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Psicologia dello sviluppo

Capitolo 1 – Che cos'è la psicologia dello sviluppo?

Introduzione

La psicologia dello sviluppo è il ramo della psicologia che studia come un bambino si sviluppa e cresce, e come ciò possa essere condizionato da elementi ambientali quali la famiglia e la scuola.

I grandi temi della psicologia dello sviluppo

Una delle questioni chiave della psicologia dello sviluppo riguarda la contrapposizione tra natura e cultura: il bambino nasce con abilità proprie che si sviluppano naturalmente nel tempo a prescindere dall’ambiente, oppure necessita dello scambio con il mondo esterno perché queste vengano fuori? Fino al XX secolo il bambino era visto come un “uomo in miniatura”; questa concezione iniziò a cambiare con l’avvento degli scritti di due grandi autori e filosofi: Locke prima e Rousseau dopo.

John Locke

Secondo la concezione di Locke, il bambino alla nascita è una “tabula rasa”, ovvero una superficie sulla quale non è stato scritto ancora nulla, ma sulla quale scriverà il contatto con l’ambiente e l’interazione sociale che il bambino compie nel corso degli anni, superficie che verrà riempita inoltre in forma accettabile per la società, considerando lo spirito di quest’ultima di gran valore.

Jean-Jacques Rousseau

Rousseau subì l’influenza di Locke e concordava col filosofo inglese sul fatto che fossero le esperienze e le interazioni a determinare la persona adulta, ma piuttosto che accettare la definizione di “tabula rasa” egli coniò quella di “buon selvaggio”, che sta ad indicare il fatto che il bambino appena nato sia puro e innocente, per poi essere corrotto nel momento dell’ingresso in una società che -secondo Rousseau- è spietata.

Per dare una risposta definitiva a questo grande dibattito tra le influenze di natura e cultura, sono stati svolti numerosi esperimenti, tra cui il Minnesota Twin Study (Bouchard, 1981).

Bouchard selezionò 100 coppie di gemelli monozigoti, cresciuti con genitori diversi, per analizzarne le differenze. I risultati dell’esperimento furono che i gemelli erano sì diversi, ma tante somiglianze erano molto forti: temperamento, scelte scolastiche e lavorative, relazioni interpersonali. Lo studio esaltava quindi l’influenza dei fattori genetici nello sviluppo dell’essere umano, ma l’esperimento fu criticato perché lo stesso Bouchard ammise che i gemelli che presero parte all’esperimento erano motivati e condizionati dal senso di somiglianza, cosa che ne influenzò i racconti delle esperienze fatte durante l’infanzia e le scelte di vita. Bouchard dimostrò quindi che natura e cultura non possono essere considerate separatamente, ma che ognuna di esse agisce nella crescita del bambino.

La questione del XXI secolo: natura/cultura o c'è un'altra strada?

Ad oggi la quasi totalità degli psicologi è giunta alla conclusione che né natura né cultura, prese da sole, possono essere pienamente responsabili dello sviluppo fisico, emotivo e cognitivo del bambino; piuttosto, l’interazione tra le due forze può essere individuata in un punto situato lungo un continuum.

Esempio: potremmo rappresentare il comportamento “camminare”, lungo una linea retta (il continuum) ai quali estremi si trovano “natura” e “cultura”, situando il punto molto più verso la parte sinistra del continuum, ovvero quella appartenente al ruolo che ha la natura nello sviluppo fisico e quindi della camminata, senza dimenticare però il ruolo che ha l’ambiente (e quindi i caregiver) nello stimolare il bambino ad assumere una posizione eretta.

L'importanza delle prime esperienze

La psicologia dello sviluppo si occupa inoltre di stabilire l’influenza delle esperienze vissute durante l’infanzia e di stabilire ciò che siamo o non siamo in grado di fare nelle diverse fasi della vita. Altra domanda chiave è quindi se una volta adulti possiamo considerarci sostanzialmente formati o se continuiamo comunque a svilupparci socialmente, emotivamente e cognitivamente. La psicologia dello sviluppo si occupa dunque anche dell’età adulta e non solo del bambino fino all’adolescenza, come -sbagliando- si potrebbe pensare.

Diversi autori hanno contribuito, con i loro studi e le loro teorie, ad accrescere la conoscenza sull’influenza che hanno le prime esperienze della vita nella formazione adulta.

Teorie stadiali dello sviluppo

Le teorie stadiali dello sviluppo assumono che l’acquisizione di capacità avvenga attraverso una serie di stadi: quando un bambino entra in uno specifico stadio di sviluppo non è ancora in grado di eseguire l’esercizio che caratterizza quella fase. In un determinato arco temporale, il bambino impara a completare quell’esercizio abbandonando così quello stadio di sviluppo, e passando allo stadio di sviluppo successivo.

Esempio: Teoria del gioco di M. Parten - i bambini di due anni si dedicano al “gioco parallelo”, quindi possono usare gli stessi giocattoli ma non interagiscono né collaborano per raggiungere un obiettivo. Successivamente, a tre anni o più, passano al “gioco cooperativo”: giocano insieme e utilizzano regole e divieti. Il tipo di gioco scelto dal bambino è determinato da aspetti come l’abilità linguistica, la memoria e la comprensione di ciò che fanno gli altri.

Spesso le teorie degli stadi sono considerate rigide ed unidirezionali, come ad esempio la teoria dello sviluppo cognitivo di Piaget, che prevede una successione fissa: secondo la teoria non esiste la possibilità di tornare ad uno stadio precedente o di saltarne un altro. Tuttavia, le teorie stadiali sono ad oggi degli strumenti utili per comprendere lo sviluppo sociale, psicologico e comportamentale del bambino.

Sviluppo continuo e sviluppo discontinuo

Alcuni psicologi considerano lo sviluppo del bambino come un processo di cambiamento continuo, in cui egli diventa costantemente più abile in ciò che fa; altri, invece, considerano tale sviluppo come un processo di cambiamento discontinuo, in cui si alternano fasi di rapida acquisizione delle abilità e periodi di grande calma caratterizzati da piccoli cambiamenti.

I teorici degli stadi tendono a mantenere la convinzione secondo cui lo sviluppo è un processo discontinuo di cambiamento (Piaget), mentre la ricerca recente ha mostrato che lo sviluppo del bambino avviene per la maggior parte attraverso un processo di cambiamento continuo: abilità per abilità, e può essere più veloce in un’abilità che in un’altra, dando come risultato un processo di sviluppo asincrono.

Che cos'è lo sviluppo "normale"?

I ricercatori assumono che un bambino con un livello di abilità cognitiva superiore alla “norma” (si veda curva Gaussiana del QI) raggiunge risultati al di sopra della sua età e che un bambino con un livello di abilità cognitiva inferiore alla “norma” non raggiunge buoni risultati, per la sua età.

Capitolo 2 – Prospettive e teorie dello sviluppo

Introduzione

Gli psicologi e gli scienziati dello sviluppo, grazie all’osservazione della crescita e dell’apprendimento dei bambini, hanno formulato teorie cosiddette “stadiali” dello sviluppo, le quali descrivono le competenze che è normale aver acquisito nelle diverse età.

Che cos'è una teoria?

Una teoria è un sistema organico di ipotesi, principi generali, leggi, tutti tendenti a spiegare un fenomeno o una serie di fenomeni. Tre sono le fasi:

  • Definizione: una buona teoria comincia col descrivere o definire il suo oggetto di indagine che, in psicologia, è invariabilmente un comportamento. Definire il comportamento che sta al centro della teoria è molto importante; senza una precisa descrizione di tale comportamento, è impossibile sviluppare una teoria efficace. (es. Che cos’è il linguaggio?)
  • Spiegare: una teoria deve cercare di spiegare il comportamento in questione. (es. In che modo il bambino acquisisce le abilità linguistiche?)
  • Prevedere: la valutazione di una teoria dipende dalla capacità della stessa di prevedere il comportamento. (es. a 6 anni il bambino sarà davvero in grado di valutare correttamente la conservazione del volume? Vedi Piaget.)

Prospettive teoriche

Teorie stadiali e teorie dello sviluppo continuo

La maggior parte delle teorie dello sviluppo sono riconducibili alla famiglia delle teorie stadiali o a quella delle teorie dello sviluppo continuo.

Teorie stadiali

Le teorie stadiali, come ad esempio la teoria dello sviluppo cognitivo di Piaget, tendono a considerare lo sviluppo della competenza secondo un modello comportamentale, concepito sulla base dell’osservazione di un comportamento e sulla valutazione di quello che la maggior parte dei bambini è in grado di fare nelle diverse età. Le diverse teorie stadiali hanno in comune diversi aspetti:

  • Gli stadi sono ben delineati e descrivono abilità molto specifiche.
  • Le teorie prevedono che il bambino, appena entrato nello stadio, non sia in grado di portare a termine il suo problema; che sviluppi la competenza in un certo arco di tempo e, infine, che completi quello stadio nel momento in cui dimostra piena familiarità con la competenza in questione.
  • Assumono che ogni stadio venga completato rispettando le fasi previste dalla teoria, senza possibilità di saltarne alcuna.
  • Ogni bambino deve passare per i diversi stadi nelle fasce d’età indicate dalla teoria.

Il punto di forza delle teorie stadiali è che ciascun comportamento è descritto con massima precisione secondo “norme” specifiche per ogni età; il loro punto debole è invece la rigidità che posseggono in merito a ciò che è lo sviluppo “normale” e non badano minimamente alle caratteristiche individuali di sviluppo.

La prospettiva dello sviluppo continuo o basata sull'intero arco di vita

La prospettiva dello sviluppo continuo si basa su quattro assunti:

  • Lo sviluppo dura tutta la vita.
  • È multidimensionale.
  • È plastico.
  • È aperto alle influenze di una molteplicità di eventi, prevedibili e imprevedibili.

Tali teorie forniscono quindi una buona spiegazione riguardo ai differenti approcci individuali e a come le esperienze influenzino lo sviluppo. Secondo tali teorie non smettiamo mai di crescere, lo sviluppo ha luogo in più sfere (fisica, emotiva, cognitiva) e direzioni (una parte dello sviluppo è progressiva: acquisire più funzioni; un’altra è regressiva: ad esempio, interrompere lo studio della lingua russa per concentrarsi sull’astronomia). Lo sviluppo è molto flessibile: può presentare periodi di stallo o impennate ed in più è influenzato da molti fattori:

  • Influenze legate all’età: le persone che hanno vissuto la seconda guerra mondiale hanno una filosofia di vita molto diversa da quelle nate negli anni ’80 (coorti);
  • Influenze non normative: influenze che agiscono su un individuo o su un piccolo gruppo di individui ma che non possono essere previste o il cui effetto non può essere stabilito in anticipo (es. la visione di un documentario sulla psicologia potrebbe suscitare molto interesse nella persona che lo guarda, tanto da fargli decidere di intraprendere tale scelta universitaria).
  • Le diverse influenze interagiscono tra loro: ad esempio, lo sviluppo fisico può essere determinato da stimoli biologici e agenti ambientali di stress.

Prospettiva psicoanalitica dello sviluppo

Gli assunti fondamentali della prospettiva psicoanalitica sono i seguenti:

  • Nella mente nulla avviene per caso.
  • La coscienza è un attributo eccezionale dei processi psichici.
  • Esistono tre livelli di coscienza: conscio, preconscio e inconscio.
  • L’inconscio è fondamentale per capire il comportamento umano.
  • L’inconscio è la sede dei nostri impulsi istintuali, che perseguono la massimizzazione della nostra capacità di sopravvivere.
  • Entro i primi 5/6 anni di vita, il nucleo della nostra struttura mentale è definito e non potrà essere modificato successivamente.

La teoria psicoanalitica dello sviluppo di Sigmund Freud (1856-1939)

Secondo il padre della psicoanalisi ogni evento della vita mentale che sembra non avere giustificazione o senso, è tale solo in apparenza; molti comportamenti sono guidati da ragioni non facili da riportare alla coscienza: tali contenuti inconsci possono generare situazioni di sofferenza mentale che può sfociare in una patologia psichica. I contenuti psichici possono quindi essere presenti a tre livelli: conscio, preconscio e inconscio e la mente è composta da tre istanze psichiche strettamente interconnesse, distinte in base alle loro funzioni:

  • Es: presente dalla nascita, in cui trovano posto i nostri impulsi primari (bisogni alimentari, di calore e conforto, sessuali).
  • Io: si sviluppa durante l’infanzia e la fanciullezza fino all’adolescenza; corrisponde al nostro processo decisionale ed è costituito dal complesso delle funzioni collegate alle relazioni fra l’individuo e il proprio ambiente.
  • Super-Io: comprende i nostri precetti morali e le nostre aspirazioni ideali; esso si costruisce nel corso dello sviluppo attraverso l’interiorizzazione delle norme morali che iniziano a essere introiettate attorno ai cinque anni.

Secondo Freud la principale forza motrice della libido è legata alla soddisfazione di due forze di base, da lui denominate “pulsioni”, che sono la pulsione sessuale e la pulsione aggressiva: la prima dà origine alla componente del nostro comportamento dominata dal piacere, mentre l’altra dà origine alla componente distruttiva; entrambe ci accompagnano lungo il corso della vita.

La teoria Freudiana dello sviluppo è stadiale e procede per fasi che pongono al loro centro la soddisfazione sessuale (da qui il nome “teoria dello sviluppo psico-sessuale”). Mentre negli adulti è il rapporto sessuale con una persona che procura il piacere sessuale, nei bambini l’interesse è rivolto ad aree del proprio corpo differenti nelle diverse età:

  • Fase orale (0-18 mesi): l’area che produce piacere è la bocca.
  • Fase anale (18 mesi-3 anni): assumono importanza le sensazioni legate al trattenere ed espellere le feci.
  • Fase fallica (3-5 anni): i genitali sono le fonti di piacere. Verso la fine di questa fase si presenta il complesso edipico in cui l’interesse sessuale non è più rivolto al proprio corpo ma si dirige verso l’una o l’altra delle figure parentali facendo sperimentare conflittualità, gelosia e sensi di colpa. Esso si conclude da un lato con la formazione del Super-Io e dall’altro con la rinuncia provvisoria alle aspirazioni sessuali.
  • Fase di latenza (6-10/11 anni): il bambino rivolge tutti i suoi interessi al mondo esterno (es. scuola) e tutti i rapporti sociali vengono attivati.
  • Fase genitale (11 anni-∞): gli interessi sessuali riemergono con la maturazione puberale e si rivolgono alle persone al di fuori del contesto familiare.

Quando l’Io riesce a bilanciare con successo le necessità dell’Es (impulsi biologici) e del Super-Io (regole sociali del comportamento), l’individuo si sente soddisfatto. Nel caso contrario, si sviluppa all’interno dell’Io il conflitto tra ciò che vorrebbe raggiungere e ciò che le norme morali gli consentono di fare, producendo così uno stato d’ansia a un livello più o meno tollerabile. Alti livelli d’ansia, invece, provocano manifestazioni sintomatiche senza cause apparenti.

Per far fronte al conflitto tra i tre livelli strutturali, gli individui fanno uso dei meccanismi di difesa, quali la negazione (il problema non esiste) e la repressione (spingono i ricordi in fondo alle loro menti, razionalizzando per spiegare i propri sentimenti).

Critica

La principale critica mossa alla teoria Freudiana è la mancanza di evidenza empirica. Nonostante ciò, il contributo che Freud ha dato alla psicologia resta -a parere di tutti- indispensabile.

La teoria psicosociale dello sviluppo di Erik H. Erikson (1902-1994)

Erikson fu allievo della figlia di Freud, Anna, dalla quale fu fortemente influenzato. Egli riteneva che lo sviluppo del bambino passasse attraverso una serie di fasi e la sua teoria è unidirezionale (non torniamo indietro e non saltiamo nessuna fase). Ciascuna fase è descritta come una crisi tra i nostri bisogni biologici e psicologici e le esperienze che abbiamo con gli altri e con il mondo sociale: abbiamo desideri che necessitano soddisfazione, ma dobbiamo fare i conti con i limiti dovuti al nostro ambiente e alle persone che ci circondano. La fine di ogni fase è segnata da uno stato di risoluzione: il bambino impara a bilanciare i propri bisogni con quelli delle persone intorno a lui; una risoluzione soddisfacente dei bisogni permette lui di uscire dalla fase in questione con quelle che Erikson definiva “caratteristiche personali positive”, mentre per altri si verificava una risoluzione insoddisfacente della fase: ciò comporta la difficoltà a passare alla fase successiva ed il fatto che ci arrivino con caratteristiche personali problematiche che sono poi ricollegabili ai problemi di ordine caratteriale dell’età adulta.

Le otto fasi della teoria dello sviluppo di Erikson (1950)

- Fiducia/Sfiducia (0-1 anno): se riceviamo regolarmente cura e attenzioni, impariamo ad avere fiducia negli altri, che badano a noi e si preoccupano di soddisfare i nostri bisogni di cibo e calore. È tuttavia fondamentale che il bambino impari che gli altri (compreso egli stesso) non sempre sono degni di fiducia.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher raikkonen9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Larcan Rosalba.
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