Capitolo 1: la mente che odia
Gli umani dividono il mondo in due gruppi e sono pronti a schierarsi in due diversi gruppi: i “nostri” contro i “Loro”. Gli studi confermano la tendenza umana a identificarsi con i membri interni al proprio gruppo e a discriminare quelli esterni. Tra di noi cerchiamo di giustificare il comportamento di qualcuno che sbaglia in base alle circostanze, quando ci identifichiamo con lui; loro invece sono così di natura. Gli scienziati la chiamano preferenza endogruppale: se un gruppo esterno minaccia gli altri, provoca più l’ira delle persone ingroup e non outgroup.
Emozioni e ragione
L’odio ha un’origine evolutiva: nasce per difendere la specie, facendoci provare reazioni di paura o aggressività davanti a un pericolo, è una reazione istintiva. L’amigdala è una piccola ghiandola che ha la funzione di collegare il mondo interno all’ambiente esterno dando agli eventi una valenza emozionale. In base agli studi neurocognitivi possiamo parlare di due sistemi di valutazione:
- Si presenta spontaneamente per far fronte a un pericolo o prendere una decisione
- È logico, lo usiamo quando abbiamo più tempo per pensare
Si sbaglia però a pensare che esista una “contrapposizione” tra emozioni e ragione. La componente emotiva è sempre stata vista come un pericolo dato che le conseguenze di un’emotività incontrollata possono essere devastanti. Le emozioni in realtà sono “risposte intelligenti alla percezione del valore” (Nussbaum). L’umanità è infatti spesso in preda di istinti e reazioni poco controllate perché l’influenza dell’amigdala sulla corteccia prevale sulle altre, e l’eccitazione emotiva riesce a dominare il pensiero.
Invidia, odio etc. sono emozioni che non rispettano il principio in base al quale si dovrebbe amare ciò che è bene e detestare ciò che è male. Infatti, l’odio ha un carattere inclusivo, consiste in un’avversione totale nei riguardi di qualcuno o qualcosa. Emozioni di questo tipo sono immorali proprio perché si odia l’altro per sé stesso, odiando tutto, anche il bene che è in lui.
Le neuroscienze dell’odio
Il neurologo Glaser ha evidenziato come la parola odio possa sia indicare un’insofferenza (odio il gelato) che un’avversione profonda. Infatti, dal punto di vista giuridico non si può punire perché resta un’emozione e occorre una decisione per passare dal sentimento all’azione. Quali sono le aree del cervello che si attivano quando “odiamo”? Attraverso il brain imaging possiamo identificare quali aree del cervello coinvolte in determinate attività. Sono ovviamente importanti le componenti individuali, biologiche e culturali. Zeki e Romaya hanno scoperto tramite un esperimento, che l’area del cervello in cui si vede “l’odio” è distinta da quella dell’amore ma condivide con essa alcune parti. Amore e odio sono strettamente legati perché l’uno può trasformarsi nell’altro. Finora nessuno ha individuato nel cervello corrisponda a un termine e a un concetto così ampio. L’amigdala potrebbe essere la prima regione in cui cercare l’odio, dato che è già associata a paura, aggressività e ansia. Per parlare di odio bisogna parlare di agglomerato di emozioni più che di un’unica emozione. L’odio si esprime inter-brain cioè si comunica tra le persone, è contagioso. L’amore è di solito verso una o poche persone, l’odio è un fenomeno di gruppo.
Le relazioni tra gruppi generano più competizione e aggressività alle relazioni interpersonali. Sapolsky (primatologo) ha dimostrato che i nostri cervelli si attivano automaticamente quando vediamo persone che non ci somigliano. Le emozioni legate al riconoscimento dei volti degli “altri” arrivano prima del momento in cui pensiamo razionalmente; sono meccanismi automatici e inconsci.
Quel sottile piacere
L’odio potrebbe essere associato alla memoria, cioè farci ricordare di un’offesa subita portandoci anche alla vendetta. Negli animali è assente la vendetta tra loro. L’amore disattiva ampie parti della corteccia associate al giudizio e al ragionamento, l’odio disattiva solo una parte localizzata nella corteccia frontale. Secondo un modello interpretativo, a seguito di un’offesa può crearsi una tendenza a rimuginare (ruminazione) su quello che è successo rinviando al futuro un’ipotetica reazione. L’amigdala ha il compito di far riemergere il danno subito. Al dolore della ruminazione segue poi il piacere della vendetta che contiene in sé una giustificazione. Di solito ci opponiamo agli altri per difenderci, ma poi diventa più importante il fallimento “loro” rispetto al successo “Nostro”. La parola che descrive il piacere malizioso ricavato dalle disgrazie altrui è Schadenfreude. Questo sentimento viene fuori quando si trae vantaggio dalla sventura altrui, quando si ritiene che la disgrazia di un altro sia meritata e quando colpisce una persona invidiata.
Un pregiudizio “naturale”
Il termine pregiudizio è usato per fare riferimento a preconcetti su gruppi o individui in base alla loro apparenza sociale, etnica o razziale. Gli stereotipi sono caratteristiche generali attribuite ai membri di un gruppo sociale. Il pregiudizio viene considerato “naturale” perché tramite esso anticipiamo le valutazioni attraverso le nostre rappresentazioni cognitive. Questo però diventa una distorsione nella misura in cui scambiamo tali rappresentazioni per la realtà.
Un ruolo importante va ai processi di categorizzazione, cioè la tendenza a classificare le persone in gruppi o categorie distinte: gli esseri umani tendono ad amplificare le differenze tra i gruppi (outgroup) e rafforzare le somiglianze all’interno di un gruppo (ingroup). Questi meccanismi permettono di inserire gli altri in predefinite categorie distinte per caratteristiche di genere, età, ceto sociale. Questo è utile perché ci aiuta a comprendere il mondo ma in realtà semplifica troppo la realtà. Si parla quindi di economizzazione del pensiero che alimenta il pregiudizio.
Il concetto di identità sociale riguarda quegli aspetti dell’immagine di sé che derivano dalle categorie sociali a cui l’individuo sente di appartenere. Le persone preferiscono mantenere un’immagine di sé positiva e cercano di realizzare ciò valorizzando l’ingroup. L’identità sociale costituisce una fonte primaria di sicurezza e autostima. Il pregiudizio va a colpire proprio all’appartenenza identitaria, creando gruppi bersaglio che verranno sistematicamente svalutati fino a essere discriminati. Viene realizzata una “ricerca di coerenza”, cioè una spinta dell’individuo ad autoproteggersi preservando l’immagine di sé. Gli elementi contestuali (società, economia, politica) mantengono e rafforzano o creano il pregiudizio etnico o di genere.
Razzisti si nasce?
Le informazioni che vengono dall’ambiente, dall’educazione e reazioni degli adulti si riflettono nelle reazioni del nostro cervello e diventano col tempo stereotipi impliciti. Pregiudizio e stereotipo non sono innati ma emergono attraverso apprendimento ed esperienze. Già a partire dal 6 mesi i bambini mostrano di saper distinguere le persone: in età prescolare sono in grado di identificare l’appartenenza al gruppo delle persone e già entro i 6 anni di età mostrano di avere pregiudizi impliciti sull’etnia. Educare i bambini a riconoscere gli altri sulla base di gruppi razziali può far nascere in loro dei pregiudizi impliciti. L’immaturità cognitiva dei bambini li fa aderire più facilmente agli stereotipi: la differenza somatica è più semplice da percepire. Anche se gli adulti non comunicano direttamente i loro giudizi, i bambini imparano presto che i coetanei di alcuni gruppi sociali vengono trattati in modo diverso. Il riconoscimento della differenza si modifica a seconda che i bambini vivano o no in ambienti omogenei: gli studi hanno confermato che alcuni pregiudizi impliciti sono più presenti in bambini cresciuti in quartieri culturalmente omogenei. Così stereotipi e pregiudizi si riproducono.
La differenza inconsapevole
Ogni essere umano è differente dal punto di vista dei geni ereditari: la classificazione del patrimonio può essere fatta solo attraverso l’analisi dei dati del DNA. Vari studi hanno cercato di comprendere se i gruppi umani con un’ascendenza comune corrispondono alle razze. La loro classificazione è stata fatta sulla base di caratteri esteriori (fenotipici) ma in questi gruppi non vi è omogeneità dal punto di vista genetico. La teoria razzista è falsa perché siamo tutti diversi. Il riconoscimento della differenza di “razza” è frutto di un’eredità evolutiva che risale a quando gli uomini avevano bisogno di capire con chi allearsi. Gli atteggiamenti di avversione e ostilità verso un gruppo diverso condizionano anche la possibilità di provare empatia, creando un’indifferenza neurologica rispetto alla sofferenza altrui. Reazioni emotive inconsce e convinzioni consapevoli possono creare un conflitto tra la volontà cosciente di considerarsi uguali e l’emergere del pregiudizio “spontaneo” di tipo razziale. Questo perché gli stereotipi riflettono associazioni nella mente che operano senza consapevolezza cosciente e vanno individuati attraverso prove come il test di associazione implicita. Nel mondo attuale gli stereotipi non possono essere espressi apertamente perché riprovati dalla società e si sono quindi trasferiti underground cioè resta inconsapevolmente nella nostra mente.
Alle origini del male
Gli studi sul razzismo inconsapevole potrebbero dare ragione agli “odiatori” e significherebbe che la natura ha ragione e ci programma per l’odio. Riconoscere il potere dei geni non significa accettare che decidano tutto della nostra vita. Gli elementi innati si presentano indipendentemente, ma i fattori di influenza dell’ambiente esterno sullo sviluppo umano sono potenzialmente infiniti. Siamo davanti a una co-costruzione, cioè lo sviluppo avviene nel rapporto tra caratteristiche individuali e influenza del mondo esterno. È fondamentale la distinzione tra ciò che è genetico e la dimensione epigenetica che riguarda le influenze socioculturali dell’ambiente. L’epigenetica studia i meccanismi biochimici che influenzano l’espressione dei geni senza modificarne i codici: ci sono processi esterni che determinano se un gene si esprime o no. Dal punto di vista innato siamo buoni, il male arriva con l’educazione ricevuta e le esperienze fatte. La cultura può quindi diventare natura.
Il premio Nobel Edelman sviluppa la teoria del darwinismo neuronale che vede “l’anatomia del cervello come risultato della selezione somatica che opera su variazioni strutturali e funzionali”. La plasticità rappresenta quindi una delle caratteristiche peculiari del cervello, capace di ristrutturare e reiventarsi a seconda delle pressioni dell’ambiente. Quando la cultura e le esperienze e le regole sociali intervengono a creare divisioni e tensione tra i gruppi: diventa razzismo quando il significato che diamo a questo naturale comportamento è negativo. Alle origini del male c’è quindi un atteggiamento di difesa dell’uomo primitivo davanti a un possibile pericolo dato dalla diversità.
Esiste una malleabilità in quello che viene definito il circuito della razza: anche quando le dimensioni “automatica” della percezione può essere modificata. Possiamo modificare le nostre reazioni emotive verso di “loro” in vari modi, ad esempio con l’identificazione con gli altri: umanizzando le emozioni dell’altro scopriremo che sono uguali a noi. Il cervello si fa spesso condizionare dal other-race effect ovvero il “principio regolatore” in base alla quale vengono riconosciuti con più facilità i volti che appartengono al proprio gruppo etnico.
Capitolo 2: internet e le emozioni ostili
Internet ci rende più stupidi o più cattivi? Nell’età della crescita lo sviluppo cerebrale è ostacolato da apprendimenti troppo veloci e meno intensi; si parla di “demenza digitale” per indicare i limiti di un uso sconsiderato delle tecnologie. La connessione totale nasce da un atto di rivolta rispetto a ciò che nel XX secolo aveva permesso la guerra insieme ad un desiderio di condivisione del potere della conoscenza. Si fondava sull’idea che lo scambio comunicativo diversificativo che avrebbe permesso agli individui di costruire le fondamenta di una società ideale.
Con l’avvento dei social media il web è diventato interattivo. I social esprimono da un lato il bisogno di soggettività e autorità attraverso un processo inedito che rende tutti autori e creatori di contenuti; dall’altro presentano caratteristiche di semplificazione, anonimato e banalizzazione. Cioè il bisogno di connessioni con gli altri e allo stesso tempo il narcisismo della società attuale. Internet è ambivalente, cioè contiene una tensione tra forze opposte.
Dato che la definizione di hate speech è sfuggente quindi il confine tra libertà d’espressione e violenza è sottile. L’hate speech non ha nemmeno una definizione giuridica vincolante a livello europeo. Ma si parla di hate speech quando si è fronte a un linguaggio motivato da pregiudizio, ostile e dannoso, riferito a una persona o un gruppo a causa delle loro caratteristiche innate effettive o percepite.
Le subculture della rete
Hater è il termine specifico per chi usa l’odio come strumento d’offesa quotidianamente o quasi. I soggetti che manipolano i media possono essere:
- Provocatori che agiscono per divertimento o sfida --- trolls. Oltre alla provocazione, possono inventare profili fake o smascherare la vanità degli intellettuali. Dall’analisi delle loro personalità escono tratti come: sadismo, psicopatia e il machiavellismo. Ironia e web consentono ai troll di entrare nelle comunità del web.
- Ideologi della violenza o del terrorismo --- non state violent actors
La chiave per comprendere la resilienza dell’odio online sta nella sua dinamica globale di “rete di reti”. Il profilo psicologico degli hater fa emergere descrizioni di persone spesso impaurite dal mondo globale, in ansia per il futuro a causa delle crisi economiche, quasi sempre danneggiate da qualche vicenda personale. Il tema della mancanza di empatia a causa della distanza fisica è di primaria importanza e diventa più facile fargli del male.
L’odio online è speciale?
Probabilmente perché c’è un legame tra il discorso d’odio e la sua dimensione pubblica, cioè la sua espressione attraverso la comunicazione di massa. Non c’è più qualcuno che comunica alla folla, ma è la stessa massa degli utenti che comunica al suo interno in modi diretti e rapidi in una pubblica piazza. La rete permette un’estensione gigantesca. L’ambiente mediatico crea condizioni che possono favorire il discorso ostile: Patricia Wallace parla di spettro di comportamenti che esprimono aggressività e assumono caratteristiche diverse online: anonimato, distanza fisica, amplificazione, permanenza. L’esposizione ripetuta crea un effetto di familiarità che può essere considerato una forma di condizionamento classico.
Cosa rende l’odio online speciale? L’aspetto che costituisce la più grande differenza riguarda l’istantaneità: internet non solo facilita, ma incoraggia reazioni viscerali, spontanee, giudizi non ponderati, commenti senza filtro. Perché le persone sono più libere di fare del male quando sono online? Ci sono almeno sei fattori: anonimato, invisibilità, asincronicità, introiezione solipsistica, immaginazione dissociativa e minimizzazione dell’autorità. Molte persone si trovano a dover prendere decisioni che definiamo istintive, oppure a pensare in modo ponderato. In alcuni casi si pensa che la ragione non incida sull’orientamento scelto, in altri si presume che l’aspetto emotivo sia assente.
Il disimpegno morale in internet
Il sapere della rete veicola le forme del nostro “inconscio digitale” cioè l’enorme dimensione “sommersa” di dati tracciati su ognuno di noi, messi in rete quotidianamente. Questi dati personali rappresentano anche nuove associazioni tra le informazioni che riguardano soprattutto le nostre emozioni attraverso i social media. Da tempo l’emotion spotting è conosciuto nel mondo del marketing digitale: capire lo stato d’animo del cliente è essenziale per vendere un prodotto. Il web diventa scambio sempre più intenso di emozioni morali tra singoli e gruppi alimentando una violenza sociale e politica. Le piattaforme dei social media si trovano a gestire quello che possiamo chiamare il “mercato delle emozioni”. Un ampio studio su Facebook ha dimostrato che gli stati emotivi possono essere trasferiti agli altri attraverso un “contagio emotivo” che avviene anche senza interazione diretta. La forza dei social media non risiede nei contenuti ma nella capacità di creare risonanza affettiva tra individui. Il contagio emotivo diventa contagio morale attraverso like, share, retweet e algoritmi.
Le emozioni morali sono motivate soprattutto dalla volontà di mantenere un’identità positiva del proprio gruppo: ci si scambia più facilmente storie perché si cerca una convergenza ingroup. L’indignazione è una delle forme che contagia di più perché segnala una trasgressione morale a cui si assiste o di cui si è vit.
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