Le parole del corpo
0 - Siamo tutti poliglotti
•• Siamo tutti poliglotti: capiamo e parliamo correttamente tutte le lingue che il nostro corpo conosce.
Parliamo non solo con la bocca, ma anche con le mani, con gli occhi, con il corpo, con il viso, con i
movimenti e le posture del busto e delle gambe, con il contatto fisico e con le distanze che mettiamo tra noi
e gli altri. Tutto il corpo comunica e i suoi messaggi spesso si cumulano, o per confermarsi a vicenda o per
contraddirsi (dici che mi ami, ma mi respingi, oppure mi sgridi ma in modo bonario…). La molteplicità
comunicativa è strumento per lo scherzo, l’ironia, l’inganno, i messaggi contraddittori. Le lingue del corpo
hanno un lessico, una sintassi o un alfabeto? Per indagare queste lingue servono gli stessi metodi che i
linguisti usano per scrivere le loro grammatiche? Per le lingue del corpo bisogna individuare il lessico e la
grammatica e bisogna capire e spiegare come questi sistemi di comunicazione interagiscono in ogni nostro
atto comunicativo. Bisogna insomma trovare le regole di una “intergrammatica” comunicativa, cioè le regole
dell’interazione tra strumenti comunicativi.
1 - La comunicazione
1.1 - Tanti modi di conoscere
•• Gli animali per vivere e sopravvivere usano risorse diverse (denti aguzzi, artigli robusti, forza, velocità…),
mentre per l’animale-uomo l’arma vincente è l’intelligenza: cerchiamo infatti in ogni momento e con ogni
mezzo di acquisire nuove conoscenze. Una conoscenza può essere rappresentata nella mente di un
sistema in due formati diversi: un formato sensomotorio e un formato proposizionale (che hanno solo i
sistemi più intelligenti; alcuni animali hanno solo quello sensomotorio). Una conoscenza in formato
sensomotorio è una immagine mentale (una sedia nella mente ha una certa forma) o una serie di
movimenti muscolari (quando mi siedo compio una serie di azioni muscolari). Il formato proposizionale è un
formato di rappresentazione astratto: una proposizione formata da un predicato con i suoi argomenti (di
quell’oggetto - argomento - io so - predicato - che è una sedia, che è un articolo di arredamento, che serve
per sedersi). Sono cinque i modi in cui veniamo ad avere conoscenze: percezione (i nostri sensi ci mettono
in contatto con le caratteristiche fisiche del mondo esterno; se vedo Elisa che bacia qualcuno, ho nella mia
mente la conoscenza che Elisa si stia baciando con qualcuno; una volta arrivata, una conoscenza si
deposita nella memoria), memoria (in cui tutte le conoscenze si annodano insieme, collegandosi secondo
principi logici così che quando ci serviranno possiamo recuperarle più facilmente facendo inferenze),
inferenza (possiamo generare nuove conoscenze a partire da quelle percepite e ricordate; le inferenze
sono una formidabile potenzialità creativa della mente umana; grazie alle inferenze si riesce ad avere
conoscenze relative a eventi lontani nel tempo e nello spazio; non tutte le inferenze però sono plausibili e
frequenti, per questo ho bisogno della significazione), significazione (se tutti, in ogni contesto, a partire da
una conoscenza percepita, tendono a fare sempre la stessa inferenza, allora questa inferenza diventa
automatica e obbligata: nella memoria si crea un collegamento fisso tra la conoscenza di partenza -
segnale - e la conoscenza inferita - significato -, e solo in questo caso vi è significazione: Elisa bacia
qualcuno -> di solito si bacia qualcuno che si ama -> Elisa ama qualcuno -> amore diventa il significato del
bacio; il significato è una inferenza che si trae da una conoscenza percepita in modo così ricorrente da
collegarsi indissolubilmente a questa - fumo -> fuoco, nuvole -> pioggia) e comunicazione (nasce quando
l’individuo entra in rapporto con altri individui; con questa, nascono altri bisogni e altre possibilità di
acquisire conoscenze).
1.2 - La comunicazione
•• La condizione necessaria perché ci sia un processo comunicativo è avere un sistema (mittente) che ha lo
scopo che un altro sistema (destinatario) venga ad avere una certa conoscenza (un significato) e per
realizzare questo scopo emette un segnale (stimolo fisico percepibile) prodotto e percepito secondo una
determinata modalità ed è collegato a quel significato attraverso un sistema di comunicazione.
1.3 - Lo scopo di comunicare
•• È necessario, perché ci sia comunicazione, uno scopo di qualcuno di far sapere qualcosa a qualcun altro
(non basta che l’altro venga semplicemente a sapere qualcosa: non basta una semplice acquisizione di
conoscenze; dev’esserci l’intenzione di comunicare). A differenza dei modelli semiotici e della pragmatica
della comunicazione, l’esistenza di uno scopo di comunicare è condizione necessaria della comunicazione.
(persona che sulla banchina prende la borsa, noi inferiamo che stia arrivando l’autobus, ma quella persona
a noi non ha comunicato niente; persona che sulla banchina chiama l’autobus con la mano, ha comunicato
con l’autista). Lo “scopo” di comunicare non deve essere necessariamente cosciente e intenzionale, com’è
in genere nel linguaggio verbale. I processi comunicativi si possono distinguere quindi per tipo di scopo
comunicativo e per livello di consapevolezza. Lo scopo di comunicare può essere interno o esterno, cioè
rappresentato o no nella mente dell’individuo che comunica. Quando parliamo/scriviamo, il nostro scopo di
comunicare è in genere intenzionale e cosciente: è rappresentato (scritto nella mente) e anche
metarappresentato (non solo voglio farti sapere qualcosa, ma so di voler farti sapere). Quando la
comunicazione è attuata con altri tipi di segnali, spesso lo scopo di comunicare è inconscio.
Vi è uno scopo di comunicare interno e tacito. Quando parliamo muoviamo spesso le mani dall’alto in
basso: se la mano è in basso, vogliamo enfatizzare quello che diciamo (gesto batonico, come la bacchetta
del direttore d’orchestra che scandisce il ritmo segnando gli accenti della musica: il suo scopo è tacito
perché quando lo facciamo non siamo completamente coscienti di voler comunicare “questa è la parte più
importante della mia frase”). È inconscio uno scopo che l’individuo si nasconde perché il solo pensare di
averlo lo fa soffrire; è tacito uno scopo su cui non si pone attenzione per ragioni di economia cognitiva:
molti segnali non verbali (alzare le sopracciglia per enfatizzare, cambiare postura quando si cambia
argomento) li produciamo senza accorgercene. In altri casi, lo scopo di comunicare è uno scopo esterno,
cioè non rappresentato nella mente di chi comunica (artefatti, come i led avvisi) o le funzioni comunicative
biologiche (rossore di chi si vergogna per frenare l’aggressività degli altri), così come divise, mode, simboli
di status sono segnali governati da finalità sociali come esprimere la propria identità e la propria
appartenenza a un gruppo.
1.4 - Mittente e destinatario
•• Il mittente è il sistema che la scopo di comunicare; il destinatario è il sistema a cui il mittente ha lo scopo
di comunicare.
1.4.1 - Animatore, autore e mandante
•• Il mittente può essere un semplice animatore (pronuncia parole che non ha pensato in prima
persona), oppure un autore (chi pianifica e costruisce il discorso) o un mandante (anche se non ha
pensato le parole, è responsabile del senso generale del discorso formulato dall’autore) secondo
quanto si assume la paternità dello scopo di comunicare. A volte le tre figure convergono in una
sola persona.
1.4.2 - Destinatario o ricevente?
•• Un destinatario è quello a cui il mittente vuole riferirsi intenzionalmente. Se C sente una
conversazione tra A e B su un autobus, C non è un destinatario, ma un ricevente (spesso abusivo).
L’informazione che C strappa ad A(mittente) in maniera abusiva è un furto, mentre la
comunicazione tra A e B è un regalo (ciò che A fa sapere volontariamente a B).
1.4.3 - Destinatari multipli
•• A volte il mittente comunica a più destinatari nello stesso tempo (e non solo con i mezzi di
comunicazione di massa): con uno stesso atto comunicativo, comunico due cose diverse a due
diversi destinatari (se una signora anziana in piedi su un autobus commenta con un’altra signora la
maleducazione dei giovani di oggi, sta cercando di comunicare al sedicenne seduto di lasciarle il
posto).
1.5 - Segnali, modalità e sistemi di comunicazione
•• Il segnale è uno stimolo fisico percepibile con i sensi, collegato a un significato sia nella mente del
mittente sia in quella del destinatario (o almeno lo è secondo il mittente). Qualsiasi stimolo fisico può
essere un segnale (una azione di uno, di un gruppo o anche di un oggetto, come la spia della benzina che
si accende; un oggetto prodotto da una azione, come un libro; un oggetto usato per compiere l’azione,
come gli occhiali neri a un funerale; una parte di oggetto o di una persona, come le occhiaie che mostrano
il bisogno di dormire; un aspetto di un oggetto o di una persona o di un gruppo, come il rossore di una
persona imbarazzata; una non-azione osservata, come il silenzio). Un segnale è uno stimolo prodotto da
movimenti o caratteristiche del mittente che può essere percepito dai sensi del destinatario. Il modo in cui
un segnale è prodotto dal mittente e percepito dal destinatario è detto modalità del segnale, che può
essere appunto produttiva (dal mittente) o recettiva (al destinatario); ci sono tante modalità ricettive quanti
sono i nostri sensi e ci sono tante modalità produttive quanti sono i nostri organi di produzione di segnali.
Un sistema di comunicazione è un insieme di regole che mettono in corrispondenza segnali e significati.
1.6 - Il significato
•• Comunicare vuol dire trasmettere a qualcuno significati, cioè conoscenze. Obiettivo di questo libro è
trovare “le parole del corpo”. Per un linguista è “facile” scrivere dizionari perché può facilmente partire dai
segnali, ovvero dalle parole, e cercarne i significati. Più delicato è isolare un gesto tra i movimenti che si
fanno nel parlare, o capire in quale preciso istante una espressione facciale di attesa si trasforma in una
delusione. In più, le parole sono sotto il controllo della coscienza, mentre molto spesso un gesto lo
facciamo senza rendercene conto. Per fare un dizionario di segnali non verbali è molto difficile partire dal
segnale; perché allora non partire dal significato? Poggi propone quindi una strategia deduttiva: prima
chiedersi i significati che possiamo avere lo scopo di comunicare e poi, per ognuno, andare a vedere quanti
e quali segnali ne sono portatori, nei diversi sistemi di comunicazione. Ogni volta che comunichiamo,
diamo agli altri conoscenze di tre tipi: sul mondo, sulla nostra identità e sulla nostra mente.
1.6.1 - Informazioni sul mondo
•• Possiamo dare conoscenze su eventi reali o immaginari del mondo, azioni o proprietà di cose
concrete o astratte, animate o inanimate. Possiamo comunicare anche sul tempo e sul luogo in cui
questi eventi accadono. Nelle conoscenze di formato proposizionale, ogni conoscenza è formata da
un predicato e dai suoi argomenti: il predicato è una proprietà di un singolo argomento (Giulia è
bionda; Giulia correva) oppure è una relazione tra due o più argomenti (la casa è tra il fiume e il
bosco). La struttura predicato-argomenti dell’evento è ricorsiva, cioè un argomento può essere a
sua volta un evento a cui si attribuisce un predicato, infatti anche a un evento possiamo attribuire
una proprietà (Giulia mangia avidamente) o metterlo in relazione con un altro evento (Mentre tu
parli io faccio il caffè). Diversi tipi di segnali nei vari sistemi di comunicazione possibili differiscono
per il tipo di conoscenze che in genere comunicano (come nelle lingue verbali i predicati veicolano
proprietà e relazioni di entità, gli avverbi proprietà e relazioni di eventi, le preposizioni mettono in
relazione entità, anche gesti e sguardi possono comunicare proprietà e relazioni. In un atto
comunicativo, menzionare un argomento è un modo per stabilire a chi ci riferiamo (si fa con le
parole, ma anche con i gesti o con sguardi “deittici”, ovvero che indicano).
1.6.2 - Informazioni sull’identità del mittente
•• Ogni volta che siamo con qualcuno, l’altro si fa un’idea di me, cioè acquisisce o inferisce
conoscenze sulla mia identità (sesso, età, radici etniche e culturali, personalità…). Tutti questi
segnali sono la bandiera del mittente, e servono al destinatario perché forniscono le informazioni di
fondo con cui interpretare ciò che il mittente comunica. Oltre all’identità “oggettiva” che mi
impongono la mia natura e le mie radici (come appaio agli altri), c’è l’identità che vorrei (come voglio
apparire: è l’autopresentazione di Goffman, l’immagine che voglio dare di me).
1.6.3 - Informazioni sulla mente del mittente
•• Quando comunichiamo sugli eventi del mondo esterno, comunichiamo anche perché vogliamo
parlarne, quindi veicoliamo anche che cosa ne pensiamo e che cosa sentiamo a proposito di quegli
eventi. Diamo insomma informazioni sui nostri stati mentali: conoscenze (due tipi di informazioni:
informazioni sul grado di certezza delle credenze che stiamo comunicando e informazioni
metacognitive, che indicano da quale fonte mi arrivano le credenze che sto comunicando), scopi
(nel comunicare informiamo sugli scopi della frase - con verbi performativi o con l’intonazione o con
espressioni facciali o sguardi performativi per far capire che siamo seri, che il nostro sia un ordine o
solo un consiglio…; ogni frase contiene una parte data e una parte nuova - , del discorso - in cui le
frasi hanno una struttura gerarchica e alcuni segnali danno informazioni proprio su tale struttura,
come con gli elenchi o con il cambio di postura o di intonazione - e della conversazione - che è un
atto di collaborazione e comunicazione reciproca in cui le persone a turno producono atti
comunicativi concatenati, quindi i partecipanti devono coordinarsi comunicandosi reciprocamente
quando il turno di parola può passare dall’uno all’altro e se l’intervento dell’uno è stato percepito,
capito e approvato dall’altro) ed emozioni (il mittente esprime le emozioni che sta provando riguardo
a ciò su cui comunica, servendosi di parole emotive - gioia, odioso, carino - o di intonazioni ed
espressioni facciali).
1.7 - Sistemi di comunicazione
•• Un sistema di comunicazione è un insieme di regole per mettere in corrispondenza segnali e significati.
1.7.1 - Rapporto con altri segnali
•• Ogni segnale di un sistema di comunicazione può essere autonomo (indice sulla bocca per fare
sh o i segni dei sordi) o non-autonomo (i gesti batonici per scandire ciò che diciamo non sono
autonomi, perché si possono usare solo mentre si parla).
1.7.2 - Costruzione cognitiva
•• Importante è il modo in cui sono rappresentati i segnali nella memoria a lungo termine degli
utenti. È codificato un segnale collegato stabilmente a un significato, rappresentato una volta per
tutte nelle menti del mittente e del destinatario (fare sì con la testa noi italiani sappiamo che
significa “sì”). Una serie di segnali codificati forma un lessico, cioè una lista di coppie segnale-
significato stabilmente rappresentate in memoria. Se un “lessico” ha oltre alle regole di
corrispondenza segnale-significato anche regole di combinazione di segnali, ovvero una sintassi,
allora si parla di lingua a pieno titolo. Un segnale creativo è inventato sul momento per comunicare
un significato particolare: se devo indicare il significato di “contrabbasso” a uno straniero, devo
mimare la forma del contrabbasso o l’azione di pizzicare le corde di chi lo suona, oppure imitare con
la voce il suono tipico, profondo e ritmato. Infatti tutti possediamo di base alcune regole di inferenza,
basate in genere sulla somiglianza tra il segnale e il significato. Dobbiamo produrre quindi un
segnale iconico.
1.7.3 - Naturale e culturale
•• Alcuni segnali codificati sono innati e quindi universali: esprimere esultanza fa scuotere le braccia
in alto, e a tutti viene naturale, perché emozioni positive e di grande eccitazione sono espresse da
movimenti di apertura del corpo; anche aggrottare o innalzare le sopracciglia (lo fanno anche i
ciechi dalla nascita). Altri segnali invece sono codificati su base culturale, ed esistono e hanno un
certo significato solo in una determinata cultura.
1.7.4 - Motivato e arbitrario
•• Il rapporto tra segnali e significati può essere motivato (se hanno tra loro una relazione non
casuale, e c’è una buona ragione per cui quel segnale ha proprio quel significato, per via di
somiglianze - segnali iconici o parole onomatopeiche -, composizionalità - ricava sempre dagli
stessi elementi di numero finito un infinito numero di possibili combinazioni, come nel caso delle
parole di una lingua: ivato noi possiamo capire che significhi compreso di iva anche se non
conosciamo la parola - o determinismo meccanico - si ha quando l’apparenza percettiva del
segnale è determinata da meccanismi fisiologici collegati al significato: noi esultiamo con le braccia
in alto perché l’emozione di esultanza induce a energici movimenti di apertura) o arbitrario (quando
il significato non è collegato al segnale né per somiglianza né per qualche altro meccanismo che
permetta di inferire il significato dal segnale senza conoscerlo).
1.7.5 - Olofrastico e articolato: segnali-frase e segnali-parola
•• Altra distinzione
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