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1.2 - Conoscenze e rappresentazioni

•• Un sistema, per progettare e mettere in atto le azioni utili ai suoi scopi, ha bisogno di conoscenze (per

fare bene la pasta, devo sapere quanto sale usare, quando bolle l’acqua…) relative a stati del mondo

esterno (c’è pasta in casa?, l’acqua sta bollendo?), sui rapporti di condizione o di causa-effetto tra gli stati

del mondo (l’acqua cuoce bene solo se l’acqua bolle), sui propri stati interni (ho fame) e sui propri scopi (ho

voglia di pasta).

1.2.1 - Agenti cognitivi e formato delle rappresentazioni mentali

•• Un sistema cognitivo è quello che basa e regola le sue azioni sulle sue conoscenze e su

rappresentazioni interne esplicite dei suoi scopi (cioè degli stati che vuole raggiungere). Un agente

cognitivo elabora creativamente i propri scopi e sceglie tra alternative, risolvendo i problemi

mentalmente (il sistema caldaia-termostato è guidato da scopi, ma non è un sistema scopistico

cognitivo). Le conoscenze e gli scopi possono essere rappresentati in un formato percettivo-motorio

(immagini mentali: sedia = oggetto con una certa forma su cui ci si siede) o in un formato

concettuale-proposizionale (significato linguistico: la sedia appartiene concettualmente alla classe

degli oggetti di arredamento e ha la funzione di permettere di sedersi…).

•• Sono sistemi cognitivi mentali quei sistemi capaci di autoregolazione in cui le conoscenze e gli

scopi sono rappresentati anche in formato proposizionale (solo una mente può creare concetti ed

esprimerli in forma proposizionale; una mente umana, a differenza di una cibernetica, ha anche la

capacità di riflessione: ha rappresentazioni sulla sua stessa mente e sulle sue rappresentazioni -

può sapere di sapere, sapere di volere, voler credere, voler avere uno scopo: sono capacità di

meta-cognizione, fondamentali nella teoria dell’inganno perché mente solo chi ha una mente); non

sono sistemi mentali quelli che hanno solo un formato percettivo-motorio (non solo una caldaia, ma

neanche una rana ha una mente, perché hanno entrambe un funzionamento solo basato su

stimoli).

1.2.2 - Fonti, certezza e credibilità delle conoscenze

•• Oltre alle conoscenze, la mente di un sistema per raggiungere gli scopi deve avere i meccanismi

per acquisire, generare e manipolare le conoscenze, per valutarne l’attendibilità e per

immagazzinarle e ordinarle in strutture che permettano di recuperarle e usarle in modi efficienti. I

meccanismi di acquisizione e manipolazione delle conoscenze sono: percezione (meccanismi

sensoriali del sistema che lo mettono in contatto con il mondo esterno: con le papille gustative so se

l’acqua sia salata o no), comunicazione (posso sapere che l’acqua è già salata anche senza

assaggiarla se me lo dice Elena), memoria (una volta che le conoscenze sono state acquisite ed

elaborate, vengono immagazzinate in strutture di conoscenze da cui si possono recuperare),

capacità di fare inferenze (le conoscenze possono essere inferite, quindi prodotte dal sistema

stesso partendo da conoscenze già possedute: se assaggiando l’acqua mi accorgo che è già salata

e ricordo di non averla salata io, posso inferire che sia stata Elena a farlo). Le conoscenze tramite

percezione sono quantitativamente minori rispetto a quelle tramite comunicazione o tramite

inferenze, ma sono le più accurate e certe. La mente ha anche capacità di meta-conoscenza, cioè

capacità di riflessione e valutazione sulle proprie conoscenze, sulla loro quantità e attendibilità.

1.2.3 - L’organizzazione delle conoscenze nella mente

•• Le conoscenze una volta acquisite o inferite si organizzano in strutture interconnesse,

rappresentabili come reti o alberi (i legami sono di vario tipo: gerarchici di appartenenza a classe,

causa-effetto, mezzo-scopo…). Questa strutturazione ha varie funzioni: facilita il recupero e l’uso di

nuove conoscenze e serve anche a verificare l’affidabilità delle conoscenze aumentandone il grado

di certezza (in una stessa rete non possono coesistere conoscenze tra loro incompatibili).

1.2.4 - Lo scopo di conoscere

•• Fondamentali per un sistema cognitivo (e infatti sono spesso scopi terminali) sono gli scopi

epistemici, cioè mirati all’acquisizione di nuove conoscenze. Un sistema cognitivo come la mente

umana ha come scopo terminale (fisso, sempre attivo) quello di acquisire e conservare conoscenze

sulle condizioni del mondo e le azioni degli organismi che favoriscono o compromettono il

raggiungimento di scopi.

1.3 - Socialità

1.3.1 - Potere e mancanza di potere

•• Il potere è il fatto che un sistema sia in grado di raggiungere i propri scopi. La possibilità di

raggiungere i propri scopi è data dal fatto che il sistema sia in grado di eseguire le azioni necessarie

per raggiungere lo scopo e abbia la capacità di risolvere problemi e di organizzare il

comportamento, ma anche che le condizioni esterne per eseguire con successo le azioni siano

soddisfatte. È il contributo combinato dell’azione e delle condizioni adeguate che permette di

raggiungere lo scopo. A volte si possono progettare sottopiani con lo scopo di creare le condizioni

adeguate, se non ci sono. Ma ci sono stati del mondo che non possono essere modificati o rigirati

dalle nostre azioni (come il tempo atmosferico). Dunque ci sono due cause di mancanza di potere:

o non sappiamo compiere l’azione giusta, o mancano le condizioni. Anche quando siamo davanti a

una scelta in cui una esclude l’altra ci troviamo davanti a una posizione di mancanza di potere (se

scegliamo una compromettiamo l’altra e quindi non abbiamo potere su quell’ultima).

1.3.2 - Interesse e dipendenza

•• Se un sistema ha il potere di raggiungere un certo scopo, allora diciamo che il sistema ha

interesse che siano soddisfatte le condizioni per raggiungerlo. Un interesse di un sistema è uno

stato del mondo che è condizione per il raggiungimento di uno scopo di quel sistema. La

dipendenza è il rapporto causa-effetto o condizione-effetto che c’è tra una certa risorsa o stato del

mondo e il raggiungimento di uno scopo. In questo caso, entrano in gioco due o più sistemi: se io

ho uno scopo x, e per raggiungerlo ho bisogno di una risorsa y che però non ho, ma ha un mio

amico, io allora sono dipendente dal mio amico che possiede quella risorsa, se voglio raggiungere

lo scopo x. Il mio amico può raggiungere lo scopo x per me o può darmi la risorsa y per farlo o per

caso o perché ha lo scopo di farlo.

1.3.3 - Adozione e altruismo

•• Spesso infatti un sistema agisce proprio con lo scopo di realizzare uno scopo di un altro sistema.

Si dice allora che il sistema B adotta uno scopo del sistema A, cioè si fa regolare da uno scopo di A

(= ha come proprio scopo far sì che A raggiunga il suo scopo). L’adozione degli scopi altrui può

essere motivata da sovrascopi diversi: lo si fa per interesse, o per collaborazione, o per baratto,

oppure per puro altruismo. Secondo Trivers esistono anche i cheater, cioè gli individui che non

rispettano le regole della collettività e non solo si sottraggono alla norma di altruismo, ma addirittura

prendono senza dare nulla in cambio.

1.3.4 - Aggressione

•• Spesso A quando non può raggiungere da solo uno scopo, può non attendere la benevolenza di

B e raggiunge quindi i suoi scopi con l’aggressione, compromettendo volontariamente gli scopi

dell’altro (sottraendogli le risorse a lui necessarie) o costringendolo-convincendolo a mettere a

disposizione queste risorse.

1.3.5 - Influenzamento

•• Far sì che un altro adotti un nostro scopo significa influenzare quel qualcuno. Si influenzano gli

altri modificando o i loro scopi o le loro conoscenze, ad esempio con la seduzione (B è innamorato

di A, A desidera una cosa che per B è poco importante, ma da quel momento per B diventerà molto

importante: B ha uno scopo, ma non attivo o poco, e A allora lo risveglia). Anche la facilità di

realizzazione crea il bisogno: se A informa B che sarebbero soddisfatte le condizioni per uno scopo

gradito, B lo compie (non ho bisogno di un cappotto nuovo, ma costa così poco, è un’occasione e

allora lo prendo). O ancora: A potrebbe far prendere coscienza dei propri scopi a B.

1.3.6 - Il rapporto tutorio

•• Spesso gli scopi di influenzamento sono determinati da scopi tutori: A ha scopi tutori nei confronti

di B quando capisce e conosce gli interessi di B (quegli scopi che B ha ma a volte non sa neanche

di avere: A si pone in rapporto tutorio verso B se gli sconsiglia di andare a vedere un film che sa che

non gli piacerà). Il rapporto pedagogico è un tipico rapporto tutorio. Un consiglio disinteressato ha

scopo tutorio (è un influenzamento altruistico), mentre una supplica è un influenzamento egoistico.

1.4 - Dalla cognizione alla comunicazione

•• Un modo per far avere conoscenze agli altri è ovviamente la comunicazione. Ci sono tre livelli di

complessità nell’acquisizione di conoscenze: percezione (vedo Francesca che bacia una persona e vengo

quindi a conoscere che Francesca bacia una persona: la conoscenza che ho è esattamente il fatto

percepito dai miei sensi; la conoscenza dello stimolo percepito - csp - coincide con la conoscenza assunta

- ca; dalla csp posso però trarre alcune inferenze), significazione (è un rapporto tra due conoscenze

distinte, la csp e la conoscenza significata - cs: si ha significazione quando uno stimolo percettivo rimanda

a una conoscenza, sempre la stessa, e lo stimolo e la conoscenza sono in corrispondenza in modo

cristallizzato: vedo Francesca che bacia una persona, allora Francesca dev’essere innamorata di quella

persona; conoscenza per significazione significa avere inferenze cristallizzate senza bisogno di un

ragionamento: se c’è la neve vuol dire che fa freddo; l’esistenza di significazione è la prima condizione

necessaria perché ci sia comunicazione, ma non è sufficiente, perché non tutta la significazione è

comunicazione) e comunicazione (due tipi di comunicazione: comunicazione in senso forte quando non è

sufficiente lo scopo di comunicare all’altro, ma è necessario che questo scopo di comunicare sia a sua

volta comunicativo: si ha comunicazione piena quando non solo A ha lo scopo che B sappia di C, ma anche

lo scopo che B sappia che A ha lo scopo di farglielo sapere; comunicazione intermedia quando voglio

comunicare qualcosa, ma non voglio prendermi tutta la responsabilità di quello che dico; comunicazione in

senso debole quando un sistema ha lo scopo che un altro sistema venga ad assumere una certa

conoscenza significata e a questo scopo produce uno stimolo percepibile che rimanda alla conoscenza

significata - sulla banchina chiamo l’autobus con la mano e l’autista capisce e si ferma; dunque esistono tre

modi di far avere conoscenze: uno volontario, uno volontario ma in un certo senso subdolo, nascosto -

fartelo capire senza farti capire che te l’ho voluto far capire io -, e uno involontario; esistono scopi interni ed

esterni; gli scopi interni possono essere consci o inconsci, quelli esterni possono essere le funzioni egli

oggetti e le finalità sociali e biologiche; non tutte le funzioni sono comunicative, perché alcune possono

essere solo significative - la caffettiera che gorgoglia non ha lo scopo di informarci che è pronto il caffè, ma

lo inferiamo; esiste anche uno scopo comunicativo biologico, come il rossore che comunica la vergogna;

perché ci sia comunicazione non basta che arrivi uno stimolo da A a B, ma che ci sia intenzionalità di A nel

comunicare a B qualcosa e soprattutto che B capisca l’intenzione di A di comunicargli quel qualcosa).

1.5 - La comunicazione linguistica

•• Nella comunicazione linguistica, A ha lo scopo di far avere conoscenze a B e lo fa producendo un atto

linguistico, formato da un performativo (la finalità con cui il parlante produce quella frase: solo per

informare, o per domandare, o per richiedere una azione…) e da un contenuto proposizionale (ciò di cui il

parlante informa, o domanda o richiede come azione). Performativo e contenuto della frase formano il suo

significato, ovvero il suo scopo. La comunicazione linguistica autentica è sempre meta-comunicata (ho lo

scopo di farti sapere che ho lo scopo di farti sapere di X). Il sovrascopo di una frase è uno scopo che non è

letteralmente espresso dal significato letterale della frase e quindi può essere ricavato dall’ascoltatore solo

per via inferenziale: c’è quindi una comunicazione indiretta, spesso più importante di quella letterale.

Possiamo ingannare non solo con quello che le nostre frasi dicono, ma anche con ciò che fanno inferire

(possiamo ingannare anche dicendo il vero). Parte prima - Che cos’è

2 - L’inganno: tra verità e punti di vista

2.1 - L’inganno, debolezza della cognizione

•• Che rapporto c’è tra l’errore, l’ingannarsi e l’ingannare? Se inganniamo l’altro è perché pensiamo che sia

debole cognitivamente.

2.1.1 - Ingannarsi: l’errante e l’osservatore

•• Ingannarsi significa compiere un errore: tra le conoscenze che un agente ottiene ce ne sono di

erronee o incomplete; ci si inganna quando si ha una conoscenza erronea o gravemente

incompleta, cioè non corrispondente alla realtà. Il concetto di “ingannarsi” o errare è a-sociale, cioè

fa riferimento a un solo agente (l’errante, colui che si inganna). Comunque, è presupposto il

riferimento a un’altra mente, quella che possiede la verità e che vede come realmente stanno le

cose. Quindi l’errore è una nozione indirettamente sociale, una relazione tra un osservatore e

l’errante. Perché ci sia “ingannarsi” (la categoria minima dell’inganno) ci deve essere una

discrepanza tra la verità oggettiva dell’Osservatore e la verità soggettiva dell’errante. Se l’errante ha

una informazione in più rispetto all’osservatore, allora quel “più” è un errore, è un falso; se l’errante

ha informazioni in meno rispetto all’osservatore, allora quella dell’errante è ignoranza,

incompletezza.

•• È l’ingannarsi, cioè la fallibilità, la debolezza cognitiva, il presupposto dell’ingannare.

2.1.2 - Trarre in inganno: “l’apparenza inganna”

•• La causa dell’errore dell’errante può essere individuata, o dall’osservatore o dall’errante stesso. I

sensi ci ingannano, la ragione ci inganna, le apparenze ci ingannano. Si parla allora di trarre in

inganno, o di inganno causale (l’inganno dell’errante è causato da qualcosa, senza però che questo

qualcosa sia regolato dall’intenzione di ingannare l’errante, altrimenti si parlerebbe di inganno

finalistico, o inganno sociale).

2.1.3 - Inganno finalistico: tre punti di vista

•• Nell’inganno finalistico, un agente ha lo scopo di ingannarne un altro e agisce con questo fine. Si

introduce quindi un terzo agente, un terzo punto di vista cognitivo; abbiamo quindi tre verità: la

verità oggettiva dell’osservatore e due visioni soggettive; l’ingannato ha una verità soggettiva errata

perché diversa da quella dell’osservatore, ma com’è la verità dell’ingannatore? Ingannare significa

far credere il falso? “Inganno” è in opposizione con “vero”?

2.2 - La differenza tra “dire il falso” e “mentire”

•• L’ingannatore inganna quando fa credere all’ingannato: (1) quello che lui stesso crede, e che è falso; (2)

un’altra cosa rispetto a quello che lui crede, che sia questo vero o falso rispetto all’osservatore; (3) un’altra

cosa rispetto a quello che lui crede, e siccome lui crede il vero, allora l’ingannato sarà convinto del falso. Il

(3) è un vero inganno, perché c’è lo scopo di ingannare e il risultato è che l’ingannato si inganna. In (1)

l’ingannato si inganna, ma si inganna anche l’ingannatore, che crede il falso (e non ha lo scopo di

ingannare). In (2) l’ingannatore vuole ingannare, ma l’ingannato non si inganna, se il primo crede il falso.

Affinché ci sia inganno, comunque, basta che si abbia l’intenzione di ingannare, anche se non ci si riesce, e

non è necessario che si faccia credere a qualcun altro qualcosa di oggettivamente falso. Dire il falso e

ingannare non sono la stessa cosa.

2.3 - Sistemi cognitivi e non: inganno deliberato e funzionale

•• Si può parlare di inganno anche dove non c’è intenzione, per esempio nel mondo animale? Che

differenza c’è tra inganno umano e inganno animale? Spesso un inganno di un animale nei confronti di un

altro (la femmina di una lucciola di una specie che attrae il maschio di una specie concorrente imitando i

segnali di una femmina di quella specie concorrente per poi attaccarlo e divorarlo) è visto come un prodotto

della selezione naturale. Poggi non attribuisce agli “animali inferiori” l’intenzione di ingannare, perché

questa presuppone una rappresentazione della mente dell’altro, un vero scopo sociale e una coscienza.

Insomma, anche in sistemi non-mentali o non-cognitivi esiste inganno finalistico, ma il suo scopo non è

rappresentato esplicitamente nel sistema ed è solo una funzione adattiva (non vi è neanche

rappresentazione esplicita della conoscenza vera, non vi è una verità soggettiva rispetto alla quale si può

indagare). Se riconsideriamo un sistema cognitivo, l’inganno è caratterizzato da tre elementi: lo scopo di

ingannare è interno all’individuo ed è esplicitamente rappresentato; vero e falso sono definibili in termini

soggettivi (secondo l’ingannatore e non l’osservatore: è vera una conoscenza che l’ingannatore assume ed

è falsa una conoscenza che l’ingannatore assume essere diverse da ciò che crede che sia vero); si ha lo

scopo di ingannare solo se si vuole far credere a un altro una cosa diversa rispetto a quello che si crede.

In sintesi: si possono avere inganni in agenti sia cognitivi (si ha inganno intenzionale, in cui lo scopo di

ingannare è interno all’individuo ed è esplicitamente rappresentato) sia non cognitivi (si ha inganno

funzionale, regolato da finalità biologiche).

2.4 - Vero e falso, sincero e insincero, buona e mala fede

•• Si parla di vero e di falso sia per l’ingannarsi e il trarre in inganno sia per l’inganno come scopo. Ma solo

per l’inganno come scopo (e per le menti meta-cognitive) si può parlare di sincero e insincero. È sincero chi

non inganna sui contenuti della propria mente. È sincero colui che crede in quello che dice e dice ciò che

crede (senza nascondere nulla). Il fatto che qualcuno sia sincero o no è quindi indipendente dal fatto che,

oggettivamente, dica il vero o il falso. Copernico e Tolomeo erano entrambi sinceri, perché dicevano ciò

che credevano vero, ma solo ciò che sosteneva Copernico era vero oggettivamente (Tolomeo non ha

ingannato, anche se si è ingannato, è caduto in errore). Sbaglia quindi chi contrappone semplicisticamente

inganno e verità.

3 - L’inganno come atto finalistico

3.1 - Una definizione di inganno

•• Un inganno è un atto o tratto di un organismo X che ha la finalità di non far avere a un organismo Y una

conoscenza vera che per quell’organismo è rilevante, e che non rivela tale finalità.

3.1.1 - Atto

•• Tutto ciò che abbia un carattere finalistico (che abbia uno scopo) può essere usato per ingannare.

Ci sono diversi tipi di atti ingannevoli: un atto linguistico (menzogna, bugia, compiuto con parole,

frasi o discorsi); un atto comunicativo non linguistico (finzione, come quando sorridiamo a uno che

invece non ci sta simpatico); un atto non comunicativo (per ingannare non c’è bisogno di

comunicare: X, dopo aver assassinato Z, gli mette in mano una pistola per depistare le indagini di

Y); una omissione (per ingannare basta anche non-fare: anche il decidere di non commettere una

azione si può considerare un atto).

•• Oltre agli atti in sé, si possono considerare inganni gli oggetti prodotti o usati per ingannare: un

oggetto prodotto dall’atto di inganno (banconote false); un oggetto usato in un atto di inganno (se mi

travesto, i miei vestiti sono veri, ma li uso per ingannare, per farmi credere un’altra persona).

•• Può essere un inganno un tratto funzionale di un sistema, una caratteristica morfologica di un

organismo (la colorazione del camaleonte con cui si mimetizza).

3.1.2 - Finalità

•• L’aspetto finalistico dell’inganno può essere inteso come scopo interno cosciente (lo scopo di

ingannare è uno scopo dell’individuo di cui l’individuo è cosciente), scopo inconscio (casi di

involontaria reticenza, come quando per dimenticanza omettiamo di dire una cosa importante,

perché inconsciamente la vogliamo nascondere) o come funzione biologica (nel caso dell’inganno

animale, regolato da funzioni adattive, cioè da scopi esterni all’individuo).

3.1.3 - Non verità

•• Quando X inganna Y, il suo scopo è far sì che Y non venga ad avere una certa conoscenza vera

(oggettivamente per X e Y non cognitivi, soggettivamente per X e Y cognitivi e mentali). Due sono i

modi di ingannare: far credere il falso (far vedere quello che non c’è) e non far sapere il vero (non

far vedere quello che c’è).

3.1.4 - Rilevanza

•• C’è inganno solo se la conoscenza in questione è una conoscenza di cui Y ha bisogno per i suoi

scopi, e tale che il suo comportamento sarebbe drammaticamente diverso se la possedesse (X e Y

hanno un concorso tra due settimane, ma X viene a sapere di un posticipo, e non lo comunica a Y,

ovvero glielo nasconde: la sua omissione è un inganno).

3.1.5 - Meta-inganno

•• Quando non si vuole dare a un altro una certa conoscenza, o si vuole dargliene una che non si

crede vera, c’è inganno se non è esplicita l’intenzione di non far sapere il vero o far credere il falso

(Y chiede a X quanti anni ha: se X mente dicendo 20 invece di 21, allora inganna Y; se X dice “non

te lo dico”, non inganna Y: se ti nascondo qualcosa/se ti comunico qualcosa di falso, ma esplicito la

mia intenzione di nascondere/di dire qualcosa di falso, non ti sto ingannando). Un inganno, per

essere tale, implica quindi necessariamente un doppio inganno, anzi un meta-inganno. Se voglio

ingannarti devo necessariamente ingannarti sul mio scopo di ingannarti. Chi inganna in genere

inganna anche sul suo proprio essere persona degna di fiducia (perché se Y viene ingannato da X,

vuol dire che di X si fidava).

3.2 - Le condizioni dell’inganno

•• Dunque, affinché un atto sia considerato inganno è necessaria: finalità, non verità, rilevanza e meta-

inganno. Nell’inganno intenzionale la verità è soggettiva e vi è meta-inganno; nell’inganno funzionale la

verità è oggettiva, ma gli agenti non cognitivi non hanno coscienza dei propri scopi e quindi non possono

decidere di rivelare o meno il proprio scopo di ingannare. Sono da considerare casi di inganno sia gli

inganni indiretti (in cui si dice il vero con lo scopo di assumere il falso: il marito di Y ieri aveva una cena di

lavoro; ieri a cena X ha visto il marito di Y cenare con un bel ragazzo, pur sapendo che fosse una cena di

lavoro, e allora X dice a Y “ieri ho visto tuo marito con un bel ragazzo”, facendo intendere che tra i due ci

sia qualcosa, mentre non è vero; o in cui si dice il falso per assumere il vero: un avvocato che genera prove

false per provare l’innocenza di un imputato). Affinché ci sia inganno, quindi, è necessario che una delle

conoscenze sia non vera, anche a livello del non detto. Anche se mantengo un segreto faccio una meta-

omissione e quindi un meta-inganno (ometto di omettere, ovvero non faccio sapere agli altri di avere un

segreto): solo la condizione di meta-inganno non è sufficiente a differenziare l’inganno per omissione da un

segreto.

4 - L’inganno come violazione di diritti

4.1 - L’inganno come atto sociale aggressivo

•• C’è inganno quando la conoscenza di cui Y è privato è per lui rilevante. L’inganno è un atto aggressivo

perché mira a non far avere all’altro una conoscenza per lui rilevante, di cui cioè ha bisogno per un suo

scopo. Il concetto di inganno contiene fin dalla sua definizione un aspetto di valutazione morale negativa. È

intrinsecamente cattivo proprio perché, appunto, intrinsecamente nocivo e aggressivo. Quando non è

grave, è perché l’inganno assume come prevalente un carattere non aggressivo: è “a fin di bene” (inganna

anche la mamma che nasconde al bambino la siringa pronta per l’iniezione…). Tutti gli inganni sono atti

aggressivi a un primo livello, anche se possono avere poi graduatorie di gravità. X ingannando Y viola una

norma sociale e morale, un principio di cooperazione conoscitiva che ci obbliga a fornire agli altri le

conoscenze in nostro possesso che sono per loro rilevanti (è il principio di cooperazione di Grice, qui

chiamato principio di adozione o di altruismo, caso specifico della specie Homo Sapiens, l’altruismo

reciproco delle conoscenze). Se X viola un dovere di dare a Y le conoscenze che gli servono, questo

significa che X viola il diritto di Y di avere quelle conoscenze. C’è inganno quando c’è violazione del diritto

dell’altro di sapere e dell’obbligo mio di far sapere. L’inganno quindi è atto aggressivo in almeno tre sensi:

danneggia Y compromettendo un suo specifico scopo perché X gli nega la conoscenza rilevante per quello;

danneggia Y in un senso ancora più generale, compromettendo il suo scopo generale di avere conoscenze

rilevanti e violando il suo diritto ad averle: il diritto alla conoscenza è inalienabili, è un diritto naturale; X

approfitta della buona fede di Y e gli fa fare “la figura dello stupido”: quindi l’inganno è aggressivo anche

perché compromette un altro importante scopo di Y, il suo scopo dell’immagine.

4.2 - Il diritto alla conoscenza

•• Anche secondo Grozio (giusnaturalista) la falsità è inammissibile perché in conflitto con il diritto di un

altro (se non per i casi di “a fin di bene”, tutori o paternalistici o quando non c’è obbligazione o quando c’è

consenso a essere ingannati; secondo Grozio in questi casi non c’è inganno).

4.2.1 - L’inganno a fin di bene

•• Negli inganni a fin di bene, la violazione del diritto di sapere il vero (atto aggressivo) è mitigata dal

fatto che l’infliggere questo danno serve a procurare un vantaggio al destinatario.

4.2.2 - L’inganno a incapaci

•• Anche il non dire il vero a bambini, folli o sciocchi sembra a Poggi un inganno (a differenza di

Grozio). Magari è in parte giustificabile (non perché abbiano meno diritto al vero, ma perché sono

meno in grado di fare un uso per loro stessi efficace delle conoscenze che possiedono; non

possedere una informazione per loro è meno essenziale e con meno conseguenze effettive), ma è

sempre un inganno. Secondo Poggi non si tratta di inganno quando a un bambino diamo

informazioni semplicistiche e non aderenti al vero perché quelle vere non le potrebbe capire (non ci

può essere obbligo a dire ciò che l’altro non può comprendere - questa è l’essenza del

paternalismo).

4.2.3 - Il terzo che ascolta

•• Se un terzo origlia o si appropria impropriamente di conoscenze cui non ha diritto, e se noi

inganniamo, l’inganno può essere considerato meno grave (perché ingannarlo può essere

considerato una giusta ritorsione alla sua indebita pretesa di sapere).

4.2.4 - Quanto l’altro è complice: recitazione e inganno consensuale

•• Poggi è d’accordo con Grozio solo nel considerare la recitazione (o l’inganno consensuale,

ovvero quando l’altro “consente” l’inganno) un non-inganno. In particolare, nella recitazione non c’è

proprio inganno: quando c’è reciproca conoscenza delle intenzioni e delle conoscenze dell’altro,

nessuno veramente inganna o è ingannato. Spesso ci sono “patti” in cui X deve tacere o ingannare

e Y si aspetta esattamente questo: è l’inganno consensuale (come quando X e Y sono coniugi ed

entrambi sanno che X tradisce Y, però c’è un patto per cui X non possa rivelare a Y questa

informazione; come quando accettiamo il make up e sappiamo che sia make up); in questi contesti,

l’ingannato è complice dell’ingannatore: coopera con lui attraverso il proprio autoinganno.

5 - Inganno e segreto

5.1 - Il segreto è un inganno per omissione?

•• Qual è la differenza tra inganno e segreto? Secondo Book un segreto è qualsiasi caso in cui una persona

intenzionalmente decide di nascondere una informazione. Secondo Poggi questo non basta a distinguere

un segreto da un inganno o dal tacere gratuito (quando pur avendo una certa conoscenza non la si vuole

dare all’altro: posso decidere di non dirti una certa cosa perché mi stai antipatico o perché non mi va di

parlare, ma non necessariamente questo deve essere un segreto). Se X non dice a Y di aver visto la sua

ragazza in atteggiamenti affettuosi con Z, potrebbe essere perché a X sta antipatico Y (tacere gratuito),

oppure perché X vuole ingannare Y (inganno), oppure ha voluto tener segreta la cosa per discrezione

verso la ragazza di Y o verso Y stesso (segreto).

5.1.1 - Le armi del segreto

•• Spesso un segreto è mantenuto attraverso un inganno. Per mantenere un segreto possono

esserci tre modi: inganno attivo (attuato con occultamento o falsificazione), esplicita dichiarazione

(“non te lo posso dire, è un segreto”) e omissione totale (della conoscenza e anche dell’intenzione

di nascondere).

5.2 - Il diritto di tacere e il diritto di sapere

•• Un segreto è una conoscenza C che X ha lo scopo di non far sapere a Y in quanto è o si sente in diritto

(o addirittura in dovere) di non fargliela sapere. È questo elemento del “sentirsi in diritto di non dire” che

distingue il segreto dal semplice non voler dire (tacere gratuito) e lo contrappone all’inganno. Confrontando

segreto e inganno ci troviamo davanti a due diritti contrapposti: il diritto di Y di sapere contro il diritto di X di

tenere per sé una certa conoscenza. Nel segreto ha diritto (o addirittura dovere) X di tenere per sé la

conoscenza, mentre nell’inganno è Y ad avere il diritto di sapere. Insomma: non si ha tanto il diritto o il

dovere di nascondere i segreti, ma sono segreti quelle conoscenze che si ha il diritto-dovere di

nascondere.

5.3 - La difficoltà del segreto

•• Il conflitto tra il diritto di sapere di Y e il diritto di tacere di X non è solo un conflitto tra due individui, ma

spesso anche interno a un individuo: tenere un segreto è spesso difficile, sarà forse per quella pulsione a

condividere specie-specifica di Homo Sapiens?

5.4 - Punti di vista?

•• Spesso ciò che fa la differenza nel dire che una (non)azione di X sia un segreto o un inganno è proprio il

punto di vista: per X è un segreto ciò che lui ha il diritto di non dire, ma per Y è inganno ciò che X non gli

rivela e che lui ha invece il diritto di sapere. Spesso la dicotomia inganno-segreto convive nella stessa

persona (il ragazzo cui la madre ha chiesto di non rivelare al padre che lei intende divorziare, sentendo che

mantenendo il segreto della madre nello stesso tempo inganna il padre). Ci sono però dei casi in cui un

segreto è solo un segreto e non un inganno (il segreto professionale).

5.4.1 - Titoli al segreto

•• Quali conoscenze si ha il diritto di tenere per sé? (1) Quelle che riguardano la privacy di un

individuo; (2) quelle conoscenze che hanno a che fare con il proprio diritto di difesa (quando rivelare

una certa conoscenza esporrebbe automaticamente a una punizione, e molto spesso questo tipo di

segreto può essere visto come un inganno se è sottoscopo di scopi dannosi, cioè aggressivi verso

gli altri, come quando uno stupratore non si dice colpevole per non ricevere la punizione); (3)

quando si ha il dovere di non rivelare una certa conoscenza (per discrezione o per scopi

istituzionalizzata, come nel caso del segreto professionale).

5.4.2 - Ego o alter, privato o pubblico, danno o difesa

•• Si può classificare un segreto in base a tre criteri: (1) se il segreto protegge informazioni relative a

se stessi o ad altri; (2) se il segreto protegge informazioni sulla privacy o informazioni di tipo

pubblico; (3) se l’informazione ha come obiettivo la difesa di scop legittimi propri o che sia un

sottoscopo di uno scopo di danneggiare altri o di evitare una legittima punizione - se il segreto è

“dannoso”, cioè se ha scopo di danneggiare gli altri, allora è facilmente sentito come un inganno.

5.5 - Conclusioni

•• Come ogni diritto, il segreto e l’inganno sono oggetto del contendere (ha più diritto Y di sapere o X di

nascondere?).

6 - Inganno e comunicazione

6.1 - Inganno e comunicazione: un rapporto necessario?

•• Ingannare gli altri richiede necessariamente la comunicazione? Molti tipi di inganno, come la menzogna e

la truffa, sono attuati attraverso la comunicazione. Eppure, la comunicazione è condizione sufficiente ma

non necessaria perché si possa ingannare (si inganna anche senza comunicare).

6.2 - Inganni senza comunicazione

•• Si inganna infatti anche con la semplice omissione, cioè senza fare assolutamente nulla. A volte si

inganna facendo in modo che l’altro sappia qualcosa di non vero, un “far sapere” che però non è

necessariamente un atto comunicativo. Altre volte si inganna non facendo sapere qualcosa di vero o

lasciando credere qualcosa di non vero, oppure non facendo proprio nulla, lasciando non credere niente in

particolare. Tutti questi casi possono essere perpetrati anche senza comunicazione.

6.2.1 - Far credere/far sapere

•• Se X vuole far sapere a Y che fuori stia piovendo senza dirglielo, può alzarsi e aprire la finestra,

affinché Y veda che fuori stia piovendo. Se X vuole ingannare Y convincendolo del fatto che fuori

stia piovendo senza comunicarglielo direttamente, fa cadere l’acqua dalla grondaia, così Y vede

l’acqua e crede che stia piovendo. In entrambi i casi non c’è comunicazione diretta tra X e Y. In

entrambi i casi, X fa in modo che Y sappia qualcosa.

6.2.2 - Lasciar credere, lasciar sapere

•• Si attua il “lasciar credere” quando X non fa nulla per far sapere a Y una cosa, che Y assume

come vera e X come falsa: è il caso tipico dell’omissione. Infatti, causare una credenza in un altro

non è sufficiente perché ci sia comunicazione. Il lasciar credere non è un caso di comunicazione,

ma può essere un caso di inganno.

6.2.3 - “Far non sapere”, “far non credere”

•• Ancora meno comunicativo è il nascondere (l’occultamento), in cui X fa qualcosa affinché Y non

venga a sapere una informazione. Infatti comunicazione non è solo dare conoscenze, ma è

soprattutto ricevere conoscenze, e in questo caso c’è addirittura una non-ricezione di una

informazione.

6.2.4 - “Lasciar non credere”, “lasciar non sapere”

•• Quando A non fa nulla perché B creda qualcosa, ma lascia che non creda o non sappia

qualcos’altro.

Questi atti non comunicativi sono di inganno perché Y ha il diritto di avere conoscenza su qualcosa.

Insomma, ci sono molti casi di inganno che non usano la comunicazione così come per fortuna

esistono molti casi di comunicazione non ingannevole.

6.3 - L’inganno tra cognizione e comunicazione

•• Tutto ciò che significa può ingannare e può essere usato per ingannare. La base dell’ingannabilità è la

percezione, l’acquisizione e l’elaborazione della conoscenza. La base sufficiente e necessaria dell’inganno

finalistico è la possibilità di intervenire sul processo di acquisizione di conoscenza dell’altro. La

comunicazione è solo una fonte di conoscenza per l’altro e quindi un terreno di inganno, privilegiato ma

non esclusivo. La menzogna in senso stretto, per esempio, richiede comunicazione e addirittura

comunicazione linguistica. Non tutto l’inganno però richiede comunicazione. L’inganno finalistico richiede

solo processi cognitivi e interferenza su questi.

6.4 - Conclusione: una visione Bambabeffiana?

•• Presupposto dell’ingannare sono i meccanismi dell’ingannarsi, la fallacia della cognizione, le interferenze

nei processi cognitivi. Nell’errore e nell’inganno funzionale (tra gli animali) è inganno ciò che è diverso dalla

verità oggettiva (quella dell’osservatore). Tra esseri coscienti invece l’inganno è relativo alla verità

soggettiva dell’agente. La comunicazione non è il presupposto dell’inganno, ma solo il mezzo più comune e

potente. Il fondamento dell’inganno è invece nella significazione e nell’errore. La visione secondo cui il

fondamento dell’inganno è la nostra fallibilità è simile alla dottrina di Bambabef di Voltaire (“la nostra

debolezza di sensi e di ragione è voluta da Dio, e se Dio ha voluto che fossimo ingannabili, è giusto

ingannare). A differenza di Bambabef, secondo Poggi l’inganno non è giusto in quanto violazione del diritto

alla conoscenza dell’altro. Parte seconda - A che serve

7 - Perché esiste l’inganno?

7.1 - Le basi razionali dell’inganno sociale

•• A che cosa serve ingannare e perché è possibile l’inganno?

7.1.1 - Il punto di vista di X

•• Per ogni organismo è vitale raggiungere i suoi scopi; le conoscenze influiscono sul

comportamento (ogni organismo basa le sue azioni per raggiungere i suoi scopi sulle conoscenze

che possiede; se le conoscenze non determinassero azioni, l’inganno sarebbe senza senso); un

organismo può determinare (o modificare) le conoscenze di un altro (senza questa capacità,

l’inganno sarebbe impossibile), e lo può fare in due modi: l’organismo può essere l’input (X

determina le conoscenze di Y perché X è l’oggetto stesso delle conoscenze di Y); l’organismo può

costruire l’input (X può causare o controllare gli input che determinano le conoscenze di Y su altre

entità); un organismo può dipendere da un altro (per il raggiungimento di certi scopi; la dipendenza

di Y da X può essere negativa - evitamento - secondo cui lo scopo è realizzato anche senza che X

faccia niente, quindi X deve evitare che Y compia l’azione per non far diminuire il proprio potere:

l’assassino continua a girare impunito solo se il testimone non rivela la sua identità; la dipendenza

di Y da X può essere positiva - raggiungimento - secondo cui lo scopo di Y è possibile solo grazie a

una azione di X; Y deve quindi fare in modo che X compia l’azione per aumentare il proprio potere:

solo se mamma mi dà i soldi, riesco a farmi la vacanza).

Questi sono i quattro principi dell’inganno. Ma qual è lo scopo dell’inganno? Qual è lo scopo di X di

far credere a Y una certa cosa, vera o falsa che sia? Deriva dal quarto un quinto principio: un

organismo può avere lo scopo di influenzare un altro organismo. (X può avere lo scopo di

influenzare Y, come funzione e come intenzione). Dal principio 5 e dal principio 2 deriva il 6: un

organismo può avere lo scopo (ovvero l’interesse) di modificare le conoscenze di un altro

organismo. Dal principio 6 e dal principio 3 deriva il 7: la capacità di manipolare le conoscenze degli

altri può essere utile per influenzare il loro comportamento.

•• Il fine principale dell’inganno è influenzare gli altri, cioè dar loro le conoscenze che li inducono a

perseguire gli scopi che vogliamo noi. Quello che conta per X è il potere che ha su Y di fargli

credere certe cose. Per lo scopo di influenzare gli altri, non fa alcuna differenza se le conoscenze

che gli diamo siano vere o false (secondo noi oppure oggettivamente). Ma questo aspetto è

fondamentale nell’inganno: l’inganno è il caso in cui la conoscenza che X vuol fare avere a Y è

falsa, cioè diversa o da quanto crede X o da quanto crede un osservatore esterno. Dunque,

l’inganno è solo un caso particolare del meccanismo generale dell’influenzare gli altri.

7.1.2 - La storia continua dal punto di vista di Y: l’interesse dell’altro

•• La specificità dell’inganno la si trova in due fatti: Y non farebbe ciò che fa (o farebbe ciò che fa) se

avesse altre conoscenze, e in particolare se sapesse la verità; per Y verità e falsità non sono sullo

stesso piano perché è interesse di Y (scopo di Y se è un organismo cognitivo) credere cose vere.

Una conoscenza vera (una mappa vera) è più efficace perché consente di perseguire scopi

appropriati, di individuare correttamente condizioni, di scegliere ed eseguire azioni che abbiano

successo.

Individuiamo quindi un principio 8: per un organismo è utile avere conoscenze vere. Ma come fanno

gli organismi a essere sicuri che le proprie conoscenze siano vere? A questa domanda risponde il

principio 9: l’intersoggettività può essere garanzia di verità delle conoscenze (il confronto con gli altri

è garanzia di verità). In più, principio 10, l’intersoggettività è fonte di aumento quantitativo delle

conoscenze. Ricevere dagli altri le conoscenze pertinenti per i nostri scopi costituisce un grande

vantaggio e un grande aumento di poteri. Dai principi 9 e 10 deriva l’11 (norma di Grice del dire la

verità): è utile la condivisione e lo scambio delle conoscenze. Una conoscenza non si consuma con

l’uso, quindi se la usa X può usarla anche Y, ma alcune volte può esserci concorrenza. Diamo

conoscenze agli altri perché è una forma di altruismo, e l’altruismo è vantaggioso solo se è

reciproco.

7.1.3 - L’altruismo reciproco delle conoscenze

•• Il principio 11 genera il 12, che si realizza in una norma dell’interazione sociale: vige sugli individui

una norma di altruismo reciproco delle conoscenze (tra gli umani vige la norma per cui chi possiede

conoscenze utili a un altro deve farne l’altro partecipe). Chi imbroglia nel gioco delle conoscenze

(chi riceve senza dare) è un baro (colui che aggira le regole), e dà agli altri conoscenze diverse da

quelle credute da lui, avvantaggiando così se stesso a danno degli altri. Arriviamo quindi al principio

13: l’inganno di X a Y è un atto aggressivo (perché compromette lo scopo di Y di conoscere il vero;

perché se Y sapesse il vero non farebbe quanto X lo induce a fare; l’inganno provoca uno squilibrio

di potere a danno di Y).

7.2 - Criteri dell’altruismo reciproco delle conoscenze

•• Ci sono due criteri che rendono più o meno forte il diritto dell’altro ad avere e il mio obbligo altruistico a

dare conoscenze, e quindi rendono moralmente più grave la mia omissione: (1) più Y ha bisogno di una

conoscenza, più questa è vitale per lui, più Y ha il diritto di averla e X ha il dovere di fargliela avere: vige

cioè su X la norma di altruismo (più Y è bisognoso, più la norma di altruismo è forte; più importanti sono gli

scopi cui la conoscenza serve, più grave è il danno se non la si ha, più la norma di altruismo è forte); (2)

più Y dipende da X per la conoscenza di cui ha bisogno, più X deve rivelargliela.

•• Le radici dell’inganno finalistico, quindi, si trovano: nella dipendenza di Y da X; nel fatto che nel

perseguire i suoi scopi Y si basa sulle sue conoscenze; nel fatto che X può controllare-modificare le

conoscenze di Y; nel fatto che è interesse di Y avere conoscenze vere; nel fatto che X ha interesse in quel

caso particolare a che Y creda una cosa diversa dal vero.

7.3 - Due defaults speculari

•• Dalla norma di altruismo reciproco nella condivisione di conoscenze derivano due regole di default

sull’ascoltatore e sul parlante nello scambio di conoscenze (sono il principio di Grice del “dire la verità”): (1)

per il parlante: se non hai motivi particolari per ingannare, fai sapere il vero; (2) per l’ascoltatore: se non hai

motivi particolari per diffidare del parlante, credi (per credere ci basta non avere motivi per non credere).

8 - L’inganno e la natura del linguaggio

8.1 - Se tutti ingannassero, che succederebbe?

•• Che cosa succederebbe se tutti ingannassero sempre? Se tutti ingannassero sempre, il linguaggio

perderebbe senso? Essendo l’inganno una perversione del linguaggio, molti credono di sì. L’inganno

funziona proprio perché non tutti ingannano: se ce ne fossero troppi, di ingannatori, il loro gioco non

potrebbe funzionare. Non ha senso chiedere quindi se tutti ingannassero, perché non potrebbe proprio

accadere.

8.2 - Il linguaggio perderebbe senso?

•• Non è neanche vero che il linguaggio perderebbe senso e quindi non funzionerebbe più. Secondo Grozio

ci sono due convenzioni: quella di usare parole e frasi secondo il senso comune e condiviso (grammatica e

lessico) e quella di dire il vero e di non ingannare l’altro.

•• Il linguaggio può avere senso anche se è usato in modo insincero, perché la sua unica condizione

necessaria è la condivisione dei rapporti tra significanti e significati (il linguaggio perde senso se uno

chiama cani i cavalli e tavoli le sedie: nessuno potrebbe più apprendere il vero significato delle parole).

•• Si può mentire rispettando perfettamente significati dei termini e regole della lingua, che non sono fatte

per dire il vero né lo garantiscono. Non è vero quindi che se tutti ingannassero il linguaggio perderebbe

senso (ovvero che non ci si capirebbe più). Infatti, se tutti mentissero, il linguaggio perderebbe utilità, non

senso.

8.3 - Comunicazione e inganno: due strade per influenzare gli altri

•• La visione della lingua come fatta per dire il vero e dell’inganno come perversione del linguaggio implica

una confusione tra verità e sincerità, tra dire il falso e mentire. Eppure, secondo Poggi e la sua concezione

pragmatico-sociale del linguaggio, dire il vero non è la funzione primaria del linguaggio: il linguaggio non è

nato per dare conoscenze, ma per influenzare, quindi anche per mentire. L’inganno è solo un altro modo di

influenzare gli altri, uno strumento diverso che può avvalersi della comunicazione oppure no.

8.4 - L’inganno mina la fiducia

•• Secondo Kant la verità è il dovere formale che un individuo ha verso chiunque altro. L’inganno non mette

in crisi tanto il linguaggio e la comprensione, ma mina la fiducia. La verità è il fondamento della fiducia. Dire

il vero va al di là dell’interesse e del bene dell’altro, ma è un dovere dell’individuo anche davanti alla società

tutta.

9 - Le leggi dell’inganno

9.1 - Perché si inganna

•• Quando e per quali ragioni si decide di ingannare? Se X ha lo scopo di influenzare Y e per X serve che Y

non abbia una conoscenza vera o ne abbia una falsa, X tenderà a ingannare Y. In base ai principi del

capitolo 7 possiamo formulare le seguenti leggi per la generazione di scopi del dare conoscenze e

all’ingannare:

•• Legge 1: se la conoscenza C è una base o una condizione per una azione di Y e X ha lo scopo opposto

a uno dei risultati dell’azione di Y, e quindi ha lo scopo che Y non compia l’azione, allora X ha lo scopo che

Y non creda C.

•• Legge 2: se la conoscenza C è una base o una condizione per una azione di Y e X ha lo scopo che Y

compia l’azione, allora X ha lo scopo che Y creda C.

•• Le leggi 1 e 2 sono valide a prescindere dal fatto che X creda C vera o falsa.

•• Legge 3: se la conoscenza C è vera per X e X non vuole farla sapere a Y, allora X ha lo scopo di

ingannare Y.

•• Legge 4: se la conoscenza C è falsa per X e X vuole farla credere a Y, allora X ha lo scopo di ingannare

Y.

•• Le leggi 3 e 4 sono due fondamentali modi di ingannare: (3) non far sapere il vero, privazione; (4) far

credere il falso (deviazione).

9.2 - Ambiguità dello “scopo di ingannare”

9.2.1 - Inganno “accidentale” o “colposo”

•• Non si riesce a spiegare lo scopo di ingannare, ma solo quello di far credere o di far non credere.

Per X lo scopo vero è far credere o non far credere qualcosa, e ingannare Y non è per X un fine, ma

solo uno scopo strumentale a influenzarlo, cioè a fargli fare quello che vuole. Neanche uno scopo

strumentale, ma solo una conseguenza necessaria dell’azione. L’ingannatore cognitivo conosce il

vero e quindi sa di mentire, ma il suo atto è colposo. È la forma accidentale e colposa dello scopo di

ingannare il caso più frequente, che lega l’inganno ai principi dell’influenzamento.

9.2.2 - Inganno “essenziale” o “intrinseco”

•• Esistono però anche dei casi di inganno essenziale, o intrinseco, dei casi in cui la meta di X non è

influenzare Y, ma solo ingannarlo (non fargli credere il vero). Sono i casi dello scherzo, della presa

in giro, e quelli in cui si vuole dimostrare la propria abilità nell’ingannare o si vuole provare il piacere

dell’inganno. Qui l’inganno è essenziale. C’è un tipo di scopo di ingannare intrinseco che si trova

nelle situazione di rivalità, ostilità, concorrenza, in cui Y è il nemico. C’è una legge 5 per questo: se

X crede che se qualcuno crede il falso o non sa il vero rilevante fallisce (i suoi scopi sono

compromessi) e X ha lo scopo generale che Y fallisca (Y è il nemico), allora X ha lo scopo

generalizzato (a una certa area di Conoscenze connesse a una certa area di Scopi) che Y abbia

credenze erronee (non sappia il vero o creda il falso). Insomma: se Y è nemico di X, X tenderà a

ingannarlo. Per questo le guerre (anche metaforiche) sono fonte inesauribile di casi e di strategie di

inganno.

9.3 - Eccezioni: quando sapere è un male

•• Nel principio di cooperazione di Grice (l’altruismo reciproco) dobbiamo ricordare che dire il vero è solo un

caso particolare dell’aiutare, del cooperare, e non è un principio assoluto.

Eppure, ci possono essere circostanze o scopi rispetto ai quali la conoscenza del vero è dannosa. Già i

principi di Grice ci dicono di dire la verità solo se pertinente agli scopi dell’altro, ovvero solo se interessante

per lui. Il resto della verità sarebbe dannosa.

Il rapporto tutorio (di colui che aiuta non superficialmente e si cura anche dei bisogni a lungo termine,

inespressi o ignoti dell’altro) non riguarda solo l’aiuto pratico, ma anche le conoscenze. I due protagonisti

dell’altruismo reciproco della conoscenza sono tra loro in un rapporto tutorio. Lo scopo di aiutare Y con le

conoscenze che gli si danno o no può entrare in conflitto con lo scopo di fargli sapere il vero (se sapere il

vero non è nell’interesse di Y, che devo fare io? sacrificare l’interesse di Y o sacrificare la verità?).

10 - Inganno e relazioni sociali: amore e odio, potere, scambio, immagine

10.1 - Altruismo e aiuto: inganni prosociali tutori

•• In quali casi la conoscenza del vero è un male? Quali sono le “buone” ragioni per non far sapere il vero?

Sofferenza (se l’altro soffrirebbe molto sapendo un fatto, e per noi lo scopo di non soffrire è molto

importante); interferenza emotiva e confusione (la conoscenza del vero indurrebbe nell’altro una reazione

emotiva che si risolverebbe in un danno per i suoi scopi - come disperazione, depressione, ansia e panico,

impulsività, infarto…); distrazione (la nuova conoscenza potrebbe aprire nuovi orizzonti, nuovi interessi e

desideri, che distrarrebbero dagli scopi e dai doveri); cortesia e rispetto (sottocaso dell’inganno per evitare

sofferenza: inganni per non ferire, per non offendere, per mostrare rispetto dell’altro).

10.2 - Odio e aggressività: verità per nuocere

•• L’eccezione alla legge che la conoscenza è vantaggiosa riguarda in modo capovolto anche i nemici: se

sottraiamo la conoscenza ai nemici se utile per loro (violando l’altruismo reciproco), allora abbiamo invece

motivo di dare la conoscenza ai nemici se è dannosa per loro. Insomma: tutte le buone ragioni per

nascondere il vero agli amici diventano buone ragioni per farlo sapere ai nemici. Vogliamo quindi far soffrire

il nemico, vogliamo mandarlo in confusione, vogliamo corromperlo e vogliamo offenderlo (provocarlo,

mancargli di rispetto, svergognarlo). Secondo Tommaso, infatti, non si deve credere al diavolo neanche

quando dice il vero. La verità può essere un’arma per l’influenza dannosa che può avere sulle nostre

decisioni o reazioni. Questo è un inganno più subdolo, perché come non possiamo credere a qualcosa che

sappiamo sia falso, così non riusciamo a non credere a qualcosa che sappiamo sia vero (come quando un

nemico ci dà una informazione vera su un nostro amico che ci ferisce, ma il nemico ce la dà solo per ferirci:

noi non possiamo non credergli, ma semplicemente sperare che menta; la menzogna del nemico è un

veleno a cui si può trovare rimedio smascherandola, ma la verità del nemico è un veleno senza rimedio).

10.3 - Inganno e potere

•• Chi ha più interesse a ingannare, il forte o il debole? Si pensa di solito che l’inganno sia dei deboli e la

forza dei potenti. Eppure, non solo chi è sottomesso, ma anche chi ha il potere ha motivo di ricorrere

all’inganno, proprio in ragione della sua posizione e del rapporto di dominio.

10.3.1 - I vantaggi della convinzione sulla costrizione: l’acquiescenza

•• Il domino basato solo sulla forza e sulla minaccia ha i suoi rischi: ci si sottomette solo per paura e

per costrizione, ma si cercherà di fuggire, di ribellarsi a una autorità ingiusta.

Allora, chi detiene il potere, per evitare di dover continuamente spendere energie per la

sorveglianza, per la minaccia, per la repressione, si tiene al riparo da rancori, invidie e ribellioni

(anche non ostentando la sua ricchezza e il suo potere) usando l’inganno. Chi viene influenzato può

prendere una nuova decisione o per coercizione o per convinzione. Con la forza puoi costringere

qualcuno a fare qualcosa che non vuole, ma per convincerlo devi dargli delle buone ragioni, cioè

fargli assumere certe conoscenze da cui lui possa concludere autonomamente che perseguire un

certo scopo è per lui utile. Dal punto di vista dell’influenzatore, la convinzione come mezzo di

influenzamento è più stabile della coercizione, e se è difficile trovare buone ragioni che siano vere

per fargli accettare spontaneamente un nuovo scopo, allora può fornirgli buone ragioni fittizie,

ovvero può ricorrere all’inganno. L’inganno è l’unico modo di influenzare attraverso la convinzione,

ovvero di evitare la coercizione cercando di arrivare alla convinzione anche se gli scopi sono

totalmente contrari agli interessi di chi si vuole influenzare. L’inganno è quindi l’alternativa “dolce”

alla coercizione. Ecco perché diventa conveniente, più che chiedere all’influenzato di aderire a

scopi che sa bene non suoi, fargli credere che gli scopi che gli si propone di adottare rispondono ai

suoi valori. Ecco perché anche i potenti tendono a ingannare i deboli: il dominino basato sulla

convinzione del dominato è per il potente molto preferibile al dominio basato sulla mera forza.

10.3.2 - Altri inganni del potere

•• Spesso i potenti usano l’inganno non solo come difesa, ma anche con lo scopo di sottolineare il

proprio potere, di aumentarlo, di non perderlo o di non sprecarlo. In questi casi chi ha il potere

inganna in quanto finge di non averlo. Altre volte invece il potente che tiene alla propria immagine,

finge di usarlo (l’amico influente che fa una blanda raccomandazione per non impegnarsi troppo e

non sprecare il suo potere). Eppure, la vera essenza dell’inganno di chi ha potere è il paternalismo,

in cui X cerca di convincere Y a perseguire un certo scopo perché “è per il suo bene”, mentre la

vera ragione è che serve agli scopi di X stesso. Insomma, il potente finge di non voler usare il suo

potere, ma nel caso in cui con l’inganno e la convinzione non riuscisse, userebbe senza dubbio la

coercizione.

10.4 - Inganno e scambio: “l’anima del commercio”

10.4.1 - Primum: “fregare” (non reciprocare)

•• Il rapporto di scambio si fonda sull’ipotesi di razionalità dei due attori che sono indifferenti agli

interessi dell’altro e si curano ognuno del proprio. Per definizione, nello scambio i due attori

dipendono l’uno dall’altro, ma per scopi propri e non comuni. Si parla in questo caso di agenti

razionali, che hanno come scopo comune solo la riuscita dello scambio, ma non che l’altro sia

soddisfatto. Anzi, se si riuscisse a barare o ad approfittarsi dell’altro, lo si fa senza problemi. Al

contrario, nel rapporto cooperativo una volta che l’altro abbia fatto la sua parte, io non ho alcun

interesse razionale a non fare la mia, perché in caso contrario farei del male a lui e a me.

Insomma: nel rapporto di scambio, gli attori razionali tendono a “fregarsi”, cioè a ingannare circa la

propria reciprocazione, a non dare quanto pattuito. Ogni scambio di questo tipo si fonda su una

profonda diffidenza. Per questo ci sono tanti vincoli e controlli.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Poggi Isabella.

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