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La psicologia dello sviluppo: presupposti teorici e tendenze attuali

Definire la psicologia dello sviluppo

“La psicologia dello sviluppo studia i cambiamenti sistematici che caratterizzano l’evoluzione psicologica di ciascun individuo nel corso dell’intera esistenza.”

Tale definizione, in primo luogo, afferma che la disciplina si occupa dei processi dello sviluppo piuttosto che dei prodotti, vale a dire che considera le varie modalità di funzionamento psicologico come tappe di un percorso e non come eventi conclusi. Questa visione dello sviluppo è dinamica perché tiene conto del tempo in cui il fenomeno si manifesta, inoltre, il tempo preso in considerazione, è quello della vita individuale, nella quale le esperienze di ciascun soggetto danno il senso ultimo al suo comportamento. È anche probabilistica in quanto fa dipendere l’esito dei processi evolutivi dal modo in cui essi si realizzano in base all’esperienza personale invece che da un piano fissato in anticipo.

In secondo luogo, tale definizione estende l’idea di sviluppo all’intero ciclo della vita superando i confini classici “dell’età evolutiva”, ristretti all’infanzia e all’adolescenza, in modo da comprendere sia i periodi più avanzati della vita sia quelli iniziali. Significa, quindi, accedere allo studio di fenomeni nuovi.

Tra i nuovi studi della disciplina, possiamo distinguere:

  • L’interesse per le prime fasi della vita;
  • L’enfasi sulla complessità del comportamento;
  • Il riconoscimento delle differenze individuali.

Lo studio della prima infanzia

L’interesse per le fasi iniziali della vita, lo troviamo a partire dagli anni '70. Un ruolo fondamentale nel progresso conoscitivo, lo hanno giocato le tecnologie osservative di nuova generazione, come telecamere e videoregistratori, utili sia per la rilevazione e l’analisi del comportamento, sia per la costruzione di nuovi paradigmi. Grazie a questi primi passi, si è scoperto che il neonato sa sul proprio ambiente fisico e sociale molto più di quanto si credeva possibile e pertanto tale studio può fornire le risposte ad alcune domande fondamentali: come nasce lo sviluppo e come agiscono natura e cultura per assicurarne lo svolgimento?

Un esempio: lo sviluppo socio-cognitivo

Un dominio di ricerca che coltiva tali domande riguarda lo sviluppo socio-cognitivo, che ha approfondito aspetti già studiati e individuato aspetti nuovi come l’intersoggettività.

L’intersoggettività consiste nella condivisione interpersonale di un’esperienza interna. Una forma iniziale di intersoggettività, detta primaria, la si può individuare nelle prime forme di interazione diadica tra madre-bambino nei primi giochi reciproci di espressioni facciali, atti motori e sguardi. L’intersoggettività primaria precede quella secondaria dove adulto e bambino si relazionano fra loro non direttamente come nella precedente, ma attraverso il riferimento a un oggetto esterno, agendo e commentando su di esso. Entrambe le forme manifestano la condivisione di uno scopo: nel primo caso, lo scopo è interno, è il piacere di stare insieme, e si esprime attraverso lo scambio di affetti ed emozioni; nel secondo caso è esterno in quanto consiste nel riferirsi a un medesimo fuoco di interesse e si esprime attraverso lo scambio di commenti prelinguistici o linguistici su di esso.

Natura e cultura: un’annosa questione

Il repertorio di caratteristiche comportamentali e di modalità di funzionamento che ci portiamo alla nascita, è stato argomento di discussione se non la causa, dell’annosa disputa tra natura e cultura su chi conta di più nella determinazione degli esiti evolutivi. Tuttavia, l’impossibilità di distinguere il peso delle due parti e riconoscendo che l’organismo umano è espressione di entrambi gli aspetti, si è concluso con l’attestazione che lo sviluppo è un fenomeno inevitabilmente costituito dalla compresenza di natura e cultura (di dotazione innata ed esperienza).

Si può dunque affermare che l’organismo umano è un organismo psicobiologico sin dall’inizio. In sostanza, il repertorio biologico di cui è dotato l’organismo umano, produce in modo automatico l’esperienza relazionale che alimenta la crescita psicologica in una determinata direzione. Anche il passaggio dell’intersoggettività dalla forma primaria – diadica – a quella secondaria – triadica – non è altro che l’esito dell’intervento combinato di componenti biologiche e psicologiche. Dunque, l’esperienza corporea delle prime fasi influenza quella cognitiva successiva.

Una versione recente dell’intersoggettività, originata nelle neuroscienze, ha enfatizzato l’origine biologica di questo fenomeno. Secondo i suoi autori, il funzionamento del “sistema dei neuroni specchio”, che si attiva quando l’individuo esegue un’azione e quando la vede eseguire sull’altro, permette di attribuire al cervello umano la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”; il soggetto calcola la posizione intenzionale propria e dell’altro rispetto allo scopo condiviso dopodiché riconosce di essere in una relazione intersoggettiva. Per concludere, Kagan ha recentemente affermato che, i talenti iniziali dovuti al funzionamento “naturale” dell’organismo non sono immutabili ma si modificano con l’avanzare dell’età sulla base dell’esperienza. Pertanto i risultati dei linguaggi biologico e psicologico andrebbero utilizzati a scopo cooperativo in modo da contribuire a qualificare la natura psico-biologica dello sviluppo.

Nuovi contributi disciplinari

L’interesse per le prime fasi dello sviluppo è stato coltivato maggiormente da due ambiti di conoscenza in particolare:

  • Le neuroscienze evolutive;
  • La psicologia comparata.

a) Le neuroscienze evolutive s’interessano ad associare ai tradizionali dati comportamentali o fisiologici, i riscontri neurali di tali abilità.

La plasticità del cervello: è la capacità di un organismo di compiere trasformazioni in vista di un adattamento migliorativo delle condizioni di esistenza. Si parla di plasticità:

  • A livello fisiologico per la riorganizzazione delle connessioni nervose in presenza di mutamenti traumatici e non, che hanno un significato funzionale per l’organismo;
  • A livello psicologico come capacità di trasformazione in base a nuove condizioni che si presentano nel corso della crescita e dello sviluppo interiore;
  • A livello cognitivo come capacità di ristrutturazione dell’intelligenza e delle procedure cognitive in occasione di mutamenti nel campo esperienziale. La plasticità è variabile da individuo a individuo e favorisce le condizioni di adattamento oltre che di crescita.

b) La psicologia comparata. Come si sa, l’Homo sapiens è una di 230 specie di primati e quindi condivide forzatamente somiglianze con altre specie. La psicologia comparata è una delle discipline maggiormente coinvolte nello studio della connessione tra biologia e psicologia enfatizzata degli studi sulla prima infanzia. La sfida empirica è determinare che cosa è stato ereditato senza cambiamenti dai nostri antenati e che cosa c’è invece di nuovo. Dunque, la ricerca sulla prima infanzia si è accompagnata alla nascita del medesimo interesse per ciò che avviene nei nostri più vicini parenti, gli scimpanzé. Si è trovato che, mentre è possibile attribuire a tale specie abilità anche sottili di comprensione sociale, non è possibile provare che tali abilità siano utilizzate anche per condividere o collaborare con gli altri individui. Diversamente, i bambini piccoli mostrano capacità cooperative già nel secondo anno di vita, quando ad esempio collaborano con un adulto nella soluzione di un compito o nel gioco sociale. Quindi si vede la componente di continuità filogenetica nella capacità di comprendere l’intenzione altrui, e quella di discontinuità ontogenetica nella capacità di condividerla.

Lo sviluppo come processo complesso

Lo sviluppo è considerato, quindi, come costituito da diverse componenti che funzionano in connessione tra loro. L’ulteriore obiettivo di studiare non tanto i prodotti ma i processi dello sviluppo richiede uno sforzo in più, il che introduce a una visione dello sviluppo come oggetto complesso.

Un approccio che precede la visione contemporanea, è stato certamente quello di Urie Bronfenbrenner detto della “persona nel contesto”. In esso vediamo l’idea che gli elementi costitutivi dello sviluppo, non possono essere considerati come entità separate ma come parti differenti di una medesima totalità. In tale approccio, inoltre, troviamo l’enfasi sull’ecologia del comportamento: il bambino fa qualcosa in qualche contesto per qualche scopo. Nell’insieme, si sottolinea che il funzionamento psicologico è costituito da diversi livelli, tutti compresenti che rappresentano le interazioni della persona con l’ambiente.

Una versione contemporanea è quella dei sistemi dinamici. Essa ritiene che la co-occorrenza di diversi livelli di funzionamento psicologico e le modificazioni delle relazioni che si stabiliscono entro e tra i livelli impone la capacità di auto-organizzazione del sistema. Dato che in un sistema ogni componente non funziona mai separatamente, essendo legata alle altre da rapporti di interazione e scambio, essa non può neanche svilupparsi in base a un progetto autosufficiente. Invece la sua espressione è vincolata alla rete di relazioni in cui si trova. È in base all’esito di tali relazioni che il sistema si assesta in un dato stato, ed è il cambiamento in uno o più componenti del sistema che porterà al cambiamento di quello stato. Tale meccanismo dà al sistema la capacità di autoregolarsi, aggiustandosi al cambiamento.

Dunque lo sviluppo è il risultato dell’equilibrio di tutte queste componenti a ogni dato periodo e esso può cambiare quando l’uno o l’altro componente si modifica sulla base di eventi maturativi o di esperienza o di conoscenza. Possiamo affermare a questo punto, che poco nello sviluppo è precostituito ma tutto o quasi è soggetto al cambiamento per effetto delle relazioni tra organismo ed esperienza.

Il cervello è un organo in evoluzione e in età neonatale non è così specializzato o localizzato da non assorbire le influenze dell’ambiente, ma anzi si trasforma per loro intervento, cosicché passano molti mesi di interazione organismo-ambiente prima che il cervello del bambino assomigli pienamente a quello dell’adulto. Questo processo di costruzione, dove nuove strutture si formano da quelle precedenti per effetto della relazione tra natura ed esperienza, conferma il potere di tale relazione confermando di conseguenza il ruolo fondamentale dello sviluppo fin dall’inizio.

La novità apportata dalla visione sistemica sta soprattutto nel fatto che ora l’epigenesi viene considerata non più determinata ma influenzata dal percorso ontogenetico stesso, per cui non può che essere un processo probabilistico frutto dell’auto-organizzazione del sistema e non di un piano pre-esistente ad esso.

Le differenze individuali

Così come l’epigenesi è probabilistica, anche il percorso è indeterminato, nel senso che vicende evolutive diverse disegnano percorsi diversi. Da qui nasce il concetto di differenze individuali (non troppo indagate in passato), ovvero che i percorsi di sviluppo sono differenziati e di natura probabilistica.

L’idea che lo sviluppo sia un oggetto complesso rende l’esistenza delle differenze individuali non solo un dato evidente di per sé ma anche teoricamente necessario. Se lo sviluppo è il prodotto di una mutualità di influenze che agiscono nel tempo, esso è indeterminato e quindi passibile di diverse forme. Tra queste ci sono anche le forme atipiche. Già in passato Belsky aveva considerato il disagio evolutivo come effetto di una relazione disarmonica tra diverse componenti. Nella sua visione, i fattori di stress e i fattori di supporto concorrono a delineare lo sviluppo del bambino, il cui buon esito dipende dal loro bilanciamento. Perciò il danno evolutivo, il ritardo, le difficoltà sono il frutto di uno sbilanciamento tra fattori di rischio e fattori di protezione. In sostanza, un esito evolutivo infelice è considerato in termini dinamici e non come evento assoluto, in quanto può modificarsi se le condizioni cambiano e se il sistema delle influenze trova un equilibrio più armonico.

Una recente visione “neuro-costruttivista” considera anche l’organizzazione del cervello un evento dinamico. Come afferma Karmiloff-Smith, ciò che gioca un ruolo cruciale nell’espressione genetica sono le interazioni con l’ambiente e quindi niente è strettamente predeterminato o permanentemente fisso. Questo significa che anche nei casi di disordini genetici vale la regola dei casi normali e cioè che lo sviluppo ha una sua importanza in quanto è il terreno in cui si decide come si arriva alla forma matura.

I metodi di ricerca

Come nasce una ricerca

Alla base di ogni ricerca c’è il desiderio di conoscere, scoprire o approfondire meglio alcuni aspetti della realtà circostante. In particolare, le ricerche sullo sviluppo si propongono di identificare, descrivere e spiegare il cambiamento nelle funzioni psicologiche e nel comportamento dell’individuo. Esse vanno considerate come tre tappe, poiché è difficile che uno stesso studio le esegua contemporaneamente. Perciò, alcune ricerche si proporranno di dimostrare che un particolare fenomeno è soggetto a sviluppo (identificazione); altre si dedicheranno, invece, alla descrizione delle manifestazioni del fenomeno legate alla crescita dell’individuo (descrizione); e in altri casi, infine, l’attenzione verrà posta sull’individuazione dei processi sottostanti ai cambiamenti osservati (spiegazione del fenomeno).

La domanda cui si cerca di rispondere, in questi casi, riguarda quanto di un certo cambiamento sia da attribuire al patrimonio genetico e, quindi, alla natura, e quanto, invece, all’esperienza, alla cultura o al contesto di vita. Per raggiungere tali obiettivi, il ricercatore procede attraverso la progettazione di una ricerca.

Progettare una ricerca

  • Un primo passo fondamentale nella progettazione di una ricerca è un’approfondita ricerca bibliografica sull’argomento che s'intende studiare, al fine di conoscere i risultati ottenuti dagli studiosi che hanno già indagato su quella tematica. Ciò consente di non impiegare tempo ed energie nella verifica d’ipotesi già risultate false.
  • Altro passaggio importante è la collocazione della ricerca all’interno di un quadro teorico ben definito. Ciò è fondamentale poiché la teoria guida la ricerca di ulteriori dati attraverso la formulazione di nuove domande per le quali cercare una risposta. Va precisato, inoltre, che una teoria deve essere considerata come uno strumento che consente di riflettere su aspetti già noti del problema studiato e di formulare ipotesi sugli aspetti meno conosciuti; (come tutti gli strumenti, ha un uso limitato e può essere abbandonata non appena si rivela inadeguata).
  • Una buona ricerca deve, inoltre, puntare a generare domande “rilevanti”, che portino, cioè, a verificare una teoria o a fornire informazioni utili a sostenere o promuovere lo sviluppo dell’individuo.

Disegni di ricerca per studiare il cambiamento

Il principale argomento di ricerca della psicologia dello sviluppo è lo studio delle trasformazioni cui vanno incontro le capacità e i comportamenti degli individui.

  • Un comportamento, ad esempio, può aumentare o diminuire nella frequenza di comparsa o nella sua quantità, o essere sostituito da un altro nel corso dello sviluppo. In sostanza, si può assistere a un cambiamento di tipo quantitativo quando questo si realizza secondo una funzione continua legata all’età o, invece, a un cambiamento di tipo qualitativo qualora sia previsto il passaggio attraverso una serie di tappe o stadi discontinui.
  • Un altro aspetto del cambiamento riguarda l’esistenza di differenze nelle modificazioni osservabili nei diversi individui ad esempio di pari età cronologica.
  • Altro aspetto del cambiamento interessante è la stabilità individuale, ovvero il mantenimento della stessa posizione, al variare delle situazioni e nel corso del tempo. Per studiare il cambiamento dei comportamenti nel corso del tempo, è necessario tener conto della variabile “età cronologica” intesa come indice del trascorrere del tempo.

Due sono le opzioni possibili tra cui il ricercatore è chiamato a scegliere: sviluppare un disegno di ricerca trasversale o scegliere un disegno di ricerca longitudinale.

Il disegno trasversale

Per evidenziare i cambiamenti che intervengono con il passare del tempo, la ricerca trasversale ricorre al confronto fra le diverse prestazioni o i diversi comportamenti di soggetti con differente età cronologica. La scelta dei livelli di età da prendere in considerazione è legata alla natura del comportamento indagato. Se si prevede un cambiamento di tipo continuo, è opportuno utilizzare gruppi di soggetti caratterizzati da un’età media di poco diversa fra un gruppo e l’altro. Nel caso in cui, invece, il cambiamento sia di tipo discontinuo avverrà il caso opposto.

Vantaggi: La ricerca trasversale offre il vantaggio di fornire informazioni sul cambiamento in maniera “economica e rapida”, infatti, si ha la possibilità di raccogliere, in un solo giorno, informazioni riguardanti diversi livelli di età.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher erika.ristuccia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Larcan Rosalba.
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