

ma può comparire in età adulta.

L’empatia è già presente nel bimbo piccolo anche se è caratterizzata da egocentrismo( si tende attribuire

agli altri emozioni che noi proviamo in una situazione simile. Il bimbo che scorge un adulto triste lo consola

offrendogli l’orsacchiotto mentre l’adulto conforta l’adulto con parole di conforto.

Le forme più evolute di empatia sono mediate dalla capacità di comprendere che i vissuti degli altri

possono essere diversi dai propri e di parteciparvi comunque, agendo in modo consonante alle esigenze

altrui ben differenziate e distinte dalle proprie, questa empatia consente un reale aiuto.

Nella relazione di cura è indispensabile la capacità di condivisione empatica. Gli operatori sanitari sono

consapevoli che il contagio contribuisce un pericolo ed esprimono timore nei confronti del suo potere

destrutturante.

Si può dare empatia senza cadere nel contagio se si è capaci di condividere in modo professionale e

indifferenziato, con una distanza che consente di partecipare alla sofferenza altrui senza esserne invasi.

IL MALATO TRA LOGICA STATISTICA E LOGICA CLINICA

Logica statistica: trattare il malato come un numero e non come persona dotata di una specifica

individualità fisica e psicologica. Si utilizza il pensiero logico- paradigmatico (o estensionale) che ricerca

leggi generali universalmente valide, costruisce classificazioni, stabilisce nessi di causalità e studia il caso

individuale in relazione a categorie più generali. Il caso individuale non interessa di per sé ma solo se messo

in relazione con categorie generali secondo un processo verticale di subordinazione e sovraordinazione.

Logica clinica : ha un pensiero clinico (o intensionale) e si applica al singolo caso, considerato nella sua

irriducibile specificità. Si cerca di comprendere un singola situazione, la conserva e la analizza per

ricomporre un quadro unitario. Non si cercano leggi generali applicabili secondo regole e costanti. Utilizza

strategie di ragionamento come l’euristica della rappresentatività che utilizza alcuni eventi come meglio

rappresentativi di una determinata categoria; l’eucaristica della rappresentatività non può essere usata nel

pensiero pragmatico e nel ragionamento probabilistico perché vengono ritenuti come più probabilità gli

eventi che meglio rappresentano una determinata categoria mentre viene usata sul piano clinico in quanto

permette al medico ai pazienti che sono più a rischio per la loro salute. L’atteggiamento clinico si fonda sul

l’attenzione alla totalità della persona intesa come sistema in cui corpo e psiche sono in continua

interazione e in cui le diverse parti del corpo sono in stretta connessione tra loro, questa visione olistica

della persona è carente nella pratica sanitaria.

Il pensiero intensionale non si colloca a un gradino inferiore rispetto a quello estensionale ma si

accompagnano ad essere rispondendo a logica diversa e con funzioni diverse.

Il pensiero pragmatico valuta statisticamente l’utilità di una terapia ma è poi in base alla logica clinica che il

medico valuta l’opportunità di una determinata terapia in un determinato momento e in un determinato

paziente.

MEDICINE ALTERNATIVE

La medicina occidentale si basa su un approccio scientifico nel quale il corpo viene studiato come realtà

oggettiva da indagare con metodi obiettivi coerentemente alle scienze, mentre i tentativi terapeutici

vengono sottoposti a verifica sperimentale e validati attraverso la falsificazione.

Le medicine alternative sono terapie diverse tra loro per origine culturale, basi teoriche, sostanze

impiegate, verifiche avute: cure con erbe, medicine orientali, omeopatia, interventi parapsicologia,

iridiologia e pratiche magiche.

La fitoterapia è la più vicina alla medicina ufficiale, sono usati composti chimici sintetizzati tramite piante,

non è alternativa alla medicina ufficiale.

Agopuntura, medicina cinese, sta trovando sempre più conferme scientifiche e L’OMS sta indicando le

patologie curabili.

Omeopatia si pone di curare malattie con sostanze simili, i medici sono contrari a questi rimedi poiché a

livello chimico non hanno principi attivi e non hanno più potere terapeutico di un bicchiere d’acqua.

La ricerca scientifica supera gli autoinganni, gli stereotipi e le valutazioni erronee attraverso l’uso

sistematico di metodi e strumenti che garantiscono l’ obiettività dei riscontri. Si affidabile al pensiero logico

pragmatico, usa il metodo sperimentale, la statistica. La relazione di causa effetto sulla contiguità

temporale non ha fondamento.

La psicologia dimostra che le nostre percezioni e conoscenze sono spesso ingannevoli, basta pensare

all’euristica della disponibilità per la quale gli eventi rievocati mentalmente con maggiore facilità a causa

della loro forte rilevanza emotiva sono ritenuti erroneamente come più probabilità. Le eucaristiche sono

fallace nel pensiero pragmatico.

Il malato cronica è più sensibile al richiamo delle medicine alternative a causa dell’inguaribilità, qui c’è il

desiderio di agire in prima persona a causa di terapie non risolutive, è una rivendicazione della propria

soggettività attraverso la scelta individuale al di fuori del circuito sanitario. L’affermazione della soggettività

passa attraverso il rifiuto della componente specialistica del medico per rivendicare il proprio potere

decisionale e le proprie scelte.

Il malato è in grado di ricorrere alla medicina scientifica in modo critico e consapevole se è aiutato a

comprendere la malattia in ogni momento della sua evoluzione, se è coinvolto nelle decisioni terapeutiche,

se può recuperare l’auto efficacia e se vede rispettata la sua globalità e soggettività della sua persona.

RISERVATEZZA

Non bisogna essere invadenti nella vita del malato e disturbare la sua quiete.

Gli uffici burocratici violano la riservatezza dicendo ad alta voce l’esame che si sta prenotando o la malattia

del paziente.

Anche parenti e amici non rispettano tanto la riservatezza e questo aumenta il malessere del malato poiché

lo obbliga a condividere l’intimità con gli altri proprio nei momenti di massima sofferenza quando nessuno

lo fa volentieri anche in condizioni di benessere.

V NOI E GLI ALTRI

L’essere umano è biologicamente sociale, è fondamentale il rapporto con i suoi simili.

I piccoli dell’uomo hanno bisogno che qualcuno si prende cura di loro amorevolmente, attaccamento.

L’intelligenza si sviluppa grazie influenze genetiche e neurofisiologiche e grazie alle relazioni sociali.

Il linguaggio è lo strumento sociale che media i pensieri più intimi.

L’uomo ha grandi capacità espressive e comunicative ed è predisposto a stabilire relazioni durature con i

propri simili.

La sopravvivenza si è realizzata grazie alla capacità di vivere in gruppo, di riconoscere e condividere le

emozioni, collaborare, proteggere e aiutare i compagni.

Ognuno di noi tende a realizzare se stesso differenziando dagli altri, inizialmente nei confronti delle figure

di attaccamento dell’infanzia e successivamente nell’adolescenza momento cruciale e decisivo per

l’affermazione della propria identità separata e differenziata.

Duplice esigenza che può entrare in conflitto (essere. In amore ):

 Stabilire relazioni significative e profonde

 Essere se stessi, fare autonomamente le proprie scelte

Il malato ha bisogno degli altri e del loro aiuto, questo può innescare dipendenza dagli altri con diverse

conseguenze:

 Che rinunci a uno sviluppo personale e ad azioni che gli sarebbero consentite dalla malattia e

reagisca a questa rinuncia con rabbia.

 Che rivendichiamo un autonomia irrealistica svolgendo azioni pericolose

 Può interpretare in modo negativo come tentativi di limitare la sua autonomia anche in normali

offerte di aiuto e risponda in modo aggressivo

È indispensabile che sia il malato che i suoi cari usino una comunicazione chiara ed efficace, senza

distorsioni e manipolazioni.

Comunicazioni a doppio legame: messaggi contraddittori che pongono chi li riceve nella spiacevole

situazione di non sapere a cosa dare retta e di sbagliare in ogni caso. (es. Va pure tanto sono sempre solo).

Vanno evitati eccessi di intervento verbale ricordandosi che per il malato conta essere ascoltato e accolto

nella sua sofferenza.

Un mio dispiace vale più di tante parole che coprono l’ansia di chi parla e rischiano di inviare messaggi

contraddittori.

Il silenzio può essere utile quando non ci sono parole per esprimere al meglio.

L’auto efficacia è la capacità di saper chiedere aiuto dopo una lucida analisi delle sue potenzialità. Si può

incontrare 2 atteggiamenti opposti:

 Sottovalutare le proprie capacità e chiedere aiuto anche quando non c’è ne bisogno esponendo o

alla dipendenza o al rifiuto

 Sopravalutare le proprie possibilità e non chiedere aiuto quando è necessario.

TRA VISIBILITÀ E INVISIBILITÀ

Il malato rispetto gli altri è :

 Diversa in quanto ha una malattia grave e duratura

 Uguale in quanto ha momenti e aspetti identici agli altri.

Di solito il malato fa di tutto per mostrarsi normale ma basta poco per palesare la malattia.

Apparire come gli altri può essere un incentivo a usare le risorse ancora attive, dare il meglio di sé e non

essere rifiutato anche se questa normalità è apparente perché la malattia è sempre lì pronta a peggiorare.

È importante rendere accessibile i luoghi pubblici.

Gli effetti della malattia divengono pubblici a causa delle continue assenze lavorative.

Ci sono 2 tipi di malati:

 Quelli che rendono subito pubblica la malattia

 Quelli che preferiscono riservatezza anche se poi arriva il momento di dirlo.

Fare chiarezza semplifica molti rapporti ma espone anche al rifiuto, esclusioni.

Regole di esibizione: governano l’espressione delle nostre emozioni negative, sono codici sociali che

cambiano da cultura a cultura, censurano la diretta espressione delle emozioni negative. Queste regole

possono condurre il malato a vissuti di incomunicabilità ed estraneità nei confronti degli altri.

La domanda “come va? “ mette in imbarazzo l’interlocutore che non si aspettava una vera risposta.

Dall’altra parte il malato non è sempre disponibile a palesare i suoi sentimenti negativi per timore di

lasciarsi andare, sfiducia nell’interlocutore. Una risposta convenzionale e insincera allontana l’interlocutore

e fa vivere sentimenti di falsità al malato.

È utile individuare le persone con cui si vuole condividere in modo sincero e mantenere un educato

distacco con le altre.

SOLITUDINE

Ne esistono di 2 tipi:

 Senso di estradizione, sensazione di non essere in sintonia con gli altri, non aver persone con cui

parlare, condividere emozioni, mostrare la propria intimità e chiedere aiuto

 Voler stare soli, non stare in compagnia degli altri, per alcuni questa sensazione è beata per altri e

intollerabile

Il malato cronico rischia di vivere il senso di estradizione per difficoltà a comunicare e condividere i propri

sentimenti con gli altri, perché si teme di essere di peso o di annoiare.

Gli altri possono temere di essere invadenti o indiscreti o hanno difficoltà a confrontarsi con gli stati

d’animo negativi

Per il malato può essere doloroso:

 Chi minimizza la sofferenza suscitando incomprensione

 Chi esagera la sofferenza gravano il malato del peso di dover essere confortato.

Il malato non può vivere senza gli altri ma ha anche bisogno di momenti e spazi di solitudine per la

riflessione e ricarica.

Inoltre il malato rischia di perdere la sua vita sociale perché piano piano gli altri si stancano delle sue

assenze quindi è indispensabile che lavori attivamente per mantenere il più possibile i rapporti con gli altri.

AFFETTI

Si sviluppano a partire dalla nascita con l’attaccamento nei confronti della madre e per tutta la vita dare e

ricevere affetto è indispensabile alla realizzazione personale e allo sviluppo dell’identità.

La malattia cronica mette in difficoltà le relazioni affettive, alcune si fanno strette e altre si allentano perché

al malato manca l’energia e il tempo da dedicare, mentre le persone hanno difficoltà ad accettare la

malattia e a confrontarsi con il malato.

Se il malato è genitore ha ancora molto da dare ai figli.

Esistono vari tipi di malati:

 Coloro che si sottomettere pur di avere qualcuno che stia con loro

 Coloro che usano la malattia per tener strette a se le persone

Il malato non deve rinunciare ad essere l’attore del proprio sviluppo costruendo rapporti significativi.

Sindrome del buon out: è il rischio di bruciare le proprie energie senza più poter essere d’aiuto al malato.

Per non cadere in questa trappola c’è l’empatia indifferenziata.

Empatia indifferenziata: capacità di non attribuire In modo egocentrico le proprie emozioni ma di

rappresentarsi i suoi vissuti in modo differenziato e distaccato.un buon rapporto empatico si costruisce con

il tempo e permette agli altri di aiutarlo veramente.

Il suicidio avviene quando la persona ritiene di non avere più vincoli significativi e profondi con gli altri.

Quando la malattia si aggrava è probabile che la persona reprimere i legami di affetto con gli altri perché

ritiene le proprie condizioni di sofferenza e di vita ormai intollerabili e indegne di una esistenza umana

anche in presenza di buon legami affettivi. È un espressione ultima della volontà di agire sul proprio

destino. È una sconfitta della vita per questo va contrastato con l’affetto e l’impegno nellaiutare il malato a

vivere una vita degna di un essere umano.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher federicaborsi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Begotti Tatiana.

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