Estratto del documento
Bugie, finzioni, sotterfugi
Introduzione
Premessa
- Si vuole fondare una nuova scienza: la pseudomatica, o ingannologia. Negli ultimi decenni non vi è stata una ricca letteratura sull’inganno. Secondo Hyman non esiste una vera psicologia dell’inganno, una teoria generale, perché è un tema interdisciplinare. Non abbiamo insomma una scienza dell’inganno e neanche un insieme di teorie generali. L’inganno è l’essenza stessa della rappresentazione (secondo Sartre la rappresentazione si definisce per la sua capacità di negare il rappresentato) e del segno. Si parte da un modello della mente e della socialità per capire che cos’è l’inganno, perché esiste e quali sono le sue leggi, mostrando i rapporti dell’inganno con il linguaggio e la comunicazione, esaminando le menti dell’ingannatore e dell’ingannato e i meccanismi che portano a credere e permettono di far credere.
Un modello della mente e del comportamento sociale
Scopi
- Alcuni sistemi sono regolati da scopi (e sono detti sistemi scopistici, come un vivente, un robot autonomo, un gruppo sociale…). Uno scopo è uno stato regolatore, che può essere diverso o uguale a uno stato percepito (stato del mondo esterno). Se stato percepito e stato regolatore non coincidono, il sistema si mette in azione per farli coincidere (= compie un'azione per arrivare allo scopo: se ho fame - stato percepito -, il mio stato regolatore sarà mangiare, e allora lo faccio per saziarmi).
Condizioni, risorse, azioni e piani
- La possibilità che un organismo raggiunga i suoi scopi dipende dalle condizioni del mondo, dalle risorse che l’organismo ha a disposizione e dalle azioni che compie. Molte condizioni possono essere create con l’azione (se la mela sull’albero è a portata di mano, mi basta allungare la mano per coglierla, altrimenti devo andare prima al garage a prendere la scala, poi portarla fino all’albero e appoggiarla sul tronco, poi salirci sopra… in questo caso per raggiungere lo scopo è necessaria una serie di azioni che insieme formano un piano; le azioni che formano il piano possono essere raggruppate in sottopiani, ognuno dei quali serve per realizzare uno dei sottoscopi della meta).
La scelta
- Nella pianificazione (nella decisione di quali sottoscopi siano più utili per raggiungere un certo scopo) il sistema può avere più alternative, e quindi trovarsi davanti a una scelta (se ho voglia di una pizza vado in pizzeria, e lì scelgo se voglio quella con le patate o quella rossa). Se devo scegliere invece tra due scopi, il sistema fa un bilancio tra scopi (bs), confrontando coefficienti di valore (cv) degli scopi in questione, cioè la loro relativa importanza per il sistema e sceglie lo scopo che reputa più importante. Il cv di uno scopo, cioè la sua importanza per il sistema, dipende dal valore assoluto dello scopo e dalla somma algebrica di costi e benefici.
Tipi di scopi
- Di diverso tipo sono gli scopi che determinano il comportamento di un sistema (funzioni, intenzioni, istinti, interessi, bisogni…) e possiamo distinguerli in base alla modalità di rappresentazione dello scopo (gli scopi sono rappresentati o no nel sistema? Ci sono infatti pseudo-scopi che sono funzioni adattive esterne al sistema, verso cui il comportamento è orientato in modo finalistico e non casuale: gli scopi esterni sono per esempio quelli degli oggetti, come l’uso, la destinazione e la funzione; spesso un oggetto può avere un “mezzo-scopo” interno, come quando la stufa è regolata che deve accendersi quando si toccano i 18°C - certo, quello è il suo scopo, ma è stato deciso da una persona; gli istinti biologici sono tutti scopi esterni degli individui, come quando allontaniamo di scatto la mano da una fonte di calore; i metascopi sono scopi che stabiliscono il modo più conveniente ed efficace in cui il sistema può perseguire i propri scopi), al livello gerarchico (altra differenza tra gli scopi è quella tra scopi terminali - oltre i quali non è possibile individuare scopi ulteriori, come l’essere amati, l’avere stima di se stessi, il mantenersi in vita - e strumentali - perseguiti in vista di qualche altro sovrascopo) e alle caratteristiche processuali (in base a come sono processati dal sistema, gli scopi possono essere attivi - cioè quando entrano nel bilancio e li si esaminano - o inattivi - quando non entrano nel bilancio e non li si esaminano; lo scopo di mangiare è attivo quando mi viene fame, inattivo quando ho finito di mangiare; non tutti gli scopi attivi vengono perseguiti e realizzati).
L'attivazione degli scopi
- Molti nostri scopi sono attivati “dall’alto”, cioè derivano da altri sovrascopi (il sovrascopo di mantenermi in vita attiva regolarmente lo scopo di mangiare). In altri casi l’attivazione viene invece “dal basso”, per esempio da un metascopo (passo davanti a una pasticceria e improvvisamente mi viene voglia di un pasticcino).
Conoscenze e rappresentazioni
- Un sistema, per progettare e mettere in atto le azioni utili ai suoi scopi, ha bisogno di conoscenze (per fare bene la pasta, devo sapere quanto sale usare, quando bolle l’acqua…) relative a stati del mondo esterno (c’è pasta in casa?, l’acqua sta bollendo?), sui rapporti di condizione o di causa-effetto tra gli stati del mondo (l’acqua cuoce bene solo se l’acqua bolle), sui propri stati interni (ho fame) e sui propri scopi (ho voglia di pasta).
Agenti cognitivi e formato delle rappresentazioni mentali
- Un sistema cognitivo è quello che basa e regola le sue azioni sulle sue conoscenze e su rappresentazioni interne esplicite dei suoi scopi (cioè degli stati che vuole raggiungere). Un agente cognitivo elabora creativamente i propri scopi e sceglie tra alternative, risolvendo i problemi mentalmente (il sistema caldaia-termostato è guidato da scopi, ma non è un sistema scopistico cognitivo). Le conoscenze e gli scopi possono essere rappresentati in un formato percettivo-motorio (immagini mentali: sedia = oggetto con una certa forma su cui ci si siede) o in un formato concettuale-proposizionale (significato linguistico: la sedia appartiene concettualmente alla classe degli oggetti di arredamento e ha la funzione di permettere di sedersi…).
- Sono sistemi cognitivi mentali quei sistemi capaci di autoregolazione in cui le conoscenze e gli scopi sono rappresentati anche in formato proposizionale (solo una mente può creare concetti ed esprimerli in forma proposizionale; una mente umana, a differenza di una cibernetica, ha anche la capacità di riflessione: ha rappresentazioni sulla sua stessa mente e sulle sue rappresentazioni - può sapere di sapere, sapere di volere, voler credere, voler avere uno scopo: sono capacità di meta-cognizione, fondamentali nella teoria dell’inganno perché mente solo chi ha una mente); non sono sistemi mentali quelli che hanno solo un formato percettivo-motorio (non solo una caldaia, ma neanche una rana ha una mente, perché hanno entrambe un funzionamento solo basato su stimoli).
Fonti, certezza e credibilità delle conoscenze
- Oltre alle conoscenze, la mente di un sistema per raggiungere gli scopi deve avere i meccanismi per acquisire, generare e manipolare le conoscenze, per valutarne l’attendibilità e per immagazzinarle e ordinarle in strutture che permettano di recuperarle e usarle in modi efficienti. I meccanismi di acquisizione e manipolazione delle conoscenze sono: percezione (meccanismi sensoriali del sistema che lo mettono in contatto con il mondo esterno: con le papille gustative so se l’acqua sia salata o no), comunicazione (posso sapere che l’acqua è già salata anche senza assaggiarla se me lo dice Elena), memoria (una volta che le conoscenze sono state acquisite ed elaborate, vengono immagazzinate in strutture di conoscenze da cui si possono recuperare), capacità di fare inferenze (le conoscenze possono essere inferite, quindi prodotte dal sistema stesso partendo da conoscenze già possedute: se assaggiando l’acqua mi accorgo che è già salata e ricordo di non averla salata io, posso inferire che sia stata Elena a farlo). Le conoscenze tramite percezione sono quantitativamente minori rispetto a quelle tramite comunicazione o tramite inferenze, ma sono le più accurate e certe. La mente ha anche capacità di meta-conoscenza, cioè capacità di riflessione e valutazione sulle proprie conoscenze, sulla loro quantità e attendibilità.
L'organizzazione delle conoscenze nella mente
- Le conoscenze una volta acquisite o inferite si organizzano in strutture interconnesse, rappresentabili come reti o alberi (i legami sono di vario tipo: gerarchici di appartenenza a classe, causa-effetto, mezzo-scopo…). Questa strutturazione ha varie funzioni: facilita il recupero e l’uso di nuove conoscenze e serve anche a verificare l’affidabilità delle conoscenze aumentandone il grado di certezza (in una stessa rete non possono coesistere conoscenze tra loro incompatibili).
Lo scopo di conoscere
- Fondamentali per un sistema cognitivo (e infatti sono spesso scopi terminali) sono gli scopi epistemici, cioè mirati all’acquisizione di nuove conoscenze. Un sistema cognitivo come la mente umana ha come scopo terminale (fisso, sempre attivo) quello di acquisire e conservare conoscenze sulle condizioni del mondo e le azioni degli organismi che favoriscono o compromettono il raggiungimento di scopi.
Socialità
Potere e mancanza di potere
- Il potere è il fatto che un sistema sia in grado di raggiungere i propri scopi. La possibilità di raggiungere i propri scopi è data dal fatto che il sistema sia in grado di eseguire le azioni necessarie per raggiungere lo scopo e abbia la capacità di risolvere problemi e di organizzare il comportamento, ma anche che le condizioni esterne per eseguire con successo le azioni siano soddisfatte. È il contributo combinato dell’azione e delle condizioni adeguate che permette di raggiungere lo scopo. A volte si possono progettare sottopiani con lo scopo di creare le condizioni adeguate, se non ci sono. Ma ci sono stati del mondo che non possono essere modificati o rigirati dalle nostre azioni (come il tempo atmosferico). Dunque ci sono due cause di mancanza di potere: o non sappiamo compiere l’azione giusta, o mancano le condizioni. Anche quando siamo davanti a una scelta in cui una esclude l’altra ci troviamo davanti a una posizione di mancanza di potere (se scegliamo una compromettiamo l’altra e quindi non abbiamo potere su quell’ultima).
Interesse e dipendenza
- Se un sistema ha il potere di raggiungere un certo scopo, allora diciamo che il sistema ha interesse che siano soddisfatte le condizioni per raggiungerlo. Un interesse di un sistema è uno stato del mondo che è condizione per il raggiungimento di uno scopo di quel sistema. La dipendenza è il rapporto causa-effetto o condizione-effetto che c’è tra una certa risorsa o stato del mondo e il raggiungimento di uno scopo. In questo caso, entrano in gioco due o più sistemi: se io ho uno scopo x, e per raggiungerlo ho bisogno di una risorsa y che però non ho, ma ha un mio amico, io allora sono dipendente dal mio amico che possiede quella risorsa, se voglio raggiungere lo scopo x. Il mio amico può raggiungere lo scopo x per me o può darmi la risorsa y per farlo o per caso o perché ha lo scopo di farlo.
Adozione e altruismo
- Spesso infatti un sistema agisce proprio con lo scopo di realizzare uno scopo di un altro sistema. Si dice allora che il sistema B adotta uno scopo del sistema A, cioè si fa regolare da uno scopo di A (= ha come proprio scopo far sì che A raggiunga il suo scopo). L’adozione degli scopi altrui può essere motivata da sovrascopi diversi: lo si fa per interesse, o per collaborazione, o per baratto, oppure per puro altruismo. Secondo Trivers esistono anche i cheater, cioè gli individui che non rispettano le regole della collettività e non solo si sottraggono alla norma di altruismo, ma addirittura prendono senza dare nulla in cambio.
Aggressione
- Spesso A quando non può raggiungere da solo uno scopo, può non attendere la benevolenza di B e raggiunge quindi i suoi scopi con l’aggressione, compromettendo volontariamente gli scopi dell’altro (sottraendogli le risorse a lui necessarie) o costringendolo-convincendolo a mettere a disposizione queste risorse.
Influenzamento
- Far sì che un altro adotti un nostro scopo significa influenzare quel qualcuno. Si influenzano gli altri modificando o i loro scopi o le loro conoscenze, ad esempio con la seduzione (B è innamorato di A, A desidera una cosa che per B è poco importante, ma da quel momento per B diventerà molto importante: B ha uno scopo, ma non attivo o poco, e A allora lo risveglia). Anche la facilità di realizzazione crea il bisogno: se A informa B che sarebbero soddisfatte le condizioni per uno scopo gradito, B lo compie (non ho bisogno di un cappotto nuovo, ma costa così poco, è un’occasione e allora lo prendo). O ancora: A potrebbe far prendere coscienza dei propri scopi a B.
Il rapporto tutorio
- Spesso gli scopi di influenzamento sono determinati da scopi tutori: A ha scopi tutori nei confronti di B quando capisce e conosce gli interessi di B (quegli scopi che B ha ma a volte non sa neanche di avere: A si pone in rapporto tutorio verso B se gli sconsiglia di andare a vedere un film che sa che non gli piacerà). Il rapporto pedagogico è un tipico rapporto tutorio. Un consiglio disinteressato ha scopo tutorio (è un influenzamento altruistico), mentre una supplica è un influenzamento egoistico.
Dalla cognizione alla comunicazione
- Un modo per far avere conoscenze agli altri è ovviamente la comunicazione. Ci sono tre livelli di complessità nell’acquisizione di conoscenze: percezione (vedo Francesca che bacia una persona e vengo quindi a conoscere che Francesca bacia una persona: la conoscenza che ho è esattamente il fatto percepito dai miei sensi; la conoscenza dello stimolo percepito - csp - coincide con la conoscenza assunta - ca; dalla csp posso però trarre alcune inferenze), significazione (è un rapporto tra due conoscenze distinte, la csp e la conoscenza significata - cs: si ha significazione quando uno stimolo percettivo rimanda a una conoscenza, sempre la stessa, e lo stimolo e la conoscenza sono in corrispondenza in modo cristallizzato: vedo Francesca che bacia una persona, allora Francesca dev’essere innamorata di quella persona; conoscenza per significazione significa avere inferenze cristallizzate senza bisogno di un ragionamento: se c’è la neve vuol dire che fa freddo; l’esistenza di significazione è la prima condizione necessaria perché ci sia comunicazione, ma non è sufficiente, perché non tutta la significazione è comunicazione) e comunicazione (due tipi di comunicazione: comunicazione in senso forte quando non è sufficiente lo scopo di comunicare all’altro, ma è necessario che questo scopo di comunicare sia a sua volta comunicativo: si ha comunicazione piena quando non solo A ha lo scopo che B sappia di C, ma anche lo scopo che B sappia che A ha lo scopo di farglielo sapere; comunicazione intermedia quando voglio comunicare qualcosa, ma non voglio prendermi tutta la responsabilità di quello che dico; comunicazione in senso debole quando un sistema ha lo scopo che un altro sistema venga ad assumere una certa conoscenza significata e a questo scopo produce uno stimolo percepibile che rimanda alla conoscenza significata - sulla banchina chiamo l’autobus con la mano e l’autista capisce e si ferma; dunque esistono tre modi di far avere conoscenze: uno volontario, uno volontario ma in un certo senso subdolo, nascosto - fartelo capire senza farti capire che te l’ho voluto far capire io -, e uno involontario; esistono scopi interni ed esterni; gli scopi interni possono essere consci o inconsci, quelli esterni possono essere le funzioni e gli oggetti e le finalità sociali e biologiche; non tutte le funzioni sono comunicative, perché alcune possono essere solo significative - la caffettiera che gorgoglia non ha lo scopo di informarci che è pronto il caffè, ma lo inferiamo; esiste anche uno scopo comunicativo biologico, come il rossore che comunica la vergogna; perché ci sia comunicazione non basta che arrivi uno stimolo da A a B, ma che ci sia intenzionalità di A nel comunicare a B qualcosa e soprattutto che B capisca l’intenzione di A di comunicargli quel qualcosa).
La comunicazione linguistica
- Nella comunicazione linguistica, A ha lo scopo di far avere conoscenze a B e lo fa producendo un atto linguistico, formato da un performativo (la finalità con cui il parlante produce quella frase: solo per informare, o per domandare, o per richiedere una azione…) e da un contenuto proposizionale (ciò di cui il parlante informa, o domanda o richiede come azione). Performativo e contenuto della frase formano il suo significato, ovvero il suo scopo. La comunicazione linguistica autentica è sempre meta-comunicata (ho lo scopo di farti sapere che ho lo scopo di farti sapere di X). Il sovrascopo di una frase è uno scopo che non è letteralmente espresso dal significato letterale della frase e quindi può essere ricavato dall’ascoltatore solo per via inferenziale: c’è quindi una comunicazione indiretta, spesso più importante di quella letterale. Possiamo ingannare non solo con quello che le nostre frasi dicono, ma anche con ciò che fanno inferire.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche
M-PSI/01 Psicologia generale
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di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione
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