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Psicologia della comunicazione

Prospettive sulla comunicazione umana

La comunicazione ha molte facce

Per definizione, si ha comunicazione solo all’interno di gruppi, che sono una condizione necessaria e un vincolo per la genesi, l’elaborazione e la conservazione di qualsiasi sistema di comunicazione. A sua volta quest’ultimo influenza e modifica in modo profondo la vita stessa del gruppo. Socialità e comunicazione costituiscono due dimensioni fra loro distinte ma intrinsecamente interdipendenti, che si sono evolute e si evolvono in modo congiunto. Inoltre la comunicazione ha importanza fondamentale nei giochi psicologici che i protagonisti intendono realizzare in modo congiunto.

La comunicazione è quindi partecipazione, poiché prevede la condivisione dei significati e dei sistemi di segnalazione, nonché l’accordo sulle regole sottese a ogni scambio comunicativo (natura convenzionale). Ciò non significa ignorare la radice filogenetica della comunicazione: pur non possedendo il linguaggio, numerosi animali dispongono di sofisticati sistemi di comunicazione. È dunque importante comprendere in che modo si siano evoluti tali sistemi, quali funzioni di adattamento abbiano soddisfatto e le ragioni per cui la comunicazione umana presenta proprietà distintive rispetto a quella animale.

Inoltre, la comunicazione è in stretta connessione col pensiero e coi processi mentali: pensiero e comunicazione si articolano in modo reciproco, poiché esiste una relazione intrinseca fra realtà pensabile e realtà comunicabile. Parimenti, la comunicazione è in stretta connessione con l’azione: comunicare è sempre fare qualcosa, nessun atto comunicativo è mai neutro o indifferente, ma contribuisce a dare forma all’interazione in corso e in tal modo viene a definire un certo modello di relazione con l’interlocutore.

Già da queste considerazioni emerge come il linguaggio sia articolato e complesso, un ambito interdisciplinare che porta sia lati positivi che lati negativi: da un lato permette un confronto tra varie discipline, dall’altro rende difficile giungere a una teoria unificata, soddisfacente e valida sulla comunicazione stessa. Ogni punto di vista, infatti, è parziale e limitato.

L’approccio matematico: comunicazione come trasmissione di informazioni

Lo studio della comunicazione è stato reso possibile dal concetto di informazione, che diversamente da altre risorse è:

  • Espansiva: l’informazione genera altra informazione, anche se non si possono ignorare i limiti delle capacità cognitive umane, e può essere condivisa ma non scambiata
  • Comprimibile a livello sia sintattico che semantico
  • Facilmente trasportabile e trasmissibile a velocità molto elevata

In generale, si può definire l’informazione come una differenza che genera differenza, è la relazione tra due o più dati in grado di generare ulteriori conoscenze. Qualsiasi elemento conoscitivo nuovo riduce una condizione di incertezza. Possedere un’informazione significa avere una mappa più definita e attendibile della realtà.

La nozione di informazione come differenza è alla base dell’informatica e della cibernetica; in psicologia essa ha favorito la creazione di nuovi modelli teorici, come il cognitivismo, il connessionismo, l’intelligenza artificiale, l’approccio sistemico nell’ambito della psicoterapia, nonché le teorie della comunicazione virtuale. Questo scenario è stato poi approfondito dall’approccio matematico (Shannon), secondo cui la comunicazione va considerata anzi tutto un processo di trasmissione di informazioni. Il modello proposto da Shannon è molto semplice e astratto: esso consiste nel passaggio di un segnale da una fonte A attraverso un trasmettitore (dispositivo che trasforma il messaggio in segnali fisici) lungo un canale (mezzo che trasferisce il messaggio) più o meno disturbato da un rumore (insieme di elementi ambientali che interferiscono nella comunicazione) a un destinatario B grazie a un recettore.

A questi primi elementi Shannon e Weaver aggiunsero i concetti di ridondanza (ripetizione dell’operazione di codifica, la cui eliminazione consente di economizzare sul tempo e sullo spazio ma rende più fragile il messaggio), di filtro (processo di selezione di alcuni aspetti e proprietà del segnale) e di feedback (la quantità di informazione che dal ricevente torna all’emittente – esso può essere positivo o negativo, nel primo caso esso aumenta l’informazione di ingresso, nel secondo caso riduce l’informazione di ingresso e consente di mantenere nel sistema una situazione stabile, detta omeostasi).

Nella prospettiva di Shannon l’informazione è quindi una grandezza finita, osservabile e misurabile. Essa non consiste in ciò che è stato detto dalla fonte, bensì in ciò che è probabile che passi dall’emittente al ricevente. Occorre che il segnale possieda una qualità sufficientemente buona e raggiunga una certa intensità per superare la soglia di ricezione e arrivare al destinatario. Inversamente proporzionale all’informazione vi è l’entropia (ossia mancanza di informazione). Di conseguenza, l’informazione può essere definita come entropia negativa.

L’approccio matematico è stato il primo tentativo di fornire un modello teorico della comunicazione ed implica una teoria forte del codice, poiché ritiene che la condizione necessaria e sufficiente per comunicare sia avere a disposizione un codice di trasmissione dei messaggi, ignorando quindi la dimensione dei significati e la loro rilevanza psicologica nello scambio comunicativo.

L’approccio semiotico: comunicazione come significato e come segno

Il processo della significazione

La semiotica è la scienza che studia i segni nel quadro della vita sociale e innanzitutto in che modo avviene il processo di significazione, inteso come la capacità di generare significati e come la proprietà fondamentale di ogni messaggio di avere un senso. Da Aristotele e Tommaso d’Aquino è stato tramandato il diagramma della significazione, che pone in relazione tre aspetti:

  • L’espressione (o segno o simbolo che consiste nell’immagine acustica o iconica di un oggetto o evento, come la stringa di suoni /k-a-n-e/)
  • La referenza (immagine mentale o schema o concetto come l’idea di cane)
  • Il referente (oggetto o evento nella sua realtà fisica)

Non esiste dunque un rapporto diretto tra espressione e referente, la convinzione che ci sia è definita da Eco come fallacia referenziale. Ogni simbolo è un prodotto culturale, e vi è dunque un rapporto intrinseco tra cultura e comunicazione.

Segno come equivalenza e segno come inferenza

Ci sono due principali accezioni di segno.

Il segno come equivalenza. Secondo Saussure e la prospettiva strutturale il segno è inteso come l’unione di un’immagine acustica (l’espressione) e di un’immagine mentale (il significato o contenuto). Significante e significato vanno intesi come due facce della stessa medaglia (il segno) poiché non vi è l’uno senza l’altro.

Nella concezione strutturale il segno è inteso in termini di equivalenza, poiché vi sarebbe una corrispondenza piena e stabile fra espressione e contenuto. Il segno, così concepito, presenta un carattere arbitrario (convenzionale, in quanto legato a una data cultura) e oppositivo (un segno è se stesso poiché non è nessun altro segno, poiché si oppone a tutti gli altri segni).

La lingua, pertanto, in quanto sistema di segni, è definita da Saussure come un sistema di differenze di suoni combinati a un insieme di differenze di significati. In tal modo la teoria strutturale ha sottolineato fin dall’inizio la stabilità dei segni, racchiusi in un codice statico e teoricamente immutabile, e ha escluso l’esame degli aspetti contestuali e i riferimenti contingenti ai processi di comunicazione.

Il segno come inferenza. Secondo Pierce il segno è qualcosa A che conduce a un’interpretazione B in corrispondenza con qualcosa C (un oggetto), per cui A sta per C. In quanto tale, il segno assume la funzione di rimandare a qualcosa di diverso da sé. Pierce ne individua tre tipi: le icone (caratterizzate da una relazione di somiglianza, come il bau bau per il cane), gli indici (caratterizzati da un rapporto di contiguità fisica e analogia, come il termometro a mercurio per la temperatura) e i simboli (per i quali la connessione con il referente ha natura convenzionale/arbitraria ed è appresa; il simbolo di Pierce è quindi il corrispondente del segno di Saussure).

In questa prospettiva il segno è inteso come inferenza, poiché costituisce un indizio da cui trarre una conseguenza, così come le nuvole sono segno di pioggia. Il segno come indizio comporta la presenza di modelli mentali e culturali e consente di spiegare la variabilità e la plasticità nell’impiego dei segni stessi, per cui, in date circostanze, si può usare uno specifico segno al posto di un altro. Inoltre il segno come inferenza consente di spiegare lo scarto tra ciò che è detto e ciò che è implicato. Infatti, in linea di principio, un soggetto comunica più di quanto dica.

In particolare, il segno come equivalenza implica la nozione di codice, mentre il segno come inferenza rimanda alla nozione di contesto.

L’approccio pragmatico: comunicazione come interdipendenza tra testo e contesto

Morris ha proposto la divisione tra semantica (che si occupa dei significati dei segni), sintassi (che studia le relazioni formali tra i segni) e pragmatica (che esplora la relazione dei segni con i comunicanti, l’uso).

La pragmatica si occupa dell’uso dei significati, ossia dei modi in cui sono impiegati dai parlanti nelle diverse circostanze. Il significato infatti dipende dal modo concreto in cui si impiega una certa parola, frase o gesto in una data situazione. È dinamico, motivato, concreto. Parlanti diversi infatti giungono a elaborare significati diversi in situazioni differenti, pur facendo ricorso alle stesse parole, frasi o gesti.

La pragmatica, quindi, pone in evidenza la relazione fondamentale tra segni e interpretanti. In particolare, essa esamina i rapporti che intercorrono tra un testo e il contesto in cui esso è manifestato. L’attenzione è spostata dall’analisi della struttura del sistema di comunicazione all’atto concreto e situato di comunicazione, ai suoi processi impliciti. In questo ambito rientrano importanti fenomeni comunicativi come la deissi, l’implicatura conversazionale (l’inferenza per colmare lo scarto tra ciò che è detto e ciò che è fatto intendere) e la presupposizione (insieme di condizioni implicate da un enunciato).

La teoria degli atti linguistici

Il punto di vista pragmatico mette in evidenza la comunicazione come azione e come fare.

In questa direzione Austin ha proposto la teoria degli atti linguistici, ponendo in evidenza che dire qualcosa è anche fare sempre qualcosa, e ha individuato tre tipi di azione che compiamo simultaneamente mentre parliamo:

  • Atti di dire qualcosa (atti locutori, ciò che si dice); sono le azioni che si compiono per il fatto stesso di parlare, come gli atti fonetici (emissione di suoni) e atti fatici (espressione di certe parole ed enunciati)
  • Atti nel dire qualcosa (atti illocutori, ciò che si fa nel dire); corrispondono alle intenzioni comunicative del parlante; possono essere assertivi, direttivi, commissivi, espressivi, esercitivi e verdettivi
  • Atti con il dire qualcosa (atti perlocutori, ciò che si vuole ottenere dicendo qualcosa); è la produzione di determinati effetti da parte del parlante su credenze, sentimenti, emozioni e condotta dell’interlocutore

Gli enunciati esprimono quindi molto più di quanto dicano sul piano letterale. A questo proposito Austin e poi Searle procedono sul piano pragmatico alla distinzione fra atto e forza dell’atto medesimo. Indicatori della forza di un enunciato non sono solo i verbi, ma anche l’ordine delle parole, l’accento, l’intonazione, la prominenza, la punteggiatura ecc. Ad esempio c’è differenza tra l’enunciato “Piero è disordinato ma intelligente” e “Piero è intelligente ma disordinato”.

Austin accentua questa prospettiva distinguendo gli atti linguistici diretti, la cui forza è trasmessa dall’enunciato stesso, e gli atti linguistici indiretti, la cui forza è trasmessa dal tono, dai modi non verbali eccetera. E ancora in pragmatica si distingue la frase (l’espressione linguistica astratta) e l’enunciato (l’uso concreto della frase).

Principio di cooperazione e implicature conversazionali

Grice distingue tra il significato naturale (per esempio, il fumo è indizio naturale della presenza di fuoco) e significato convenzionale o n-n, non naturale (qualsiasi parola di qualsiasi lingua).

La comunicazione, pertanto, è un processo costituito da un soggetto che ha intenzione di far sì che il ricevente pensi o faccia qualcosa, operando in modo che il ricevente riconosca che l’emittente sta cercando di causare in lui quel pensiero o azione. È necessaria quindi la mutua consapevolezza di una intenzionalità comune fra i partecipanti (trasparenza intenzionale, sia formale – voglio trasmetterti qualcosa che non sai – sia comunicativa – voglio renderti consapevole di qualcosa di cui prima non eri consapevole).

Di qui la differenza tra comunicazione (scambio consapevole) e notizia (trasmissione involontaria di un segnale che è percepito indipendentemente dall’intenzione dell’emittente).

Entro questa prospettiva pragmatica, il successo della comunicazione si fonda sul principio di cooperazione, declinato da Grice secondo quattro massime che dovrebbero guidare la condotta dei partecipanti:

  • Massima di quantità: dai un contributo che soddisfi la richiesta di informazioni in modo adeguato e non fornire più contributo informativo del necessario
  • Massima di qualità: cerca di fornire un contributo vero; non dire ciò che credi falso o per cui non hai prove adeguate
  • Massima di relazione: sii pertinente
  • Massima di modo: evita espressioni oscure, evita le ambiguità, sii breve e ordinato nell’esposizione

Queste massime sono di natura convenzionale e le impariamo attraverso l’esperienza quotidiana. Grice inoltre riprende la distinzione tradizionale fra logica del linguaggio e logica della conversazione. La prima si applica al significato letterale, mentre la seconda riguarda i processi che gli individui usano per inferire ciò che il parlante intende comunicare.

La logica della conversazione implica quindi la distinzione tra il dire e il significare: tra questi due livelli esiste uno scarto che deve essere colmato, e per farlo occorre che i partecipanti facciano ricorso a un processo mentale chiamato da Grice “implicatura”. Egli ha distinto le implicature convenzionali (regolate dalla grammatica) e quelle conversazionali (che richiedono un impegno semantico aggiuntivo per andare oltre il significato letterale di un enunciato, in modo da individuare l’intenzione comunicativa del parlante). Queste ultime contribuiscono in modo fondamentale a spiegare il significato di una frase.

Date queste premesse, Grice giunge a una conclusione chiamata oggi “rasoio di Grice”: le implicature conversazionali sono da preferire rispetto a quelle convenzionali, in quanto motivate da criteri psicosociali. Esse consentono di estrarre il significato (non detto) contenuto in modo implicito nell’enunciato.

Le implicature sono caratterizzate da quattro proprietà:

  • Sono cancellabili, in quanto si possono dissolvere se si aggiungono alcune premesse a quelle originali
  • Sono distaccabili, perché attaccate al valore semantico dell’enunciato e non alla forma linguistica
  • Sono calcolabili, perché è prevedibile in una data situazione che l’interlocutore sappia fare un’inferenza adeguata
  • Sono non convenzionali, poiché sono negoziate, di volta in volta, in funzione del contesto di uso

Pur presentando limiti dovuti alla concezione di trasparenza intenzionale e del significato letterale, il pensiero di Grice costituisce a tutt’oggi un termine di riferimento con cui confrontarsi e misurarsi.

Principio di pertinenza e modello ostensivo-inferenziale

Sperber e Wilson, partendo dalla piattaforma concettuale di Grice, hanno elaborato una diversa prospettiva pragmatica per spiegare i processi comunicativi. Essi propongono un modello ostensivo-inferenziale che intende sia superare l’impostazione basata sul codice sia l’impostazione inferenziale proposta da Grice.

Sperber e Wilson introducono la distinzione tra intenzione informativa e intenzione comunicativa. La prima concerne l’intenzione di informare il destinatario di qualcosa, mentre la seconda l’intenzione di informare il destinatario sulla propria intenzione informativa. In questa prospettiva l’intenzione comunicativa rappresenta la condizione necessaria e sufficiente per la comunicazione.

In secondo luogo Sperber e Wilson parlano di ambiente cognitivo, ossia un insieme di ipotesi (affermazioni, richieste, comandi, speranze ecc.) che i partecipanti hanno a loro disposizione. Quale fra queste ipotesi riceverà la particolare attenzione di un individuo in un dato momento dipende da un’unica proprietà: la pertinenza di quell’ipotesi in quello specifico contesto.

La pertinenza consiste specificamente nella capacità di generare nuove informazioni. Maggiore è tale generazione, maggiore è la pertinenza in gioco.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marta.vannelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Poggi Isabella.
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