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comunicare è in genere intenzionale e cosciente: è rappresentato (scritto nella mente) e anche

metarappresentato (non solo voglio farti sapere qualcosa, ma so di voler farti sapere). Quando la

comunicazione è attuata con altri tipi di segnali, spesso lo scopo di comunicare è inconscio.

Vi è uno scopo di comunicare interno e tacito. Quando parliamo muoviamo spesso le mani dall’alto in

basso: se la mano è in basso, vogliamo enfatizzare quello che diciamo (gesto batonico, come la bacchetta

del direttore d’orchestra che scandisce il ritmo segnando gli accenti della musica: il suo scopo è tacito

perché quando lo facciamo non siamo completamente coscienti di voler comunicare “questa è la parte più

importante della mia frase”). È inconscio uno scopo che l’individuo si nasconde perché il solo pensare di

averlo lo fa soffrire; è tacito uno scopo su cui non si pone attenzione per ragioni di economia cognitiva:

molti segnali non verbali (alzare le sopracciglia per enfatizzare, cambiare postura quando si cambia

argomento) li produciamo senza accorgercene. In altri casi, lo scopo di comunicare è uno scopo esterno,

cioè non rappresentato nella mente di chi comunica (artefatti, come i led avvisi) o le funzioni comunicative

biologiche (rossore di chi si vergogna per frenare l’aggressività degli altri), così come divise, mode, simboli

di status sono segnali governati da finalità sociali come esprimere la propria identità e la propria

appartenenza a un gruppo.

1.4 - Mittente e destinatario

•• Il mittente è il sistema che la scopo di comunicare; il destinatario è il sistema a cui il mittente ha lo scopo

di comunicare.

1.4.1 - Animatore, autore e mandante

•• Il mittente può essere un semplice animatore (pronuncia parole che non ha pensato in prima

persona), oppure un autore (chi pianifica e costruisce il discorso) o un mandante (anche se non ha

pensato le parole, è responsabile del senso generale del discorso formulato dall’autore) secondo

quanto si assume la paternità dello scopo di comunicare. A volte le tre figure convergono in una

sola persona.

1.4.2 - Destinatario o ricevente?

•• Un destinatario è quello a cui il mittente vuole riferirsi intenzionalmente. Se C sente una

conversazione tra A e B su un autobus, C non è un destinatario, ma un ricevente (spesso abusivo).

L’informazione che C strappa ad A(mittente) in maniera abusiva è un furto, mentre la

comunicazione tra A e B è un regalo (ciò che A fa sapere volontariamente a B).

1.4.3 - Destinatari multipli

•• A volte il mittente comunica a più destinatari nello stesso tempo (e non solo con i mezzi di

comunicazione di massa): con uno stesso atto comunicativo, comunico due cose diverse a due

diversi destinatari (se una signora anziana in piedi su un autobus commenta con un’altra signora la

maleducazione dei giovani di oggi, sta cercando di comunicare al sedicenne seduto di lasciarle il

posto).

1.5 - Segnali, modalità e sistemi di comunicazione

•• Il segnale è uno stimolo fisico percepibile con i sensi, collegato a un significato sia nella mente del

mittente sia in quella del destinatario (o almeno lo è secondo il mittente). Qualsiasi stimolo fisico può

essere un segnale (una azione di uno, di un gruppo o anche di un oggetto, come la spia della benzina che

si accende; un oggetto prodotto da una azione, come un libro; un oggetto usato per compiere l’azione,

come gli occhiali neri a un funerale; una parte di oggetto o di una persona, come le occhiaie che mostrano

il bisogno di dormire; un aspetto di un oggetto o di una persona o di un gruppo, come il rossore di una

persona imbarazzata; una non-azione osservata, come il silenzio). Un segnale è uno stimolo prodotto da

movimenti o caratteristiche del mittente che può essere percepito dai sensi del destinatario. Il modo in cui

un segnale è prodotto dal mittente e percepito dal destinatario è detto modalità del segnale, che può

essere appunto produttiva (dal mittente) o recettiva (al destinatario); ci sono tante modalità ricettive quanti

sono i nostri sensi e ci sono tante modalità produttive quanti sono i nostri organi di produzione di segnali.

Un sistema di comunicazione è un insieme di regole che mettono in corrispondenza segnali e significati.

1.6 - Il significato

•• Comunicare vuol dire trasmettere a qualcuno significati, cioè conoscenze. Obiettivo di questo libro è

trovare “le parole del corpo”. Per un linguista è “facile” scrivere dizionari perché può facilmente partire dai

segnali, ovvero dalle parole, e cercarne i significati. Più delicato è isolare un gesto tra i movimenti che si

fanno nel parlare, o capire in quale preciso istante una espressione facciale di attesa si trasforma in una

delusione. In più, le parole sono sotto il controllo della coscienza, mentre molto spesso un gesto lo

facciamo senza rendercene conto. Per fare un dizionario di segnali non verbali è molto difficile partire dal

segnale; perché allora non partire dal significato? Poggi propone quindi una strategia deduttiva: prima

chiedersi i significati che possiamo avere lo scopo di comunicare e poi, per ognuno, andare a vedere quanti

e quali segnali ne sono portatori, nei diversi sistemi di comunicazione. Ogni volta che comunichiamo,

diamo agli altri conoscenze di tre tipi: sul mondo, sulla nostra identità e sulla nostra mente.

1.6.1 - Informazioni sul mondo

•• Possiamo dare conoscenze su eventi reali o immaginari del mondo, azioni o proprietà di cose

concrete o astratte, animate o inanimate. Possiamo comunicare anche sul tempo e sul luogo in cui

questi eventi accadono. Nelle conoscenze di formato proposizionale, ogni conoscenza è formata da

un predicato e dai suoi argomenti: il predicato è una proprietà di un singolo argomento (Giulia è

bionda; Giulia correva) oppure è una relazione tra due o più argomenti (la casa è tra il fiume e il

bosco). La struttura predicato-argomenti dell’evento è ricorsiva, cioè un argomento può essere a

sua volta un evento a cui si attribuisce un predicato, infatti anche a un evento possiamo attribuire

una proprietà (Giulia mangia avidamente) o metterlo in relazione con un altro evento (Mentre tu

parli io faccio il caffè). Diversi tipi di segnali nei vari sistemi di comunicazione possibili differiscono

per il tipo di conoscenze che in genere comunicano (come nelle lingue verbali i predicati veicolano

proprietà e relazioni di entità, gli avverbi proprietà e relazioni di eventi, le preposizioni mettono in

relazione entità, anche gesti e sguardi possono comunicare proprietà e relazioni. In un atto

comunicativo, menzionare un argomento è un modo per stabilire a chi ci riferiamo (si fa con le

parole, ma anche con i gesti o con sguardi “deittici”, ovvero che indicano).

1.6.2 - Informazioni sull’identità del mittente

•• Ogni volta che siamo con qualcuno, l’altro si fa un’idea di me, cioè acquisisce o inferisce

conoscenze sulla mia identità (sesso, età, radici etniche e culturali, personalità…). Tutti questi

segnali sono la bandiera del mittente, e servono al destinatario perché forniscono le informazioni di

fondo con cui interpretare ciò che il mittente comunica. Oltre all’identità “oggettiva” che mi

impongono la mia natura e le mie radici (come appaio agli altri), c’è l’identità che vorrei (come voglio

apparire: è l’autopresentazione di Goffman, l’immagine che voglio dare di me).

1.6.3 - Informazioni sulla mente del mittente

•• Quando comunichiamo sugli eventi del mondo esterno, comunichiamo anche perché vogliamo

parlarne, quindi veicoliamo anche che cosa ne pensiamo e che cosa sentiamo a proposito di quegli

eventi. Diamo insomma informazioni sui nostri stati mentali: conoscenze (due tipi di informazioni:

informazioni sul grado di certezza delle credenze che stiamo comunicando e informazioni

metacognitive, che indicano da quale fonte mi arrivano le credenze che sto comunicando), scopi

(nel comunicare informiamo sugli scopi della frase - con verbi performativi o con l’intonazione o con

espressioni facciali o sguardi performativi per far capire che siamo seri, che il nostro sia un ordine o

solo un consiglio…; ogni frase contiene una parte data e una parte nuova - , del discorso - in cui le

frasi hanno una struttura gerarchica e alcuni segnali danno informazioni proprio su tale struttura,

come con gli elenchi o con il cambio di postura o di intonazione - e della conversazione - che è un

atto di collaborazione e comunicazione reciproca in cui le persone a turno producono atti

comunicativi concatenati, quindi i partecipanti devono coordinarsi comunicandosi reciprocamente

quando il turno di parola può passare dall’uno all’altro e se l’intervento dell’uno è stato percepito,

capito e approvato dall’altro) ed emozioni (il mittente esprime le emozioni che sta provando riguardo

a ciò su cui comunica, servendosi di parole emotive - gioia, odioso, carino - o di intonazioni ed

espressioni facciali).

1.7 - Sistemi di comunicazione

•• Un sistema di comunicazione è un insieme di regole per mettere in corrispondenza segnali e significati.

1.7.1 - Rapporto con altri segnali

•• Ogni segnale di un sistema di comunicazione può essere autonomo (indice sulla bocca per fare

sh o i segni dei sordi) o non-autonomo (i gesti batonici per scandire ciò che diciamo non sono

autonomi, perché si possono usare solo mentre si parla).

1.7.2 - Costruzione cognitiva

•• Importante è il modo in cui sono rappresentati i segnali nella memoria a lungo termine degli

utenti. È codificato un segnale collegato stabilmente a un significato, rappresentato una volta per

tutte nelle menti del mittente e del destinatario (fare sì con la testa noi italiani sappiamo che

significa “sì”). Una serie di segnali codificati forma un lessico, cioè una lista di coppie segnale-

significato stabilmente rappresentate in memoria. Se un “lessico” ha oltre alle regole di

corrispondenza segnale-significato anche regole di combinazione di segnali, ovvero una sintassi,

allora si parla di lingua a pieno titolo. Un segnale creativo è inventato sul momento per comunicare

un significato particolare: se devo indicare il significato di “contrabbasso” a uno straniero, devo

mimare la forma del contrabbasso o l’azione di pizzicare le corde di chi lo suona, oppure imitare con

la voce il suono tipico, profondo e ritmato. Infatti tutti possediamo di base alcune regole di inferenza,

basate in genere sulla somiglianza tra il segnale e il significato. Dobbiamo produrre quindi un

segnale iconico.

1.7.3 - Naturale e culturale

•• Alcuni segnali codificati sono innati e quindi universali: esprimere esultanza fa scuotere le braccia

in alto, e a tutti viene naturale, perché emozioni positive e di grande eccitazione sono espresse da

movimenti di apertura del corpo; anche aggrottare o innalzare le sopracciglia (lo fanno anche i

ciechi dalla nascita). Altri segnali invece sono codificati su base culturale, ed esistono e hanno un

certo significato solo in una determinata cultura.

1.7.4 - Motivato e arbitrario

•• Il rapporto tra segnali e significati può essere motivato (se hanno tra loro una relazione non

casuale, e c’è una buona ragione per cui quel segnale ha proprio quel significato, per via di

somiglianze - segnali iconici o parole onomatopeiche -, composizionalità - ricava sempre dagli

stessi elementi di numero finito un infinito numero di possibili combinazioni, come nel caso delle

parole di una lingua: ivato noi possiamo capire che significhi compreso di iva anche se non

conosciamo la parola - o determinismo meccanico - si ha quando l’apparenza percettiva del

segnale è determinata da meccanismi fisiologici collegati al significato: noi esultiamo con le braccia

in alto perché l’emozione di esultanza induce a energici movimenti di apertura) o arbitrario (quando

il significato non è collegato al segnale né per somiglianza né per qualche altro meccanismo che

permetta di inferire il significato dal segnale senza conoscerlo).

1.7.5 - Olofrastico e articolato: segnali-frase e segnali-parola

•• Altra distinzione tra i segnali in un sistema di comunicazione ha a che fare con la corrispondenza

tra segmenti del segnale e segmenti del significato. Ogni atto comunicativo chiede a un’altra

persona di compiere un’azione. Ogni atto comunicativo è quindi costituito da un contenuto

proposizionale (ciò che vogliamo far fare, far dire, far sapere) e da un contenuto performativo

(l’intenzione del mittente nel comunicare il tipo di azione sociale che compie verso l’altro,

l’atteggiamento in cui si pone e ciò che vuole che faccia. Un segnale è olofrastico (dal greco,

“intero”) se da solo porta il significato di un intero atto comunicativo (sia performativo sia

proposizionale); un segnale è articolato se veicola solo parte di un atto comunicativo (solo il

performativo o solo una parte del contenuto proposizionale). Nelle lingue verbali, gli unici segnali

olofrastici sono le interiezioni (toh, boh, oh, be’), mentre tutti gli altri tipi di parole sono articolati.

Anche in altri sistemi di comunicazione, alcuni segnali sono olofrastici (segnali-frase, come quando

applaudi o fai segno di “vieni qui” con la mano) e altri sono articolati (segnali-parola, il gesto del

fumo che non è performativo se non gli viene aggiunta una particolare espressione facciale).

1.8 - Riuscire a comunicare

•• Due condizioni sono necessarie perché sia in atto un processo comunicativo: che un mittente abbia lo

scopo di far avere una conoscenza a un destinatario e che per questo scopo produca un segnale che

reputa collegato a quella conoscenza sia nella propria mente sia nella mente del destinatario. Perché ci sia

comunicazione è sufficiente che il mittente pensi che quel segnale ha un certo significato, ed è per questo

che la comunicazione non sempre riesce (bisogna distinguere tra cercare di comunicare e riuscire a

comunicare, ma per comunicare basta che si cerchi di comunicare, anche se non si viene capiti, secondo

Poggi). Per funzionare, la comunicazione deve basarsi su un sistema di comunicazione condiviso tra

mittente e destinatario. Una volta trovato il segnale giusto e condiviso, devo trasmetterlo nella modalità

appropriata (se sono muto, devo scrivere o esprimermi a gesti; se sono in discoteca, devo urlare). Il

destinatario deve avere anche le capacità inferenziali (= deduttive) necessarie e condividere le conoscenze

sul mondo richieste, sia per capire ciò che il mittente dice, sia per capire ciò che il mittente intende dire.

Insomma, il mittente deve costruire su misura un messaggio, adattandolo a quella persone e a quella

situazione.

2 - Le parole del corpo

2.2 - Davvero lessici?

•• Molti linguisti parlano di indeterminatezza del significato anche per le parole, figuriamoci per i gesti: una

parola può significare più cose in base ai contesti. Secondo Poggi, se davvero fosse così, la

comunicazione non esisterebbe. Certo, ogni tanto ci sono incomprensioni, perché sbagliare è umano. Sia

le parole sia i segnali del corpo sono soggetti alla sinonimia (più segnali per un significato), dell’omonimia e

della polisemia (un segnale per più significati).

2.3 - Lessico e polisemia

•• Un segnale diverso dalle parole, anche se polisemico, ha un preciso significato e non varia all’infinito

anche nei possibili infiniti contesti: in tutti questi significati vi è infatti un nucleo semantico comune, una

parte di significato che ricorre in tutti i contesti, oppure vi è un legame semantico tra i significati che il

segnale acquista in essi. Il legame tra due o più significati di un segnale polisemico può essere

componenziale o inferenziale.

2.3.1 - Un legame componenziale: parti di significato in comune

•• I significati a, b e c hanno in comune uno pezzo di significato x a cui ciascuno di essi aggiunge

componenti diversi (a = x+y, b = x+z, c = x+k). Con i gesti degli indici tesi paralleli con i pugni chiusi

che si avvicinano e si allontanano, parafrasato come “se l’intendono” comunica un senso di

complicità, quindi significa “legame nascosto”, ma in base alle situazioni può significare: legame

nascosto e illecito tra due persone; legame nascosto e affettivo tra due persone; legame nascosto

tra due cose.

2.3.2 - Un legame inferenziale: significati letterali e indiretti

•• I significati diversi di uno stesso segnale polisemico possono essere collegati da un legame

inferenziale: il significato b può essere inferito dal significato a; c si può inferire da b e così via: sono

i significati indiretti, che si affiancano ai significati letterali di, rispettivamente, a e b. Il significato

letterale di una frase è determinato dal significato delle parole e della loro costruzione sintattica,

mentre un eventuale significato indiretto deve essere inferito (mare -> ho versato un mare di

lacrime; puoi passarmi il sale? -> passami il sale). Il significato indiretto può essere idiomatico

(quando l’inferenza è obbligata ed è la stessa in tutti i contesti) o creativo (quando dal significato

letterale si possono trarre inferenze diverse, quindi diversi significati). A differenza delle parole, molti

segnali del corpo hanno tre significati diversi, inferenzialmente collegati: il significato letterale, quello

indiretto (inferibile da quello letterale) e il significato primitivo (spesso una azione non comunicativa,

da cui deriva quello letterale: sgrano gli occhi per mostrare sorpresa -> in origine posso fisicamente

sgranare gli occhi per vedere meglio -> sgrano gli occhi come per dire “voglio capirci di più, sono

sorpreso” -> l’azione non comunicativa di cercare di vedere meglio si ritualizza, diventa azione non

pratica ma comunicativa, e acquista il significato di mostrare sorpresa).

2.4 - Inferenze e sinonimi

•• La sinonimia nei segnali del corpo è comune: quando aggrottiamo le sopracciglia vogliamo significare

incomprensione, mentre quando le innalziamo vogliamo significare sorpresa, ma entrambi i segnali

comunicano indirettamente “non accetto completamente ciò che dici”. Anche due segnali delle sopracciglia,

apparentemente opposti, possono entrambi significare non totale accettazione di ciò che l’altro sta dicendo,

fino a diventare addirittura sinonimi a livello del loro significato indiretto.

2.5 - Lessici: universali o culturali?

•• Le corrispondenze tra segnale e significato sono universali (innate) o culturali? Dipende. Alcuni segnali

sono biologicamente codificati, mentre altri sono appresi culturalmente. Le corrispondenze tra segnali e

significati sono diverse da cultura a cultura, ma per i sistemi di comunicazione più antichi, come le

espressioni facciali, lo sguardo e il contatto fisico, queste corrispondenze sono in buona parte innate e

quindi universali.

2.5.1 - Significato e norme d’uso

•• In ogni sistema di comunicazione, due tipi di regole: regole semantiche (stabiliscono la

corrispondenza tra segnali e significati: per salutare, si deve dire “ciao”) e regole interazionali

(norme d’uso: stabiliscono non come comunicare un certo significato, ma se un certo significato è il

caso che sia comunicato in una certa situazione: se incontri una persona che conosci, applica la

regola per il significato “ti saluto” dicendole “ciao”). Un sistema di comunicazione ti dice non solo

che cosa fare se vuoi comunicare un certo significato, ma ti dice anche se e quando comunicarlo (le

regole di appropriatezza studiate dalla sociolinguistica). In sistemi che non usano le parole, la

variazione culturale riguarda più le norme d’uso che le regole semantiche. Se avere uno sguardo

deduttivo o guardare dall’alto in basso in tutto il mondo hanno lo stesso significato, dipende dalle

culture se guardare qualcuno con sufficienza è molto insultante o se guardarsi troppo “da

innamorati” è osceno; in quelle culture quei tipi di sguardo saranno fortemente disapprovati e sarà

molto più raro vederli. Dunque, secondo Poggi, in un sistema di comunicazione come lo sguardo

(molto antico) le norme d’uso sono culturali, mentre le regole semantiche sono in gran parte

universali.

2.5.2 - Cominciamo da noi

•• L’universalità di lessici come lo sguardo, il tocco o i movimenti del capo è per ora solo un’ipotesi.

2.6 - Un po’ di metodo

•• Bisogna partire dai chomskiani Giudizi del parlante, basati sull’intuizione comunicativa. Per ogni entrata

del lessico si danno giudizi di accettabilità (ci si chiede in quali contesti sia accettabile e in quali no), di

ambiguità (se abbia più significati e quali) e di parafrasi (se e quali altre voci di un lessico hanno lo stesso

significato). Questo lavoro dà il quadro complessivo della competenza comunicativa di un dato ricercatore,

e anche una singola competenza costituisce un sistema corrente di regole comunicative. Dopo aver

analizzato da sé le voce del lessico indagate, il ricercatore può verificare su dati reali le sue intuizioni.

Questa è l’analisi semantica di un segnale comunicativo. Si raccolgono un certo numero di situazioni, reali

o inventate, in cui quel segnale può essere usato; per ogni situazione bisogna scrivere ogni informazione

che possa servire all’interpretazione di quel segnale; bisogna formulare una parafrasi verbale di ciò che

quel segnale significa in quella situazione; in base alle parafrasi attribuite al segnale nelle diverse situazioni

e alle informazioni su scopi e conoscenze del mittente nel produrlo si possono ipotizzare le regole e le

restrizioni che ne governano l’uso; per verificare se l’ipotesi è giusta, bisogna costruire una situazione in cui

quelle regole o quelle restrizioni sono violate, e poi provare a usare quel segnale, e se risulta inaccettabile

allora l’ipotesi è plausibile e quindi si è trovato il significato corretto del segnale; si deve infine provare a

usare nelle stesse situazioni altri segnali di significato simile chiedendosi in quali situazioni i due segnali

sarebbero perfettamente intercambiabili.

2.7 - Alcuni esempi

2.7.1 - La mano a tulipano

•• La mano a tulipano è un gesto-frase, ma è ance polisemico, con un significato letterale di

domanda (che vuoi?, allora?) e un significato indiretto di informazione o valutazione negativa (o

pseudo-domanda: ma che vuoi?, ma che stai dicendo? = macché!, non è vero quello che dici). Il

contesto ci permette di disambiguare il gesto, oppure la mimica o il modo in cui eseguiamo la mano

a tulipano (la misura dell’allungamento e del rallentamento della mano a tulipano può essere in

rapporto diretto con la misura dell’enfasi con cui si fa una pseudo-domanda).

2.7.2 - Parole di sopracciglia

•• L’innalzamento di sopracciglia ha quattro significati: sorpresa, enfasi (nell’argomentazione: indica

la parte più importante della frase), avversativo (se innalziamo le sopracciglia mentre diciamo “ma”,

“tuttavia”, “invece”, “al contrario”) e dubbio (quando diciamo ma soprattutto quando ascoltiamo

qualcosa di cui non siamo convinti). Comune a tutti i quattro significati è l’elemento semantico di

una informazione nuova che non può essere inferita dalle conoscenze precedenti (nella sorpresa e

nell’avversativo, la nuova conoscenza è in contrasto con le conoscenze date; nel dubbio il contrasto

tra conoscenze date e nuove causa una perplessità; nell’enfasi c’è semplicemente una conoscenza

nuova che non necessariamente contrasta dalle conoscenze date, ma è comunque diversa dalle

altre).

•• L’aggrottamento di sopracciglia si usa quando: fai una domanda; non riesci a capire una cosa;

vuoi comunicare al tuo interlocutore che non capisci ciò che dice; vuoi comunicargli in modo

indiretto che non sei d’accordo; guardi qualcosa molto attentamente; cerchi di ricordare qualcosa;

dici qualcosa con sicurezza, facendo capire che non stai scherzando; sei preoccupato per

qualcosa; sei arrabbiato; dai un ordine perentorio. Questi dieci casi si raggruppano in grandi

significati: mancanza di conoscenze; attenzione; emozione. Oppure in un solo grande caso, che è

la concentrazione. L’innalzamento aumenta la quantità della vita, l’aggrottamento aumenta la qualità

della visione. Sono questi i significati originali dei due segnali.

2.8 - Libertà di comunicare

•• Il costruzionismo sostiene che la tua conoscenza e la tua comunicazione non dipendono da te, ma dal

contesto, dagli altri e dalla tua interazione con loro. Poggi è anti-costruzionista. È vero che la conoscenza si

costruisce insieme e nasce dall’interazione di varie menti. Ma interagire significa comunicare. Quindi la

conoscenza viene dopo la comunicazione. La mia comunicazione con X non avviene grazie a X. Al

massimo, nel mio comunicare tengo conto di X e il mio modo di comunicare è determinato da X (ma non

ciò che voglio comunicare!). Secondo Poggi, una prospettiva costruzionista estrema espropria il mittente

dei suoi scopi comunicativi, del suo libero arbitrio. Secondo i costruzionisti, io penso quel che penso solo

perché c’è X. Certo, X è lì perché io tengo conto di lui, ma non è lì all’origine del mio pensiero. Il fine è

esprimere i miei scopi comunicativi, mentre tenere conto di come è lui è un mezzo per farglieli capire. Sono

l’unico responsabile dei miei pensieri. Secondo i costruzionisti, tutto il significato è negoziato insieme e

nessuno è completamente padrone del significato che intende. Infatti, la mia comunicazione, anche se

determinata dal contesto, è anche determinata dalla mia mente, dai miei scopi e dalla mia intelligenza.

Riconoscere al mittente piena responsabilità di quello che dice implica presumere che il modo in cui lo ha

detto sia fedele al suo pensiero. Il significato esiste e possiamo trovarlo anche nelle silenziose ed eloquenti

parole del nostro corpo.

3 - I gesti

3.1 - Gesti comunicativi e non

•• Un gesto è qualsiasi movimento fatto con le mani, le braccia o le spalle. Un gesto è comunicativo se la

forma e il movimento delle nostre parti del corpo hanno lo scopo di comunicare. Un gesto comunicativo (da

qui in avanti, solo “gesto”) è insomma una coppia segnale-significato (il segnale è collegato al significato in

maniera codificata o creativa).

3.2 - Tanti tipi di gesti

•• Ci sono quattro grandi gruppi di gesti: gesto deittico (che indica un oggetto o una persona); gesto iconico

(che raffigura nell’aria la forma o imita i movimenti tipici di un oggetto, di un animale o di una persona;

gesto simbolico o emblematico (in una certa cultura ha un significato facilmente traducibile in parole o frasi,

come il gesto della sigaretta o la mano a tulipano); gesto batonico (quando le mani vanno dall’alto in basso

per scandire ed enfatizzare il parlato). Possiamo anche suddividere i gesti in base a diversi parametri:

contenuto semantico (distinzione dei gesti se questi ci danno informazioni sul mondo, sulla nostra identità o

sulla nostra mente), tipo di scopo (individuale - come dare le indicazioni stradali facendo i segni con le mani

-, biologico - aprire le braccia per la sorpresa - o sociale - mettere la mano davanti alla bocca quando si

sbadiglia, che è una norma sociale), livello di consapevolezza (conscio, inconscio - gesti batonici, per

esempio o tacito), costruzione cognitiva (molti gesti sono codificati e memorizzati stabilmente in un lessico

gestuale, come se fosse un linguaggio a parte, autonomo dal parlato; esempio più estremo di lessico

gestuale, che ha valore di lingua perché ha anche regole sintattiche, sono le lingue dei segni usate dai

sordi), relazione segnale-significato (un gesto è motivato se il suo significato è in un certo senso inferibile

dalla sua forma o dal suo movimento: in un gesto iconico la relazione è di somiglianza-imitazione; in un

gesto naturale, come scuotere le braccia in alto per esultare, la relazione è di determinismo meccanico; un

gesto è arbitrario se chi non l’ha mai visto non può indovinare che cosa vuol dire: il gesto della mano a

tulipano inizialmente era arbitrario; spesso, soprattutto nelle lingue dei segni, i gesti arbitrari sono nati come

iconici e poi hanno perso la loro iconicità) e relazione con altre modalità (i gesti si distinguono in co-verbali,

quando si usano solo insieme con il parlato - come i gesti batonici -, e in autonomi, quando possono anche

sostituirlo completamente - come i gesti simbolici: gesto per indicare il telefono per dire “ci sentiamo per

telefono”).

3.3 - Gesti creativi iconici

•• Quando un gesto nasce è per forza un gesto creativo. Poi può essere codificato e memorizzato. Un

gesto creativo (ma anche una nuova parola) nasce quando ci si deve riferire a qualcosa di cui non si è mai

parlato prima. Il gesto creativo può essere iconico se rappresenta aspetti percettivi del significato da

comunicare. Ci sono quindi due modi per far capire all’altro di cosa si vuole parlare: indicare quel qualcosa

o dargli un nome. Dare un nome vuol dire attribuire un certo referente (= ciò a cui ci si riferisce) a una certa

classe, comunicando le caratteristiche distintive di quel referente.

3.4 - Dare nomi con i gesti

•• Infatti, per creare un nuovo nome con un gesto bisogna estrarre una o più caratteristiche distintive del

referente e rappresentarle con le mani. Se le risorse sono le nostre mani, dovremo scegliere quelle

caratteristiche che le mani permettono di rappresentare. Per dare un nome con un gesto, bisogna quindi

chiedersi se il referente ha una forma percepibile (disegnare un profilo di chitarra). Altro modo è

rappresentare non il referente stesso, ma le azioni che gli sono collegate (sia da parte del referente -

muovere le mani come ali per indicare un uccello - sia da parte del parlante - strofinare pollice, indice e

medio per indicare il sale). Altre volte ancora non si raffigurano forme né si imitano azioni, ma si indica il

luogo in cui in genere quel referente si trova (si indica in alto e in lontananza per dire “montagna”). Le

caratteristiche che si selezionano per rappresentare il referente devono però essere distintive e facili da

mimare. Alcune cose però non si possono rappresentare con le mani, per esempio le cose astratte. Per

fare questo bisogna collegare astratto e concreto attraverso alcune regole di inferenza: se non si può

rappresentare l’astratto, si rappresenta il corrispondente concreto (se non posso rappresentare una causa,

rappresento gli effetti): per rappresentare la democrazia, si parte dal mimare la dittatura, mimando dunque

Mussolini, e poi fare il gesto codificato per “no”; in questo modo si fanno tra inferenze: si individua l’opposto

di democrazia, si fa un esempio di dittatura e infine lo si nega. Oppure si fa Pinocchio per indicare una

bugia; o ancora: si indica la testa per dire di aver avuto un’idea. Questa regola permette anche di

rappresentare le caratteristiche ponte tra astratto e concreto in maniera ricorsiva: per indicare il tram

possiamo mimare di arrivare alla fermata correndo, indicando la fermata con un palo, poi l’attesa, il salire

sull’autobus e l’appendersi ai sostegni ballonzolando…

3.5 - I gesti simbolici

•• Tra i sistemi di gesti codificati, abbiamo i gesti simbolici (come il gesto del “non me ne frega nulla” o

quello per “sigaretta”). Un gesto simbolico è autonomo (si usa anche senza parlato), è codificato

(rappresentato stabilmente nella mente di chi lo usa ed è rappresentato come una regola di corrispondenza

tra una certa forma e un significato), è culturalmente codificato (è condiviso solo dai parlanti di una

determinata cultura e si impara per imitazione) e a ognuno di questi corrisponde, nella cultura in cui è

usato, una traduzione verbale univoca: è come se fossimo bilingui, proprio perché il gesto di “silenzio” si

può tradurre anche con “silenzio”).


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Poggi Isabella.

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